Il Teatro Nuovo chiude la stagione teatrale rivoluzionando lo spazio scenico. Anna Cappelli di Annibale Ruccello cerca una casa non convenzionale (e la trova) nella verità che trasuda dalle espressioni facciali di Valentina Picello e nella regia atemporale e insieme primordiale di Claudio Tolcachir.
Mentre sto per prendere posto in sala mi imbatto in un incontro inaspettato. Di fronte mi appare una donna bizzarra: i capelli rossi e spettinati, un impermeabile lungo, le gambe scoperte e bianchissime. Con la mano sinistra si gratta la caviglia, lo fa ripetutamente, con la destra tiene una fetta di pane e ogni tanto ne strappa un morso con la bocca. Nel frattempo, i suoi occhi si fanno sempre più lucidi e, di fronte a un pubblico indifferente che continua a chiacchierare indisturbato, Anna Cappelli parla tra sé e sé, mormora e sussurra, si strappa via i capelli dalla testa. A un certo punto pare rivolgersi a qualcuno in sala, ma il suo sguardo affonda comunque nel vuoto.
Così, senza preavviso, come se ci fosse capitato per caso di incontrare Anna Cappelli per strada, inizia la messinscena, a sipario aperto, con le luci accese e il pubblico distratto che sta ancora discutendo su dove sia più conveniente sedersi.
Dettagli e programmazione dello spettacolo
| Caratteristica | Informazione |
|---|---|
| Opera | Anna Cappelli di Annibale Ruccello |
| Regia | Claudio Tolcachir |
| Interprete principale | Valentina Picello |
| Location e date | Teatro Nuovo di Napoli, dal 9 al 12 aprile 2026 |
| Durata | 65 minuti |
Indice dei contenuti
Valentina Picello «preferisce essere orizzontale», interpretando una Anna Cappelli spasmodica e vertiginosa ma ancorata alla terra
Appena si fa buio in sala, ho la sensazione di poter avere per una volta il privilegio di accedere al mistero che si nasconde nella vita interiore di una persona incrociata casualmente per strada. Per me, sin dalle prime battute, un desiderio si sta già avverando: posso assistere al teatro che accade nello spazio mentale di una sconosciuta totale.
Il palcoscenico è interamente ricoperto di terra – dopo lo spettacolo mi avvicino per toccarla e con stupore mi accorgo che è fatta di morbida gommapiuma. In bilico su questo tappeto di terra ci sono una cyclette, una poltrona, una lavatrice, un frigorifero rovesciato e un lampadario con alcune luci accese e altre fulminate. In questo paesaggio interiore che pare aver perso qualsiasi centro di gravità, sia anche momentaneo, Anna Cappelli ne rievoca un altro: il passato, il ricordo, forse persino l’allucinazione. Comunque un altro paesaggio che resta invisibile ma che pure noi spettatori vediamo chiaramente. Tra i vecchi elettrodomestici e i residui di una casa che sembra essere stata fatta a brandelli, spunta, come un fungo venuto fuori dalle radici della terra o come una presenza fantasmatica in un incubo notturno, la signora Tavernini.
Valentina Picello nel suo primo monologo si rivolge all’invisibile, eppure la sua interpretazione è talmente reale e viscerale che ci consente di mettere in atto un processo di immaginazione condivisa e visualizzare questa presenza funerea e incorporea che è la signora Tavernini. Qualcosa, però, nella voce spezzata di Anna Cappelli, nel tremolio delle gambe a penzoloni sul bordo della lavatrice (che è spenta, ma lei comunque trema tutta), comunica che non solo all’esterno, ma anche all’interno della sua stanza tutta per sé i soprammobili si sono rotti e il cuore è anch’esso ridotto in pezzi. Nell’aria c’è puzza di sudiciume, pancetta e pelo di gatto indiavolato.

«Mamma e babbo stanno benissimo. Ma chi li ammazza a quelli… No, ma cosa ha capito, Signora Tavernini… in senso figurato». Così, sin dalle primissime parole pronunciate, ci si domanda se di Anna Cappelli ci si può davvero fidare, ma poi, man mano che la messinscena prosegue, questo interrogativo scompare, evapora, si decompone, si frantuma in mille pezzi.
Claudio Tolcachir plasma insieme a Valentina Picello una Anna Cappelli fatta di carne, ossa e spirito, che si aggira come uno spettro su un palcoscenico morbido, fatto apposta per attutire i suoi colpi, per lasciarla illesa ad ogni caduta. Le tegole del palco diventano un fertilizzante naturale per far rinvigorire i fiori secchi. Valentina Picello è se stessa nei panni di un personaggio tragicomico, profondamente contraddittorio, un miscuglio incarnato di bene e di male, di puro desiderio e cinica disillusione, passione e risentimento, imbarazzato e insieme spudorato, schietto.
Anna Cappelli comunica con il corpo anche senza proferire parola. Si contorce e sobbalza in piedi, gira la testa di scatto come se avvertisse una presenza, si scioglie i capelli e se li riavvolge nevroticamente in uno chignon. È orizzontalmente viva, «orfana dei cieli», sedimentata a terra, quella stessa terra sotto cui si seppelliscono i morti. Sepolta da oggetti domestici, è ostinatamente viva. Che la sua vita sia destinata all’incomunicabilità, lei se ne frega, parla, parla e continua a parlare per dire “Io esisto”, ma per me potrebbe anche non dire nulla e mi arriverebbe lo stesso il suo profondo senso di inadeguatezza. Un meraviglioso senso di inadeguatezza.
