Da martedì 27 gennaio fino a domenica 1 febbraio il Teatro Bellini di Napoli propone La città dei vivi diretto da Ivonne Capece. Nel 2020 era uscito per Einaudi La città dei vivi, bestseller internazionale firmato da Nicola Lagioia, vincitore del Premio Strega.
Indice dei contenuti
Dettagli produzione: La città dei vivi
| Elemento | Dettaglio |
|---|---|
| Opera originale | Romanzo di Nicola Lagioia (Premio Strega) |
| Regia e Adattamento | Ivonne Capece |
| Cast principale | Daniele Di Pietro, Pietro De Tommasi, Cristian Zandonella, Sergio Leone |
| Tematiche chiave | Violenza gratuita, rapporto padre-figlio, decadenza di Roma |
| Durata | 105 minuti |
La genesi e i rimandi de La città dei vivi
Lo spettacolo trae ispirazione da un delitto straordinariamente crudele. Nel 2016, a Roma, un giovane viene massacrato in un appartamento da due coetanei senza apparente ragione. Ma la vicenda reale è solo uno spunto per esplorazioni poetiche, simboliche e provocatorie sul rapporto dell’uomo con il male e la violenza. Tormenta la memoria il Pasolini di Ragazzi di vita con la sua Roma decadente – una città morta abitata dai vivi, invasa dai topi e corrosa nonostante il peso della sua storia millenaria. In questo contesto la violenza non è più dettata dalla necessità o dal degrado sociale: emerge come espressione di pulsioni autodistruttive e ossessioni cupe, segnali di una decadenza morale che sembra inestricabile. Roma è evocata come una presenza sullo sfondo; un’entità oscura e tentacolare capace di attrarre con i suoi inganni per poi divorare chi ne viene sedotto. Una metropoli pulsante di desideri inesprimibili, illusioni fragili e disillusioni inevitabili. Gli assassini della vicenda non conoscevano la vittima: non c’è alcun motivo passionale o familiare né intenti dimostrativi come negli attacchi terroristici. È proprio l’assenza di motivazione razionale a perturbare maggiormente lo spettatore. Quando la violenza appare priva di scopo, essa angoscia profondamente.
La costruzione scenica e simbolica
In scena, i personaggi, interamente declinati nella categoria del genere maschile, sono ridotti ai tre giovani protagonisti e a un quarto attore, più maturo, che incarna i padri dei ragazzi. La scenografia è spoglia: accanto a un frigorifero e a una lavatrice, si trovano frammenti di statue classiche su cui prendono vita proiezioni in videomapping che evocano fidanzate, amici e comunità di quartiere, creando un coro scomposto e irriverente per questa moderna tragedia su violenza, colpa e smarrimento giovanile. Il primo quadro si apre con un anziano che abbraccia due dei protagonisti della storia, incarnando la figura di un padre dall’atteggiamento protettivo. Questa immagine richiama un’antichità patriarcale in cui la figura materna è del tutto assente, eccezion fatta per alcune apparizioni fugaci nei frammenti olografici che punteggiano la scena in diversi momenti. Il padre protettivo introdotto inizialmente evolve in tre personaggi distinti, tutti magistralmente interpretati da Sergio Leone: i genitori dei due assassini e il padre della vittima. I primi due, benché fisicamente presenti ma moralmente vacillanti, dopo aver metabolizzato l’orrore dell’accaduto, invece di richiamare i figli alle loro responsabilità, si occupano di trovare scappatoie per sottrarli alla giustizia. Al contrario, il padre della vittima, pur esprimendo la richiesta di una punizione esemplare per i colpevoli, rimane consumato dal dolore per la perdita subita.
