Seguici e condividi:

Eroica Fenice

La categoria Food contiene 283 articoli

Food

Pizzeria Mario dal 1970, un’eccellenza del territorio, e non solo

Pizzeria Mario dal 1970, un tempio del gusto a Barra 51 anni e non sentirli. La Pizzeria Mario dal 1970, situata a Barra, storico quartiere della periferia Est di Napoli, è una di quelle realtà gastronomiche non mainstream che vale la pena di conoscere, un ristorante senza vezzi né coccarde, in cui è la bontà dei piatti a regnare incontrastata. Pizze, panini e non solo, le generazioni che via via si sono avvicendate hanno confezionato un pacchetto gastronomico veramente ricco, con diverse sfumature d’innovazione, e garantito un servizio cordiale, alla mano ma estremamente professionale.    Abbiamo intervistato Alessandro Monaco, attuale gestore della Pizzeria Mario, che ci ha guidato in una buonissima degustazione di alcune delle delizie che ogni giorno vengono servite ai suoi clienti.   Pizzeria Mario dal 1970 è una istituzione del territorio. Ci racconti un po’ la storia della sua nascita e di come negli anni le generazioni hanno portato avanti il sogno della ristorazione. Il sogno del Maestro Pizzaiuolo Mario Torre, dopo anni di esperienza maturata presso pizzerie con nomi noti come Mattozzi e Pasqualina, era di aprirsi un locale tutto suo. E ci riuscì nel 1970, inaugurandone uno il 1° agosto nel quartiere Barra al corso Bruno Buozzi. Via via il Maestro riceveva sempre maggiore consenso tra i clienti della zona tanto che per mangiare la sua pizza le persone aspettavano in coda anche 1 ora e più; con lui negli anni si avvicinò anche sua moglie che si era messa al forno a cuocere le pizze. Con il tempo entrò a far parte della famiglia Valentino Gargiulo, che di lì a qualche anno sarebbe stato il marito della figlia del Maestro Mario, la Signora Maria Rosaria, e futuro titolare della struttura. Proprio così, lui e la Signora Rosaria continuarono sulla scia del Sig. Mario e Signora sostituendo entrambi egregiamente e mantenendo alta la qualità e la tradizione della pizzeria Mario a Barra. Il destino volle poi che la figlia della Signora Maria Rosaria e Valentino, Filomena, si innamorasse e si sposasse con un pizzaiuolo. Il Maestro Alessandro Monaco era all’inizio un giovane pieno di esperienza e di idee moderne e vincenti: stava per nascere la svolta definitiva a quella che ora è la “nuova versione” della pizzeria Mario: l’innovazione del Maestro Alessandro con quella della tradizione. Ad oggi Alessandro e Filomena gestiscono a tempo pieno la pizzeria Mario con la presenza del papà Valentino, riuscendo a mantenere forte attenzione alla tradizione del locale.   Come ha cambiato il covid il vostro settore e il rapporto con la clientela? Il covid ha dato una fortissima scossa a tutto ciò che esiste nel mondo, non solo alle attività commerciali e ristorative. Da parte nostra possiamo dire che siamo riusciti a “mantenere” viva la fiducia nei confronti della nostra clientela grazie al fatto che siamo presenti sul territorio dal 1970, essendo stata la prima struttura proprio del quartiere a nascere 51 anni or sono. Sicuramente il cambiamento che ha avuto maggior effetto determinato dal covid è stato quello […]

