In ogni giorno vissuto, del cantautore Eduardo De Felice | Intervista

in ogni giorno vissuto

In ogni giorno vissuto è il nuovo album del cantautore napoletano Eduardo De Felice, uscito lo scorso aprile per l’etichetta Suono Libero Music. Si tratta di un’opera maturata nel corso degli anni, in cui De Felice affronta tematiche quotidiane e universali, ove è possibile riconoscere se stessi. In ogni giorno vissuto è, dunque, un viaggio dentro le emozioni, proprie ed altrui, un riflesso di sé negli altri, un luogo in cui l’ideale si invera nella realtà da cui è generato.

In ogni giorno vissuto è un album che parla ‘giorno per giorno’, grazie alla voce e alla musica del suo autore, che abbiamo intervistato e che ringraziamo per le sue parole.

Le tracce dell’album: significato e tematiche principali

Titolo del brano Significato e genesi
La soluzione 2.0 Ricerca di un equilibrio dopo la fine di una relazione; caratterizzata da sfumature funk e groove.
In ogni giorno vissuto Ballad d’amore puro, funge da title track e offre la chiave di lettura dell’intero progetto musicale.
Mio caro professore Testo ironico e malinconico ispirato agli anni del liceo; affronta il rischio di fermarsi alle apparenze.
Vorrei, vorrei Traccia di chiusura dedicata ai desideri, alle possibilità mancate e allo spazio interiore da custodire.

In ogni giorno vissuto: intervista a Eduardo De Felice

La genesi dell’album

In ogni giorno vissuto: questo album, Eduardo, è un’opera maturata nel corso di anni, arricchita di esperienze “vissute giorno dopo giorno”. Qual è stata la sua genesi?

In ogni giorno vissuto nasce da un tempo lontano e da un gruppo di canzoni che mi accompagna da molti anni. Sono brani che ho tenuto a lungo chiusi in un cassetto, a cui però sono sempre rimasto legato e che, in qualche modo, aspettavano il momento giusto per trovare una forma definitiva. A un certo punto ho sentito il bisogno di riportarli alla luce, di rimetterli a fuoco e di costruire intorno a loro un disco vero, compiuto, senza snaturarne l’origine. Proprio per questo ho scelto di seguire personalmente anche la produzione artistica, cercando un suono caldo e diretto, che rispettasse l’identità di quelle canzoni. Non è un disco nato all’improvviso, ma qualcosa che si è sedimentato giorno dopo giorno. Dentro c’è il legame con una scrittura che viene da lontano, ma anche tutto quello che nel frattempo ho vissuto, ascoltato e imparato.

Fonti e modelli musicali di riferimento

Quali sono le fonti e i modelli musicali a cui ti ispiri? Cosa ricerchi in essi?

Le mie fonti principali sono sicuramente legate alla grande canzone d’autore italiana, soprattutto a quel modo di costruirla facendo convivere melodia, racconto, ricerca armonica e identità sonora. Penso ad esempio a Lucio Dalla e a Lucio Battisti, ma anche a Pino Daniele e a tanti altri artisti che hanno saputo unire immediatezza e profondità. In questi riferimenti ricerco proprio la capacità di muoversi dentro una forma semplice e comunicativa, senza rinunciare alla complessità, ai dettagli, al lavoro sugli arrangiamenti e alla cura del suono degli strumenti. Mi interessano i brani che arrivano in modo diretto, ma che poi, ascolto dopo ascolto, rivelano qualcosa in più.

Tematiche quotidiane: La soluzione 2.0 e la title track

I temi affrontati nelle tue canzoni sembrano scaturire da momenti spesso quotidiani per aprirsi a riflessioni intime, ma d’ampio respiro, come La soluzione 2.0 o la traccia che dà il titolo all’intero album. Cosa puoi dirci a riguardo?

in ogni giorno vissuto
Eduardo De Felice

Mi piace partire da qualcosa di molto concreto, da una sensazione quotidiana, da un pensiero apparentemente piccolo, e lasciare che piano piano si allarghi. La soluzione 2.0, ad esempio, nasce dal bisogno di trovare un equilibrio e di rimettersi in movimento dopo una situazione pesante, legata alla fine di una storia d’amore. Non è una canzone che racconta quella storia, né il modo in cui è finita. È piuttosto il tentativo di cercare una via d’uscita da una condizione di stasi. In questo senso la considero una canzone quasi terapeutica, nata come sfogo personale e poi diventata qualcosa di universale, in cui ognuno può riconoscere ciò che sente. Il “2.0” del titolo nasce dal fatto che una prima versione del brano era già presente nel mio EP d’esordio del 2014. Per questo disco ho voluto riprenderla e trasformarla profondamente, nella struttura, nel testo e nell’andamento ritmico. La marcetta ironica della prima versione lascia spazio a una veste più ritmata, con sfumature funk e una maggiore attenzione al groove. In ogni giorno vissuto, invece, è una ballad, una canzone d’amore nel senso più puro. Scegliendola come titolo del disco, però, ha assunto anche un significato più ampio, diventando una chiave di lettura dell’intero album. Dentro questo lavoro ci sono l’esperienza, gli ascolti, le consapevolezze maturate negli anni e messe al servizio delle canzoni con cui, in fondo, ho cominciato il mio percorso di cantautore. In questo senso posso dire che dentro il disco c’è molto di me, in ogni giorno vissuto.

Il tema dell’amore nelle sue diverse declinazioni

Nello specifico il tema dell’amore, affrontato nelle sue declinazioni più disparate, percorre in diverse forme buona parte di In ogni giorno vissuto: qual è il significato che attribuisci a questo sentimento?

