Rilasciato il 16 gennaio 2026, il nuovissimo album The Path Before Us è il debutto delle menti dietro il trio Crossing, il quale ha come scopo l’avvicinamento di culture quali quella europea e africana, ed è un album estremamente significativo a livello culturale.
Indice dei contenuti
Formazione del trio musicale Crossing
| Membro del gruppo | Ruolo e strumenti suonati |
|---|---|
| Petit Solo Diabaté (Souleyman Diabaté) | Kora, ngoni, balafon |
| Nino Martella | Percussioni, ngoni |
| Marco Schiavone | Violoncello |
Gli strumenti e la tradizione dell’Africa occidentale
Il trittico è composto da Petit Solo Diabaté, nome d’arte di Souleyman Diabaté, il quale si esprime musicalmente attraverso 3 strumenti tutti provenienti dall’Africa occidentale, partendo dal kora, uno strumento a corde simile ad un’arpa ma che viene suonato più come una chitarra, il quale veniva realizzato anticamente con mezza zucca svuotata per creare la cassa armonica, ed è uno strumento caratterizzato dal suono dolce e ricco di tonalità diverse.
A seguire, abbiamo il ngoni, altro strumento a corde molto simile al kora ma più piccolo e con un range tonale simile a quello del liuto, che offre dei suoni molto più bassi, e viene spesso considerato tra gli antenati del liuto; in più, a differenza del kora, la cassa armonica è capace di offrire una risonanza percussiva simile ad un tamburo.
Infine, Petit Solo Diabaté è anche maestro dell’arte del balafon, strumento spesso paragonato al tipico xilofono, ma con radici culturali molto più profonde; è comunemente realizzato con calebasse, varietà specifica di zucca che viene usata anche per realizzare recipienti e simili.
Ad accompagnare l’incantevole varietà musicale di Petit Solo Diabaté abbiamo Nino Martella, il quale si occupa delle percussioni e anch’egli dell’ngoni, strumento che ha approfondito nei suoi studi di etnomusicologia in Burkina Faso, luogo d’origine di Souleyman Diabaté, diventando così un punto di connessione naturale tra le due culture.
A chiudere il trio vi è Marco Schiavone, violoncellista, che può essere caratterizzato come la componente più occidentale del progetto, mettendo così in conversazione i due mondi in maniera ancora più profonda.
The Path Before Us si presenta quindi non come un album che vuole mergere due realtà diverse, piuttosto metterle in contatto in modo che ognuna comunichi all’altra le proprie differenze artistiche, così da poter mantenere salde le proprie identità e restando in continua sintonia. Ogni canzone altalena perfettamente tra i diversi strumenti, in modo tale da non creare un blend ma da creare un dialogo dove ogni singolo strumento dice la sua.
(da sinistra a destra, Marco Schiavone, Petit Solo Diabaté e Nino Martella)
Intervista a Nino Martella sul debutto discografico
Abbiamo avuto il grande piacere di fare qualche domanda a Nino Martella, per conoscere il punto di vista del progetto sul valore della cultura e del portare avanti tradizioni di comunità sempre più piccole, e soprattutto di come quest’album nella sua semplicità ne sia estremamente capace.
1. Come ci si sente ad aver debuttato con un album così carico di significato culturale che continua a rinvigorire la necessità di mandare avanti la tradizione?
Innanzitutto grazie per questo attestato di merito. L’emozione che ci accompagna è la stessa che ci ha accompagnato durante la fase creativa e di visualizzazione del lavoro discografico: la gratitudine per i nostri “padri”, che siano biologici, spirituali o musicali. La riconoscenza verso le antiche radici della tradizione e la consapevolezza di non poter realmente creare nulla da zero. L’intero albero della conoscenza umana cresce sulla base di ciò che è stato costruito dagli uomini e dalle donne che hanno vissuto sulla terra prima di noi ed è nostro compito, in quanto artisti e uomini di questa terra, provare a lasciare un nostro contributo. Se la musica è buona, farà da base fertile per chi verrà dopo di noi. I nostri figli, i nostri ascoltatori.
2. Da chi è nata l’idea di realizzare The Path Before Us?
L’idea dell’album sposa la visione di Circular Music, l’associazione ed etichetta discografica fondata da me e che ha prodotto il disco: creare un ponte fra l’Italia e l’Africa Occidentale – il Burkina Faso in particolare. È un’idea di vecchia data, in quanto l’associazione esiste dal 2018 e con questa visione ha realizzato più di un progetto culturale: concerti, workshop di danza e musica, un festival dedicato alla musica africana, viaggi-studio in Burkina Faso.
3. Prima di diventare i Crossing, come vi siete imbattuti l’un nell’altro?
La collaborazione con Petit Solo va avanti da anni, dal 2019. Abbiamo intravisto un’opportunità – ossia il programma “Per Chi Crea” di SIAE e Ministero della Cultura – e l’abbiamo colta. Inizialmente il trio prevedeva la presenza di un altro musicista, con il quale le cose – purtroppo e per fortuna – non sono andate per niente bene. Può capitare. Ad un certo punto si è resa necessaria una sostituzione e Marco Schiavone è entrato immediatamente nel giusto flusso creativo. Il disco è stato realizzato in non più di 6 giorni, tra prove e registrazioni.
4. Siete soddisfatti della versione finale di The Path Before Us oppure c’è qualcosa che avreste voluto cambiare?
Come dicevo prima, abbiamo avuto un intoppo durante la fase pre-registrazione in studio e Marco Schiavone è dovuto entrare nel progetto in piena corsa. Riascoltando il disco e conoscendo il valore artistico di Marco, possiamo immaginare facilmente quale sarebbe stato il risultato se l’avessimo coinvolto fin dall’inizio. Sarebbe stato straordinario, ne siamo sicuri. Marco è una potenza e ci dispiace che non abbia avuto il fisiologico tempo necessario per digerire per bene la musica. Nonostante tutto ha dato il 100% e il suo apporto al trio è fantastico. Tolto questo, siamo soddisfatti di questo primo lavoro e sappiamo già cosa migliorare per il prossimo, che è già in cantiere.
5. Domanda difficile, ma qual è la traccia a cui tenete di più? E se ce n’è una in particolare perché?
“Song For a Friend” è un brano dedicato ad un caro amico che non c’è più. Senza dubbio è il brano più carico di emozioni e ci fa sempre un certo effetto ascoltarla o suonarla dal vivo. Per il resto, creare un brano è come partorire un figlio e quindi li amiamo tutti incondizionatamente. Li abbiamo amati mentre li abbiamo composti e li amiamo attivamente ogni volta che li suoniamo dal vivo, aggiungendo ogni volta delle modifiche, dei cambi di direzione, struttura o arrangiamento tutte le volte che ci prepariamo per un nuovo concerto.
Fonte Immagini: Ufficio Stampa.