... continua la lettura
Food

Just Pokè: a Portici apre il primo bistrot hawaiano

Dopo l’apertura del suo primo punto vendita a Torre del Greco nasce il secondogenito di Just Pokè, un franchising napoletano di hawaiian bistrot, marchio ideato dai tre giovani imprenditori Angelo Guida, Antonio Rivieccio e Giorgio Parisi. Potremmo considerarlo il “nuovo sushi” hawaiano, la pokè in Italia da un po’ di anni a questa parte sta spopolando tra i salutisti e non solo: molti ristoranti stanno integrando la loro offerta con piatti della cucina hawaiana, ed altri – appositamente dedicati – stanno aprendo. Instagrammabili, super colorati, healthy, facili da ordinare con la modalità del delivery. Sono il piatto del momento, e in effetti le pokè piacciono tanto agli italiani e hanno molte caratteristiche che possono funzionare a Napoli. Gli ideatori di Just Pokè intendono con il loro progetto portare i piatti della cucina hawaiana all’attenzione dei gourmande. Belli per come sono confezionati. Buoni perché la loro preparazione si presta a infinite varianti: per il loro assembramento possono essere utilizzati non solo gli ingredienti classici (salmone, ananas, edamame, avocado, etc.), ma anche prodotti locali, entrambi di prima qualità. Ingredienti Made in Italy, preferibilmente a Km 0, per ricette inedite di pokè in versione “local”. La pokè: il cibo del futuro    Le pokè piacciono perché sono easy, tanto golose quanto salutari, perfette per qualsiasi dieta perché contengono tutti i valori nutrizionali ma consentono di regolare le calorie e, per la loro versatilità, possono soddisfare qualsiasi capriccio o desiderio – dalla colazione alla cena – partendo da una base di riso. Le originali bowl possono essere gustate nei locali di Just Pokè o, grazie al delivery, restando comodamente a casa.  «Oltre a contenere tutti i valori nutrizionali possibili, i pokè sono versatili – spiega l’imprenditore Giorgio Parisi, tra gli ideatori del progetto -,si possono mangiare sia a pranzo che a cena, si possono comporre a piacimento partendo dalla base (ovvero il riso aromatico, la frutta e la verdura) che ben si abbina a prodotti del nostro territorio, perciò crediamo che così rivisitati possano piacere anche ai buongustai, oltre che ai salutisti».   Just Pokè è un hawaiian bistrot con colori ed arredi ispirati alle ambite isole degli Stati Uniti, un menù integralista che comprende i piatti della cucina hawaiana ottenuti in parte con ingredienti nostrani. Sapori e tecniche della cucina hawaiana si mescolano a materie prime e creatività italiane, o meglio regionali. L’approccio al business è attualissimo e sicuramente interessante per chi è in cerca di un’affiliazione nel food. «Grazie ai miei soci sono riuscito a realizzare questo mio sogno – dichiara. – Hanno creduto nel progetto, investendo soldi e competenze. Oggi bisogna regalare al cliente un’esperienza emotiva, perciò abbiamo cercato di creare qualcosa di diverso rispetto agli hawaiian bar che stanno nascendo come funghi». Nel menu, tra i nostri preferiti sicuramente la “Tsunami Tuna” con riso sushi, tartare di tonno dei nostri mari, sesamo tostato, mayo aromatizzata con estratto di wasabi, scaglie di tonno lentamente essiccate, mela verde, ravanelli, cetrioli in osmosi e salsa yuzu e, indubbiamente sul podio la “Omega 3″ con riso venere, pesce azzuro flambè, cipolla rossa dell’Agro Nocerino-Sarnese all’agrodolce, julienne di calamari, sfoglie d‘alga nori, edamame, sesamo bianco tostato e salsa ponzu. Insomma, la Pokè è davvero un piatto fresco e innovativo, servito su una tavola da surf, abbinato con […]

