Simone Weil e l’Italia del denaro: la profezia che ci riguarda

Simone Weil torna oggi a parlarci con una precisione sorprendente, come se avesse previsto la fragilità morale e culturale in cui l’Italia contemporanea è immersa. Per la filosofa francese, l’unica relazione autenticamente morale tra esseri umani è quella «in cui ognuno rimane libero in ogni momento», una libertà che si fonda sulla capacità di proteggere «il potere di dirigere il proprio pensiero». In un’epoca in cui la pressione del mercato, la competizione sociale e il rumore di fondo dei consumi condizionano ogni gesto, questa libertà interiore sembra sempre più compromessa.

Nelle pagine de La persona e il sacro, Weil individuava la prima urgente necessità morale: «discernere e abolire tutto ciò che, nella vita contemporanea, schiaccia le anime» sotto il peso dell’ingiustizia e della menzogna. Oggi in Italia questo schiacciamento assume forme spesso subdole: la precarietà che impedisce di costruire un progetto di vita, la competizione esasperata che trasforma ogni scelta in una prova di valore, la dipendenza emotiva da un modello di successo irrealistico e ostentato. Basta guardare i giovanissimi, catturati da influencer che presentano il lusso come condizione naturale, o i tanti ragazzi che, soffocati da aspettative irraggiungibili, finiscono per ritirarsi dalla scuola e dal lavoro, convinti di non avere alternative. Il paradosso è che, circondati da infinite possibilità, si sentono più privi di libertà che mai.

Weil ricordava che «ascoltare qualcuno significa mettersi al suo posto mentre parla», e definiva l’attenzione come la forma più pura di amore. Questo principio, così semplice e radicale, risuona potentemente se pensiamo alle sconfinate zone di silenzio che attraversano il nostro Paese. Ci sono persone che non parlano più perché non si aspettano di essere ascoltate: lavoratori invisibili, anziani isolati, migranti che sopravvivono ai margini, giovani che non trovano uno spazio di riconoscimento, famiglie logorate da precarietà e colpevolizzazioni. È il «grido muto» di cui scriveva Weil, il segnale di una comunità che non è più capace di riconoscere la dignità dei propri membri.

Questa incapacità è aggravata da ciò che la filosofa definiva la falsa libertà della scelta illimitata. Quando le possibilità si moltiplicano senza misura, la libertà reale diminuisce: lo vediamo nelle nostre vite quotidiane, sommerse da flussi continui di contenuti, prodotti, esperienze. Tutto è diventato consumo, un incessante bisogno di scegliere che non lascia spazio al pensiero. In Italia questa dinamica ha assunto dimensioni patologiche: la cultura dell’immagine domina il dibattito pubblico, il benessere viene venduto come una formula, la felicità come un servizio, persino le frustrazioni diventano materiale da monetizzare. L’idea di una vita buona si contrae al perimetro del desiderio soddisfatto, e in questo restringimento la società perde coesione, profondità, responsabilità.

È qui che le parole di Weil acquistano un’eco quasi profetica: «Facendo del denaro l’unico o quasi unico stimolo di tutti gli atti, il veleno della disuguaglianza si è diffuso ovunque». Non è difficile riconoscere in questa frase la descrizione dell’Italia attuale, dove la distanza tra chi può permettersi tutto e chi non può permettersi nulla cresce ogni giorno. La spettacolarizzazione del benessere contribuisce a un senso di inferiorità sociale che colpisce soprattutto i giovani, educati più al possesso che alla comprensione, più alla visibilità che al pensiero critico. La cultura digitale ha amplificato questa frattura: la ricchezza ostentata diventa un modello, la povertà un fallimento personale, la vergogna una ferita quotidiana. Si parla di meritocrazia, ma spesso è solo un altro nome per giustificare la disuguaglianza.

Weil offriva un’alternativa radicale e liberatoria: la libertà non nasce dalla relazione tra desiderio e soddisfazione, bensì da quella tra pensiero e azione. Un individuo è veramente libero quando agisce in base a un giudizio meditato sul fine che si propone, non quando rincorre desideri indotti dall’esterno. È una lezione che l’Italia ha disperatamente bisogno di ritrovare: recuperare un pensiero capace di orientare l’azione, un’attenzione capace di riconoscere l’altro, un’etica che non sia negoziabile come un bene sul mercato.

Al centro della visione weiliana c’è la convinzione che l’obbligazione morale sia sacra, precedente ai diritti e fondamento della dignità umana. Senza questa radice, le società si sfilacciano e gli individui smettono di vedersi come eguali. L’Italia vive oggi una crisi che non è solo economica o politica, ma profondamente culturale: si è smarrita l’idea che la giustizia sia, come scrive Weil, «lo splendore della bellezza». Recuperare questa consapevolezza significa tornare a guardare gli altri non come concorrenti o strumenti, ma come esseri umani fragili, liberi, pensanti. È il primo passo per uscire dall’epoca della quantità che soffoca lo spirito e tornare a costruire una comunità che ascolta, riconosce e include.

 

Di Yuleisy Cruz Lezcano

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