Ebbrezza dell’alba di Kosztolányi: analisi della poesia

Kosztolányi

La poesia filosofica e asciutta di Dezső Kosztolányi si può accostare per intensità a quella di Leopardi. Considerato l’autore più influente in lingua ungherese del suo tempo, Kosztolányi fu poeta, traduttore e prosatore, dedicando l’intera esistenza alla pratica delle lettere. Membro di spicco della Prima Generazione di “Nyugat” (Occidente), la più importante rivista letteraria ungherese fondata nel 1908, non credeva nel ruolo sociale dell’arte, abbracciando il principio de “l’art pour l’art”.

Dezső Kosztolányi: il poeta della quotidianità

La semplicità caratterizzava anche la sua vita privata. Il suo obiettivo era quello di far deliziare il lettore e di trovare gioia nella quotidianità. Sebbene avesse ammiratori all’estero, la sua fama fu in parte offuscata da contemporanei illustri in un’epoca di grande fermento. Come sottolinea l’Enciclopedia Treccani, Kosztolányi è un pacato e sobrio rappresentante della borghesia decadente di fine secolo, amante del latino e nemico della prolissità. La sua poetica si concentra sull’individuo, lontano da impegni politici o da una fede religiosa definita.

Hajnali részegség (ebbrezza dell’alba): il testamento poetico

Composta nel 1933, Hajnali részegség (Ebbrezza dell’alba) è una delle sue opere più celebri e complesse, scritta dopo che al poeta fu diagnosticato un cancro alla laringe. Questo contesto biografico è fondamentale: il suo intento è quello di provare a sopravvivere, e il testo diventa una meditazione sul significato dell’esistenza di fronte alla morte imminente. L’opera affronta il passare del tempo tentando una comprensione universale. I motivi ricorrenti sono l’universo, le stelle, il quotidiano. Il poeta parte dalla sua realtà – il lavoro notturno, il caffè, l’insonnia – per elevarsi a una contemplazione cosmica, meditando sulla vita desolata di tutti i giorni per trascenderla.

La struttura di ‘ebbrezza dell’alba’: un viaggio in tre atti

La poesia è caratterizzata da una forma libera e da un effetto “a mosaico”, che dà l’impressione di pensieri che nascono durante la scrittura. L’opera si articola in due dimensioni, l’alba e la vita stessa, e può essere suddivisa in tre unità strutturali.

La struttura di ‘ebbrezza dell’alba’: un viaggio in tre atti  
Atto I: la realtà terrena (la notte) La poesia inizia alle tre del mattino. L’io lirico è alla finestra, insonne, e contempla il destino “meccanico e patetico” degli esseri umani. Questa prima parte descrive la vulnerabilità, il disorientamento e il vuoto esistenziale.
Atto II: la visione celeste (il cielo) La svolta avviene guardando il cielo stellato. Il poeta ha la visione di un “ballo celeste”, dove gli ospiti (le stelle) si salutano. L’esperienza mistica è collegata al topos della festa e della felicità, un ritorno allo stato originario della creazione.
Atto III: la rivelazione (l’alba) Con il sorgere dell’alba, il poeta torna sulla terra e scopre un segreto: il senso della vita risiede nella capacità di distinguersi dall’ordinario e di notare la bellezza. È una visione che risveglia alla meraviglia dell’esistenza.

Il finale ha una doppia valenza: è incredibilmente felice perché il poeta ha scoperto il segreto della vita, ma è anche malinconico, poiché consapevole di dover morire presto.

Il testo della poesia: ebbrezza dell’alba

Sono le tre, o forse le quattro del mattino,
sto curvo sul mio foglio,
e bevo caffè nero,
e scrivo.
Un’ebbrezza notturna, una strana febbre,
è l’alba che mi afferra, mi scuote e mi solleva,
e sento che con me volano queste mura,
la città intera, tutto.

Anch’essi vegliano, lo so, mio padre e mia madre,
i morti miei,
vegliano in un sonno senza sogni,
nel silenzio dei cimiteri.
Vedono che la sorte degli uomini è scritta
in anticipo,
e vedono il mio cuore che sanguina,
e tacciono.

Un milione e mezzo di ungheresi dorme,
a quest’ora,
dentro le frontiere del paese.
Quanti sogni, e quante tenebre.
Un meccanico sogna di aver vinto
un terno al lotto,
un povero prete di campagna sogna
che a Roma il Papa lo riceve.

Vedo i loro volti, pallidi e tormentati,
le loro rughe,
le loro bocche da cui esce un lamento,
o forse una preghiera.
Ognuno è un mistero, un mondo a sé,
un’isola.
Eppure, qualcosa ci lega,
qualcosa di profondo e invisibile.

E ora guardo il cielo. Oh, il cielo.
Un ballo, un carnevale, lassù.
Gli invitati se ne vanno,
le stelle si spengono a una a una.
Si salutano con un cenno del capo,
con un sorriso,
e si allontanano in silenzio,
come vecchi amici.

E io, piccolo uomo, guardo,
con gli occhi pieni di lacrime,
e sento che tutto questo è mio,
e che io sono parte di tutto questo.
E sento che la vita è un miracolo,
un dono,
e che vale la pena di viverla,
fino in fondo.

E ora sorge il sole. L’alba.
Un nuovo giorno comincia.
E io sono qui, vivo,
e ho scoperto un segreto.
Il segreto è questo: vivere,
amare,
soffrire,
e poi morire.

Ma prima di morire,
vedere la bellezza,
sentire la gioia,
e ringraziare.
Ecco, questo è il segreto.
E ora lo so.
E sono felice.
E sono triste.

(Traduzione di Paolo Santarcangeli)

Il messaggio della poesia: la vita come passaggio

La poesia è la risposta di Kosztolányi al significato dell’esistenza. Vede la vita umana come un passaggio tra estraneità e familiarità. Questo stato temporaneo, però, non è negativo; al contrario, aiuta a superare il trauma causato dal pensiero della morte e a riscoprire i miracoli della vita, anche nei suoi aspetti più umili. È un invito a osservare la bellezza nascosta nel mondo, proprio quando sembra che tutto stia per finire.

Articolo aggiornato il: 15/09/2025

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