... continua la lettura
Food

Stigghiola: storia, cultura e tradizione culinaria siciliana

La Stigghiola è la pietanza per eccellenza dello street food siciliano. Il celebre piatto tipico, chiamato il dialetto ‘u stigghiolaru”, è simbolo della cucina povera d’un tempo, e rappresenta oggi un apprezzatissimo piatto della tradizione siciliana. La Stigghiola è stata inserita dal Ministero delle Politiche Agricole e Alimentari nella lista dei prodotti italiani agro alimentari tradizionali (PAT). La preparazione Sicuramente per un piatto degno di nota è importante scegliere la migliore materia prima per un’eccellente riuscita della pietanza in questione. L’ingrediente base per preparare la Stigghiola è dato dalle interiora dell’agnello o capretto, in alcuni casi anche il pollo. La ricetta tradizionale è piuttosto semplice e prevede: budella lavate con acqua e sale, condite con prezzemolo e limone ed infilzate in uno spiedino oppure arrotolate intorno ad un piccolo cipollotto. Una volta eseguita questa semplice operazione, lo spedino si cuocerà alla brace. In realtà più che uno spiedino, le interiora utilizzate per questo secondo piatto, consumato soprattutto a Palermo, vanno a formare una sorta di lungo torciglione; è come se la carne si arrotolasse su se stessa. Stigghiola: etimologia e tradizione culinaria  Il nome stigghiola deriva dal latino “Extilia”, o meglio, per esser precisi dal diminutivo “Extiliola” (intestino, budella). La scelta del diminutivo, secondo alcuni, è paragonabile a un vezzeggiativo per la donna di cui si è innamorati. Le origini del piatto che, come abbiamo detto inizialmente discende dalla tradizione povera, sono molto antiche e risalgono ai Greci. La Stigghiola odierna infatti nasce da un piatto greco chiamato Kokoretsi, una sorta di grossa Stigghiola di agnello cotta alla brace, tipica del periodo pasquale. La Stigghiola infatti veniva già cucinata nelle città greche dell’isola siciliana da coloro che non potevano permettersi di acquistare carne e pesce. Una pietra miliare della cucina siciliana, per la cui preparazione occorrono tempo e pazienza. Alcuni macellai palermitani, affermano che, per realizzare le Stigghiole la sveglia al mattino suona molto presto, sia per pulire accuratamente la carne, ma anche se si sceglie di sostituire lo spiedino in legno con una costa di sedano o un cipollotto, intorno al quale avvolgere le interiora. Lo step successivo riguarda la preparazione della brace, che deve ardere ma non troppo, in modo che le Stigghiole non si brucino. La cottura è lunga, la carne dovrà avere una consistenza piuttosto elastica, ma non gommosa; una volta ultimata, si sposteranno gli “spiedini” su una parte della brace non troppo ardente, per far sì che non si raffreddi la carne e quindi non indurisca. Oltre alla versione domestica del piatto, la Stigghiola discende dalla tradizione propria dello street food, infatti, passeggiando per le stradine palermitane, di certo non passeranno inosservate le bancarelle degli stigghiolari, veri e propri maestri dell’arte culinaria; la brace, si prepara con molto anticipo rispetto alla cottura, e i turisti ma anche i tanti palermitani, non possono fare altro che lasciarsi inebriare dal profumo che tale leccornia sprigiona. D’altronde a Palermo, come in tutte le città del Sud, non mancano i sapori forti, frutto delle varie contaminazioni di origine greca, romana, araba, […]

... continua la lettura
Food

Pizzeria Trattoria Sannino, uno scrigno di gusto e tradizione

Pizzeria Trattoria Sannino, uno scrigno di gusto e tradizione nel centro di Napoli Tradizione, lavoro, semplicità. I Sannino sono arrivati a Napoli in punta di piedi, ma stanno già conquistando palati e cuori della clientela partenopea. La loro storia è quella di una famiglia che ha sempre dedicato tutto, anima, fatica e passione all’arte bianca e ad un tipo di ristorazione che non vuole orpelli e fronzoli, che mira all’essenza più che all’estetica del gusto. È una storia che parte da Napoli, passa per Giugliano, e a Napoli infine ritorna, così come i grandi amori, che hanno solo bisogno di coraggio e del giusto tempismo. E così è nata, in Via Guglielmo Oberdan 28/A, a due passi da via Toledo, la “Trattoria Pizzeria Sannino”, un piccolo tempio dei sapori made in Campania. Una pizza spettacolare con prodotti freschi e sempre al passo con le stagioni, primi e secondi che sembrano usciti dai ricettari della nonna, sono il pane quotidiano di questo locale che fa della gentilezza dei proprietari e dei prezzi incredibilmente onesti alcuni dei suoi baluardi.  Abbiamo intervistato Salvatore Sannino che ci ha raccontato qualcosa di più sulla sua famiglia e sul nuovo progetto. Pizzeria Trattoria Sannino, scopriamone di più Come nasce questa nuova avventura? Mio padre, dopo aver lavorato per 40 anni in una nota pizzeria a Napoli, ha deciso di aprirsene una tutta sua a Giugliano dove abbiamo riscontrato un buon successo. Ma dopo quasi un decennio era ora di tornare qui, dove viviamo e abbiamo le nostre radici da sempre, e completare la realizzazione di un sogno. Un sogno che vede tutta la nostra famiglia protagonista dato che in questa attività sono coinvolti Nicola, mio fratello, pizzaiolo da 30 anni, mio padre Enzo, mia sorella Anna e mia madre Maria. I nostri figli, invece, rappresentano il futuro della Pizzeria Trattoria Sannino. Quali sono i vostri piatti forti? Quella della tradizione. Noi puntiamo al massimo della semplicità, alla genuinità ormai perduta. E nel fare ciò, utilizziamo prodotti di primissima qualità con un occhio attento alla stagionalità. La qualità paga sempre, soprattutto in una piazza complessa come quella di Napoli. Come ha cambiato il covid la ristorazione secondo lei? Molto, le persone sono preoccupate e attente ad ogni aspetto. L’economia e il suo crollo completano un quadro in cui dobbiamo avere la forza di rialzarci, anche attraverso il turismo che è l’anima della nostra città e del nostro settore. Un parere sul concetto di “gourmet” Io non sono contrario al gourmet, ma c’è bisogno di competenza, prima di tutto, non ci si può improvvisare chef stellati – tendenza che accumuna molti pizzaioli oggi. Più che altro è assurdo notare come un semplice cambio di nome come, ad esempio, “ziti con crema di cipolla” possa cambiare la percezione di un piatto in realtà semplice e storica come la “genovese”. Oltre a ciò, le porzioni sono troppo spesso minuscole e si rischia di non dare soddisfazione al cliente. In questo la nostra trattoria va controcorrente, a noi questi appellativi – […]

