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Eroica Fenice

Giuseppe Miale Di Mauro

“A che servono questi quattrini”, Giuseppe Miale Di Mauro rilegge Armando Curcio

Venerdì 18 gennaio al teatro Sannazaro è andato in scena “A che servono questi quattrini”, adattamento della omonima commedia di Armando Curcio del 1940 con Pietro De Silva e Francesco Procopio e per la regia di Giuseppe Miale Di Mauro. La commedia è un’esilarante rivisitazione in chiave contemporanea, nella quale a far da padrone è una riflessione sul ruolo della ricchezza e del denaro. In una società come quella odierna è proprio l’apparenza, che in un guazzabuglio di sovvertimenti di ruoli e di valori in decadenza, perfino un banale imbroglio può risultare risolutivo.

“A che servono questi quattrini” di Giuseppe Miale Di Mauro, uno specchio alla contemporaneità

Il teatro è il luogo d’eccellenza nel quale è possibile trasportare la realtà, con tutte le sue problematiche, in tutte le sue forme. La sublimazione nasce da contatto diretto con il pubblico, da un rapporto uno ad uno, non mediato, attraverso il quale è possibile profondere parole, sotto forma di dialoghi e monologhi, è inoltrarsi nel ventre a botte di emozioni oppure accendere una riflessione. Lo spettacolo “A che servono questi quattrini”, inscenato sul prestigioso palco  del Sannazaro, ha fatto in modo di divertire, ma ha anche sollecitato una riflessione sulla contemporaneità, presentando un adattamento che ha lasciato un buon spazio all’immaginazione e nel quale ognuno di noi ha potuto riconoscere una particolare situazione, un particolare modo di approcciarsi con il mondo; interesse, promesse, demagogia, arruffoni mascherati da signori.

La trama di questa versione con la regia di Giuseppe Miale Di Mauro si discosta dall’originale commedia di Armando Curcio e dalla famosa e omonima trasposizione cinematografica del 1942 con la regia di Esodo Pratelli e con l’interpretazione di Eduardo e Peppino De Filippo.

Il marchese Eduardo Parascandolo diviene il professore, che, con un astuto stratagemma, convince il povero Vincenzino Esposito a licenziarsi dal suo lavoro di impiegato comunale per insediarsi nelle fila del suo partito e sposare la  filosofia della ostilità al denaro, alla ricchezza e al lavoro. Per il professore il lavoro e il denaro sono  castighi e rendono gli uomini schiavi della ingordigia. Bisogna prendere esempio dai grandi filosofi greci, come Socrate e Diogene, che oziavano e speculavano, filosofeggiando sull’esistenza, senza avere il bisogno di possedere e di sporcarsi le mani. La povera sorella di Vincenzino, Carmela, tuttavia è costretta a far fronte  agli ingenti debiti che ha dovuto accollarsi per far fronte alla situazione e poter tirare avanti. Vincenzino e Carmela vivono nella stessa casa e l’unico  stipendio era quello da impiegato comunale di Vincenzino. Ora sono costretti a far fronte a diverse vessazioni, tra le quali la minaccia di sfratto, le continue visite e sollecitazione dello strozzino e guappo Renato De Simone  e i debiti contratti perfino con i negozi di alimentari.

La situazione, lungi dall’essere buona, sarà completamente ribaltata da una improvviso deus ex machina, una lettera che contiene un rendiconto di un lascito di una eredità di un lontano parente, che ha deciso di lasciare la sua eredità ai cugini, spartendola in parti uguali. Tra questi cugini vi è anche Vincenzino che ora è in possesso di un assegno di 11 milioni di euro. Ora Vincenzino e Carmela sono all’improvviso divenuti ricche e la loro pessima condizione sociale migliora, a tal punto che perfino l’oneroso e ricco Ferdinando De Rosa, titolare del famoso pastificio De Rosa comincia ad avere rispetto e ad attorniare i due come un avvoltoio, intento a cercare di accalappiarsi la sua eredità,in modo da poter fa fronte ai debiti per il panifico che ha dovuto contrarre con il guappo Renato De Simone. In realtà tutto ciò è uno stratagemma, organizzato ad hoc dal professore. Non esiste nessun assegno e Vincenzino è più povero di prima, ma il professore con tale finzione dimostra come è possibile mettere sotto scacco le persone e combinare le carte in tavola, in modo da trarne un reale vantaggio. Fatto ciò il professore si prende carico del piano e del finto patrimonio finanziario di Vincenzino e, in accordo con questo, combina  il matrimonio tra l’ex impiegato comunale e Rachelina, sorella di Ferdinando De Rosa. Le prerogative per questo matrimonio combinate sono far estinguere il debito dei De Rosa con De Simone e riportare in auge di nuovo il pastificio. Il professore accetta, ma in cambio vuole che si faccia campagna elettorale per il suo partito, affinché Vincenzino, entrato a far parte del suo partito, possa essere eletto come presidente del consiglio. Verranno fatti accordi con i De Rosa  e con  De Simone, a cui il professore ha promesso di restituire soldi da lui prestati a De Rosa più un 5% delle quote azionario del Panificio. Il risultato sarà l’elezione di Vincenzino, la promessa di pagamento a De Simone e la continuazione dell’attività ingente di De Rosa: tutti risultati ottenuti sulla base di una finzione.

La divertente commedia di Giuseppe Miale Di Mauro porta alla luce le sfaccettature di una realtà che dà un assoluto adito alle apparenze. Una società spogliata delle vesti dei valori umani e sani della generosità, mostra le piaghe dell’interesse, in specie quello del denaro. Tutto si muove in relazione allo scambio. Un “Do ut des” che ha potere di smuovere situazioni dalle più improbabili, verso le quali finanche una finzione diviene il moto perpetuo per giostrare e sovvertire relazioni sociali più svariate, come fossero burattini. Uno scambio, una falsa promessa, un apparente ricchezza che smuove qualsiasi status quo ricalcitrante, che assume aspetti camaleontici e, in una democrazia insana, può divenire il compimento di un disastro. Ancora una volta il teatro dimostra la sua utilità e tra una risata e l’altra fa sorgere domande, solleva dubbi, che in molti dei casi hanno delle sembianze molto familiari.

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