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Eroica Fenice

Andromaca, da Euripide a "I Sacchi di Sabbia" alla Sala Assoli

Andromaca, da Euripide a “I Sacchi di Sabbia” alla Sala Assoli

Nei giorni 25, 26 e 27 ottobre, la Sala Assoli ha ospitato “Andromaca“, opera teatrale tratta dall’autore greco Euripide e qui riadattata da Massimiliano Civica (Premio Ubu 2015) e I Sacchi di Sabbia, con questi ultimi intenti ad esserne gli interpreti in scena.

Andromaca de I Sacchi di Sabbia o come ti irrido il dramma

Se riflettiamo sulle radici del teatro e del dramma non possiamo non pensare ai Greci.
A loro dobbiamo la nostra tradizione culturale, il tre unità aristoteliche, seppur non proprie del filosofo, sono un memorandum vivente sul come si imposta e si compone la creazione drammatica.
Così profondo è il nostro rispetto e la nostra consuetudine a questa impostazione da ritrovarci spesso in uno scatenarsi di polemiche e dibattiti sul come debba essere rappresentato il dramma oggi. Se è possibile presentarlo solo in quel modo, rispettando la storia e l’abitudine, oppure se è possibili stravolgerlo, mutarlo, se non amputarlo, senza rendergli offesa insopportabile.

Il metodo usato da Civica e I Sacchi di Sabbia è innovativo, se così vogliamo dire.
Mischia i due status del teatro, quello “alto/dramma” e quello “basso/commedia”, col fine di poterci mostrare, senza omissioni, tutta la tragedia euripidea, evitando di condurre lo spettatore nella pienezza del dramma e raccontando tutte le mostruosità e la violenza insita nell’opera con una grottesca ironia.
Talmente assurda è quella spirale di orridi accadimenti in susseguirsi da suscitare una comicità quasi involontaria, qui esagerata e portata in risalto dalle interpretazioni degli attori.

Di questi ultimi vanno lodate le buone interpretazioni, capaci di rompere la “quarta parete” senza uscire dal seminato della narrazione, coinvolgendo il minimo indispensabile il pubblico a non lasciarlo mai andare, a perdersi nei suoi pensieri e conducendolo per mano verso il finale.
Ridere, ridere, ridere sono le ultime parole del messaggero di Neottolemo, dopo aver raccontato le vicissitudine del suo padrone.
Con questo invito si congedano gli attori e le loro interpretazioni, destinate a finire di nuove nelle pagine dei classici e a venire ancora e ancora interpretate come se tutto quell’assurdo dolore non facesse mai poi ridere nessuno.