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Eroica Fenice

Il giudice respinge il ricorso della mamma lavoratrice licenziata da Ikea: la lotta di Marica Ricutti

Il giudice respinge il ricorso della mamma lavoratrice licenziata da Ikea: la lotta di Marica Ricutti

Ai primi di questo Aprile, è stata emessa dal tribunale di Milano la sentenza che sembra aver messo un punto alla discussa vicenda di Marica Ricutti, la mamma di due bimbi, di cui uno affetto da disabilità, ex impiegata dell’Ikea, licenziata per non aver rispettato più volte i turni di lavoro. Ritenute ingiuste le motivazioni addotte dal colosso svedese come giustificazione per la decisione presa, la donna ha impugnato il licenziamento e fatto ricorso, chiedendo, col sostegno del sindacato e dei suoi colleghi, il reintegro e il risarcimento del danno. Il giudice, però, ha rigettato l’appello di Marica, valutando non discriminatorio il licenziamento della donna. Sembra, e non è cosa certa, che si sia giunti all’epilogo dell’accaduto, e non solo per i numerosi riscontri negativi che la sentenza ha avuto nell’opinione pubblica, ma soprattutto perché Marica e i suoi sostenitori non intendono arrendersi. Ma com’è nata l’epopea di Marica? E perché si è trasformata nella lotta di ogni lavoratrice madre?

Dal licenziamento disciplinare di Marica Ricutti al sostegno di sindacati e colleghi

Innanzitutto, chi è Marica Ricutti? Il riferimento “madre lavoratrice” dice già tanto: Marica Ricutti è una donna di 39 anni, separata e madre di due bambini, di cui uno disabile, che ha lavorato per ben 17 anni presso l’Ikea di Corsico, fin quando, il 21 novembre dello scorso anno, non è stata licenziata. L’accento va necessariamente posto sull’invalidità del figlio, perché è per questa ragione che la signora Ricutti ha potuto usufruire della cosiddetta 104, cioè dei particolari benefici (previsti, appunto, dalla legge quadro 104/92) per i familiari conviventi con un portatore di handicap. L’Ikea era, senz’altro, al corrente delle necessità della donna, così come non era passato inosservato l’impegno della lavoratrice, che l’ha portata alla promozione da addetta al bistrot a coordinatrice del ristorante. Un avanzamento di carriera che Marica ha con piacere accettato, chiedendo però che non le venissero cambiati gli orari dei turni, grazie ai quali riusciva a conciliare il suo impiego con le terapie seguite dal figlio. Una richiesta, da quanto emerge, non pienamente accolta dai suoi responsabili, poiché i turni sono stati effettivamente ridimensionati. Per due volte, così, Marica sarebbe arrivata sul posto di lavoro con qualche ora di ritardo, inadempienza che le è costata prima un richiamo, poi il licenziamento. Stando alle dichiarazioni dell’azienda svedese, infatti, si tratterebbe di licenziamento disciplinare, nello specifico a causa del mancato rispetto dei turni. “Negli ultimi 8 mesi la signora Ricutti ha lavorato meno di 7 giorni al mese e, per circa la metà dei giorni lavorati, ha usufruito di cambi di turno e spostamenti di orario, concordati con i colleghi e con la direzione del negozio, (…) in più occasioni, la lavoratrice, per sua stessa ammissione, si è autodeterminata l’orario di lavoro senza alcun preavviso né comunicazione di sorta, mettendo in gravi difficoltà i servizi dell’area che coordinava e il lavoro dei colleghi, creando disagi ai clienti e disservizi evidenti e non tollerabili”, ha dichiarato l’Ikea, non mancando di sottolineare che gran parte delle assenze erano coperte dai permessi di cui Marica poteva avvalersi ex legge 104/92. Queste sono state le motivazioni addotte dall’azienda: e uno sciopero di 8 ore, finalizzato alla reintegrazione di Marica, organizzato dalla Fimcals-Cgil ne è stata la risposta. I lavoratori dell’Ikea hanno mostrato il loro sostegno alla collega (che, presente allo sciopero, ha dichiarato di non aver “mai chiesto privilegi ma solo un aiuto”) e non solo: è emerso anche il malcontento derivante dai cambi turno “obbligati”. Sarebbe, infatti, un algoritmo ad elaborare ogni semestre un piano di turnistica degli impiegati (poi discusso e adattato dai responsabili dei settori), tenendo conto delle festività, del meteo, del numero di clienti, delle richieste di ferie. Impossibile, però, considerare tutte le variabili di un mondo che gira senza i calcoli di un software.

La sentenza: il giudice dà ragione ad Ikea, ma Marica non si arrende

Tuttavia, il tribunale di Milano non ha condannato la decisione dell’Ikea e, ritenendo i comportamenti della lavoratrice lesivi del rapporto fiduciario tra datore di lavoro e lavoratore (fondamento giuridico del licenziamento per motivi disciplinari), ha rigettato il ricorso di Marica. Inoltre, il legale dell’Ikea, Luca Failla, ha precisato che gli episodi contestati “non attengono in alcun modo a giornate in cui veniva in discussione l’esigenza del bambino”. Analizzate le testimoniante raccolte, infatti, il giudice ha riscontrato un’evidente volontà dell’azienda di andare incontro alle esigenze della donna, oltre ad aver constatato la situazione di difficile gestione che l’Ikea si è trovata ad affrontare, a causa delle iniziative della lavoratrice circa l’organizzazione dei propri orari di lavoro, talvolta giustificata talaltra no. D’altro canto, Maurizio Borali, avvocato di Marica Ricutti, ritenendo che la decisione del tribunale non tenga adeguatamente conto di una situazione familiare complicata, ha dichiarato di voler insistere in corte d’appello, confidando di riuscire a “far valere alcuni elementi e circostanze di fatto che non sono state considerate in questa fase”.

La storia della giurisprudenza insegna che il giudice non si trova quasi mai ad applicare semplicemente una regola: si sa, gli automatismi cozzano non poco con le vicende umane. Il bilanciamento di interessi, dunque, è il mestiere di un giudice, ma la tentazione di chiunque. Una donna, che svolge un lavoro che non le consente di conciliare vita professionale e vita privata, deve essere tutelata e messa in condizioni tali da consentirle di mantenere il posto di lavoro oppure tali da permetterle di trovare un impiego diverso, altrettanto dignitoso e redditizio, che si adatti però meglio alle sue esigenze famigliari? E poi, è giusto parlare di discriminazione se la gestione della vita famigliare viene presa in considerazione nel caso in cui si parli di una lavoratrice? Una risposta univoca c’è, ma ad una domanda soltanto: si può decantare la necessità di un principio valido sempre e per tutti prescindendo dal caso concreto? No, non si può. Al giudice d’appello l’onore di dare risposta ad ogni altra domanda.