Nel Grand Salon dell’Accademia di Francia a Roma – Villa Medici, il libro “Pente raide” di Samira Negrouche e Marin Fouqué trasforma una lettura a due voci in un’esperienza di ritmo e memoria. Tra corpi e suoni, il rapporto tra Francia e Algeria emerge come pendenza da attraversare.
Una vera e propria prova di attrito. Una struttura circolare, sobria e intima. Eppure, proprio questa essenzialità soffusa, ha lasciato esplodere con forza ciò che il testo porta con sé: la riuscita della performance di giovedì 9 aprile 2026 è passata anzitutto attraverso la differenza tra le due presenze. Samira Negrouche (poetessa, saggista e traduttrice) ha dato alla parola una temperatura calda, ferma, viscerale. La sua lettura non cercava l’effetto, ma la densità. Marin Fouqué (romanziere, poeta e performer) invece, ha lavorato su un ritmo più concitato, quasi in accelerazione continua: le parole sembravano rincorrersi, come se ogni frase fosse spinta verso un punto di rottura o di climax.
Il risultato è stata una tensione viva: da una parte una voce che trattiene e radica, dall’altra una voce che precipita, scivola, incalza. Una tensione che finiva per dare corpo al titolo stesso. Pente raide è stata un’esperienza ritmica, quasi fisica, in cui il senso passava anche dal suono, dal tempo, dalla diversa pressione delle due interpretazioni.
Indice dei contenuti
| Informazioni sulla performance Pente raide | Dettaglio |
|---|---|
| Opera | Pente raide |
| Autori e Performer | Samira Negrouche e Marin Fouqué |
| Luogo dell’evento | Accademia di Francia a Roma – Villa Medici |
| Data | 9 aprile 2026 |
| Tematiche principali | Rapporto Francia-Algeria, trauma coloniale, memoria sensoriale |
Il pendio come immagine fisica e politica
Il “pendio” di Pente raide, ripreso a più battute, non resta mai soltanto immagine. Diventa una condizione tangibile, morale e storica. Nella performance si avverte continuamente questa inclinazione: i corpi sbilanciati, le scarpe consumate, il fiato corto, la fatica del trattenersi o del lasciarsi scivolare. Si percepisce che il testo lavora su una geografia concreta prima ancora che simbolica.
L’opera non mette in scena due soggetti che dialogano da una superficie neutra, ma due posizioni esposte a un terreno irregolare, dove chi sale e chi scende non parte mai davvero dallo stesso punto. In questo libro, il rapporto tra Francia e Algeria viene così sottratto a ogni comodità astratta: non è un argomento da conferenza, ma un dislivello da attraversare, una relazione che pesa sui corpi prima ancora che sulle idee.
Pente raide: nessuna finta simmetria

Le simmetrie che non esistono sono state lasciate fuori dal portone di Villa Medici. La lettura a due voci non cerca la consolazione della pacificazione rapida. Al contrario, riconosce che il dialogo nasce già dentro uno squilibrio e che il vero cruccio non è cancellarlo, ma nominarlo senza trasformarlo in slogan.
Il rapporto tra Francia e Algeria, così come emerge dalla performance, è una conversazione resa difficile da eredità, rimozioni, asimmetrie, memorie che ancora incidono sul presente. Anche per questo la traduzione proiettata non funzionava come semplice supporto tecnico, ma come ulteriore livello di esposizione: la parola restava visibile, ferma, quasi da attraversare due volte, prima nell’ascolto e poi nello sguardo.
Corpo, storia e condizione dello straniero
Come si fa a tenere insieme corpo e storia? Tra le loro pagine, Samira Negrouche e Marin Fouqué ci sono riusciti: attraverso le loro parole la lingua non si limita a evocare il passato coloniale o le sue conseguenze, ma lo fa passare attraverso muscoli, posture, oggetti, dettagli quasi banali. Il confine tra politico e quotidiano si assottiglia di continuo.
