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Eroica Fenice

TITO/GIULIO CESARE, la parodia del potere, l'atroce morte del tiranno

TITO/GIULIO CESARE, la parodia del potere, l’atroce morte del tiranno

Mercoledì, 13 marzo al Teatro Bellini è andato in scena TITO/GIULIO CESARE, due riscritture originali di due tragedie di Shakespeare, contenuti in due atti dello stesso spettacolo: il primo atto, “TITO” è una riscrittura della prima tragedia di Shakespeare “Tito Andronico” di Michele Santeramo e la regia di Gabriele Russo con Roberto Caccioppoli, Antimo Casertano, Fabrizio Ferracane, Martina Galletta, Ernesto Lama, Daniele Marino, Francesca Piroi, Daniele Russo, Leonardo Antonio Russo, Filippo Antonio Russo, Isacco Venturini e Andrea Sorrentino; il secondo atto “GIULIO CESARE. Uccidere il tiranno” è una riscrittura del “Giulio Cesare” di Shakespeare di Fabrizio Sinisi e la regia di Andrea De Rosa con Nicola Ciaffoni, Daniele Russo, Rosario Tedesco, Isacco Venturini e Andrea Sorrentino.

TITO/GIULIO CESARE, due riscritture che dialogano tra di loro fra parodia, metateatro e  rappresentazione della violenza

Una fervido clima di tensione si annida tra gli anfratti del palcoscenico. Una faglia recide il tronco greve della tradizionale tragedia shakespeariana e segna una frattura da cui zampillano i bagliori di una contemporaneità che è nella sua essenza una reiterazione di meccanismi che sono rimasti indenni. Il potere arido, la tirannia, la violenza emergono dalle faglie del palco e sono costanti nelle due riscritture e negli adattamenti, seguendo meccanismi che sono rimasti inalterati.

Gli spettacoli dei registi Daniele De Rosa e Gabriele Russo sono nella loro essenza profondamente attuali, anche ponendo in auge due classici shakespeariani. Colgono aspetti particolari dei meccanismi del potere e della violenza ad essa correlata, ponendo una lente d’ingrandimento che abbia uno spessore universalistico. Eradicano dalle svariate implicazioni di tipo prettamente drammatico, poetico, psicologico di William Shakespeare e delle sue canonizzate tragedie dei fenomeni che possono essere considerati universali e perpetui nella società, espandendoli come una enorme macchia d’olio con una regia mirata a infondere e dimostrare l’epifania di meccanismi che oggi più che mai sembrano interessarci di prima persona: il potere e le implicazioni più truculente che in esso si nascondono, la tirannia, l’autoreferenzialità, l’ossessione verso il carisma e l’apparenza, l’annichilimento della società.

Non è un caso che il Tito di Russo sia un personaggio atipico, che abbia perso tutto l’orgoglio da condottiero del Tito Andronico shakespeariano e sia divenuto un uomo pigro, stanco, inetto che, dopo la  campagna contro i goti e dopo aver portato con sé i prigionieri, abbia voluto congedarsi dagli uffizi del potere, ignaro del popolo che lo avrebbe voluto imperatore, e ora vorrebbe solo starsene comodo su una poltrona a leggere e ad ascoltare musica leggera. Questo Tito non conserva nulla di ciò che caratterizza un condottiero romano: tutte le sue azioni e decisioni sono prese quasi controvoglia, senza una particolare ragione, ma solamente perché è costretto a esserlo per uno status quo ben impostato. Tito ha lo sguardo cinico, divorato dal tedio, tormentato dal senso di responsabilità che non sente nemmeno più suo. Difatti, Tito risulta essere un inetto, tanto da decidere di affidare le sorti dell’impero a Saturnino. Non risulta difficile, dunque intravedere in questo Tito l’uomo contemporaneo, annegato nel nichilismo.

Tito è un condottiero che fa ammazzare il piccolo Alabro, figlio della regina Tamora, entrambi suoi prigionieri (insieme ad Aronne, Demetrio e Chirone, altri due figli di Tamora) per ragioni prettamente di odio e vendetta. Nello sguardo di Tito vi si intravede un profondo e torbido cinismo, disprezzo e dà gli ordini. Seguendo regole, consuetudini prestabilite, senza quasi nemmeno pensare. E non solo potremmo dire che vi è un divario enorme tra il Tito Andronico di Shakespeare e quello di Gabriele Russo, ma lo scarto più sottile è tra finzione e realtà. Infatti, Tito interrompe più volte anche gli attori nella loro recitazione, deridendoli, dimostrando all’interno dello spettacolo stesso che gli attori sono ben consapevoli di personificare una parte e che gli essi stessi giostrano i personaggi, innescando un impasse metateatrale che non fa che confermare il Tito personaggio quasi coincidente al Tito attore, anzi si potrebbe dire un Tito personaggio subordinato ad un Tito attore. Tito qui è a tutti gli effetti un antieroe, il quale per dimostrarlo oltremodo, deride Tamora nel suo monologo di afflizione per l’uccisione del figlio, oppure invita Lavinia, stuprata e con la lingua mozzata, pregna di sangue, a recitare più intensamente il dolore. Questo Tito è l’antieroe per eccellenza, un antieroe che ci interessa di vicino, sembra quasi riflettere la nostra società odierna. Infine, compierà anche la sua vendetta, una vendetta che lui ha capito essere inevitabile, poiché chi ha potere non può esimersi da ciò, non può essere come tutti gli altri. Tito farà uccidere Chirone e Demetrio per aver stuprato e mozzato la lingua a sua figlia Lavinia, e, preparando un pasto macabro, con all’interno i resti dei due ragazzi, costringe Tamora a mangiare i suoi figli: che ora divengono, in uno scatto folle di black humor, a pieno diritto “sangue del suo sangue…

TITO/GIULIO CESARE, una fenomenologia della violenza

Contrariamente al Tito di Russo il “GIULIO CESAREdi Andre De Rosa è un tiranno morto. Tutto lo spettacolo arrocca in sé una tensione quasi spaventosa che è dettata dalla morte di Giulio Cesare. I suoni sordi, cadenzati, forti strappano qualsiasi accenno di ilarità, che poteva anche essere presente nel primo atto, ridefinendo l’atmosfera come macabra, nefasta, irreale. Sembra quasi che De Rosa abbia voluto creare una scena aliena, surreale, senza possibilità di orientamento. Una scena che somiglia ad un luogo, che metaforicamente potrebbe essere un luogo interiore, il luogo della coscienza, un luogo intimo, interno, uno spazio inquietante, truculento in cui poter vivisezionare, analizzare elementi in particolare: la violenza,la tirannia.

Dunque, è giusto uccidere un uomo ? Lo è anche se questo è un tiranno ?

 

Fonte immagine: http://www.teatrobellini.it/spettacoli/229/titogiulio-cesare

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