... continua la lettura
Food

I vini dell’Alto Piemonte a Napoli: un excursus con degustazione

Il 30 e 31 Maggio il Consorzio Tutela Nebbioli – Alto Piemonte ha organizzato presso l’Hotel Excelsior di Napoli otto Masterclass alla scoperta delle specialità enologiche piemontesi. Scrisse il Cavour: “Or dunque rimane provato che le colline del Novarese possono gareggiare coi colli della Borgogna; e che a trionfare nella lotta è solo necessario proprietari che diligentino la fabbricazione dei vino e ricchi ed eleganti ghiottoni che ne stabiliscano la riputazione“. È con questa citazione che Mauro Carosso, delegato Ais Torino e profondo conoscitore dei vini piemontesi, ha dato il via alla Masterclass del 30 Maggio 2021. Nella location esclusiva dell’Hotel Excelsior sul lungomare di Napoli ha avuto infatti luogo la serie di masterclass alla scoperta dei vini dell’Alto Piemonte  (Non dite che non vi avevamo avvertiti: ne avevamo parlato qui).  I vini dell’Alto Piemonte, un’esperienza divina La degustazione dei vini dell’Alto Piemonte ha coinvolto 7 vini della provincia del Novarese: un terreno ricco di storia, che, unitamente alle miti caratteristiche climatiche dell’area, conferisce al vino che ne viene prodotto un’inconfondibile personalità. I vitigni che hanno coinvolto la nostra masterclass sono stati il Nebbiolo, che più marca la diversità territoriale e climatica dell’area del Piemonte, e la Vespolina, dall’uva dolce e speziata, spesso usata in assemblaggio col primo: i vini che ne risultano sono dall’alta disponibilità gastronomica, dalla temperatura ideale tra i 16° e i 18° e ideali per accompagnare i pasti grazie alla loro acidità e freschezza. Le aziende produttrici coinvolte e i loro vini sono i seguenti: Chiovini&Randetti – Vespolina delle Colline Novaresi, Afrodite (2020). Vitigno: 100% Vespolina Maturazione: In acciaio per 9 mesi. Di colore rosso rubino con riflessi violacei, il profumo è fruttato e presenta al gusto una nota di frutto di bosco rosso fresco. Tiziano Mazzoni – Vespolina delle Colline Novaresi, il Ricetto (2019). Vitigno: 100% Vespolina Maturazione: In acciaio per 6 mesi. Più invecchiato del precedente, il profumo risulta più completo, mentre al gusto presenta una nota di confettura di frutta. Platinetti Guido di Fontana Stefano e Andrea – Vespolina delle Colline Novaresi (2019). Vitigno: 100% Vespolina Maturazione: In acciaio per almeno 6 mesi, affinamento in bottiglia per almeno 4 mesi. Rispetto ai vini precedenti, per via del suo processo di vinificazione e affinamento, presenta una nota balsamica, simile al vino invecchiato in legno. Enrico Crola – Nebbiolo delle Colline Novaresi, Giulia (2017). Vitigno: 100% Nebbiolo Maturazione: In acciaio. Dal colore granato, aranciato con riflessi nel giallo e dalla buona trasparenza. Al naso presenta note di floralità decadente, mentre al gusto presenta note di confettura e di mandorla finali. Tenute Guardasole di Bui Marco – Boca (2017). Vitigno: 80% Nebbiolo, 20% Vespolina Maturazione: In legno per 4 mesi. Biologico, destinato al lungo invecchiamento. Presenta note di soffusa mineralità per via del terreno di origine vulcanica particolarmente ricco di minerali. Ioppa – Ghemme, Santa Fè (2015). Vitigno: 85% Nebbiolo, 15% Vespolina Maturazione: In legno per 48 mesi. Color rubino granato dai riflessi aranciati, si presenta strutturato e vellutato nel gusto, quanto fine ed etereo all’olfatto, […]

