Negli Stati Uniti, i detenuti dell’ICE ricoverati in ospedale spesso diventano irrintracciabili per familiari e avvocati. Alcune strutture applicano “procedure di blackout” che oscurano l’identità dei pazienti, mentre agenti federali restano presenti nelle stanze e limitano le comunicazioni. Casi recenti sollevano dubbi sui diritti dei migranti, sull’accesso alle cure e sulla trasparenza del sistema di detenzione.
Le procedure di blackout ospedaliero dell’ICE
| Azione (Procedura) | Conseguenza per il detenuto | Giustificazione Ufficiale |
|---|---|---|
| Registrazione con pseudonimo | Impossibile da rintracciare nei registri pubblici | Sicurezza del paziente e del personale |
| Presenza agenti in stanza | Violazione privacy legale e medica | Prevenzione della fuga |
| Blocco comunicazioni | Isolamento da famiglia e avvocati | Protocollo di sicurezza operativa |
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Il procedimento di blackout per i detenuti
Negli Stati Uniti, numerosi casi documentati mostrano come i detenuti dell’U.S. Immigration and Customs Enforcement (ICE) ricoverati in ospedale diventino difficili da localizzare per famiglie e avvocati. Alcune strutture applicano quello che viene definito un “procedimento di blackout”, registrando i pazienti con pseudonimi, escludendo i loro nomi dai registri pubblici e impedendo al personale di confermare la presenza del paziente.
Casi emblematici: da Peña a Marin
Un esempio emblematico è quello di Julio César Peña, arrestato a Glendale, California, e trasferito in ospedale dopo un piccolo ictus. Sua moglie ha raccontato che Peña era manette al letto, con agenti ICE nella stanza che monitoravano la chiamata, e lei non riusciva a sapere in quale ospedale si trovasse. Avvocati che hanno tentato di ottenere informazioni dalla struttura o dall’ufficio ICE locale non hanno avuto successo.
Casi simili riguardano Bayron Rovidio Marin, sorvegliato da agenti ICE per oltre un mese in un ospedale di Los Angeles dopo essere rimasto ferito durante un’irruzione. Le restrizioni di accesso e i blackout hanno impedito contatti significativi con familiari e legali, richiamando l’attenzione su come avvengano spesso operazioni federali sull’immigrazione controverse.
Le giustificazioni e le critiche sui diritti umani
Le strutture ospedaliere giustificano queste pratiche come necessarie per garantire la sicurezza di pazienti, personale e agenti, mentre critici e gruppi per i diritti umani sottolineano che la detenzione migratoria è civile, non penale, e che i detenuti dovrebbero poter comunicare con familiari e avvocati.
Il vuoto normativo e l’impatto legale
Secondo gli standard ICE, le persone in custodia dovrebbero avere accesso a telefono e visite legali entro i limiti di sicurezza operativa. Tuttavia, non esistono norme vincolanti che obblighino gli ospedali a fornire informazioni ai familiari o ai legali, creando una zona grigia normativa. Alcuni stati hanno introdotto leggi per proteggere i pazienti dai controlli dell’immigrazione, tra cui:
- California;
- Colorado;
- Maryland.
Tuttavia, tali misure non si applicano automaticamente a chi è già in custodia federale. Esperti legali denunciano inoltre che le restrizioni alla comunicazione con avvocati possono violare il diritto alla consulenza confidenziale, mentre la presenza costante di agenti ICE nelle stanze ospedaliere può generare un ambiente intimidatorio per medici e personale sanitario, complicando la cura dei pazienti.
I rapporti indicano che l’aumento dei detenuti ICE negli ultimi anni ha comportato più ospedalizzazioni per condizioni preesistenti o legate alla detenzione. La difficoltà di localizzare i pazienti, unita alle restrizioni di comunicazione, solleva interrogativi concreti su trasparenza, diritti umani e accesso alle cure per i migranti negli Stati Uniti.

