Napoli. Tutto esaurito per To my skin, in scena al Piccolo Bellini di Napoli il 24 e 25 gennaio. Un dittico potente, la cui esperienza singolare trae origine dall’incontro-scontro tra visioni, linguaggi e orizzonti di due coreografi: Mauro de Candia (Before/After) e Antonio Ruz (Ardor), e sette danzatori: Ginevra Conte, Leopoldo Guadagno, Manuela Facelgi, Nicolas Grimaldi Capitello, Marta Ledeman, Francesco Russo, Antonio Tello. Uno spettacolo prodotto dalla napoletanissima Cornelia Dance Company di Nyko Piscopo, che vede in scena, stavolta in qualità di performer, anche Eleonora Greco.
Indice dei contenuti
Dettagli dello spettacolo To my skin
| Elemento | Descrizione |
|---|---|
| Titolo | To my skin |
| Compagnia | Cornelia Dance Company |
| Coreografi | Mauro de Candia, Antonio Ruz |
| Tema centrale | Ecologia, corpo, relazione uomo-natura |
| Luogo | Teatro Piccolo Bellini, Napoli |
La genesi di To my skin, sulla soglia del contrasto
To my skin è una pièce che emerge da un dialogo tra danzatori, artisti e coreografi, le cui idee orbitano intorno al nucleo tematico dell’ecologia, cui scelgono di guardare attraverso la lente dell’azione e delle rivendicazioni ambientaliste.
L’ecologia – scienza di cui si fa un gran parlare al giorno d’oggi – attraversa i corpi dei danzatori, non concepiti come entità isolate o semplici strumenti, ma come luoghi di interdipendenza costantemente esposti agli ambienti e alle forze che li attraversano.
In tal senso, più che di corpi, è necessario forse parlare di una corporeità emergente e capace di registrare le pratiche di cura ma anche, e soprattutto, le logiche di sfruttamento che l’uomo infligge al pianeta che abita e, di conseguenza, anche a sé stesso – proprio a partire dal concetto di relazione intesa da Bateson in Verso un’ecologia della mente, come qualcosa che precede e permea ogni aspetto del reale.
Unico oggetto di scena è un gigantesco pallone che, sospeso e legato a un filo durante tutto lo spettacolo, è una presenza simbolica che rappresenta forse la terra, forse le aspirazioni di un’umanità che – colta nel suo ultimo slancio ostinato – rifiuta d’arrendersi e infuria, infuria ancora «contro il morire della luce», per dirla (quasi) con Dylan Thomas.
Before/After di Mauro de Candia
Le luci blu e l’agitarsi dei danzatori dietro il sipario rosso costruiscono il contrasto – dato dai colori quasi complementari – ancor prima che lo spettacolo abbia inizio. Nel buio allora ogni spettatore trattiene il fiato, per poi rilasciarlo in un sospiro misurato: un gesto minimo che anticipa lo sforzo di entrare in dialogo con ciò che sta per avvenire sul palco.
Il coreografo Mauro de Candia, di origine pugliese, vanta un percorso internazionale, che lo ha visto solista, tra gli altri, anche del Balletto di Hannover e creatore ospite per numerose compagnie, tra cui Introdans, il Washington Ballet e lo Staatsballett di Berlino. Nel 1997 fonda a Barletta Arte&BallettO, realtà dedicata anche al sostegno di giovani danzatori e interpreti.
In scena il duo Ginevra Conte e Leopoldo Guadagno, vestiti di tute dalle venature color sabbia e ghiaccio, alterna a movimenti sinuosi, gesti angolari e squadrati che ricordano a tratti lo stop-motion, in una performance in cui il peso ed il fuori peso costituiscono l’ossatura portante, che vede in alcune prese il suo momento di massima tensione. A sostenerla contribuisce un paesaggio sonoro fatto di suoni spesso stridenti e acuti, merito delle musiche di Julia Wolfe che disegnano un ambiente in cui il suono somiglia al crepitio del ghiaccio che, sciogliendosi, si frantuma.
La penombra avvolge costantemente i corpi, mentre il fumo, la sfera blu e persino la musica stessa, sembrano esercitare una pressione invisibile, schiacciando i due sotto un peso incorporeo. La tensione accumulata si dissolve quando i danzatori, giacendo a terra, respiro su respiro, condensano i movimenti in una quiete condivisa.
Ardor di Antonio Ruz

Con l’ingresso degli altri cinque danzatori la scena si tinge progressivamente d’arancione, colore complementare al blu glaciale delle luci che, fino a questo momento, ha restituito al pubblico l’immagine di corpi-atomi sospesi in condizioni estreme. La dominanza fredda, astratta e siderale viene sostituita ora da una materialità densa e terrestre, con i colori caldi di luci e costumi che richiamano alla mente un paesaggio desertico ed anche in questo caso profondamente estremo.
I cinque corpi si avviluppano, sostenendosi fin quasi a schiacciarsi tra loro e soffrendo in uno spazio che pare a tratti restringersi, per poi allargarsi ancora in ultimo respiro senza fine. Antonio Ruz, coreografo di Ardor, ha origini andaluse e un background internazionale, è stato danzatore nel corpo di ballo del Victor Ullate Ballet di Madrid, per poi debuttare come coreografo del Balletto del Grand Théâtre de Genève nel 2001.
La sofferenza dei corpi-entità si manifesta attraverso respiri affannosi e strozzati, che i movimenti contratti e i gesti intermittenti (che ricordano a tratti il voguing), rendono tangibili. La musica di Aire sottende un’energia che trova il suo culmine nel beat, anche leitmotiv che scandisce l’intera performance, imponendo un ritmo stringente, che finisce così per annientare ogni tentativo di fluidità nel movimento. I danzatori agiscono come un’unica entità che non si espande, ma pare anzi ripiegare in sé stessa per spezzarsi ed accumularsi in una tensione che resta irrisolta.
Una graduale perdita di verticalità sancisce l’esito inevitabile di questo processo di radicale implosione.
To my skin, ovvero «Chi più della terra ha sanguinato?»
La scena sembra prepararsi all’ingresso di Eleonora Greco. La performer crea subito una frattura: vestita di giacca e tacchi a spillo di colore argento, irrompe nello spazio squarciando la sfera con uno spuntone. La sua presenza è accompagnata dalla voce fuori campo di Simona De Leo – che legge Homesick: A Plea for Our Planet di Andrea Gibson – che si innesta nella partitura scenica come un’urgenza profondamente sentita e accolta dal pubblico.
La scena diventa così uno spazio di denuncia, in cui il corpo si fa campo di battaglia e luogo di resistenza contro un sistema turbo-capitalista che consuma ogni risorsa terrestre, vanificando le speranze per un’inversione di rotta.
Fonte immagini nel testo e in evidenza: Ufficio Stampa

