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Benvenuti in casa Esposito al Teatro Diana | Recensione

Benvenuti in Casa Esposito

Dal 2 al 18 maggio, al teatro Diana di Napoli, saremo tutti Benvenuti in casa Esposito: la pièce teatrale con la regia di Alessandro Siani, tratta dal fortunatissimo omonimo bestseller di Pino Imperatore edito Giunti, promette di replicare il successo del film, vedendo nuovamente Giovanni Esposito impegnato nel ruolo del protagonista, Tonino Esposito, l’improbabile ed innocuo boss di casa Esposito.

La trama, i personaggi principali e gli interpreti di Benvenuti in casa Esposito

Benvenuti in casa Esposito prende il via il 31 dicembre. La commedia si apre in una Napoli illuminata dai fuochi pirotecnici e lo spettatore è subito invitato ad entrare nel salotto di casa Esposito: è la notte dell’ultimo dell’anno, una notte che è insieme, come recita l’augurio popolare, fine e principio. Tonino Esposito (Giovanni Esposito) è, fin da subito, presentato da sua moglie Patrizia (Susy Del Giudice), una popolana procace ed esuberante, come un fesso, dal momento che quest’ultimo cade dal terrazzo nel tentativo di sfidare i vicini di casa nell’eterna competizione – ricorrenza annuale nei quartieri popolari della città – per più vistosi (e pericolosi) fuochi d’artificio, cercando di risultare vincente almeno in questa circostanza. Perché, contro ogni aspettativa, all’ultimo discendente di un’antica stirpe di camorristi non resta che sperare nella gloria effimera dei fuochi pirotecnici per guadagnarsi la stima degli abitanti del quartiere Sanità: Tonino, goffo, imbranato e totalmente incapace di nascondere alcunché a chiunque, è l’antitesi della scaltrezza necessaria a chi fa del malaffare uno stile di vita, eppure si ostina, contro la propria indole, a voler a tutti i costi incarnare i panni scomodi e a lui non confacenti del delinquente, mettendosi alle dipendenze del sanguinario boss De Luca detto O’ Tarramoto (Gennaro Silvestro), che ha preso le redini del clan alla morte di Esposito giurandogli di non far mancare mai nulla alla sua famiglia e di non far mai sporcare le mani a suo figlio Tonino, un ingenuo dal cuore, tutto sommato, buono, incapace di far male ad una mosca.

Così Tonino, tenuto lontano da più rischiosi affari non alla sua portata, trova la sua ragion d’essere nell’impiego che, a cadenza mensile, lo mette al riparo dallo scuorno che prova immaginando ciò che suo padre penserebbe di lui se si facesse mantenere dal sistema senza prendervi attivamente parte: il semplice compito affidatogli da De Luca è quello della riscossione del contributo per la sicurezza, volgarmente noto come il pizzo, presso i commercianti di zona che, consapevoli della sua mancanza di acume, pagano la somma spettante utilizzando denaro falso, provocando l’ira del boss, forte tuttavia del fatto che tale gesto sia da ascrivere ad un gesto di scherno nei confronti della persona di Tonino e non un affronto al sistema in quanto tale, perché, come afferma parlando con Tonino, “soltanto due rivoluzionari ci sono stati a Napoli, Masaniello e Pimentel Fonseca. Se non sono riusciti loro a cambiare Napoli, chi ci può riuscire?”. Tuttavia dello stesso avviso non sembra essere Tina (Aurora Benitozzi), la figlia di Tonino, che porta il suo stesso ingombrante cognome del quale si vergogna, e che ha ottenuto un encomio dal Presidente della Repubblica per un tema scolastico di coraggiosa denuncia contro la camorra di cui il suo stesso padre si proclama fiero esponente: la ragazza, una studentessa liceale colpevole, secondo sua madre, di non essere capace, a diciassette anni, di trovare qualcuno che la metta incinta e lasciare una buona volta gli studi, proclama invece fortemente la propria estraneità alla mentalità criminale dilagante nel quartiere e nella casa in cui è cresciuta, abitata da persone che si mantengono ai margini del sistema ma non ne rinnegano i valori, pur non essendo direttamente coinvolti in fatti criminosi più gravi. Ma, come non manca di sottolineare la giovane in un serrato confronto col padre, quando un uomo perde la vita a causa della criminalità organizzata sono anche le mani di Tonino ad essere sporche di sangue, anche se lui una pistola non l’ha mai impugnata. Sono infatti i conniventi con la criminalità il problema più grande: coloro che accettano un certo stato di cose per comodità, abitudine o perché, come riflette Tonino, “dove si trova un altro lavoro da cinque, seimila euro al mese? Qui si sono tutti abituati bene…”

Tra le capuzzelle a tu per tu con la coscienza: Tonino e il Capitano spagnolo

L’aria che si respira in Benvenuti in casa Esposito non è, insomma, delle più serene. Quando le voci che rimbombano nella testa sono troppe, Tonino ha una rimedio infallibile: recarsi al Cimitero delle Fontanelle, luogo che lo terrorizza e rasserena insieme, perché lì, nel silenzio spettrale tra le anime dei defunti, può aprire il suo cuore alla capuzzella che ha adottato, che si racconta sia appartenuta ad un prode cavaliere spagnolo. È proprio nei confronti tra Tonino e la sua coscienza, che prende forma nel fantasma del Capitano (Giampiero Schiano) che risiede la parte più comica e riflessiva dell’intera commedia: in un irresistibile connubio di spagnolo e napoletano, in un crescendo di comici fraintendimenti ed equivoci il Capitano vuole spingere Tonino a guardarsi dentro, trovare la forza di reagire ai soprusi e riguadagnarsi la stima di sua moglie e di sua figlia, ma ancor prima di sé stesso, dimostrando di non essere un fesso e di aver la forza e la voglia di cambiare vita.

Benvenuti in casa Esposito offre una rappresentazione di Napoli in chiaroscuro, tra il serio e il faceto

Riuscire a far ridere, si sa, è una cosa seria, soprattutto se la risata si fa strumento di critica sociale. Benvenuti in casa Esposito offre una rappresentazione grottesca e quasi parodica della criminalità napoletana, popolata da arrivisti gretti, sguaiati e meschini, circondati da oggetti raffinati e opere d’arte ardite delle quali non comprendono il significato, ma che collezionano perché simbolo di uno status sociale, di un’ignoranza crassa esibita con fierezza e disprezzo della cultura, soffocati in appartamenti colmi di stucchi e tendaggi dalle trame improbabili, sotto lo sguardo perplesso e giudicante di animali esotici tenuti in piccole teche, che ogni tanto si lasciano andare a sagge riflessioni sulla natura bislacca dei propri padroni. Non si può non riderne: l’umorismo pungente, l’esagerazione, la parodia servono ad esorcizzare la paura. La Napoli rappresentata in Benvenuti in casa Esposito, e nel personaggio di Tonino Esposito in primis, è una Napoli tra il riso e il pianto, tra la commedia e la tragedia, tra paradiso e inferno; una Napoli più complessa delle banali seppur affascinanti cartoline del golfo, ma lontana della rappresentazione piatta e stantìa di chi la vuole asservita ai poteri camorristici presenti sul territorio, una Napoli che trova la volontà ed il coraggio di cambiare e cercare il proprio riscatto, affinché la fine di un capitolo possa essere il principio di uno nuovo.

Immagine in evidenza: Ufficio Stampa

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A proposito di Giorgia D'Alessandro

Laureata in Filologia Moderna alla Federico II, docente di Lettere e vera e propria lettrice compulsiva, coltivo da sempre una passione smodata per la parola scritta.

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