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Eroica Fenice

Latino: veicolo della scienza da Galileo ai nostri giorni

Latino: veicolo della scienza da Galileo ai nostri giorni

«La scienza moderna è nata in latino ma, tranne pochi coraggiosi, nessuno più legge i documenti di un passato glorioso nella lingua originale: chi sa il latino è digiuno di scienza e per chi conosce la scienza il latino è roba da museo».

Secondo Tullio Regge, infatti, «La grande colpa dei latinisti» è rappresentata dall’aver trascurato questo settore della scienza redatto in latino, separando quelli che sono da interpretarsi come due linguaggi di un’unica cultura, per i quali occorrerebbe un’interdisciplinarità.

In effetti, alla rottura dell’unità linguistica del latino tra XVII e XVIII secolo, il mondo accademico europeo non percepisce immediatamente il bisogno di utilizzare le lingue nazionali ma nutre il sogno condiviso di una lingua perfetta che, senza ambiguità, riesca ad esprimere i concetti nell’ambito di una comunicazione universale. A questa esigenza, il latino rispondeva perfettamente: mentre, infatti, il linguaggio naturale era di per sé soggetto a un’ambiguità semantica, il latino garantiva una univocità di definizioni, essendosi distaccato dalla lingua naturale. Vi era, dunque, una comunità internazionale che dialogava in latino, secondo una modalità avanzata di concepire la scienza, percepita come una sorta di “zona franca” rispetto ai nazionalismi e ai durissimi conflitti che dilaniavano l’Europa. 

Questo dibattito raggiunge il suo culmine nel Seicento, allorquando si afferma l’esigenza di costruire nomenclature adeguate alle nuove scoperte che si stavano realizzando nel campo fisico e naturalistico. Nel 1620 Bacone scrive il Novum Organum, affermando l’importanza dell’esperimento controllato, che sostituisce l’osservazione casuale, innovazione straordinaria che lo ha reso il padre del “metodo sperimentale”. Bacone formula sul tema del linguaggio osservazioni di grande spessore: uno dei principi della filosofia baconiana è la distruzione degli idola, le false idee che si diffondono per effetto dei dogmi tramandati dalla tradizione o per errori di linguaggio: bisogna, quindi, stabilire il valore esatto delle parole se si vuole parlare “scientificamente”. Ebbene, da questo momento, tra 1600 e 1700, la parola novum deflagra, ritrovandosi in modo quasi “ossessivo” in vari trattati scientifici, segnale della consapevolezza del cambiamento del codice linguistico, avvalorata altresì dalla grande diffusione della grammatica latina di Port-Royal.

Il latino di Copernico, Galileo e Newton

Copernico fa uso del latino nel De Revolutionibus Orbium Caelestium nel 1543, sessant’anni prima della grande svolta galileiana, sviluppando cautamente i suoi calcoli su una base puramente intellettualistica, argomentativa ed ipotetica.

Galileo sceglie l’italiano per le opere divulgative della maturità, come Il Saggiatore, mentre nel Sidereus Nuncius, opera accademica in cui espone l’invenzione del cannocchiale, che chiama organum, sceglie il latino. Pubblicato a Venezia nel marzo 1610, esso è un breve trattato di astronomia, che rende conto delle rivoluzionarie osservazioni e scoperte compiute dallo scienziato pisano nei mesi precedenti con l’uso di un cannocchiale; il titolo dell’opera si riferisca alle radicali novità, rispetto alla cosmologia aristotelica e tolemaica, che il libro porta con sé, rivendicando una visione autoptica. Galileo, pertanto, usa un latino filosofico e scientifico – che peraltro dimostra di saper usare con grande precisione – perché vuole comunicare le scoperte alla comunità scientifica internazionale; quando, diversamente, si rivolge a un pubblico, per esigenze politiche o di divulgazione, fa uso del volgare.

Newton scrive in latino la maggior parte delle sue opere: sulle lezioni tenute a Cambridge tra il 1673 e il 1683 è basata l’Arithmetica Universalis, nella quale egli pone a confronto l’enunciazione di un’equazione in latino e algebrice con un approccio fortemente linguistico: egli, infatti, individua nella lingua matematica e geometrica la vera lingua universale, in sostituzione del latino e degli altri idiomi nazionali, ed è interessante osservare la modernità di tale concezione, alla luce del fatto che al giorno d’oggi l’informatica si avvale effettivamente di un linguaggio matematico, fondato su un codice binario.

Da Leibniz, oltre il 2000: scienza e linguaggio

Diversa la posizione di Leibniz, che rappresenta uno straordinario momento di rielaborazione di tali problematiche linguistiche. Fin dalla giovinezza, il filosofo lavora al progetto di una characteristica universalis, un idioma enciclopedico in grado di far emergere gli universali linguistici comuni a tutti gli idiomi, sicché si inserisce in questa fase del pensiero di Leibniz l’interesse scientifico verso il latino, la cui grammatica risultava all’epoca la più studiata. Egli, dunque nel Dynamica de potentia, in cui tratta dell’urto dei corpi, fa uso di un latino fortemente semplificato, eliminando le flessioni, sottintendendo i verbi, ricorrendo a perifrasi e avvalendosi di un impianto espositivo affidato a una serie di propositiones, senza alcun riferimento all’evidenza sperimentale.

Tale proposta leibniziana all’inizio del XX secolo trova una ripresa nel latino sine flexione del matematico Giuseppe Peano. Infine, nel dibattito scientifico moderno, alcuni neologismi scientifici evidenziano un’origine latina: il neuroscienziato Antonio Damasio – in un articolo del 2012 – ha identificato, infatti, con il termine sentience la condizione dell’essere senziente, dal latino sentire, lasciando intravedere una nuova messa in discussione dell’antico e problematico rapporto tra scienza e linguaggio.

[L’immagine in evidenza è tratta da Wikimedia

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