Teresa Cervo: storie di carta e d’amore

Al Grand Hotel Parker’s si è tenuto il 9 febbraio il vernissage di Teresa Cervo, a cura della Dipunto studio.

Le pareti del sesto piano dell’hotel – per quanto apparentemente impossibile – sono state valorizzate dalle opere dell’artista, che ha inaugurato la sua mostra in una cornice d’eccezione. I lavori resteranno in mostra fino all’8 marzo, dove le “piccole donne” di Teresa saranno protagoniste del breakfast in rosa, per quella data, aperto a tutte le donne. Sono “storie di carta e d’amore”, le storie di Teresa, ma sono soprattutto storie di donne.

L’universo femminile è plasmato dalle mani dell’artista con amore, con fil di ferro e cartapesta; materiali poveri per figure leggere e ricercate nelle forme, un’arte “proletaria”, fatta di un artigianato che profuma veramente di bottega.

La sensibilità della donna, prima ancora che dell’artista, la si riscontra nelle sculture, nei quadri bidimensionali in ferro e ne “gli Altrove”, vale a dire i mezzibusti in cartapesta di donne senza occhi. Donne dal collo lungo come la Madonna del Parmigianino, forse un richiamo al Manierismo ed alle figurine di Modigliani. Arte classica e moderna si fondono per farsi contemporanea.

Storie di carta: di Teresa Cervo

Teresa, donna schietta e dai modi affabili, ci ha concesso un’intervista.

Quando hai iniziato la tua produzione?

Ho iniziato negli anni ’70, con materiali poveri come il cuoio, poi ho esplorato ed ho lavorato con altri materiali, come la carta ed il fil di ferro. I lavori presenti in sala, sul piano concettuale sono la sintesi degli ultimi trent’anni, anche se di recente produzione.

Nelle tue opere ci sono molteplici influenze artistiche, dal Manierismo alla Pop art passando per il dadaismo. Qual è il valore concettuale dei tuoi lavori?

Sì, infatti, è vero, vi sono più richiami al passato ed il valore concettuale è nella mia capacità di riuscire a trasmettere con un’opera materica la concretizzazione di sogni e di idee al femminile in uno spazio bidimensionale. Spazio bidimensionale che crea, con il gioco di luci e di ombre, personaggi che si moltiplicano nel quadro, e questo effetto offre la possibilità al fruitore di leggere l’ opera in più chiavi, creando, come in un romanzo, una narrazione “solida”.

Gli Altrove sono sculture senza occhi, perché?

Sono donne prive di occhi perché si trovano in una dimensione diversa, infatti sono altrove; non è una fuga dalla realtà né una mutilazione, bensì un vedere oltre che è un concetto diverso dal guardare.

Tutti i grandi artisti attraversano periodi diversi e lasciano ai critici la possibilità di definire la loro arte. È un tentativo fattibile anche per un artista definire se stesso e la sua arte?

No, credo non sia possibile per me. Sono libera da etichette; non diversamente dai fili di ferro che modello, prendo la forma e la bidimensionalità dei miei personaggi femminili. Agli altri lascio l’ interpretazione.

La sala si riempe di gente e la musica del pianoforte avvolge, come una coperta di cashmere, gli invitati.

I miei occhi fissano “Gli Altrove” di Teresa Cervo ancora una volta ed alla mente torna il pensiero di Amedeo Modigliani: “quello che cerco non è né la realtà né l’irrealtà, ma l’inconscio, il mistero dell’istinto nella razza umana”.

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