I poeti non cadono in piedi: Franco Scaldati al Teatro Mercadante

I poeti non cadono in piedi

I poeti non cadono in piedi è stato in scena al Teatro Mercadante dal 13 al 15 febbraio. Lo spettacolo, con la regia e la drammaturgia di Franco Maresco e Claudia Uzzo, nasce da un’opera di filatura e intreccio dei testi di Franco Scaldati.

Scheda dello spettacolo I poeti non cadono in piedi

Dettaglio Informazioni
Date Dal 13 al 15 febbraio
Teatro Teatro Mercadante (Napoli)
Regia e drammaturgia Franco Maresco e Claudia Uzzo
Autore testi Franco Scaldati
Cast Aurora Falcone, Melino Imparato, Ernesto Tomasini

Il palcoscenico del Teatro Mercadante, per la messa in scena de I poeti non cadono in piedi, si trasforma in uno spazio-soglia, un purgatorio tra la vita e la morte, il paradiso e l’inferno. Ospita fantasmi che vengono fuori dai sogni e dai ricordi o da uno schermo cinematografico che li contiene entrambi.

I poeti non cadono in piedi, ma esiste un «paradisiaco sottosuolo» in cui i loro versi riecheggiano per l’eternità

Le luci non sono ancora del tutto spente in sala e il sipario si apre a metà. Così, per pochi minuti il palcoscenico resta socchiuso e anche gli spettatori sono nel limbo tra la finzione della messinscena che sta per iniziare e la vita vera. In questo centro invisibile appare una tomba: nel cuore del teatro riposa in pace l’anima di Franco Scaldati.

Come fantasmi appaiono tre personaggi venuti fuori dalla penna di Scaldati. Entrano su una scena non tradizionalmente intesa – un «intramondo» tra il cinema, il teatro e la terra – reggendo tra le mani una candela accesa: stanno partecipando alla veglia del loro Padre-creatore. Danno fiato ai primi filamenti di parole che insieme costituiranno questo tappeto indefinibile e meraviglioso che è lo spettacolo di Maresco e Uzzo.

Se, per Scaldati, «il cielo prende forma dal fiato degli uomini», lo stesso si potrebbe affermare del teatro. I poeti non cadono in piedi comincia, infatti, con dialoghi surreali, apparentemente senza senso, eppure rivelatori di un universo (quello scaldatiano) che ci sarà concesso comprendere solo a una certa ora propizia, con il cuore disposto ad accogliere l’invisibile e i sensi di un dormiente a cui il sogno svela una parte di mondo che altrimenti resterebbe ignoto.

Il pallone arroccato ph: Nocera Ivan

Per provare ad entrare in profondità in questo scambio di battute così enigmatico viene a un tratto in maniera naturale di chiudere gli occhi, forse proprio perché da ciechi si può vedere il mondo nella sua interezza. Ed ecco che, col buio negli occhi, arriva all’orecchio una domanda – del resto il teatro più autentico lascia interrogativi aperti –: «Può essere che siamo il sogno di un morto?»

Ma di colpo, come il passaggio improvviso dalla vita alla morte o come il risveglio da un sonno dolce e idilliaco, l’uomo che era lì sulla sedia di fronte allo schermo e che fino a pochi secondi fa si stava godendo con noi lo spettacolo, si alza in piedi e prende parola, rubando ai fantasmi la scena.

Franco Maresco, con lo sguardo basso e la postura «immalinconita», inizia il suo racconto

Scaldati era per lui un maestro e il suo lavoro di drammaturgo e regista è la testimonianza di quanto lo sia ancora e, probabilmente, sempre lo sarà.

Al teatro non esiste passato, presente o futuro, come del resto in ogni vera forma d’arte: ogni frazione temporale si confonde in una spirale eterna che è il tempo stesso della messinscena. In questo eterno sospeso Franco Maresco interpreta se stesso e al contempo restituisce voce a Scaldati, la cui anima aleggia ancora tra le travi del palcoscenico e il sipario.

Ne I poeti non cadono in piedi Maresco indossa i panni di Scaldati, pur raccontando se stesso: ha come lui la barba lunga e l’aspetto trasandato. Ma, come un figlio di un’epoca nuova che attualizza il lavoro del padre, fa uscire i personaggi dallo schermo. Il Sarto Scaldati gli cuciva addosso dei costumi tanto realistici da diventare irripetibili e Il Cinico Maresco monta le loro azioni sceniche in una visione filmica che infine buca lo schermo per piantarsi in teatro. Attraversa così due mondi (quello dell’amico e il suo) e due linguaggi (il teatro e il cinema), dando forma al sogno utopico di ricongiungerli. E allora: viva l’utopia dei cinici!

Nel teatro in cui sempre più spesso assistiamo alla rappresentazione di storie e di personaggi che chi scrive non vive in prima persona, le opere di Scaldati e di Maresco sono davvero una rarità. Sono spaccati di vita di un mondo che conoscono dall’interno, perché lo abitano quotidianamente. I due strappano dall’invisibilità presenze impercettibili che popolano i quartieri palermitani, i cosiddetti reietti. Protagonisti delle loro opere sono profeti dell’ordinario, quei «pazzi di voglia di vivere, di parole, di salvezza […] quelli che non sbadigliano mai e non dicono mai banalità».

Franco Scaldati: un Sarto alle prese con le parole

Con un’operazione euristica ed epidermica, Franco Maresco e Claudia Uzzo rimettono insieme i pezzi di un teatro originale e originario, a cui nessuno prima d’ora aveva restituito la giusta dignità. Una fanciulla veggente (Aurora Falcone), Totò (Melino Imparato, erede del modo scaldatiano di fare teatro) e Vicé (Ernesto Tomasini) diventano figure fantasmatiche, anime perdute e clownesche, gravide di valori spirituali, volgari e senzienti fino al midollo, fino al ridicolo. Gli attori sono eccezionali per la loro capacità di «essere comici e tornare primitivi».

