Hospital de Sant Pau: una visita insolita a Barcellona

Hospital de Sant Pau: una visita insolita a Barcellona

Barcellona, una delle capitali storiche dell’urbanistica e della pianificazione territoriale, è una città dotata di una planimetria che semplifica gli spostamenti e di un’architettura tutta da scoprire. Al di là dei percorsi turistici più mainstream che coinvolgono, ad esempio, la Sagrada Familia e le Case Battlò e Milà, senza nulla togliere ai capolavori di Gaudì, c’è l’Hospital de la Santa Creu i Sant Pau (anche noto semplicemente come Hospital de Sant Pau o Recinte Modernista de Sant Pau). Di esso se ne parla molto poco, pur essendo uno dei principali esempi di modernismo catalano, dichiarato patrimonio dell’UNESCO nel 1997.

Storia dell’ospedale

In realtà, la storia dell’ospedale in sé risale a molto tempo prima del XX secolo: l’Hospital de Sant Pau venne fondato nel 1401 attraverso la fusione di sei piccoli ospedali medievali. Fu distrutto in seguito a un incendio che divampò nel 1887, e l’architetto Lluís Domènech i Montaner, uno dei massimi esponenti del modernismo catalano, fu incaricato di realizzarne uno nuovo nel distretto di Guinardò, a pochi passi dall’Eixample.

La costruzione dell’ospedale iniziò nel 1902 e terminò nel 1930 sotto la guida del figlio, dell’ormai deceduto Montaner, Pere Domènech Roura. Rimase in funzione fino al 2009, anno in cui l’Hospital de Sant Pau fu convertito in museo e rimpiazzato da un nuovo complesso ospedaliero più moderno, situato nel medesimo quartiere.

L’Hospital de Sant Pau e il risanamento di Barcellona

Ad oggi, l’Hospital de Sant Pau è uno dei più importanti complessi modernisti al mondo. Montaner si ispirò a diversi ospedali europei, concentrando la sua attenzione sugli spazi esterni: sin dalla seconda metà dell’Ottocento, infatti, si era diffusa l’idea che passeggiare all’aria aperta recasse enormi benefici alla salute, e diverse città, tra cui Parigi e la stessa Napoli, furono riprogettate e, oserei dire anche sventrate, per dare spazio a enormi stradoni che avrebbero dovuto impedire il diffondersi di malattie, come il colera che in quel periodo dilaniava la città partenopea.

L’Hospital de Sant Pau si incanala dunque nel piano di riqualificazione a 360° previsto per il comune di Barcellona, che nel frattempo era diventato il motore industriale della Catalogna e viveva un aumento demografico senza precedenti, necessitando quindi di un complesso ospedaliero grande, spazioso e non troppo appartato dal centro.

Struttura dell’ospedale

Montaner voleva un centro sanitario in cui i pazienti potessero camminare liberamente senza sentirsi rinchiusi, e ciò che ne ricavò fu un complesso di padiglioni circondati da giardini, chiesa e un convento, collegati tra loro attraverso una rete di gallerie sotterranee atte al trasporto dei malati e alla gestione delle emergenze.

Le vivaci decorazioni di stampo modernista e il clima favorevole di Barcellona costituivano già da soli una sorta di terapia anche per i malati di mente. Il padiglione principale è costituito da due grandi edifici a V e l’intero complesso si distribuisce attorno a due strade centrali, una da nord a sud e l’altra da est a ovest. Su ogni lato si trovano i diversi padiglioni, ciascuno specializzato nel trattamento di un’infermità specifica, e sufficientemente lontani l’uno dall’altro da impedire i contagi e la diffusione dei batteri.

L’Hospital de Sant Pau rappresenta una tappa turistica poco gettonata (e in un certo senso è anche meglio così) e che, all’ombra di altri luoghi preferiti dai turisti, passa in secondo piano pur offrendo uno spaccato interessante non solo sulle conoscenze mediche dell’epoca, ma anche sulla storia di Barcellona, città unica al mondo e ancora oggi in prima linea quando si parla di riqualificazione urbana.  

Fonte immagine: Wikimedia Commons (Luidger)

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A proposito di Dario Muraca

Studente di Relazioni e istituzioni dell'Asia presso l'università L'Orientale di Napoli. Appassionato di scrittura e Asia orientale fin dall'infanzia, ho da qualche tempo maturato un forte interesse per le relazioni internazionali, che mi ha spinto a cimentarmi in un percorso di formazione capace di far convergere tutte e tre queste dimensioni.

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