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Eroica Fenice

Mare Mater, educare alla libertà

Mare Mater, educare alla libertà

Mare mater racconta la storia del percorso umano e culturale promosso da un’educatrice, Giulia Civita Franceschi, tra il 1913 ed il 1928, a bordo della nave “Caracciolo”, una piro-corvetta a elica della marina militare, convertita in una “nave scuola”, dove oltre 750 bambini e ragazzi poveri della città di Napoli appresero i rudimenti dei mestieri del mare e soprattutto furono coinvolti in un metodo di insegnamento rivolto al rispetto della persona e della libertà di pensiero e azione.

Mare mater, uno spettacolo improntato non solo sull’educazione, ma anche sulla libertà e sulla possibilità di riscatto

Lo spettacolo è andato in scena nella “cornice” del molo San Vincenzo, nei pressi dell’antico bacino del porto di Napoli, spazio messo a disposizione dalla Marina militare. Con sullo sfondo le acque calme del porticciolo il personaggio di Giulia Civita Franceschi, interpretato con cura e rigore da Manuela Mandracchia, incontra due suoi ex allievi dell’esperienza della Caracciolo, ora diventati uomini adulti e lavoratori. I due personaggi, resi con intensità dagli attori Luca Iervolino e Giampiero Schiano, sono stati tra i beneficiari di un metodo d’insegnamento per quell’epoca innovativo, il cosiddetto “sistema Civita”, apprezzato da Maria Montessori, improntato a far capire il valore della dignità del lavoro, della solidarietà umana e delle relazioni autentiche.

Ogni ragazzo veniva riconosciuto nella sua individualità caratteriale e nelle sue potenzialità, e al tempo stesso si tentava di costruire un senso di comunità: un percorso di crescita individuale e collettiva. Nella finzione scenica i due uomini hanno reazioni diverse nell’incontrare la loro ex educatrice. Uno sembra non ricordarsene, ha paura della memoria, ma quando i ricordi si fanno vivi, come la “risacca del mare”, l’emotività diventa orgoglio e rabbia, tale da farlo inveire contro la società oppressiva dei poveri e degli ignoranti: «ci costringete a salti mortali per una lira, i porci siete voi, non io, che per intelligenza sono meglio di voi». L’altro ex allievo, nel parlare con l’educatrice, le dice: «voi non ci avete aiutato a stare al mondo». È un colpo duro per lei, il senso della sua vita sembra messo in discussione. Ma l’uomo spiega: «un giorno, ero in servizio, ho voluto dare ad un lavoratore che spalava il carbone una mela da mangiare. Per aver dato una mela ad un sottoposto avevo infranto una regola, fui visto e messo in cella per alcuni giorni. Per una mela! Voi non ci avete insegnato a vivere…ma ci avete aiutato a stare al mondo, ma ci avete insegnato quanto è ingiusto e quanta fatica ci vuole per renderlo un posto un po’ migliore». L’insegnante sorride: quello che voleva trasmettere, il vivere secondo onestà e umanità, a qualcuno, a molti, è arrivato.

Il “metodo Civita” e l’ostacolo fascista all’educazione

Storicamente l’impegno e la bontà del “metodo Civita” furono sostenuti da Arturo Labriola, sindaco di Napoli tra il 1919 ed il 1920. Si capiva che la plebe non era una “maledizione”e gli scugnizzi non erano destinati ad una vita delinquenziale. Nei vecchi legni della nave Caracciolo si sperimentava un esempio di come gli emarginati potessero diventare cittadini attivi.

I risultati dell’ impegno di Giulia Civita Franceschi furono negati ed il suo lavoro interrotto dal regime fascista. In quegli anni il governo autoritario aveva bisogno di una gioventù asservita, e le “navi asilo” rientrarono in un progetto di organizzazione giovanile balilla, fatta di ordini da eseguire senza capire o condividere. Nella messa in scena un gerarca fascista, interpretato in modo credibile da Graziano Piazza, rinfaccia all’insegnante che solo una parte di quei ragazzi poveri ed ignoranti era riuscita ad uscire dalla sua condizione col “metodo Civita”. Giulia esordisce con un «è già molto» – consapevole che fosse un punto di partenza. Questo perché, come ormai è chiaro a tutti, il fascismo propagandava l’asservimento alla “madre patria”. Sulle “navi scuola” i ragazzi iniziavano a conoscere una “madre” diversa, una madre che attraverso la cultura libera i sentimenti ed il pensiero, e di conseguenza fa compiere azioni consapevoli. Una madre che accoglie e fa vedere orizzonti infiniti, come il mare.

A cullare ed accompagnare musicalmente lo spettacolo è l’attore ed artista Niko Mucci, che ha musicato ed interpretato Da scugnizzo a marenaro di Viviani, ed altre sue canzoni composte da cantautore, eseguite con dolcezza poetica, da far sentire a chi ascolta la sensazione di fare “il vivo a galla, tra mare e cielo”. Hanno partecipato allo spettacolo anche circa trenta ragazzi della banda musicale centro Ester di Barra, aprendo e chiudendo con le loro sonate la narrazione scenica.

Mare mater, spettacolo inserito nel Napoli teatro festival 2016, è una produzione Le Nuvole e Casa del Contemporaneo – centro di produzione teatrale. Lo spettacolo è stato scritto da Fabio Cocifoglia e Alfonso Postiglione, con la collaborazione alla drammaturgia di Antonio Marfella. Cocifoglia e Postiglione rimarcano il loro intento di mettere in evidenza «la condizione dell’infanzia, spesso abbandonata, un abbandono che oggi assume nuove forme rispetto a quelle di inizio Novecento ma che in parte ancora permane». «Per questo – aggiungono – è importante ricordare metodi educativi come quello di Civita, rivolti non solo ad acquisire un sapere ma, partendo dall’individuo, ad educare a guardare il mondo».

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