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Turchia

Russia e Turchia: quali prospettive dopo Ankara?

L’assassinio dell’ambasciatore russo Andrey Karlov ad Ankara rischia di corrodere nuovamente quel sottile filo diplomatico che stava tentando di rigenerarsi negli ultimi mesi per quanto riguarda le relazioni tra Russia e Turchia. Un rapporto controverso, quello tra i due Stati, specie se consideriamo le numerose divergenze che partendo dalla questione siriana arrivano fino all’abbattimento del jet russo nel giugno di quest’anno.

Tuttavia, risulta opportuno tracciare delle linee generali sulle possibili prospettive di questi due paesi in seguito all’attentato di Ankara. C’è da credere che l’azione del killer, Mert Altintas, risulta improbabilmente riconducibile a fonti governative. Ma anche in questa occasione il Presidente turco Erdoğan non ha esitato a puntare il dito contro i gulenisti, già accusati dallo stesso capo di Stato di aver allestito il recente golpe di luglio e continuamente messi in causa come capro espiatorio dei disordini turchi.

Il killer, probabilmente legato al filone siriano di Al Nusra, organizzazione terroristica fino a qualche mese fa legata ad Al Quaeda, ha dato però un segnale netto alla comunità mondiale. Ha voluto rendersi a suo modo eroe nei confronti di una popolazione, quella siriana, da molti ritenuta come ingiustamente martoriata da un conflitto ormai senza più una motivazione di fondo. Un conflitto dove si mischiano gli interessi statuari di Assad agli opinabili intenti antiterroristici della Russia e dove gli Stati Uniti continuano a osservare astenendosi ad entrare sul terreno di guerra.

Assassinare l’ambasciatore russo ha voluto significare punire un rappresentante di quello Stato che con i suoi raid aerei sta mietendo più vittime in Siria. Se ciò risulta evidente, appare tanto meno rilevante come in realtà vi siano altri attori globali che partecipano al conflitto ma che, diversamente dalla Russia, hanno preferito non schierarsi, perlomeno in prima linea. Perché? Per principi etici che vengono, però, smascherati di fronte all’evidenza delle cose, cioè di fronte alla constatazione che la Russia non è l’unica responsabile del conflitto siriano.

Insistono sul territorio, oltre ai sopracitati americani, anche diversi paesi del golfo, l’Iran, gli Hezbollah, i curdi e, ai confini con la Turchia, l’esercito di Erdoğan. È per questo motivo che parlare del conflitto siriano non è affatto semplice. Nonostante le divergenze di vedute tra Erdoğan e Putin sulla permanenza al potere di Assad, risulta chiaro come non si voglia gettare benzina sul fuoco.

Il riavvicinamento diplomatico dovrebbe comunque proseguire il suo iter, iniziato proprio dall’incontro dei due presidenti nel novembre di quest’anno. L’assassinio dell’ambasciatore, specie se affiancato all’attentato a Berlino, risulta ancora una volta come un’iniziativa di singoli senza apparenti affiliazioni. Senza cioè un legame diretto con lo stato Islamico. Quella di Altintas risulta un’azione evidentemente eroica, ma che sarebbe forse più opportuno definire “simbolica”.

Simbolicamente  egli ha voluto mostrare il suo rifiuto dello stato delle cose, la volontà di porre termine a una conflittualità permanente in Siria. Un “martirio” che probabilmente non cambierà nel breve periodo lo stato delle cose sul territorio siriano, specie ad Aleppo, dove si continua a discutere sul corridoio umanitario. E che difficilmente comprometterà le relazioni Turco-Russe che, seppur deboli, risulterebbero inquietanti qualora venissero messe in discussione.

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