Seguici e condividi:

Eroica Fenice

la scortecata

La scortecata, due pulzelle nel cuore dei sogni

Martedì, 29 gennaio è andato in scena al Teatro Bellini lo spettacolo “La scortecata”, con testo e regia di Emma Dante e con gli attori Salvatore D’Onofrio e Carmine Maringola. Lo spettacolo, liberamente tratto dal racconto “La vecchia scortecata” de Lo cunto de li cunti di Giovan Battista Basile, inscena due sorelle che, oramai vecchie e decrepite, tentano di sedurre un re con un inganno. Il finale dello spettacolo farà da perno al senso di uno spettacolo che risulta essere strutturato su due piani, uno narrativo e  l’altro metanarrativo.

“La scortecata”, lo scontro della realtà con il sogno

Sulla scena scarna, le tavole del palco, due attori, due sedie, un baule e un castello fiabesco in miniatura albeggiano su un orizzonte oscuro. I dialoghi drappeggiano lo spazio scenico con lembi di parole di un dialetto arcaico,  fiondano nella platea in un rete di lessemi napoletani del ‘600, spargendo il sangue caldo di una lingua, grumi di sillabe colme di un tempo millenario.

Salvatore D’Onofrio e Carmine Maringola scavano nel ventre di una lingua, traendo fuori un dialetto vivido,  gestualità popolari, rendendo carne viva una scena composta dal minimo indispensabile. Nello spettacolo “La scortecata” di Emma Dante, gli attori sono gli unici ad essere sul palcoscenico, incarnando i ruoli di due vecchie zitelle, Carolina e Rusinella. Sviscerando dal repertorio di Basile “lo trattenimiento decimo della iornata primma”, cioè il racconto “La vecchia scortecata”, la regista  utilizza il dialetto arcaico come un boato di vitalità, uno scoppio di schegge di parole che tempestano la scena  di una reboante tempesta di vita. I due attori, impersonando le due vecchie sorelle, in un cambio continuo di registro linguistico, tendono le redini di un linguaggio vivo, plasmandolo ad un linguaggio corporeo più profondo, creando un connubio truculento che apre faglie profonde nel substrato ricettivo dello spettacolo, liberando da un lato energie e scatti di profonda ilarità e comicità, dall’altro una tensione più prettamente tragica, quasi violenta che nasce proprio da un brusco bypass di registro linguistico, che tende a enfatizzare le storture orripilanti della vecchiaia.

Il racconto è tratto liberamente dall’opera di Giovan Battista Basile “Lo cunto de li cunti ovvero trattenimiento de peccerille” o “Pentamerone”. L’autrice cambia il racconto, eliminando il lieto fine. Sulla scena i due attori personificano entrambe le sorelle, non ponendo dei punti di riferimento allo spettatore. Cambiano continuamente ruolo, creando la scena adatta al racconto. Al principio lo spettacolo apre con le due vecchie intente a leccarsi il  mignolo. Devono prepararsi per mostrarlo al re che tanto aveva apprezzato il canto e la voce di una delle due sorelle. Ora il re è intenzionato a incontrare di persona quella dolce fanciulla, ma le donne lo gabbano dicendo di voler mostrare, per ora, solo il mignolo della mano da dentro la serratura della porta del loro stambugio. Una di loro riuscirà a passare una notte nell’alcova regia, ma l’inganno verrà scoperto e la vecchia buttata dalla finestra. Rimarrà incastrata su di un ramo e trasformata da una fata in una bella e giovane fanciulla. Ma, nel momento in cui sembra esserci un lieto fine, una delle due sorelle sprofonda nelle tenebre della realtà e decide di farsi “scortecare” della sorella, concependo che le favole non esistono.

Questo finale che rasenta il tragico è la chiave dello spettacolo. La scena si alterna in due dimensioni parallele: quella onirica, più prettamente del  racconto. e quella della realtà, ovvero quella del tempo reale. Questi due tempi differenti si intrecciano creando una figura unica, un vorticoso movimento continuo di una creatura attoriale che trasale continuamente da angolazioni coscienti ad altre inconsce, sognate o immaginate. Lo spettacolo è schizofrenico, cangiante, a volte risulta ostico distinguere i due piani: quello della narrazione e quello metanarrativo. Il finale è il nucleo dell’adattamento della Dante, poiché in esso è contenuto l’aspetto cinico e disilluso. Le due sorelle si sostengono a vicenda, oramai vecchie vedono scorrere tra gli alvei delle loro raggrinzite pelli il brivido gelido della morte incombente. Lì nasce la necessità a illudersi, giganteggiare tra le steppe della fantasia. Le vecchie, rappresentate dai due attori, si scambiano i ruoli da attori, recitando la loro stessa narrazione.  Si svela sul palco del Bellini la perfidia della fantasia contro la parete diafana della realtà: e il risultato è tagliente, affilato come un rasoio adatto a “scorticare” pelli incartapecorite.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *