Made in Cuba, prodotto in prigione: la verità che il regime non vuole ammettere

Made in Cuba, prodotto in prigione: la verità che il regime non vuole ammettere

Negli ultimi mesi, una denuncia tanto grave quanto documentata ha valicato le frontiere di Cuba, risuonando con forza in almeno 41 paesi e su oltre 160 testate internazionali. Al centro dell’indagine c’è il sistema carcerario cubano, dove decine di migliaia di detenuti, tra cui numerosi prigionieri politici, sarebbero impiegati in condizioni di lavoro forzato per produrre beni di esportazione come sigari, carbone e zucchero. Un sistema che, secondo Prisoners Defenders, organizzazione internazionale per i diritti umani con sede in Europa, sarebbe controllato da GAESA, conglomerato economico di proprietà delle forze armate cubane, che gestisce i proventi del lavoro forzato attraverso società offshore con sede a Panama.

La risposta del regime non si è fatta attendere: da un lato la giustificazione economica, secondo la quale questo serve a “sfamare il popolo”, dall’altro il contrattacco politico: denunciare la linea di condotta imperialista degli Stati Uniti.

Ma i dati emersi, rafforzati da un’inchiesta del New Herald, pongono domande scomode sul reale destino delle risorse prodotte, mentre il popolo cubano continua a vivere tra privazioni, repressione e salari da fame, inferiori a 10 dollari al mese.

In questa intervista esclusiva, abbiamo raccolto le parole di chi sta portando avanti questa battaglia sul piano internazionale: non solo per denunciare, ma per proporre alternative concrete, come l’impiego di lavoratori civili retribuiti, che garantirebbero dignità ai cittadini e sviluppo sostenibile, senza intaccare i margini economici delle attività esportative. Una conversazione che mette in luce le contraddizioni profonde del sistema cubano, ma anche il ruolo essenziale dei media, delle ONG e delle istituzioni democratiche nel sostenere i diritti umani dove questi vengono sistematicamente violati.

L’intervista

Il regime cubano giustifica il lavoro forzato nelle carceri con l’obiettivo di “nutrire il popolo”. Tuttavia, i proventi vanno a società controllate da Gaesa, una holding militare con sede a Panama. Non siamo di fronte a una distorsione profonda del principio socialista della redistribuzione, che finisce per concentrare ricchezza in strutture opache e militarizzate?

Esatto, ma direi anche di più. Ci troviamo di fronte a un regime totalitario che fattura 6 miliardi di dollari con le missioni di lavoro all’estero, comprese le brigate mediche, ma il sistema sanitario del Paese ha un budget annuale di 63 milioni. Cioè l’1%. Il resto è gestito dalla Gaesa, con sede a Panama. Il business dei sigari habanos supera gli 800 milioni di dollari. Le rimesse dei familiari a Cuba sono tra 1 e 2 miliardi. Il turismo è 2 miliardi. Il 50% delle importazioni di carne a Cuba proviene dagli Stati Uniti (Fonte: WTO/OMC). Il regime ha denaro in abbondanza per sfamare il popolo, ma alimenta la macchina militare e repressiva, con 90.000 prigionieri, di cui almeno 1.185 politici. È la descrizione di un regime militare nazionalsocialista, cioè nazista. Non è mai stato un regime di sinistra, è la grande menzogna che per decenni è stata creduta dalla sinistra europea, solo per avere un nemico comune: gli Stati Uniti. Fare amicizia per l’animosità verso un paese è un errore di partenza e di concetto. Da decenni rubano denaro europeo e ora vediamo come ci siano migliaia di soldati cubani sul fronte russo, contro l’Ucraina. È una follia considerare il regime di Cuba come di sinistra. È un regime fascista. Anche Hitler e l’impero giapponese odiavano gli Stati Uniti.

La risposta del regime ha incluso attacchi al governo statunitense, un classico riflesso difensivo che punta a spostare l’attenzione. Ma per le organizzazioni progressiste e le sinistre internazionali, non è giunto il momento di separare la giusta critica all’embargo dalla denuncia chiara e autonoma delle violazioni interne, come il lavoro forzato?

Bene. E dove finisce l’embargo quando gli Stati Uniti sono il primo fornitore di carne animale a Cuba, di fronte ai crimini contro l’umanità commessi quotidianamente dal regime? Se uno Stato reprime i propri cittadini, questo è molto più grave di un embargo che fornisce carne animale a Cuba. Ma sono le battaglie ideologiche. Cortine fumogene populiste, che fanno sì che le brave persone della sinistra non facciano nulla, proprio nulla, di fronte alla sofferenza del popolo cubano. Sono 40 anni che alimentano il regime, e questo non dà mai una vita dignitosa e libera ai suoi cittadini. Quando se ne renderanno conto?

Il documentario di Habanos S.A. sul tabacco appare come una manovra di contro-propaganda per coprire un sistema produttivo basato sul lavoro carcerario. Non è una contraddizione profonda promuovere l’orgoglio nazionale di un prodotto mentre si silenzia lo sfruttamento che lo rende possibile?

Il regime è una macchina di sfruttamento di tutte le risorse umane e naturali di Cuba. In questi settori non fanno nulla di diverso da ciò che fanno in tutti gli altri, purtroppo.

Se oggi il regime cubano riesce a sfamare parte della popolazione solo grazie al lavoro forzato dei detenuti, allora chi sta realmente godendo dei diritti sociali garantiti dalla Rivoluzione: il popolo, o l’apparato? E se per tutelare la “giustizia sociale” si è costretti a sospendere la giustizia, non abbiamo già perso entrambe?

L’apparato. Quello sì che vive bene.
E se per proteggere la «giustizia sociale» siamo costretti a sospendere la giustizia, non abbiamo già perso entrambe? Esatto. Il fine non giustifica i mezzi. E ancora di più dopo 67 anni di risultati nulli. Dopo 67 anni ci dicono che devono sacrificare ciò che erano venuti a proteggere, giustificandosi con qualsiasi scusa? Ma sono arrivati al potere o no? Sono al potere da 67 anni. Allora, dov’è la giustizia sociale, la libertà, i diritti che il loro governo avrebbe instaurato?
 
fonte immagine: ufficio stampa
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