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Eroica Fenice

Libera contro le mafie: le parole graffianti di don Ciotti a Copenaghen

Libera contro le mafie: le parole graffianti di don Ciotti a Copenaghen

Baciato dal sole, accarezzato dal vento, don Ciotti fa tappa all’Università di Copenaghen. Parla a braccio, senza interprete. La sala è gremita di italianisti, conquistati sin dal titolo del suo testo appena tradotto in danese: Håbet er ikke til salg, “La speranza non è in vendita”. Un motto che racchiude anche il senso del suo intervento, svolto in senso autobiografico senza però (s)cadere nell’autoreferenziale. Sottolinea, infatti, a più riprese che il soggetto di ogni azione è un “noi” collettivo, fedele al suo primo progetto diventato realtà, ormai ben 53 anni fa. Soggetto e oggetto del discorso è la prima tappa del percorso di don Ciotti: il gruppo Abele, che già nel termine “gruppo” rivendica la voce dell’associazione. Raccontando come esso nacque, svela di esser stato “provocato da una storia umana”, in prima persona.

La missione di don Ciotti

Il giovane Luigi aveva 17 anni e andava a scuola a piedi, a Torino, quando, in una grigia mattina, si accorse di un uomo su una panchina. Un clochard che a quei tempi si cominciava a chiamare “barbone”, proprio perché non curava la barba. Quell’uomo era sempre solo, ma in una dimensione più profonda non lo era mai, perché aveva sempre con sé dei libri, che leggeva avidamente e sottolineava con una matita rossa e blu. Un giorno Luigi gli chiese se volesse un caffè. L’uomo non rispose. E così per dodici giorni di “testardaggine reciproca”, finché poi ruppero il ghiaccio e venne a scoprire la sua storia. Quell’uomo era un medico, “bravissimo, generoso e competente”, che nel bel mezzo del cammin della sua vita fu travolto da una tempesta e si autoescluse dalla società. Aveva il terrore delle “bombe”, i cocktail che allora iniziavano ad andare di moda tra i giovani, mix letali di droghe sintetiche ed alcol. «Dovresti fare qualcosa per loro», disse un giorno il medico senza nome, e una settimana dopo la panchina rimase vuota, e Luigi capì che il suo amico era morto, e che quella preoccupazione che gli aveva confidato era un monito sul da farsi, una missione da abbracciare.

Contro ogni Caino spacciatore nacque dunque il Gruppo Abele, nel 1965. Per fare qualcosa per loro. «Non basta commuoversi, bisogna muoversi», afferma con fermezza, mimando con un gesto deciso della mano la prontezza che di fronte alle tragedie bisogna dimostrare. Nello stesso spirito di un rinnovato «noi che vince», trent’anni dopo nasce Libera, il 25 marzo 1995. Un’associazione apartitica, non governativa, contro i cosiddetti “cittadini a intermittenza” che fanno della legalità una cosa malleabile a piacimento,  discutibilmente “sostenibile”. Torna con la memoria al sanguinoso 1992, quando a Gorizia, per un corso di formazione, viene chiamato Giovanni Falcone, reduce dal losco colpo di mano che, per un voto, lo allontanerà dalla Procura di Palermo dirottandolo a Roma. È per prendere insieme un caffè a Roma o a Palermo che don Ciotti e Falcone si danno appuntamento a Gorizia, nel ’92. Ma arriva il 23 maggio, e poi il 19 luglio, ed arrivano prima di quel caffè che non c’è né ci potrà essere. Cosa fare per chi resta? Come agire per chi non vuole abbassare la testa? Sono queste le domande che scuotono l’animo del prete di strada nell’annus horribilis della storia italiana. Don Ciotti nomina Aosta, Torino, città del nord palcoscenico, negli stessi anni, di attentati mafiosi meno noti, ma che per la loro stessa collocazione geografica smontano la storiella secondo cui le mafie starebbero solo al sud.

Dovendo parlare di mafia a Copenaghen, don Ciotti restituisce una cartina geografico-tematica di tutta un’Italia colpita dal fenomeno. Nomina Pio La Torre, primo firmatario della legge che per la prima volta, nell”82, immetterà l’associazione mafiosa come reato nel codice penale, ma sarà trucidato prima di vederla approvata. Nomina Bruno Caccia, ucciso a Torino. Legge un estratto da “La Sicilia Cattolica” datato 1877, in cui la Curia di Palermo denuncia a chiare lettera la collusione tra buona società e crimine organizzato, e la mafia viene nominata come tale, con 2 f: “maffia”. Arriva a Luigi Sturzo, che sostenne senza fronzoli: «La mafia ha i piedi in Sicilia, ma la testa, forse, a Roma». Informa gli increduli danesi dei 47 sequestri in un solo giorno nella capitale, dal “Bar Chigi” al “Café de Paris” in via Veneto, emblema del cinema felliniano. A Roma resiste la sede nazionale di Libera, in una ex-casa di appuntamenti in pieno centro. Al momento, però, dubbie perizie di dubbi periti stanno mettendo a rischio il potercisi recare fisicamente. È, allora, ancora più importante parlarne, agire senza tacere. Un colto danese nomina, allora, Danilo Dolci, per i più un illustre sconosciuto. Don Ciotti è raggiante, e ne cita un pensiero-guida: «L’educazione è un sogno corale», mettendone in luce l’aggettivo, il senso collettivo che può trasformare il sostantivo stesso in realtà. Dolci dipingeva, e con il pennello scriveva: «Il silenzio uccide». Scopo di Libera è scuotere la coscienza di ognuno con la conoscenza dei fatti. Può aiutare molto il cinema, perché può mostrare, graffiare, raccontare. “I cento passi” di Marco Tullio Giordana. La mafia uccide solo d’estate, il film e la serie. È la mafia a dover essere smitizzata, e non è un’occupazione indebita. Ed è la speranza, a non essere in vendita.

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