... continua la lettura
Food

Boss delle pizze: un’influencer del food tutta campana

Quale lavoro si cela nel “dietro le quinte” di questa figura professionale digitale, oggigiorno in forte ascesa? Lo chiediamo alla boss delle pizze. Tra le nuove competenze del brulicante mondo dei blog tematici, si sta ritagliando una fetta – è proprio il caso di dirlo – sempre maggiore, quella del foodblogger, ovvero quella figura che, nutrendo passione per il mondo del cibo e della cucina, decide di aprire un blog tematico e trattare dell’argomento, adoperando i social media per relazionarsi con i propri utenti. Ebbene, Eroica Fenice ha avuto il piacere di intervistare “la boss delle pizze” Ersilia Cacace, nota foodblogger e giornalista partenopea di spiccata bravura, che annovera migliaia di followers su Instagram, dove cura una pagina in primo luogo dedicata alla pizza, ma nella quale ampio spazio è dedicato anche ad altri piatti della tradizione campana. Food e web: il binomio perfetto A quando risale la tua “comparsa” sul web? Risale alla mia iscrizione su Facebook alla fine del 2008: allora giravo già con una fotocamera (molto ancestrale!) in borsa e amavo fotografare i piatti che assaggiavo in giro per locali e pizzerie, che scovavo tramite Tripadvisor e che poi pubblicavo sul mio profilo privato. Finché nel 2015 ho aperto una pagina chiamata “Gran tour della pizza”, dove pubblicavo maggiormente pizze, perché è sempre stato il mio piatto preferito da quando ero piccola. Come hai iniziato la tua attività di foodblogger come “La boss delle pizze”? Nasce nel 2017 con la creazione della mia pagina Instagram “La boss delle pizze”, che, essendo stata notata fin da subito, mi ha consentito di ricevere i primi inviti nei locali e nei campionati in veste di giudice di gara. Il nome mi è stato scherzosamente attribuito da mio cognato per la mole di inviti che avevo iniziato a ricevere – in quel periodo era molto in voga il programma “Il boss delle cerimonie” – e io ho deciso di adottarlo, anche perché l’idea piacque fin da subito ai miei followers. Quando hai deciso di intraprendere un’attività lavorando con una pagina dedicata al food? Non è stata una decisione, perché mi ero da poco laureata in Lettere Classiche e avevo deciso di proseguire gli studi della Magistrale; parallelamente avevo iniziato a collaborare con il giornale “L’occhio di Salerno” – diventato nel 2017 “L’occhio”, coprendo tutte le cinque province campane – al fine di realizzare il mio sogno, coltivato da tempo, di conseguire il patentino da giornalista. Da quel momento, il comparto food mi ha attirata potentemente a sé, attraverso numerose collaborazioni con ristoranti, pizzerie e pub, nonché inviti a partecipare a importanti tornei sia campani che non, unitamente alla richiesta di una gestione social delle loro pagine; sicché ho deciso di allontanarmi mio malgrado dall’università, dato l’aumento degli impegni lavorativi. Si trattava di un settore che mi interessava molto, quindi mi sono facilmente lasciata trascinare al suo interno. Qual è il tuo rapporto con i social media? Non ne sono dipendente, ma sono il canale principale attraverso cui passa il mio lavoro, […]

