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Eroica Fenice

La categoria Eventi/Mostre/Convegni contiene 414 articoli

Eventi/Mostre/Convegni

Troisi poeta Massimo : apre la mostra al Castel dell’Ovo

Ricomincia da tre, anche questa volta, Massimo Troisi. Troisi poeta Massimo, la mostra dedicata al grande attore e regista, scomparso il 4 giugno 1994, dopo due rinvii a causa delle restrizioni imposte dai Dpcm per il Covid, è stata inaugurata finalmente venerdì al Castel dell’Ovo e sarà visitabile fino al 25 giugno. Dopo un primo taglio di nastro, slittato il 30 ottobre scorso a causa della seconda ondata, e dopo il secondo cancellato a fine febbraio, questa volta, dopo il grande successo dell’esposizione romana, la grande mostra multimediale dedicata alla carriera e all’anima di uno dei più amati artisti della nostra storia, Massimo Troisi, arriva finalmente nella ‘sua’ Napoli con un nuovo percorso e un leitmotiv interamente dedicato al rapporto con la città. Una mostra fotografica e multimediale, ricca di oggetti, immagini e filmati, “Troisi poeta Massimo” è stata presentata a Castel dell’Ovo dal Direttore dell’Archivio storico Luce Enrico Bufalini, da Marco Dionisi, curatore dell’iniziativa con Nevio De Pascalis, e dal supervisore Stefano Veneruso, regista e nipote di Massimo Troisi, alla presenza del Sindaco di Napoli Luigi de Magistris, dell’Assessore all’Istruzione, alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli Annamaria Palmieri e di numerosi protagonisti del mondo della cultura napoletana, come Gino Rivieccio, Alessandro Siani e tanti altri amici e amanti di Massimo. Nell’anima di Massimo Troisi “Troisi poeta Massimo” è un percorso tra fotografie private, immagini d’archivio, locandine, filmati e carteggi personali inediti che condurranno il pubblico nell’animo umano di Troisi. Una mostra sensoriale che unisce due simboli di Napoli: il Castel dell’Ovo e Massimo Troisi. Racconta il percorso umano e artistico di Troisi in sequenza cronologica: dall’infanzia a San Giorgio a Cremano agli esordi in teatro con La Smorfia, insieme a Enzo Decaro e Lello Arena, alle tante trasmissioni “cult” degli anni Settanta come Non Stop, una trasmissioni-laboratorio della RAI di Bruno Voglino, fino ai grandi film, da Ricomincio da tre del 1981, dove c’erano – come scrisse Gianni Minà – tutti i dubbi e le disillusioni della sua generazione ma anche tutto il suo senso della vita, la sua filosofia basata sull’arte di accontentarsi, forse anche un po’ della sua famosa pigrizia, a Non ci resta che piangere, girato con il fraterno amico Roberto Benigni nel 1984. Filo conduttore è il lato più sensibile e intellettuale di Massimo che, poeta senza definirsi tale, ha scritto poesie già in tenera età per ritagliarsi spazi d’intimità negati da una famiglia numerosissima e ha chiuso il cerchio con Il Postino, film del 1994 girato a Procida, in cui la poesia non è solo testo, ma anche e soprattutto un modo di vivere, di vivere “poeticamente”.  Ed infine la morte quando un uomo si definisce ancora giovane, a causa di quel suo «cuore malato, di cui non parlava mai, al massimo ci scherzava sopra facendo il verso alle parole di una immortale canzone che talvolta intonava cercando di imitare Sergio Bruni». Una mostra che, attraverso una carrellata di ricordi, musica e immagini, mette in risalto la poetica, le tematiche, le passioni […]

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Wine and The City si reinventa, diventa testata giornalistica

