Aspettando Godot, Galleria Toledo | Recensione

Aspettando Godot, con la regia e drammaturgia di Laura Angiulli, è in scena al Teatro Stabile d’Innovazione Galleria Toledo dal 13 al 27 Novembre. Lo spettacolo rientra nel Progetto Beckett, che comprende anche tre incontri d’approfondimento sulle drammaturgie immaginate dall’autore per la radio, il cinema e la televisione. Gli appuntamenti sono a cura di Giancarlo Alfano, Francesco Paolo De Cristofaro e Gabriele Frasca e si terranno il 17, il 24 Novembre e il 1 Dicembre. 

Aspettando Godot: l’assurdo di Beckett 

Da ricordare come uno dei testi più emblematici e rivoluzionari del Novecento, l’opera di Beckett racconta la vicenda di Vladimir ed Estragon, che si ritrovano ogni giorno lungo una strada di campagna, accanto a un albero spoglio, in attesa di un misterioso Godot. Di questo personaggio non sappiamo nulla: non cosa rappresenti, non cosa prometta, non perché i protagonisti lo aspettino. Sappiamo soltanto che non arriva mai. E questa assenza diventa il vero cuore del dramma. La costruzione circolare, apparentemente senza sviluppo, colloca l’opera all’interno del Teatro dell’Assurdo, corrente teatrale che mette in scena la condizione umana come sostanzialmente priva di senso.

L’ingresso in platea è seguito dall’immediata visione di due attori in scena- già in attesa- con una luce al lato del palco che via via si affievolisce per dare inizio alla pièce. Al centro Giovanni Battaglia e Francesco Oscar Dondi– a interpretare Gogo e Didi- si confrontano, dialogano, “ammazzano” il tempo, in mancanza di altre possibilità:

«-Andiamocene

– Non possiamo, aspettiamo Godot

-Ah già»

Ironizzano, dunque, sulle essenze afrodisiache della scarpa di uno e sui pantaloni sbottonati dell’altro, immaginano di mangiare rape e carote, si raccontano storie- come quella dei due ladroni o dell’inglese nel bordello- e tutto procede come tra le pagine beckettiane: privo di linearità. Il linguaggio, costantemente presente e ampiamente articolato, svolge un ruolo dall’involucro fragile: non è strumento privilegiato ma rappresenta un meccanismo che si inceppa.

Aspettando Godot
Giovanni Battaglia e Ruggero Oscar Dondi, Foto di Matteo Magnoni

L’ingranaggio scenico procede con fluidità nel rappresentare l’assurdo, la frammentarietà, il dramma. Sin dal principio, la regia di Laura Angiulli funge da sapiente macchina teatrale in grado di confrontarsi con uno dei capolavori più complessi del Novecento. Allora, il flusso scenico non si spezza mai: il pubblico è coinvolto nell’assurdità beckettiana- portata in scena in maniera eccellente dagli attori- e ride di quel riso amaro che mette a nudo le fragilità dell’uomo.

L’infinita attesa è arricchita, riempita e ingannatadopo sei ore senza aver incontrato anima viva– dall’arrivo di Pozzo (Massimo Verdastro) e Lucky (Antonio Speranza). Una coppia grottesca legata da un rapporto di dipendenza e dominio. Lucky è sottomesso, rappresenta quasi un automa trascinato al guinzaglio, il suo corpo appare privo di forze, incapace di ribellarsi, rispondendo perciò a qualsiasi richiesta del padrone. Pozzo- narcisista-vede gli altri come strumenti del proprio potere, riempie la scena con la sua ostentazione fino a ridursi a un personaggio impaurito, disorientato, cieco. Tra i momenti più alti della loro presenza in scena emerge, forse, l’eruzione dialogica di Lucky, a cui viene ordinato di pensare. Il suo monologo, in piedi sullo sgabello, è privo di logica: un flusso di parole ininterrotte, un linguaggio caotico e vertiginoso tale da indurre gli altri personaggi a non voler far altro che metterlo a tacere. Il pensiero, dunque, diventa un problema, una capacità che è meglio silenziare per sentire meno la dissoluzione che ci si porta dentro. 

L’attesa ossessiva di Godot che non arriva mai

Lo spettacolo restituisce una lettura rigorosa e attuale del lavoro di Beckett. Il cast coinvolge il pubblico e consegna sapientemente la comicità e il nichilismo del testo.

I personaggi non smettono di sperare che Godot arrivi e così, sempre sullo stesso identico punto di campagna, si ritrovano –disperati– ad attendere. Un’attesa, la loro, che diviene estenuante. Prolungata da Antonio Torino che fa il suo ingresso in scena, per annunciare che il signor (da notare la ripetitività di questo termine nelle sue affermazioni) Godot sarebbe arrivato l’indomani. Una notizia che non ha più il sapore di certezza. Un’illusione che porta i personaggi a pensare all’impiccagione pur vedendo che, in fondo, qualcosa è cambiato: l’albero in scena-disegnato da Antonello Scotti e realizzato da Koinelab– sempre presente alle loro spalle, è germogliato.

In questo piccolo oggi e breve domani, la diarrea di esistenza manifesta qualche mutamento pur nell’immobilità. E allora vale la pena l’attesa di Godot? Essa diviene una metafora universale. Godot può essere Dio, il destino, un cambiamento, una foglia sui rami dell’albero, una salvezza, un senso ultimo: ma qualunque cosa rappresenti, resta inaccessibile. L’essere umano è condannato a cercare risposte in un mondo che non ne offre. Tuttavia, continua ad aspettare, perché smettere di aspettare significherebbe riconoscere il vuoto.

L’abitudine è una grande sordina che quasi silenzia il dramma. Aspettando Godot mette in scena una vera e propria condizione esistenziale. Mostra la vita come un continuo rimando, un oscillare tra speranza e disillusione, un tentativo ostinato di riempire il silenzio con parole. È un’opera che fa sorridere, che confonde. Attraverso la rappresentazione teatrale, la catarsi si realizza: Aspettando Godot fa riflettere sull’umano, costringe a riconoscere e osservare l’assurdità del nostro stare al mondo.
«In questa immensa confusione, una cosa è chiara: noi aspettiamo Godot»

Fonte immagine di copertina: Ufficio Stampa 

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