... continua la lettura
Food

Una nuvola di pizza in pala: la nuova idea di Johnny Take Uè

Evolversi per superare la crisi, innovare per interessare la clientela. Johnny Take Uè riformula la classica proposta della pizza in pala ispirandosi alle nuove frontiere che stanno rivoluzionando il mercato gastronomico, unendo la qualità della tradizione alle nuove frontiere dello street food: nasce così il nuovo format “Pizza in pala, focaccia & pane” che ha inaugurato il 4 febbraio in Via Nazionale Appia, 172 a Casagiove in provincia di Caserta. Questa è la nostra intervista ai founder Francesco Esposito e Giovanni della Corte, e al primo affiliato del format Johnny Take Uè pizza in pala Enrico Esposito. Cosa vi ha spinto ad inaugurare in un periodo così difficile? Avevamo una grande voglia di presentare il nostro progetto consapevoli di dover affrontare difficoltà di mercato e restrizioni che limitano le potenzialità di qualsiasi attività. Dopo tutto siamo molto contenti del risultato e dell’entusiasmo con cui le persone si sono approcciate a Johnny pizza in pala. Complimenti sia per il prodotto sia per il locale e questo ci ha dato grandi soddisfazioni. Quali i punti di forza? Ne abbiamo tanti… Alta qualità della materia prima partendo dalle farine speciali a tutti i condimenti e dall’attenzione ai dettagli. Ci è piaciuto abbinare la qualità al piacere del palato e alla salute perché la vogliamo raccontare anche in chiave healthy. I nostri impasti e le farine speciali che utilizziamo (tradizionale nuvola, integrale, multicereali, grani antichi, curcuma & zenzero) ci piace definirle come l’evoluzione della pizza classica. Perché avete scelto Caserta? Abbiamo avuto subito la possibilità di incontrare un imprenditore di Caserta che ha creduto nelle grandi potenzialità del format ed aveva a disposizione un locale in top location. Bello confrontarsi in una città come Caserta dove la pizza è cultura, ne è diventata negli anni distretto di premiati pizzaioli. Bella sfida per noi introdurre un prodotto nuovo e ricercato. Quali sono i prossimi passi? Siamo attivi come franchising, ed abbiamo in cantiere già tante nuove aperture con Torino, Napoli, Firenze, Acireale, Caltannisetta e tante altre trattative in corso. Nei prossimi due anni stimiamo circa 20 aperture. Che consigli vi sentite di dare a chi fa impresa nel food in questo momento storico? In Italia ci sono imprenditori incredibilmente bravi che hanno scritto la storia del food italiano che tutto il mondo ci invidia. Sarebbe complicato dispensare consigli a gente super esperta e che ha fatto e farà ancora cose meravigliose perché presto ritorneremo a raccontare belle storie. Noi abbiamo solo portato una ulteriore idea e proposta allo scenario e mercato esistente cercando di lavorare sulla personalizzazione, qualità e bontà in un format dal layout nuovo, conviviale e con un atmosfera rilassante e… che crea dipendenza! (o meglio ci speriamo). Marcello Affuso