Lo stesso spettacolo nasce a partire dall’invenzione di una lingua nuova, una lingua che, come per incantesimo, si rende decifrabile solo nello spazio fisiognomico del teatro. Lo stesso Tolcachir dichiara in un’intervista: «Io non parlo l’italiano e Valentina non parla lo spagnolo, eppure ci capivamo». E Valentina, parlando di Claudio, aggiunge: «Per gioco, su una spiaggia a Pesaro mi ha chiesto di cantargli le canzoni della Chiesa e io gli ho cantato Symbolum […]. Lui ha detto che gli sembrava una vera e propria dichiarazione d’amore. E così è entrata a far parte dello spettacolo».
Anna Cappelli di Tolcachir e Picello si esprime, dunque, in una lingua imperfetta. È una messinscena sporca: piena di lordura, pietanze maleodoranti, oggetti arrugginiti, granelli di polvere impigliati tra grumi di terra. E anche Valentina Picello si sporca, recita con la sua emotività più istintiva, che è però frutto di un percorso complesso e meticoloso. Perché se «occorre una vita per diventare bambini», lo stesso deve valere per riuscire a diventare vere attrici, a recitare cioè come se non si recitasse affatto.
Una messinscena sospesa nel tempo e ambientata in un Eden decaduto ai tempi del consumo di massa
Non si può non empatizzare con Anna Cappelli: vive in una stanza ammobiliata a casa della signora Tavernini, ha lasciato la casa dei suoi per andare a lavorare in un municipio polveroso e i genitori hanno già ceduto la sua camera da letto alla sorella. La casa di cui Anna Cappelli è alla disperata ricerca forse non è neppure un luogo fisico, ma è uno spazio di identificazione, di autoaffermazione, in cui può parlare da sola, andarsene in giro nuda per i corridoi.
In Anna Cappelli di Tolcachir, lo spazio domestico, che nel testo di Ruccello corrisponde a quello del boom economico – negli anni ’60, per una donna possedere un elettrodomestico rappresentava una grande conquista sociale –, si trasforma in un terreno fertile senza coordinate spazio-temporali, in cui qualsiasi emozione può riaffiorare liberamente: dall’allegria alla tristezza, dall’entusiasmo allo sconforto. Ogni piccola transizione da uno stato d’animo all’altro è humus che insozza i piedi di Anna che lo calpesta, ma insieme è linfa vitale per il suo corpo, le consente di muoversi, di ballare, di saltare di gioia e accasciarsi sconfitta sulla poltrona.

Come Winnie in Giorni felici di Samuel Beckett, Anna Cappelli è rimasta tumulata nel tempo di una vita che non scorre ma si ripiega costantemente su se stessa. Dissotterra il passato, riattraversa i mesi e gli anni, scava nel fango le ragioni delle sue vincite e delle sue perdite. Non le restano che i rimasugli di una vita smangiucchiata come la fetta di pane che mordicchia distrattamente prima dell’inizio della messinscena. Una vita confusa, allegra e disperata, contraddittoria e incontrollata, delirante e disarmante. Una vita che si potrebbe tradurre interamente in un solo gesto scenico: Anna Cappelli che estrae una borraccia dalla lavatrice e comincia a bere.
Perché in fondo la vita è SUA, anche se è un vero disastro, anche se Tonino Scarpa l’ha abbandonata. E continuerà a saziarsi con il corpo di Tonino (come un fedele con quello di Cristo) e a dissetarsi con le sue stesse disgrazie. Perché «la vita è un miscuglio di contraddizioni, quindi meglio metterla in scena così com’è».
È bello vedere rappresentata la fragilità umana senza pietismi e non sempre esorcizzata dietro una messinscena spudoratamente comica. L’interpretazione di Anna Cappelli-Valentina Picello a tratti fa anche sorridere, ma soprattutto lascia aperta una grande domanda: è oggi più semplice per una donna, e in particolare per una donna che sceglie di fare l’artista, riuscire ad avere Una stanza tutta per sé?
Anna Cappelli, strisciando i piedi nella terra, canta Gino Paoli – «Sassi che il mare ha consumato sono le mie parole» –, è attaccatissima alle sue cose e sogna una casa totalmente sua. Valentina Picello e Claudio Tolcachir lavorano sul testo di Ruccello come due bambini che giocano in cortile: cantando e ballando, ponderando però bene il peso delle parole e i movimenti scenici. È un gioco serio il loro. E, rendendo onore al testo di Ruccello, restituiscono dignitosamente vita a quella che Virginia Woolf definiva «letteratura d’immaginazione», dimostrando che quest’ultima, appunto, «non è un sasso che casca per terra, come succede a volte con la scienza; è una ragnatela, legata forse da un nulla, ma comunque legata alla vita, per i quattro angoli. A volte questo legame è quasi impercettibile. […] Ma quando questa ragnatela viene distorta, agganciata a un angolo, strappata nel centro, scopriamo che non è stata intessuta da una creatura incorporea, bensì che essa è il lavoro di un essere umano, capace di sofferenza, e che si trova legata a cose grossolanamente materiali, come la salute, il denaro e la casa in cui si abita».
Giovedì 9 ˃ domenica 12 aprile 2026
Teatro Nuovo di Napoli
(giovedì ore 21.00, venerdì e domenica ore 18.30, sabato ore 19.00)
Carnezzeria, Teatri di Bari, Teatro di Roma
in collaborazione con AMAT & Teatri di Pesaro per RAM
Tutte le immagini utilizzate in questo articolo sono dell’ufficio stampa dello spettacolo.