L’identità, la vergogna, la distanza, la percezione di essere o diventare stranieri non vengono descritte in astratto, ma come qualcosa che modifica il modo di stare nello spazio, di reggere il proprio peso, di guardare, di esporsi allo sguardo altrui. È una scrittura che non definisce soltanto la condizione dello straniero in quanto tale, ma la fa sentire come torsione, come adattamento forzato, come postura.
In Pente raide l’infanzia è archivio ambiguo
Molto forte è anche il modo in cui il testo tratta la memoria dell’infanzia. Non come rifugio innocente, ma come archivio ambiguo di immagini, desideri, oggetti, abitudini, suoni. In Pente raide il ricordo non alleggerisce ma complica. Fa vedere come anche ciò che appare più quotidiano, persino più tenero o insignificante, possa portarsi dentro una storia già incrinata.
L’effetto è quello di una memoria sensoriale che non riesce più a separarsi dal peso politico che la attraversa. In questo punto delicato la performance non denuncia soltanto, ma mostra come la storia abiti anche le cose minime, le abitudini, i lessici affettivi, ciò che sembrava innocuo e invece non lo era fino in fondo.
Il sole come ferita della memoria
Tra le immagini più insistenti c’è quella del sole. Non un elemento atmosferico mediterraneo, ma una forza doppia: luce dell’infanzia e insieme agente di accecamento, calore della memoria e insieme pressione violenta del presente. È una delle figure in cui la performance condensa meglio il proprio sguardo: ciò che sembrava dolce può rivelarsi traditore, ciò che apparteneva al paesaggio affettivo può riemergere come sintomo di una ferita storica mai davvero chiusa.
In questa ambivalenza il testo trova una delle sue corde più forti. Il sole non illumina, espone. Non consola, costringe a ricordare diversamente. Non riscalda, brucia.
Una lingua che incide prima di ricucire
Il testo si fa via via più tagliente. La parola sembra assumere quasi una funzione chirurgica: non accarezza, incide. Non si limita a rievocare, ma entra nella materia scoperta del trauma, della nominazione, della violenza sedimentata nei discorsi e nelle relazioni.
Senza bisogno di alzare artificialmente il tono, la performance lascia emergere l’idea che certi legami storici non possano essere ricuciti se prima non si accetta di attraversarne la lacerazione. La ricerca non anela ad una lingua addomesticata, ma aspira a restare dentro ciò che è scomodo, perfino impronunciabile. Anzi, lo impone con gran forza.
Anche il momento finale di domande e risposte è sembrato tutt’altro che accessorio. Il pubblico ha partecipato con coinvolgimento reale e Negrouche e Fouqué hanno risposto in modo sentito e articolato. Non un Q&A di servizio, ma la prosecuzione naturale della performance. Come se il testo, una volta terminato, avesse ancora bisogno di aprire uno spazio ulteriore di chiarimento, risonanza, esposizione. Ed è stato forse proprio lì che si è colto fino in fondo il senso dell’intera serata: non offrire una sintesi rassicurante, ma lasciare aperta la complessità.
Pente raide e la fatica necessaria del dialogo
Alla fine, Pente raide lascia soprattutto l’impressione che il dialogo vero non sia mai un terreno piano. È una salita, una discesa, un equilibrio precario, una parola che rischia continuamente di perdere il passo. Negrouche ha raccontato un lavoro fatto di stratificazioni progressive, in cui il canto, le pause e perfino gli sguardi sono diventati strumenti per lasciare depositare la densità del testo senza soffocarla. Fouqué, dal canto suo, ha descritto il ritmo come qualcosa che si costruisce rispondendo alla voce dell’altra, quasi fosse un incontro in tempo reale: un continuo capire dove spingere, dove fermarsi, dove differenziarsi e dove invece accordarsi. Più che un libro, è uno strumento da avere nella propria cassetta degli attrezzi relazionale.
Fonte immagini: copertina fornita Ufficio Stampa / Sito ufficiale
Video fornito da Ufficio Stampa

