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Eroica Fenice

Jacques Derrida

Jacques Derrida: elogio della complessità

Jacques Derrida è stato uno dei più influenti filosofi europei del secondo Novecento; è spesso citato come acuto studioso della scrittura e della lingua ed è universalmente ricordato come il filosofo della decostruzione.

Nell’enorme mole dei suoi scritti sono rintracciabili tre linee filosofiche distinte e complementari: la riflessione critica su metafisica e fenomenologia, il discorso filosofico su scrittura, letteratura e arte, e il corpus delle opere politiche in senso stretto, che caratterizzò soprattutto gli ultimi anni della sua produzione. Si tratta di sentieri convergenti che trovano il proprio senso in un impegno civile e politico che Derrida ha sempre tenuto presente in fondo ai dedali (talvolta intricati) del proprio pensiero. 

Una riflessione sulla nascita della filosofia di Jacques Derrida sembra oggi assai utile, poiché in essa sono contenuti elementi essenziali per analizzare ed affrontare una società contemporanea carica di segni sempre più difficili da decifrare e che pare celare dentro i propri ingranaggi molti dei principi focalizzati da questo filosofo che si è rivelato per certi versi profetico.

Jacques Derrida e l’orizzonte filosofico

Che cos’è la decostruzione? Come essa può divenire un orizzonte filosofico? Tutto è più complesso di quello che sembra. Ciò che si mostra alla superficie delle cose nasconde necessariamente ciò che lo rende possibile. La superficie delle cose, da questa prospettiva, risulta ingannevole. Essa nasconde; concentrare l’attenzione su di essa, semplifica. Non si deve ritenere la semplificazione un atto necessario: è un atteggiamento deliberato. La semplificazione è ideologia della semplificazione, una scelta volontaria. E dunque è atto orientato politicamente a conservare ciò che sotto la superficie delle cose agisce e impera: un atto reazionario. Combattere la semplificazione, a questo punto, non significa complicarsi la vita per il gusto di farlo. Significa caricarsi di quello spirito critico e di quella volontà necessari ad addentrarsi, per quanto possibile, nella complessità delle cose. Smascherare i meccanismi interni di un problema significa poterlo comprendere meglio e dunque affinare gli strumenti per fronteggiarlo.

La riflessione di Derrida, posti questi termini, parte dalla scrittura. Essa precede la parola, poiché ne è la codificazione e in qualche modo l’essenza (senza codificazione una parola è incomprensibile). Ed è la scrittura che in sé porta i margini delle possibilità inespresse; per Derrida è fondamentale scoprire la parola che sta dietro un’altra, occultata: la scrittura segnala nella sua vastità la possibilità della sparizione, e quindi la possibilità della presenza. Questa è una riflessione ontologica se riferita alla condizione umana, nel senso che la scrittura è il principale strumento a disposizione dell’uomo per combattere contro la propria caducità (in effetti per il filosofo francese “filosofare è imparare a morire”). Ma è altresì l’individuazione del nucleo centrale della speculazione filosofica della decostruzione: la possibilità del linguaggio di indicare i propri equivoci. Derrida indica a questo proposito l’esempio di Joyce; la scrittura dell’autore irlandese si fa carico sincronicamente di tutte le intenzioni sepolte e stratificate del linguaggio del proprio tempo, di tutte le lingue possibili nel solco della Storia; la scrittura di Joyce è il labirinto che vuole smascherare, e si dipana man mano che avanza il romanzo, mostrando le svolte e i vicoli ciechi di se stesso, per spiegarsi e venire alla luce.

Non si tratta di una questione di verità e menzogna, ma di una ricerca di maggiore giustizia. Per rendere una società più giusta e liberarla dalle catene della Storia, della religione, delle tradizioni e dei pregiudizi secolari, bisogna adoperarsi per un disvelamento di questi meccanismi psicologici, sociali, umani. Un pensiero critico e filosofico serio, dunque, deve farsi carico di tutte quelle parole, quei concetti, quelle parti che vengono omesse nel linguaggio utilizzato in una società, al fine di perseguire un’etica della giustizia, l’unico concetto indecostruibile della filosofia della complessità di Jacques Derrida.

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