La lingua di Franco Scaldati è intessuta di visioni poetiche, armonie, rime e ripetizioni. Prima c’è la figura e poi il segno, la parola scritta. È una lingua geroglifica, ossea, che riproduce l’anatomia di chi la parla. Sebbene infatti, non avendo familiarità con il dialetto palermitano, non sia per noi così immediato percepire l’ironia di ogni battuta, arriva però una vibrazione, un suono che smuove alcune sensazioni a una precisa altezza tra lo stomaco e il cuore.

Come in una fiaba sentiamo di assistere al prodigio che si compie sotto i nostri occhi: il Paracqua a prova non ripara gli ingenui, i santi e i poeti dalle intemperie e dagli orrori del mondo degli uomini, ma Scaldati sembra avere «organi misteriosi di presagio e corrispondenza» e riesce a trasformare anche la truffa in un gesto poetico. Così noi ci lasciamo volentieri “ingannare” dalla sua grazia e usciamo dal teatro bagnati, dissetati dalla sua pioggia di parole.

Analisi dei temi e valore politico della messinscena

Dopo che Maresco ci ha raccontato che cosa il Comune di Palermo abbia fatto per saldare il suo debito con il poeta – ovvero assolutamente niente –, seguono estratti delle sue pièces teatrali. E tutte hanno, non a caso, come protagonisti assoluti i veri abitanti della terra: imperfetti, ibridi e bellissimi, né vincitori né vinti esseri umani: Don Paolino, un omosessuale di un quartiere popolare di Palermo, due barboni, un ciclista, una bambina che gioca a palla.

Oltre ai personaggi, colpiscono però anche gli elementi: la luna, il sole, la pioggia, la terra… ma pure il piscio, la merda, la sborra. Non stupisce dunque che Quadri lo abbia definito «poeta aristocratico delle caverne».

«Mistico e profano» è ancora il volto di Scaldati sullo schermo, in primo piano, con lo sguardo infantile e sognante, attraversato dalle onde di un mare insieme agitato e tranquillo, come il suo spirito. Nel lavoro di Maresco, da attore Scaldati diventa spettatore della grande opera che egli stesso ha messo in piedi: può finalmente assistere allo scambio di battute di due angeli che accorrono in aiuto agli uomini, guidandoli nel percorso che li condurrà al proprio destino.

Gli attori ph Nocera Ivan

Franco Maresco, per denunciare l’oblio a cui la Sicilia ha voluto condannare uno dei suoi poeti più rappresentativi, si serve del palcoscenico. Lo attraversa in prima persona, dimostrando così che questo luogo da una parte è custode di una sacralità tale da ospitare persino un rito funebre, dall’altra ha un valore politico perché ogni spazio in cui presenziano i corpi e le voci è uno spazio politico.

I testi di Scaldati evocano l’atmosfera del secondo dopoguerra. I suoi personaggi, con i loro abissi e le loro malinconie, sono reduci di guerra e non sono quindi così distanti dagli uomini di adesso. I loro occhi sono «privi di pupille ma vedono ancora e i pensieri si attaccano disperatamente alle ossa»: quando tutto sembra perduto, solo chi è di una spiritualità altissima, come Scaldati, può mitigare il malefizio. Non cambiare le sorti, ma mitigarle. E questo si inserisce anche tra i valori sublimi della poesia.

Ci vuole molta attenzione per cogliere dei simboli nella cruda realtà. I veri poeti – quelli che sanno esercitare questa particolare forma di attenzione – «li rinchiudono in manicomio» perché rappresentano una minaccia per i poteri dominanti.

Credo che ad oggi il processo creativo stia andando in due direzioni: o è ossessionato dalla “trovata” originale e scommette tutto sull’idea senza badare al come, vale a dire al modo in cui le idee vengono comunicate al pubblico; oppure procede per disperati intellettualismi, riproposizioni radical chic di testi di autori immortali.

Ci vorrebbe appunto molta attenzione e meno immaginazione – se intendiamo quest’ultima come una fuga dalla realtà – per penetrare le cose: sondarle, osservarle in profondità e provare a restituire almeno una parte dell’immenso valore che hanno avuto.

Franco Maresco e Claudia Uzzo hanno lavorato sui testi di Scaldati come dei sarti, con meticolosa sapienza, attraverso il tempo. E, «avanzando di ritorno», hanno aperto un sipario sulla morte, realizzando il sogno del loro poeta per il quale «al teatro non si muore mai».

Rimane impressa un’immagine: il mare proiettato sul volto di Franco Scaldati, questo orizzonte illimitato oltre il quale potrebbero nascondersi altri mondi possibili, utopie realizzabili.

I poeti non cadono in piedi. Muoiono e molti si dimenticano di loro. Ma nuovi poeti nascono per ricordarci che un misero pallone «arroccato in cielo può diventare una stella». Alcuni sono più grandi di altri e hanno lo stesso volto della luna: Scaldati era uno di questi.

Inventore di una nuova lingua, poeticamente e politicamente umana, «infima e infinita», Scaldati ha oggi dei suoi prolungamenti: Maresco è tra questi. Sta a noi fruire della loro arte, prima che il post-umano ci disumanizzi, smaterializzandoci, fino a privarci pure dell’ultimo potere magico che ci è rimasto: il potere creativo.

Articolo aggiornato il: 17 Febbraio 2026

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A proposito di Chiara Aloia

Chiara Aloia nasce a Formia nel 1999. Laureata in Filologia moderna.

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