Il vino come espressione culturale: è questo il credo della rassegna Wine and The City che, da dodici anni, mette in moto la città di Napoli, organizzando degustazioni itineranti, cooking show, incontri con vignaioli, reading letterari, cene in luoghi ricercati. Insomma, un evento che gli amanti del vino, ma soprattutto dell’arte, dei salotti culturali e sensibili alla ricercatezza, hanno fisso in agenda nel mese di maggio.  Da gennaio 2021, in seguito ad un anno che ha messo e che continua a mettere un po’ tutti a dura prova, Wine and The City ha deciso di rimettersi in gioco, investire tempo, risorse ed energie in un nuovo progetto: il suo magazine online. Una vera e propria testata giornalistica con una mission precisa: raccontare il mondo del vino e del food da altre angolazioni, dando voce a storie e personaggi, iniziative, tendenze e territori. Eroica Fenice intervista Donatella Bernabò Silorata, giornalista, fondatrice di Wine and The City ed oggi direttore della testata.  Andiamo indietro nel tempo: quando e come nasce Wine and The City?  Wine&TheCity nasce nel 2008 un po’ per gioco e un po’ per caso, un’idea semplice, un’intuizione: portare il vino fuori dal salone VitignoItalia che si svolgeva a Castel dell’Ovo. All’epoca ero socia e capo ufficio stampa di VitignoItalia e, pensando al fuori salone del Mobile di Milano che ho sempre frequentato per passione, pensai: ma se facessi un fuori salone del vino? Detto fatto. Coinvolsi boutique e negozi di amici a Chiaia e nacque l’edizione zero di Wine&TheCity: per la prima volta calici e sommelier entrarono nelle vetrine dei negozi, tra tacchi a spillo, gioielli e design. Quell’anno era appena uscito nelle sale cinematografiche il film di Sex and the City, l’ispirazione fu questa per il nome. Aggiungerei anche che nessuno immaginava che a quell’edizione zero ne sarebbero succedute altre, Napoli tra l’altro viveva la drammatica emergenza della spazzatura e una gogna mediatica nazionale senza precedenti. Chi avrebbe scommesso sulla città? Neanche i miei soci di allora di VitignoItalia credevano nella mia stravagante idea di portare bottiglie, calici e sommelier tra le strade e i negozi di Chiaia. Nel gergo del markerting mi hanno poi detto che sono stata una first mover, la prima in Italia ad inventarsi un fuori salone enogastronomico. Dopo di noi a Napoli sono nati il Fuori di Taste a Firenze, il Fuori Fiera di Verona poi chiamato sfacciatamente Vinitaly&TheCity e tanti altri cloni. E naturalmente a Firenze e a Verona si sono mosse le istituzioni locali e fondi pubblici per costruire e promuovere questi progetti. Wine&TheCity ancora oggi, come nel 2008, è un’impresa indipendente che si autofinanzia con il proprio lavoro e con il supporto di mecenati e sponsor privati.  Com’è cambiato/cresciuto nel tempo?  Alla decima edizione, nel 2017, c’è stata la sterzata decisiva, il decennale meritava una edizione speciale. Ma già nel 2016 avevamo scelto come nostro claim “Coltiviamo ebbrezza creativa” perché ormai avevamo invaso la città con iniziative ed eventi anche on the road: sulle scale, nelle piazze, lungo la costa di Posillipo, nel sottosuolo entrando nelle […]

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Campania Teatro Festival, si riaccende la speranza

