Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Bruciati di Stefano Ariota, omosessualità e lutto allo ZTN

Bruciati di Stefano Ariota, omosessualità e lutto allo ZTN

Venerdì, 3 maggio è andato in scena al teatro ZTN lo spettacolo “Bruciati” di Antonio Mocciola, con la regia di Stefano Ariota. Sul palco i tre attori Marina Billwiller, Ivan Improta e Simone Alfano hanno regalato agli spettatori una performance fuori dalle righe. La scena, segnata dalla virulenza della nudità dei corpi, ha infiammato un ambiente volutamente scarno in un’atmosfera lancinante e perturbante che ha guidato una concitata e doppia narrazione in un solo ed esile piano scenico. Un plauso va anche agli Assistenti alla  regia Massimo Di Stasio e Marco Gremito e all’arredamento scenico dell’arch. Tullio Pojero.

“Bruciati” di Stefano Ariota, lo spettacolo dalle molteplici narrazioni come frutto di una realtà delirante

Una donna dondola sotto le forti braccia di due uomini, vomita parole sconnesse, insensate come nenie maligne. Erompono tra la platea dei ghigni diabolici, risate schizzate come suoni stridenti in un silenzio assoluto. Dei suoni cadenzati e inquietanti di campane a lutto squarciano la tela del silenzio e si propagano tra gli interstizi della mura del teatro e scagliano pezzi di note di follia, dolore, morte. L’incipit di “Bruciati” è una ferita sanguinante, uno strappo lancinante che desta il sublime, una doccia di fuoco che sveglia dal sopore della quotidianità.

Lo spettacolo di Antonio Mocciola è pregno e grondante di una forza primigenia. Un piano scenico diviso in due accoglie i tre protagonisti Anna, Ilario e Marco. Anna e Ilario sono due coniugi e hanno un figlio di nome Andrea che non compare mai nella scena. Tuttavia, La vita di coppia dei due è per Ilario una mordace copertura, poiché Ilario è omosessuale ed è da sempre innamorato di Marco. I due amanti sono costretti a vedersi di nascosto, in stanze d’albergo, poiché Ilario non ha il coraggio di lasciare sua moglie. Ilario teme il giudizio e vuole proteggere suo figlio Andrea da una situazione scomoda e decide di portare avanti una doppia vita.

L’incontro dei due amanti è inserito in un angolo del palcoscenico. I due compaiono nudi sul piano scenico condiviso contemporaneamente con Anna, la quale appare congelata, obnubilata da una tetra immobilità, sfumata dall’ombra delle luci concupiscenti puntate sui due uomini. I due corpi si muovono sontuosi, avvinghiati in un unico corpo inscindibile, fusi dal sudore  bollente del piacere carnale. Le scena appare allucinata dalla passione più viscerale e si libera delle vestigia morali e moralistiche della società.

Pur amando Marco, tuttavia Ilario è imprigionato nella sua gabbia domestica, condivisa con la moglie che non ama e odia con tutto se stesso. Le mura della casa sono pareti di una prigione di ipocrisia, un luogo infernale, dove la moglie si muove a scatti, come un carillon, quasi  fosse azionata da una cordicina. Proprio da qui che lo spettacolo sembra non completamente lineare, diviene insoluto. Proprio a partire dalle mura domestiche di Ilario e Anna che trapelano brandelli di inquietudine: Ilario risulta frustrato, oppresso dalla sua non vita, si scaglia contro la moglie che si comporta, tuttavia, normalmente, scoppia in fragorose risate isteriche che trapelano qualcosa di non detto. Difatti, Nel bel mezzo delle loro conversazioni i due vengono continuamente interrotti da un rumore inquietante e da qui la conversazione si sposta sul figlio Andrea che non comparirà mai nella scena.

Il focus della vicenda sembra cambiare improvvisamente, dal momento che l’attenzione si focalizza sul figlio che vive anch’esso relegato nella stanza, poiché teme i giudizi altrui. Qui la narrazione sembra subire una brusca interruzione. Lo spettacolo sembra ridefinirsi in modo metanarrativo. La storia sembra deflagrarsi, sciogliersi e colare in uno scintillio opaco. La maschera di donna allegra di Anna, l’inquietudine della sua esplosiva risata isterica diviene il coperchio di un delirio, allorché Anna, sotto la verità che il marito gli spara in faccia, lascia fuoriuscire se stessa e, dunque, i suoi vaneggiamenti. Qui si scopre la presunta vera cornice reale della narrazione: Andrea, il figlio adolescente, è morto suicida poiché non ha saputo reagire alla vergogna e alla intolleranza perbenista della madre; Andrea era omosessuale ed è stato ucciso dall’ipocrisia. Da qui lo spettacolo si tinge di acque torbide. Il lutto e la non accettazione soverchiano nella scena e si amalgamano, ridefinendo i ruoli già opportunamente scardinati.

Il palco è in realtà lo spazio fisico  della mente allucinata di Anna che riflette nel marito una doppia vita e nel parroco il suo appassionato amante. L’altalena di Anna, sotto le braccia dei due uomini, si ripresenta a fine spettacolo come la coazione di qualcosa di non elaborato. Dunque, ” Bruciati” si svela in uno spettacolo circolare, in una ruota che è allo stesso tempo la fissazione di un lutto mai elaborato. Lo spettacolo sembra ridursi in cenere sotto le fiamme dell’ipocrisia prima, della intolleranza e del lutto dopo. In uno scontro perenne tra Eros e Thanatos, ciò che risulterà bruciato sarà l’eros, la vita, l’accettazione della diversità sotto le fiamme lancinanti e voraci della morte. Bruciati dalla ipocrisia, bruciati dalla cattiveria, bruciati dall’ignoranza, lo spettacolo “Bruciati” di Antonio Mocciola risulta una fiamma in questo caso vivificatrice e luminosa, la quale tenta di fare luce su una problematica che stenta a spegnersi e a finire di ardere vittime come legna scoppiettanti di un camino.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.