Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Il Grande Circo degli Incornati

Il Grande Circo degli Incornati al teatro Sannazaro

Il Grande Circo degli Incornati ovvero come a causa di una cattiva gestione politica una tragedia diventò commedia è uno spettacolo, in scena al teatro Sannazaro dal 21 al 23 aprile, interpretato da Ilaria Ceci, Piero Grant, Matteo Mauriello, Francesco Russo ed Eva Sabelli, sulle musiche eseguite e riprodotte da Sossio Arciprete, Francesco del Gaudio e Raimondo Esposito, e per la regia di Davide Sacco, anche autore del testo liberamente tratto dalla farsa Francesca da Rimini. Commedia a vapore scritta e interpretata da Antonio Petito.

Lo spettacolo, inoltre, è inserito nell’insieme degli eventi proposti dalla manifestazione Arte Fiera, di cui Davide Sacco ed Ilaria Ceci sono i direttori artistici.

Lo spettacolo Il Grande Circo degli Incornati

Lo spettacolo inizia in maniera particolare: gli attori sono in sala ad accogliere il pubblico; è così che con un carattere veloce e dinamico inizia a prendere forma e colore la “strana” compagnia del Circo degli Incornati, composta dal giocoliere Shay Wapniaz, dall’equilibrista Alice Moracchioli, dalla danzatrice aerea Costanza Bernotti, e dai circensi “finti”, ossia gli attori Matteo Mauriello nei panni del Direttore del circo degli Incornati, Piero Grant nei panni del lanciatore di coltelli, Francesco Russo nei panni dell’assistente Groko, ed Eva Sabella nei panni della “donna barbuta” Giancarlus.

Lo spettacolo Il Grande Circo degli Incornati inizia così, proprio ricostruendo in un certo senso il carattere allegro, nostalgico e straniante delle atmosfere del circo e gli attori, calzata la maschera dei circensi, saliti ormai sul palco, proseguono in maniera “canonica” lo spettacolo, non senza coinvolgere ulteriormente il pubblico.

Il Grande Circo degli Incornati si ispira alla commedia farsesca Francesca da Rimini. Commedia a vapore di Petito, di cui riprende soprattutto la scelta scenica dei paradossi linguistici e degli equivoci e il carattere metateatrale, sebbene modificando le storie-cornice, che ruotano comunque attorno alla tragedia di Silvio Pellico Francesca da Rimini, e simile resta con l’originale di  riferimento l’intentio auctoris di veicolare con una risata il carattere amaro, triste e malinconico sotteso alla storia portata in scena.

Ed allora il sottotitolo proposto da Davide Sacco, pare proprio interpretabile specularmente: ciò che doveva essere una commedia, lo spettacolo circense, si rivela in realtà una tragedia, l’esito della storia in toto.

Ci sarebbe davvero molto da dire, sulla bravura degli attori, e degli artisti sul palco, della loro padronanza dei tempi di scena, delle forti interpretazioni drammatiche nei momenti dei toccanti monologhi intimi di ognuno dei protagonisti.

Ognuno con i propri dolori, intensamente comunicati dalle recitazioni degli attori, e il direttore del Circo, interpretato da Matteo Mauriello, con una carica interpretativa che, forse in un’analogia personale, sembrava suggerire un novello Don Chisciotte, che crede nei suoi sogni e vorrebbe poterli realizzare. E in quest’ottica, resosi conto del degrado che lo circonda, il personaggio cade in un profondo sconforto.

La storia tratta un tema tristemente attuale: la chiusura dei luoghi di cultura e di intrattenimento per via dei “tagli ai fondi” sotto quel fantasma della crisi economica, tanto spesso trincea di chi potente si arroga il diritto di tenere a sua discrezione i fili di tante vite. L’esito è tragico: i circensi sono costretti a sciogliere la compagnia, a chiudere il circo, che era stato l’unico faro nelle buie notti attraversate dai protagonisti.

Il Grande Circo degli Incornati, si sviluppa sulla forte intensità recitativa, ottenuta attraverso un uso accorto e coerente della parola drammaturgica e della pantomima, che esagera gesti e situazioni, in un crescendo di vicende al limite tra il verosimile e il surreale, e il comico e il tragico, un tragico reso tramite le tecniche narrative e drammaturgiche dell’ironia, del riso amaro, dello straniamento: un gruppo di vite, attori che calzano la maschera di circensi, che sul palco come tristi pagliacci sono costretti a mostrare un sorriso laddove non scorrono che lacrime, laddove non bruciano che ferite aperte, intrattengono lo spettatore donando almeno a loro quel desiderio che solo vagheggiano.

Tristi pagliacci che, per “giochi politici”, sono costretti a soccombere.

Ed è proprio nel termine dello spettacolo che si raggiunge un’intensità di pathos, con un finale che mette in scena le disillusioni e le amarezze dell’uomo di fronte alle miserie umane, che d’umano hanno in realtà ben poco: con una particolare battuta drammaturgica, tutta sviluppata sulla metafora delle fiere e dei domatori, si esprime il carattere del potere che manipola e che “mastica”, come si ripete più volte nello spettacolo, la dignità umana.

«Quando la bestia diventa il domatore, quella è la crisi», come lo stesso testo drammaturgico recita.

C’è del barocco ne Il Grande Circo degli Incornati, un barocco che in parte si manifesta, nei dialoghi iperbolici, nelle situazioni ed azioni solo apparentemente sconnesse tra di loro, ed in parte resta sotteso, in limine tra il latente e il patente.

Quando ormai lo spettacolo è terminato, e cala il sipario, una domanda continua a riproporsi alla mente: che siamo anche noi vicini alla compagnia de Il Grande Circo degli Incornati? Noi, spesso solo strani funamboli in questo circo di folli condanne.

Roberta Attanasio

Print Friendly, PDF & Email