... continua la lettura
Food

Milkaway, a Napoli il vegano è goloso

Cibo sano, delizioso ed eticamente impeccabile. Erika e Federica Iengo con il loro Milkaway, dal 2017 impastano, compongono, friggono o infornano piccoli capolavori gastronomici cruelty e lactose free. Una pasticceria (in cui qualche eccezione salata non manca) piccola ma in grado di far breccia nei cuori dei napoletani, di solito scettici verso quanto differisce dalla tradizione. In vista della Pasqua, le abbiamo intervistate e… Qual è l’idea dietro la nascita di Milkaway? Il Milkaway nasce dalla voglia del buon cibo tradizionale. Prima di noi era introvabile, quanto meno per il nostro gusto ed essendo vegane da 15 anni, ben capivamo quanto fosse una necessità che il Milkaway nascesse, per raggiungere e aiutare più persone possibile. Siamo cresciute in una famiglia di ottima forchetta e le “presunte alternative” per noi non erano al livello. Per questo dal 2017 abbiamo aperto la prima pasticceria completamente vegana di Napoli, con specializzazione anche in salati e gelateria. Da allora moltissime realtà, con nostro stupore, hanno iniziato a imitate le nostre creazioni cercando di rimanere al passo, provando a proporre anche dolci e salati (ed in alcuni casi anche copiando il nostro nome!), cercando di alzare il livello e di conseguenza aumentando però la proposta vegana in zona. Sempre più persone si stanno avvicinando all’alimentazione vegana: presa di consapevolezza o moda? Crediamo che l’avvicinamento all’alimentazione vegana non sia una moda, ma un’esigenza, etica ed ambientale. Che impatto ha avuto il Covid sulla vostra attività? Con l’arrivo del Covid-19 e la prima quarantena abbiamo deciso, per esigenza, di chiudere temporaneamente l’accesso su strada e quindi il nostro negozio, per favorire l’apertura di un laboratorio chiuso al pubblico, che ci consentisse di continuare a lavorare decreti permettendo. Quali delizie avete in serbo per questa strana Pasqua? Per Pasqua, oltre ai dolci tradizionali di nostra reinvenzione (colombe, pastiere, cassate, casatiello, uova in tantissimi gusti mai proposti) abbiamo arricchito l’offerta con babà farciti, Piume Milkaway ed altri dolci di nostra invenzione al lievito madre antico. Progetti per il futuro? I nostri progetti? Noi continueremo ad innovare e diffondere le nostre creazioni, con la consapevolezza e la speranza di continuare a ispirare gli altri per un futuro migliore per tutti.

... continua la lettura
Food

La zuppa di cozze di ‘A Figlia d’o Marenaro: la ricetta

Giovedì santo a Napoli vuol dire zuppa di cozze e zuppa di cozze, per molti ormai, vuol dire ‘A Figlia d’o Marenaro, il ristorante che da anni si è affermato come eccellenza nella ristorazione napoletana per la qualità dei propri prodotti di mare. Abbiamo intervistato per voi Giuseppe Scicchitano, il giovane proprietario del ristorante Innovative di ‘a Figlia d’o Marenaro. Il motto del tuo locale è offrire un’unione tra tradizione e innovazione: partiamo dalla tradizione. Tu sei ‘o nipote d’o marenaro: qual è la storia di tuo nonno? Mio nonno Raffaele, detto ‘o marenaro, negli anni ’40 era solito “dare la voce” nei quartieri popolari, conducendo il carretto del brodo di polpo che, essendo bollente, si riteneva avesse proprietà curative contro la tosse e l’influenza. Fu nel 1955 che infine mio nonno aprì il suo chalet, i cui piatti forti erano zuppa di cozze e caponata, riscontrando un forte successo. La tradizione culinaria è stata poi portata avanti da tua madre, Assunta Pacifico, volto del ristorante ‘A Figlia d’o Marenaro: quale pensi che sia l’insegnamento più importante della “scuola” di Assunta? È proprio da lei che ho appreso lo spirito che guida i nostri ristoranti: nel 1990 mia madre Assunta ha aperto il ristorante ‘A Figlia d’o Marenaro portando avanti la tradizione di famiglia, ma innovandola al contempo arricchendo il menù con piatti tipici della tradizione napoletana di mare. Ed è anche quello che tu hai fatto con il tuo nuovo ristorante Innovative, sito al piano superiore del locale storico in Via Foria 180-182: in che modo la cucina del tuo locale aggiunge qualcosa in più alla tradizione di famiglia? Sono molto legato alle tradizioni della nostra terra e agli insegnamenti della mia famiglia, che ci hanno portato ad essere un nome importante nella ristorazione napoletana e campana. Sono tradizioni che non abbandonerò mai, ma a cui ho voluto apportare un pizzico di innovazione, come espressione di una nuova generazione di ristoratori che vuole esprimersi e portare un contributo alla tradizione. Il menù di Innovative, il mio locale inaugurato il 27 Novembre 2019, offre una vasta gamma di piatti, che spazia tra il classico spaghetto alle vongole e piatti sperimentali come la nostra cheesecake salata con base di fresella, ricotta e tartare di gamberi (di cui noi di Eroica abbiamo parlato qui), che sta riscuotendo un particolare successo tra i nostri clienti. Oggi è un giorno particolarmente importante per le vostre attività, grazie alla vostra famosa zuppa di cozze che, da tradizione napoletana, viene servita il giovedì santo. Qual è il vostro segreto per battere la concorrenza? Anche la nostra zuppa di cozze è stata rivisitata nel tempo: se al principio mio nonno preparava la zuppa di cozze napoletana tradizionale, ovvero solo con polpo, cozze e maruzze, noi l’abbiamo arricchita nel corso degli anni aggiungendo scampi, fasolari e vongole, raggiungendo quello che secondo noi è un connubio perfetto di sapori del mare. Sappiamo di chiedere troppo, ma condivideresti con noi la vostra ricetta? Certamente. Il procedimento è piuttosto semplice: si […]