L’amore è uno dei sentimenti più difficili da raccontare, proprio perché è stato raccontato infinite volte e il rischio di cadere nel già sentito, o nel banale, è sempre dietro l’angolo. Per questo, quando scrivo, cerco di essere il più sincero possibile, senza troppe costruzioni, provando a raccontare la verità di un sentimento, di un momento. Scrivo d’amore perché credo sia uno dei motori principali dell’essere umano. Si continueranno sempre a scrivere canzoni d’amore, perché non è una moda, non è qualcosa da contestualizzare in un periodo preciso, ma un sentimento libero, che attraversa tutti. Probabilmente è anche il terreno che sento più vicino alla mia scrittura e alla mia formazione musicale. Nel disco l’amore compare in forme diverse: da quello più istintivo e sbilanciato a quello più intimo e consapevole, passando per la memoria, la mancanza, la tenerezza e la nostalgia. Mi interessa raccontarlo non come qualcosa di ideale o astratto, ma come un sentimento che vive dentro le persone, con i loro limiti, le loro fragilità e i loro tentativi.

Mio caro professore: tra ironia e malinconia

In questo contesto, Mio caro professore è la canzone a tratti più ironica dell’album, con punte di malinconia. Da cosa nasce questo testo caratteristico?

Mio caro professore nasce da un episodio reale, legato agli anni del liceo e a una professoressa con cui avevo avuto un rapporto non proprio semplice. Non l’ho scritta subito, a caldo, ma qualche tempo dopo, quando quel ricordo ha trovato naturalmente la forma di una canzone. È un brano ironico, quasi scanzonato, e anche la malinconia che contiene nasce da qualcosa di molto concreto: quella di un alunno bocciato, costretto a lavorare d’estate mentre sogna il mare e vede gli altri andare in vacanza. A volte si cercano chissà quali significati dentro una canzone, ma spesso le canzoni nascono anche da storie semplici, dirette. Poi, naturalmente, quel rapporto tra alunno e professore diventa anche il punto di partenza per parlare di qualcosa di più ampio, del rischio di fermarsi alle apparenze, ai giudizi, a certi recinti mentali che a volte impediscono di vedere davvero oltre. In fondo la canzone parla anche della possibilità di non restare chiusi dentro uno sguardo già stabilito sulle cose e sulle persone, e di aprire la mente, anche quando il mondo sembra volerci riportare dentro schemi troppo stretti.

Il futuro e l’importanza di sognare in Vorrei, vorrei

Nell’album, un’altra tematica che pare portante è quella legata al senso di perdita della facoltà di sognare il futuro, oltre agli accenni in Mio caro professore, fortemente presente in Vorrei, vorrei, che conclude il disco. In che modo ciò si inserisce nella quotidianità evocata da In ogni giorno vissuto?

Credo che questo tema attraversi il disco in modo abbastanza naturale, anche quando non viene dichiarato apertamente. In molte canzoni c’è il confronto tra quello che si immaginava e quello che poi la vita ha realmente portato, non per forza in senso negativo, ma sicuramente in modo più complesso e meno lineare. Vorrei, vorrei, che chiude l’album, è forse il momento in cui questa riflessione viene fuori con più chiarezza. È una canzone che parla di desideri, di possibilità mancate, ma anche del bisogno di continuare a custodire uno spazio interiore in cui quei desideri possano ancora esistere. Dentro la quotidianità evocata da In ogni giorno vissuto, il futuro non è qualcosa di lontano o astratto. È fatto dalle scelte di ogni giorno, dalle rinunce, dalle cose che resistono e da quelle che si perdono. Forse crescere significa anche accorgersi che il sogno cambia forma, che non sempre coincide con quello che immaginavamo da ragazzi, ma può continuare a vivere in un modo diverso, più fragile e più consapevole.

I progetti futuri di Eduardo De Felice

Dopo In ogni giorno vissuto, quali sono i tuoi progetti futuri?

In questo momento il progetto principale è far vivere il disco il più possibile. Dopo l’uscita digitale e la pubblicazione in vinile, mi piacerebbe continuare a raccontarlo attraverso concerti, presentazioni, incontri e occasioni dal vivo. È un album nato con un’impronta molto diretta, quindi credo che la dimensione live sia il suo proseguimento più naturale. In ogni giorno vissuto per me è stato anche un ritorno alle origini, a certe prime canzoni e a una parte importante della mia storia. Proprio per questo sento il bisogno di accompagnarlo con attenzione, lasciandogli il tempo di arrivare alle persone. Intanto, come sempre, sto raccogliendo idee nuove, perché ogni disco in qualche modo chiude un percorso e ne apre un altro. Ma adesso la cosa più importante è continuare a dare spazio a questo lavoro e al cammino che ha appena iniziato.

Fonte immagini: Ufficio Stampa

 

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A proposito di Salvatore Di Marzo

Salvatore Di Marzo, laureato con lode alla Federico II di Napoli, è docente di Lettere presso la scuola secondaria. Ha collaborato con la rivista on-line Grado zero (2015-2016) ed è stato redattore presso Teatro.it (2016-2018). Coautore, insieme con Roberta Attanasio, di due sillogi poetiche ("Euritmie", 2015; "I mirti ai lauri sparsi", 2017), alcune poesie sono pubblicate su siti e riviste, tradotte in bielorusso, ucraino e russo. Ha pubblicato saggi e recensioni letterarie presso riviste accademiche e alcuni interventi in cataloghi di mostre. Per Eroica Fenice scrive di arte, di musica, di eventi e riflessioni di vario genere.

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