Un omaggio all’arte del pane: intervista a Ciro Di Maio

Un omaggio all’arte del pane e all’anima di Napoli: intervista a Ciro Di Maio

Il 16 ottobre si è celebrata la giornata del pane e il pizzaiolo Ciro Di Maio rinnova il suo legame con l’impasto più antico del mondo con i suoi panuozzi napoletani. Ogni giorno nel suo ristorante San Ciro a Brescia, Ciro ricorda l’importanza di un impasto tanto povero quanto prezioso, regalando il pane fatto da lui ai suoi clienti. Un gesto di gratitudine e amicizia, che racchiude la passione e l’impegno che il cuoco trasmette e infonde nella gestione del suo ristorante. Abbiamo avuto il piacere di intervistare Ciro e farci raccontare la sua storia caratterizzata da tanto impegno e tanti sacrifici.

Un omaggio all’arte del pane e all’anima di Napoli: intervista a Ciro Di Maio
Il pane di Ciro (Ufficio stampa)

Il valore del pane nella vita

Il pane per me è tutto. È l’abbraccio che dai quando non hai parole, è il gesto che ti fa dire “sei di casa”. A Napoli si dice che “pane e acqua non si negano a nessuno”, ed è così che sono cresciuto: con l’idea che il pane non sia solo da mangiare, ma da condividere. Ogni volta che lo preparo o lo regalo ai clienti, è come se regalassi un pezzo di me, della mia Napoli e della mia infanzia.

L’importanza della pazienza nel percorso professionale

Assolutamente sì. Come un impasto che deve crescere con calma, anche il mio percorso è stato fatto di attese, di errori, di momenti in cui avrei potuto mollare. Ma ho imparato che la pazienza è la chiave: devi credere che, se metti amore e tempo in quello che fai, prima o poi il forno si scalda e il pane cuoce. La mia vita è stata un po’ così, un continuo impastare finché le cose non hanno iniziato a prendere la forma giusta.

Il legame con le persone e il sociale

Ogni volta che insegno a qualcuno a mettere le mani in pasta, vedo la speranza che si riaccende. Nelle carceri, nei ragazzi del Rione Sanità… mi sono portato a casa gli sguardi di chi ricomincia da zero, come è stato per me. Il ricordo più bello? Un ragazzo che avevo seguito durante un corso mi ha scritto dopo anni per dirmi che aveva trovato lavoro in pizzeria e che ora sforna pane ogni giorno. Ecco, lì ho capito che la cucina può salvare davvero.

Il concetto di casa tra Napoli e Brescia

Io mi sento a casa dove c’è un forno acceso. Napoli mi scorre dentro, Brescia mi ha dato la possibilità di rinascere, ma la mia vera casa è in cucina. È lì che ritrovo me stesso, i miei nonni, mia madre, gli odori della mia strada. Mi sento a casa quando il profumo del pane si mescola a quello della legna e quando vedo la gente sedersi e parlare. È quel calore lì che mi tiene in piedi ogni giorno.

La passione per la cucina e i consigli ai giovani

La passione non si spegne se ti ricordi da dove vieni. Io ho iniziato a lavorare a 14 anni, non perché fosse facile, ma perché dovevo. Eppure, ogni volta che mettevo le mani in pasta sentivo che stavo costruendo qualcosa di mio. A chi sta vivendo momenti duri direi: non smettete di impastare. Anche quando sembra che l’impasto non lieviti, anche quando tutto va storto, continuate a crederci. Perché un giorno quel forno si aprirà, e il profumo sarà la vostra vittoria.

Il ruolo della famiglia e la memoria

San Ciro porta il nome dei miei nonni, ma dentro ci sono tutti i miei affetti. Ogni piatto è un ricordo, una storia che voglio far rivivere. Mia madre mi ha insegnato la pazienza, mio padre mi ha insegnato a rialzarmi, i miei nonni mi hanno trasmesso il valore della semplicità. Il ristorante è la mia famiglia allargata: chi entra deve sentire calore, affetto, veracità. È il mio modo di dire grazie a chi mi ha insegnato a non arrendermi mai.

Tradizione e innovazione nella cucina povera

Il segreto è il rispetto. Devi rispettare la storia di quei piatti, la loro semplicità. La cucina povera napoletana nasce da chi aveva poco ma sapeva trasformarlo in oro. Io cerco solo di dargli una nuova luce, senza snaturarla. Se prendi una parmigiana o una salsiccia con i friarielli e ci metti il cuore, la materia prima giusta e la tecnica, diventa un piatto che emoziona anche chi non è mai stato a Napoli. L’innovazione funziona solo se parte dalle radici.

Le aspettative per il futuro del locale

Il mio sogno è che San Ciro continui a essere un punto di riferimento per chi cerca autenticità. Non voglio diventare un “brand”, voglio restare una casa. Vorrei che il locale crescesse, certo, ma senza perdere quel senso di famiglia che lo rende unico. E sul piano personale, spero di continuare a trasmettere ai ragazzi quello che il pane mi ha insegnato: che con pazienza, sacrificio e amore puoi cambiare la tua vita, anche partendo da un impasto semplice.

Fonte immagine in evidenza: Ufficio stampa

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