... continua la lettura
Food

Pasqua vegana, light o senza glutine? Ci pensa Probios!

Il cambiamento parte dai piccoli gesti, dalle scelte solo in apparenza banali che ognuno di noi compie quotidianamente. Una delle più importanti riguarda ciò che mettiamo nel cestino o nel carrello della spesa. I dati parlano chiaro, l’allevamento intensivo è la prima causa dell’inquinamento mondiale. E anche se sembra utopico farne ormai a meno, sono pur sempre i consumatori a dirigere il mercato e le sue perverse dinamiche. Gli approcci vegani o vegetariani, ad esempio, sono notevolmente più sostenibili ed evitano lo sfruttamento e la macellazione di miliardi di animali. Anche per questo, un crescente numero di persone sono propense ad avvicinarsi alla green cucine, sostenuti da una grande quantità di aziende che, anche in Italia, stanno cambiando politica, cercando di proporre alimenti più sani e quanto più cruelty free possibile. Una della prime promotrici di questo stile di vita è stata ed è ancora la toscana Probios che, da oltre 35 anni, commercializza prodotti frutto di agricoltura biologica. E non solo. Sono molteplici, infatti, le proposte per ogni forma di intolleranza, quella al glutine in primis, che figurano nella sua linea che punta a soddisfare con prodotti bilanciati, senza trascurare in alcun modo il gusto. Il gusto, appunto, perché uno degli stereotipi che gli alimenti di questo tipo portano dietro è di non essere all’altezza. Non è così, non più almeno. La Pasqua secondo Probios Probios, in coerenza con la partnership e la campagna cruelty free portata avanti con la Onlus Essere Animali, ha aggiornato la sua linea pasquale con un occhio sempre vigile all’ambiente e alla salute dei suoi clienti. Sono nate così il Dolce Pasqua con gocce di cioccolato senza zuccheri aggiunti, la colomba tradizionale con lievito madre, cioccolato da mercati equi e solidali e uova biologiche, e le colombe vegane con frutti rossi, farcite con crema al cioccolato o farro e gocce di cioccolato. Per quanto concerne le uova di Pasqua, invece, la scelta è tra bianco, fondente, al latte (di soia e vaccino). La domanda sorge spontanea, come sono questi lievitati? Buoni, delicati nei sapori. Abbiamo assaggiato nello specifico la Dolce Pasqua Vegan con crema al cioccolato e quello che ci ha subito colpito – al di là del packaging molto raffinato – è stato il profumo. Per quanto riguarda il sapore, l’impressione è di trovarsi davanti ad un dolce di qualità, un lievitato leggero (merito della lavorazione a “pasta acida”), morbido e con una crema di cioccolato dalla dolcezza equilibrata, non stucchevole né eccessivamente amara. Promossa, quindi, ad ulteriore riprova che si può portare avanti un’azienda di successo nel rispetto dell’ambiente. La linea pasquale Probios, ne siamo sicuri, sarà in grado di smentire i più scettici, quelli che erroneamente ancora credono che il senza glutine o il vegan friendly sia sinonimo di scarsa bontà. Marcello Affuso

... continua la lettura