Margherita Peluso e Max Coppeta in Black Out

max coppeta

La Baccaro Art Gallery di Pagani (Salerno) ospita Margherita Peluso e Max Coppeta con la mostra Black Out, a cura di Davide Caramagna, presidente dell’Associazione Culturale MM18. L’esposizione, visitabile dal 14 giugno 2019, rientra nel ventaglio di eventi relativi alle celebrazioni del ventennale dell’apertura della galleria, caduta lo scorso 2020. In particolare, con Black Out Margherita Peluso e Max Coppeta riflettono sul concetto di relatività di spazio e tempo attraverso opere artistiche che trascendono gli elementi canonici della pittura.

Margherita Peluso e Max Coppeta: dal “black out” alla materia oscura

Come riferiscono gli stessi Margherita Peluso e Max Coppeta, il percorso delle loro opere in Blackout è scandito sulla base dei concetti e delle idee narrative del romanzo Le città invisibili (1972) di Italo Calvino, il quale, nel solco della letteratura cosiddetta combinatoria, rende il lettore esterno un lector in fabula, per dirla con Eco, ovvero parte attiva dello sviluppo degli eventi narrati attraverso la possibilità di compiere scelte che portano, a livello della tessitura interna, verso esiti diversificati; in questo modo il lettore diventa artefice, con l’aiuto dello scrittore, di un proprio universo narrativo. Preposto ciò, si può notare come in Black Out i due artisti abbiano declinato, in maniera personale, ma complementare, l’idea calviniana.

In particolare, Margherita Peluso e Max Coppeta intendono riferirsi alle categorie di “spazio” e “tempo”, alla loro relatività, attraverso un percorso che va, contrariamente ai canoni retorici, dalla pars construens a quella destruens, ovvero essi intendono smontare la materia della forma (entrambe aristotelicamente intese) e far sì che attraverso un personale  percorso, tanto gli artisti quanto gli osservatori, possano riconoscere un soggettivo universo narrativo/pittorico. Si tratta di una narrazione per concetti, dunque, e non per figure, come si percepisce dai “Liquidi cristallizzati” di Max Coppeta e dagli “Icing colours” di Margherita Peluso, che in entrambi i casi sembrano rimandare allo stato di sublimazione della materia. Non poteva essere altrimenti, giacché essi offrono al senso visivo la spinta per associare idee a idee. «L’occhio non vede cose, ma figure di cose che significano altre cose», scrive Calvino nel suo romanzo, e così accade con le opere esibite in Black Out: ciò che l’occhio vede è la materia prima, la materia in potentia che suggerisce immagini e immagini di immagini.

Anche il titolo dell’esposizione, Black Out, in fine, sembra suggerire l’intenzione del percorso premeditato da entrambi gli artisti. Come essi riferiscono, la traduzione italiana potrebbe realizzarsi in “nero fuori”, inteso come un luogo divenuto non-luogo, ma da cui è possibile, attraverso l’immaginazione, ritrovare un centro indefinito. Si tratta di un luogo in cui la luce ed i colori sono rapiti e inglobati, uno spazio costituito da una materia oscura, appunto un non-luogo misterioso che diventa momento creativo per l’ispirazione artistica, motore per la generazione di nuove forme.

 

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A proposito di Salvatore Di Marzo

Salvatore Di Marzo, laureato con lode alla Federico II di Napoli, è docente di Lettere presso la scuola secondaria. Ha collaborato con la rivista on-line Grado zero (2015-2016) ed è stato redattore presso Teatro.it (2016-2018). Coautore, insieme con Roberta Attanasio, di due sillogi poetiche ("Euritmie", 2015; "I mirti ai lauri sparsi", 2017), alcune poesie sono pubblicate su siti e riviste, tradotte in bielorusso, ucraino e russo. Ha pubblicato saggi e recensioni letterarie presso riviste accademiche e alcuni interventi in cataloghi di mostre. Per Eroica Fenice scrive di arte, di musica, di eventi e riflessioni di vario genere.

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