La struttura drammaturgica de La città dei vivi
L’evento centrale del dramma, l’omicidio, non viene rappresentato subito ma è rinviato al finale, che si distingue per un impatto visivo straordinariamente intenso e drammatico. Nel frattempo, lo spettatore assiste agli eventi successivi al crimine, immergendosi nelle angosce ed emozioni turbolente dei personaggi. Spicca il conflitto interiore del giovane più fragile, trascinato dall’amico più maturo in una relazione di natura omosessuale vissuta più per compiacere che per reale inclinazione. La paura che questo segreto venga scoperto, minacciando la sua immagine di uomo eterosessuale, sembra pesare più delle conseguenze legali del crimine. L’altro protagonista, invece, appare sicuro di sé e quasi orgoglioso della sua condotta. In uno dei momenti più simbolici della messa in scena, la vittima viene mostrata mentre tenta invano di trascinare con una fune il Mosè di Michelangelo, un gesto che richiama il mito di Sisifo. Questa azione non solo rappresenta uno sforzo vano per sfuggire alla violenza degli assassini, ma diventa anche una potente metafora dell’inutilità di opporsi al male radicato nella natura umana. Sullo sfondo, una Roma eterna rimane impassibile di fronte a queste vicende drammatiche. Il clou della rappresentazione è raggiunto nel finale, dove Ivonne Capece sceglie di rappresentare la brutalità dell’assassinio senza filtri. I due si accaniscono ferocemente sulla vittima che tenta inutilmente di resistere. La scena è intrisa di una violenza amplificata dall’uso della polvere di cocaina e crea un contrasto stridente con le dolci promesse tradite del Vedrai, vedrai cantato in precedenza. Gli attori (Daniele Di Pietro, Pietro De Tommasi e Cristian Zandonella) dimostrano un talento straordinario non solo nella recitazione ma anche nell’espressione fisica, culminata in questo atto finale che coinvolge emotivamente il pubblico e rende impossibile rimanere indifferenti.

Le scelte della regia, la scenografia, le luci e le musiche de La città dei vivi
La scelta registica della Capece è caratterizzata da quadri affascinanti che assumono un ruolo attivo e dialogano visivamente con le varie figure. Le luci, calibrate nei tagli e nelle cromature variabili, riflettono gli stati emotivi dei protagonisti e amplificano l’efficacia narrativa. Gli ologrammi e i video utilizzati per evocare ciò che sta “fuori” dalla scena aggiungono ulteriore dinamicità e autenticità all’opera. Tra le figure rappresentate negli ologrammi spiccano le interpretazioni cameo di artisti come Arianna Scommegna nel ruolo della madre di uno degli assassini e Tindaro Granata. L’esibizione si distingue anche per l’accurata scelta delle musiche e l’uso mirato di suoni elettronici che donano ritmo alla narrazione, mantenendo alta l’intensità senza mai far calare l’attenzione.
Un affresco intenso e disturbante sulla capitale
In 105 minuti, La città dei vivi porta in scena un affresco intenso e doloroso della vita romana. Tuttavia, lo spettacolo travalica la semplice cronaca e scava nella complessità dei rapporti umani: padre e figlio, sociale e individuale. Sono raccontate normalità apparenti, convenzioni borghesi, perbenismo fragile, psicologie irrisolte e un orrore che si cela sotto la superficie. E poi c’è la droga, dipinta come un reticolo bianco che permea ogni strato sociale, erodendo silenziosamente gli argini morali di una Roma travolta dalla modernità disillusa. C’è sempre una parte nascosta, ed è proprio questa che dà significato a tutto, sottolinea Capece citando il romanzo da cui l’opera è tratta, evidenziando il lato oscuro che ci sfugge e al tempo stesso ci definisce. Il tutto dipinge un microcosmo in cui la noia cosmica viene soffocata attraverso l’annullamento identitario. La rappresentazione si configura così come un’esperienza potente e disturbante, capace di narrare un atto di violenza estrema e gratuita che supera qualunque idea di tortura, sadismo o perversione. Qui ci troviamo nell’ambito del quasi inudibile.
Considerazioni finali
Lo spettacolo è prodotto da Elsinor Centro di Produzione Teatrale insieme a TPE Teatro Piemonte Europa, Teatri di Bari, Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini e Teatro di Sardegna. Gli interpreti offrono performance fisiche intense e cariche di sfumature. Il palco diventa così un luogo in cui ciò che è reale si trasfigura nell’arte, come indicato anche nelle note di regia: Non si vuole semplicemente ricostruire un caso di cronaca, ma creare un’opera libera da vincoli documentaristici. È una riflessione che scuote profondamente e interroga la platea. La città di Roma emerge come altro protagonista dello spettacolo: affascinante e spietata, pulsante di desideri, fallimenti e illusioni. L’opera scandaglia, con uno sguardo acuto e inquieto, la dimensione metropolitana ambigua e tentacolare, restituendo un’esperienza teatrale intensa e di forte impatto emotivo.
Fonte immagine: Ufficio stampa

