Tutto brucia, quando il dolore diviene archetipo universale e senza tempo

Tutto brucia

Al teatro Bellini va in scena Tutto brucia, rifacimento in chiave contemporanea delle Troiane di Euripide.

Tutto brucia, in scena al teatro Bellini per la prima di venerdì 21 gennaio, è l’ultimo progetto dei Motus, compagnia riminese fondata trent’anni fa da Enrico Casagrande e Daniela Nicolò. Lo spettacolo riprende Le Troiane di Euripide: il titolo si rifà alle parole di Jean-Paul Sartre, e l’opera attinge, per la ricerca drammaturgica firmata da Ilenia Caleo, ai testi di Ernesto De Martino, Edoardo Viverois de Castro, NoViolet Bulawajo, Donna Haraway e Judith Butler. Un lavoro di ricerca erudito e stratificato con cui il gruppo torna a scavare nella tragedia antica e a confrontarsi con personaggi femminili: Ecuba, Andromaca, Cassandra, Polissena, Elena di Troia. Figure archetipiche, la cui disperazione per il lutto e per la propria sorte avversa risuona come un’eco nel presente.

Il dolore che oltrepassa lo spazio e il tempo: il dolore universale di Tutto brucia

L’urlo di dolore, quello scaturito da una brusca contrazione del diaframma, quello che è lanciato nell’aria e che si trasforma in un rantolo di gola agghiacciante, e che richiama ogni cellula del corpo a magnificare il lutto. Se dovessimo stabilire quale sia stato il dolore più acuto in tutta la storia dell’umanità, non saremmo capaci minimamente di classificare tutti i vinti della storia e, con essi, l’afflizione degli sconfitti. Ma Euripide nelle Troiane ha aperto un varco gigantesco: ha deciso di donare all’uomo la magia della disperazione, la catarsi attraverso il riflesso delle lacrime in modo oltremodo poetico.

Tutto brucia è un rifacimento delle Troiane. Il titolo richiama le parole della Cassandra di Jean Paul Sartre, il quale a sua volta aveva messo in scena a Roma un rifacimento dello stesso spettacolo.  Se appunto l’epos euripideo è ben codificato, ben strutturato e collocato tra gli schemi classici della tragedia, inevitabilmente di rottura e inevitabilmente politico, dacché nello spettacolo i vincitori achei sono efferati aguzzini immondi, e cioè uno delle prime feroci critiche ad una forma di  imperialismo della sua città, nello spettacolo andato in scena al Bellini, che ha visto la straordinaria interpretazione della compagnia riminese dei Motus, la poesia non si colloca nella magniloquenza dei dialoghi o nelle viscere musicali della parola messa in metrica. La poesia di Tutto Brucia è suono, nel rumore delle urla sorde, nelle movenze spastiche di danze mistiche: il teatro travalica il linguaggio della parola e lo fa nell’unico modo in cui oggi possa funzionare realmente, e cioè mettendo in relazione simbiotica mente e corpo. L’inconscio fluisce come un bollente fiume di sangue nei muscoli, nella voce, nel diaframma, nei lamenti, nei respiri, nel sapore salato delle lacrime in bocca. 

È proprio nell’assenza di mediazione attraverso la parola che lo spettacolo risulta lontano dai rifacimenti classici.  Il linguaggio della parola non detta, il linguaggio del corpo affranto e depauperato, il linguaggio della musica crea un perfetta e funzionale tragedia contemporanea che si adatta al mondo odierno, divenendo archetipica: in scena Ecuba, Cassandra, Andromaca, Elena di Troia sono nude, disperate, senza speranza alcuna, verso una vita da schiave.  Il movimento dei corpi all’unisono delle troiane disperate, dopo la distruzione di Ilio, la commistione dei suoni dark a tinte post-punk dei lancinanti suoni d’anima della Gibson uniti alle urla, alle note alte dei brani in lingua inglese: è una tipica rappresentazione del dolore tout court e cioè del dolore che provenendo da vicende particolari, diviene universale, l’unico attore in scena, l’unico oggetto su cui ruota tutto. Tutto brucia è uno spettacolo che dimentica le protagoniste troiane con la loro particolare storia tragica e diviene lo spettacolo del dolore generale, del dolore che viaggia attraverso i millenni, sempre così giovane e attuale.   

Sarebbe stato perfino inutile citare i nomi dei naufraghi del mediterraneo e di ogni persona disperata che viaggia senza speranza (attuale tragedia e attuale vergogna), poiché la potenza di Tutto brucia è entrata anche in platea tra le poltroncine e i palchetti, scaldando a suo modo le coscienze degli astanti. Sintesi perfetta e realistica della modernità, dove tutti i disperati potrebbero identificarsi per l’immediatezza di una frase non necessariamente da naufraghi: «anche il mare brucia per chi cerca rifugio…».

Immagine: Motus.

A proposito di Antonio Forgione

Antonio Forgione nasce in Irpinia, nella valle d'Ansanto decantata da Virgilio, selvaggia terra che confina con la Puglia. Dopo il diploma si trasferisce a Napoli e lì si laurea in Lettere Moderne alla Federico II. Attualmente frequenta la specialistica in Filologia Moderna e coniuga gli interessi letterari con la scrittura creativa, amata e coltivata fin dall'infanzia. In passato ha partecipato a svariati concorsi letterari della sua terra, ottenendo buoni risultati. Il rapporto col suo territorio gli ha permesso di sviluppare una certa sensibilità, che riversa nei suoi scritti. Ama la città di Napoli, sua patria adottiva nella quale persegue una solida formazione letteraria.

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