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Eroica Fenice

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Vivavoce: il disco che volevo da una vita

Cappello e occhiali scuri. Stivaletti e stile da vendere. Caschetto corto e battuta pronta. Nu jeans e na magliett. Sono loro: il Principe e lo scugnizzo, Francesco De Gregori e Nino D’Angelo.

Questa strana accoppiata, definita da Francesco il diavolo e l’acqua santa, è stata voluta dal cantautore romano, che, per presentare a Napoli il suo nuovo album, Vivavoce, ha scelto al suo fianco un simbolo verace della città. L’incontro, tenutosi alla Feltrinelli di Piazza dei Martiri, ha assunto da subito una fisionomia rilassata, amichevole.

Alla provocazione di Nino, che lo chiama poeta, Francesco risponde: Io non mi sento un poeta, mi sento proprio uno scrittore di canzoni, poichè la poesia sta bene da sola, non ha bisogno della musica, vive sulla pagina. Per strada difficilmente trovi uno che recita La donna cannone, lo prenderesti per matto, puoi trovare uno che la sta fischiettando. Le canzoni hanno bisogno della musica, se poi un testo ha qualcosa di poetico, è un valore aggiunto.

Vivavoce, doppio album uscito il 10 novembre, percorre in 28 brani l’intera carriera del Principe con successi riarrangiati e reinterpretati in chiave moderna. Ecco un resoconto dell’intervista condotta da Federico Vacalebre alla Feltrinelli.

Quando nasce il progetto Vivavoce?

Ce l’avevo in testa da quattro, cinque anni, poi si è concretizzato negli ultimi due anni. Era una cosa che volevo fare, perchè mi ero reso conto che le canzoni durante i concerti assumevano un altro colore. Mentre chi ha dipinto un quadro, ha girato un film, non ci può più intervenire, la canzone ha questo grande privilegio di poter essere riscritta tutte le volte che la canti. Ho assistito a questo cambiamento delle mie canzoni, non l’ho condotto io. Vivavoce è la confessione di un artista che si rende conto che il tempo passa e le canzoni accompagnano questo tempo: tutto questo era dovuto a me, ma anche a voi che avete il diritto di sapere da che parte si muove la mia testa. C’è uno che chiede a una ragazza “Quanti anni hai?” Lei risponde “Diciotto” e lui “Bugiarda, l’anno scorso mi hai detto che ne avevi diciassette”. Che senso ha questa storia? Che questa ragazza dice la verità, ma dà due risposte diverse. Per dire la verità certe volte bisogna dare due risposte diverse. E in questo disco ci sono tante risposte diverse, ma c’è anche la verità di quello che oggi è la mia musica.

Scegliere le canzoni da tenere in un disco è sempre un processo difficile. In Vivavoce mancano alcune canzoni famose.

Non c’è Rimmel. Ho provato a rifarla, ma non è mai venuta come volevo, mi tengo la versione originale, che mi piace tantissimo. C’erano canzoni, tipo La donna cannone, con cui non sarei riuscito a fare niente di particolarmente diverso rispetto all’originale, allora ho chiesto aiuto a Nicola Piovani, sapendo che con la sua musicalità e sobrietà di compositore avrebbe fatto una cosa diversa e altrettanto, spero, bella. Con Alice, per lo stesso motivo, ho chiesto aiuto a Ligabue. Alice è una canzone che ho scritto chiuso nella mia stanza, un uomo di nemmeno vent’anni, ma già tetro, chino sulla sua chitarra. Ho pensato che se questa canzone, invece che da uno, fosse stata cantata da due, sarebbe cambiata la prospettiva del testo, della musica e la voce potente e cavernosa di Luciano creava una miscela interessante, arricchendo la canzone e piantandola nei nostri anni. È un po’ quello che è successo con Lucio Dalla, le nostre voci erano fatte di paste diverse, ma insieme creavano un’armonia rara.

C’è la taduzione di The future di Leonard Cohen, 1992. Cohen è uno dei cantautori a cui tu hai guardato fin dagli inizi, insieme a Dylan. Quanto De Gregori si misura con i testi altrui quando li traduce?

La canzone di Cohen è stata dolorosa da tradurre, descrive un futuro orribile, il male, la guerra. Nel tradurla mi sono confrontato con parole terribili. Ieri, un ragazzo di vent’anni mi ha detto “Certo che ci fai un bel regalo a darci questa canzone da ascoltare”. Io, da vero vigliacco, ho risposto “Non è colpa mia, l’ha scritta quell’altro”. In realtà, questa è la visione di un artista, come Goya dipinge un quadro sanguinario, ma la realtà non è necessariamente quella. Ci sono canzoni che descrivono un futuro più dolce. Se posso citare me stesso, in una mia canzone, La ragazza del ’95, si parla del futuro come qualcosa da aspettare con fiducia, si dice che il futuro è un dovere e questa è una puntura di spillo, perchè i giovani hanno sempre sentito parlare di un panorama di diritti, e difenderli è sacrosanto, ma bisogna anche sapere che a ogni diritto corrisponde un dovere.

Vai in tour con Vivavoce?

Si, ma non adesso. Ho fatto un breve tour europeo, e ne sono molto fiero. Per la prima volta sono stato all’estero a lavorare, invece che a fare il turista. Andare a Zurigo, a Stoccarda, a Londra a fare il cantante è stata una bellissima esperienza. Però adesso ci fermiamo e ricomincio a marzo con due concerti: il primo nella mia città, Roma, e il secondo a Milano e da lì girerò l’Italia il più possibile (a Napoli ci vengo anche due volte, spero – e sorride).

Visto il gran feeling, a conclusione di un pomeriggio di chiacchiere e risate, Francesco propone a Nino di affiancarlo nella sua prossima data napoletana. Occhio a quei due!

Questo è il primo estratto dell’album: Alice – De Gregori feat Ligabue.

Vivavoce: l’album che volevo da una vita.

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