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Eroica Fenice

Il funambolo, Jean Genet al Teatro Sannazaro

“Il funambolo” di Daniele Salvo, Jean Genet al Teatro Sannazaro

Altro giro, altra corsa! Dopo lo spettacolare Les Aiguilles et L’Opium e il sorprendente Peccato fosse puttana, Il Napoli Teatro Festival approda al Teatro Sannazaro con Il funambolo, regia di Daniele Salvo. Lo spettacolo è ispirato al romanzo omonimo e autobiografico di Jean Genet, nel quale l’autore racconta del suo rapporto di amicizia con Abdallah Bentaga, giovane acrobata che lo scrittore spingerà verso la carriera di funambolo. La linea di demarcazione tra realtà e subconscio, appare, fin dalla prime battute, molto labile. Lo spazio scenico è diviso da un pannello che viene usato come parete di proiezione e come retro scala onirico della mente del giovane, interpretato da un convincente Giuseppe Zeno.

Il testo di Jean Genet non è stato scritto per il teatro e presenta una visione esasperatamente poeticizzata del circo e del suo rapporto con il mondo. Il filo di ferro che sostiene l’acrobata, i lustrini, il pubblico, il trucco, ogni frammento inerente l’esibizione diviene, scena dopo scena, un momento di riflessione, quasi a voler procrastinare ed esorcizzare la performance in cui l’atleta metterà in gioco se stesso, rischiando la vita. Ed è proprio la morte il fil rouge che lega il tutto. Morte che viene esaltata, poi quasi annullata dalle parole di Genet (Andrea Giordana), il cui pensiero può essere riassunto dall’aforisma: «La Morte – la Morte di cui ti parlo – non è quella che seguirà la tua caduta, ma quella che precede la tua apparizione sul filo. È prima di scalarlo che muori. Colui che danzerà sarà morto – deciso a tutte le bellezze, capace di tutte». La danza del funambolo sul filo non è, quindi, come quella del pavone che cerca con i suoi colori di conquistare la platea, ma più un rito, un momento di liberazione nel quale finalmente specchiarsi. E solo un morto, qualcuno che non ha nulla da perdere, può correre un rischio tanto grande. Avvenuta la catarsi, potrà essere finalmente libero, seppur per un solo istante.

“Il funambolo” di Daniele Salvo, morte e solitudine danzano sul filo

Il rapporto tra Genet e Abdallah è ambiguo. Lo scrittore sfida e plasma l’algerino quasi fosse una sua creatura, cera su cui lavorare per costruire un capolavoro, e ci riesce, sfruttando la forza dell’atleta e le debolezze e la solitudine dell’uomo. Uomo che, quasi innamorato del suo mentore, finirà col suicidarsi, nella vita reale, per aver deluso le sue aspettative. Ed ecco il paradosso: è la morte da cui tanto era fuggito a rendere il funambolo immortale, eterno e parte della storia, così come ci viene mostrato nei filmati in bianco e nero proiettati prima e durante quasi tutto lo spettacolo.

Dalla scenografia alle luci, passando per le musiche originali, ogni particolare della pièce è curato in modo maniacale ed offre al pubblico un’esperienza immersiva, come raramente accade a teatro. La presenza di scene di ballo e di una Melania Giglio in splendida forma non possono che completare un quadro affascinante, delicatamente colorato, spettacolare, seppur a trattati visibilmente malinconico, ma come malinconica è la vita stessa.

Marcello Affuso