L’asfalto di Via Argine torna a macchiarsi di sangue, proprio all’inizio di un 2026 che speravamo fosse diverso. La prima vittima stradale dell’anno a Napoli è R.R., 55 anni, padre di due figli e uomo stimato, la cui vita si è infranta nella notte tra il 23 e il 24 gennaio contro la sagoma gelida di un’autocisterna. Non è solo un numero in una statistica, ma una ferita aperta nel cuore della città e di chi, ogni giorno, percorre quella strada con il timore di non tornare a casa.
Ecco una ricostruzione che cerca di dare voce a chi non ne ha più, analizzando luci ed ombre della vicenda.
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Dettagli dell’incidente mortale in Via Argine
| Elemento | Dettaglio |
|---|---|
| Data e Ora | Notte tra il 23 e il 24 gennaio 2026, ore 00:30 circa |
| Luogo | Via Argine, altezza civico 313 (Napoli) |
| Veicoli coinvolti | Opel Corsa e Autocisterna GPL in sosta |
| Criticità rilevate | Scarsa illuminazione, sosta pericolosa mezzo pesante, ritardo soccorsi |
La dinamica dell’incidente
L’uomo era alla guida della sua Opel Corsa quando, intorno a mezzanotte e mezza all’altezza del civico 313 e non lontano dalla Motorizzazione Civile, l’impatto fatale ha spento ogni speranza. Lo spigolo anteriore destro della sua vettura è urtato sotto lo spigolo sinistro posteriore di un’autocisterna GPL. Nonostante l’esplosione degli airbag, il trauma da schiacciamento è stato troppo violento: il 55enne è spirato tra le mani dei soccorritori del 118, che hanno tentato l’impossibile per rianimarlo sul posto. Mentre le indagini del pool antinfortunistico della Polizia Municipale sono in corso, emerge un dubbio atroce che pesa come un macigno: quell’autocisterna poteva stare lì? Stando alle prime analisi, probabilmente non avrebbe dovuto occupare lo spazio laterale della carreggiata. In quel tratto specifico, la visibilità è drasticamente ridotta da una scarsa illuminazione pubblica, un fattore critico che trasforma un mezzo pesante fermo in un ostacolo quasi invisibile. In quel punto maledetto già teatro della scomparsa di Salvatore Cacciola avvenuta il 22 ottobre 2024, la presenza di quel tir appare come una tragica sfida alle regole più elementari della sicurezza.
Gli obblighi traditi: i doveri degli autotrasportatori
Le norme del Codice della Strada impongono agli autotrasportatori responsabilità precise, specialmente quando gestiscono carichi pericolosi come il GPL. L’articolo 157 impone che la fermata non debba mai costituire pericolo o intralcio, mentre l’articolo 161 obbliga a rendere visibile ogni ingombro per evitare che diventi una trappola mortale. Chi guida mezzi di tali dimensioni ha il dovere morale e legale di non sostare in zone d’ombra o in punti dove la carenza di lampioni rende il veicolo una barriera improvvisa. Inoltre, l’articolo 162 stabilisce l’obbligo di segnalare il veicolo fermo con il segnale mobile di pericolo (triangolo) e l’uso delle luci di posizione se l’illuminazione pubblica è insufficiente o assente, proprio come nel caso di questo tragico venerdì notte.
Quaranta minuti di attesa e la ricerca della verità
A rendere l’incidente ancora più amaro è la straziante attesa dei soccorsi, con un’ambulanza del 118, che è arrivata dopo ben 40 minuti interminabili, un tempo che suona come una condanna per chi come R.R., stava lottando per restare aggrappato a quel mondo che tanto amava. In quegli istanti infiniti, tra lamiere e il buio di una strada che non gli ha dato scampo, la speranza si è spenta lentamente mentre l’orologio correva troppo veloce rispetto alla macchina dei soccorsi. Attualmente, le autorità hanno disposto tutti gli accertamenti medico-legali e i rilievi planimetrici per attestare con assoluta certezza le cause dell’incidente e verificare se un eventuale malore abbia influito sul tragico epilogo del 55enne.
La VI Municipalità e l’abbandono delle periferie
Questa tragedia non è solo un fatto di cronaca, ma il simbolo di un fallimento istituzionale che riguarda l’intera VI Municipalità. Quartieri come Ponticelli e zone come Via Argine sembrano territori abbandonati a se stessi, dove la manutenzione e la sicurezza sono concetti dimenticati. La cronica assenza di aree di sosta attrezzate per i mezzi pesanti costringe gli autotrasportatori a fermarsi direttamente sulla carreggiata, trasformando l’arteria in un pericoloso parcheggio selvaggio a cielo aperto. È inaccettabile che in una periferia già fragile, la negligenza della gestione locale permetta che i giganti della strada occupino sistematicamente i margini della via, riducendo lo spazio e creando barriere visive letali. L’Articolo 157 del Codice della Strada stabilisce che la sosta non deve mai costituire intralcio o pericolo, ma senza parcheggi appositi e senza un controllo rigoroso da parte della Municipalità e degli enti preposti, la legge diventa carta straccia e le strade diventano trappole.
Via Argine: un’arteria “maledetta” tra promesse e negligenze
La pericolosità di questa strada è un grido che resta inascoltato da anni. Luca Simeone, portavoce del Comitato Napoli30 e dell’associazione Napoli Pedala, denuncia da tempo come Via Argine sia un teatro di morte già noto, ricordando il sacrificio di Salvatore Cacciola, il ciclista travolto proprio su questo asfalto. In sua memoria è stata installata una panchina bianca, simbolo di una battaglia legale e civile. Nonostante le proposte concrete per mettere in sicurezza l’area come: il restringimento della carreggiata e l’installazione di attraversamenti pedonali rialzati, nulla è stato realizzato. Questa inerzia istituzionale è la vera colpevole del fatto che l’arteria rimanga un varco aperto per l’irresponsabilità.
Il cuore di un padre strappato ai suoi figli
Oltre i rilievi, le perizie e le cronache giudiziarie, resta il baratro di un dolore che non conosce voce: quello dei due figli di R.R., rimasti privi di una guida che era per loro radice e orizzonte. Per un ragazzo, il padre è la prima colonna, il porto sicuro dove imparare a navigare le tempeste della vita; perderlo così, in una notte gelida e ingiusta, è come veder crollare il soffitto della propria esistenza. R.R. non era solo un genitore, era un uomo che amava vivere con un’intensità rara, capace di regalare un sorriso a chiunque incontrasse, ma custodiva il tesoro più grande tra le mura di casa. L’uomo amava ripetere, con la voce rotta dall’orgoglio, che l’amore più vero e assoluto che avesse mai conosciuto nella sua vita era quello verso i suoi figli. Aveva ancora mille progetti per loro, traguardi da festeggiare e mani da stringere nei momenti di incertezza. Oggi, a quei ragazzi non resta che il ricordo di un padre stimato e grande lavoratore, la cui vita è stata spezzata proprio mentre continuava a costruire il loro futuro. In questo silenzio assordante, l’eredità di R.R resta quel sorriso che non si spegne e la certezza di essere stati, fino all’ultimo respiro, l’unica vera ragione della sua felicità.
Fonte immagine in evidenza: Pixabay, autore bayern-reporter_com
Articolo aggiornato il: 28 Gennaio 2026
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