Presentazione della conferenza stampa del Campania Teatro Festival  Napoli è una schiava che cerca un padrone sul quale regnare. Napoli è una città che da sempre cerca scientificamente di ritardare l’appuntamento con la propria realizzazione. Una città isterica, che non vuole guarire le sue ferite, ma contemplarle e goderne, godere di quel sangue che quando è solido lo si vuole liquido e quando è liquido lo si vuole solido. Un desiderio continuamente rinviato. Napoli è una città che si offre senza mai concedersi, che trova la sua spinta creativa nel suo essere perennemente inappagata. E l’arte è l’unica cura che ammette, l’unica cura che non teme. Sono queste le bellissime parole con cui Ruggero Cappuccio, direttore artistico del Napoli Teatro Festival, ha presentato, il 16 febbraio, la quattordicesima edizione del Festival che da quest’anno, cambierà nome: Campania Teatro Festival, in omaggio a tutti i micro-territori campani di grandissimo interesse creativo, che da quattro anni sono coinvolti. Un omaggio a un territorio interrelato, le cui parti dialogano architettonicamente, artisticamente e culturalmente tra di loro. Come i viaggiatori del Grand Tour non consideravano il loro viaggio esaurito con la vista di Napoli, ma volevano vedere anche Padula, Caserta, Capri, Procida, Ischia, anche il Festival allarga i propri orizzonti, diventando agorà del fervore artistico e mettendo in relazione le forze creative dell’intera regione.  Parole pregne di passione rivolte alla città, che ogni volta risorge con forza e innocenza. Parole pregne di stima rivolte al coraggio degli artisti, scenografi, costumisti, tecnici che metteranno in scena lavori dal destino ignoto, essendo ignoto il destino stesso del teatro. Parole pregne di rabbia rivolte a un paese storicamente insensibile al teatro, alle arti, alla letteratura. Un paese in cui i teatri sono chiusi non solo per difetto amministrativo, ma per l’incompetenza di una classe dirigente affezionata alla propria ignoranza.  Con orgoglio e fierezza, la Campania risponde al buio in cui annaspa da un anno, e forse più, la cultura del nostro bel paese, accendendo una fiammella di speranza. Una fiammella alimentata dall’amore e dalla convinzione di chi ancora ci crede, di chi al lamento preferisce l’agire. Una fiammella alimentata da 1500 lavoratori dello spettacolo che, con la loro encomiabile partecipazione, danno volto, sangue e carne alla bellezza dei sogni, alla convinzione delle scelte di vita (perché vivere di spettacolo significa sposare non semplicemente un lavoro, ma un modus vivendi), che resistono a tutto, a diritti ignorati, sostegni negati, sipari abbassati. Ed è proprio da loro che parte il Campania Teatro Festival, dalla forza della loro resilienza, dalla loro libertà e, soprattutto, dalla loro capacità di aprirsi e rinnovarsi continuamente.  Oggi, 19 marzo, al teatro Mercadante, sarà l’orchestra giovanile Luigi Cherubini, guidata dal maestro Riccardo Muti a dare il via al Campania Teatro Festival.  Una rassegna che, dal 12 giugno all’11 luglio, fonderà arte, letteratura, musica, danza e cinema. Nutrimento per l’anima che fa già brillare gli occhi a quanti da tanto, troppo tempo, ne sono a digiuno.  Centocinquantanove spettacoli. Dieci sezioni. Ventiquattro luoghi. Settanta debutti assoluti e […]

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Culturalmente

La Thomas Dane Gallery ospita Alexandre Da Cunha

Napoli, Quartiere Chiaia. In Via Francesco Crispi, al civico 69, si nasconde in un piano di Villa Ruffo, elegante palazzo ottocentesco, una preziosa galleria d’arte: la Thomas Dane Gallery. Completamente ristrutturata dal gallerista inglese Thomas Dane e inaugurata nel 2018, con i suoi ampi interni bianchi e le sue preziose vetrate che affacciano sul verde da una parte e sulle sinuosità del Vesuvio dall’altra, la Thomas Dane Gallery offre un perfetto spazio espositivo, adatto ad ospitare ogni forma di arte contemporanea: dalla pittura alla scultura, dalla fotografia all’arte cinematografica.  Innamorato di Napoli e della bellezza delle sue imperfezioni, del suo patrimonio storico e culturale, seducente agli occhi di chiunque, Dane vede nel suo nuovo spazio un ponte verso l’Europa, un crocevia di nomi internazionali del sistema artistico contemporaneo.  Attualmente in mostra, con una sua personale, l’artista di fama mondiale Alexandre Da Cunha, originario di Rio de Janeiro. Curata in dialogo con Jenni Lomax, ex direttrice del Camden Arts Centre di Londra, la mostra Arena pone l’accento sul rapporto spaziale degli oggetti nella progressione delle stanze della galleria. Gli oggetti sono costantemente rielaborati dallo sguardo dell’artista che supera la staticità dei materiali, ne modifica le forme, senza sminuirne il significato, creando una lettura più comprensiva del readymade, che anima la realtà degli oggetti vissuta e delle comunità o degli individui che li hanno utilizzati.   Tra le opere in mostra, Kentucky (2020), teste di mocio di cotone tinto per lavare a terra, sono trasformate dalla fantasia dell’artista in un tessuto unico sospeso in diagonale dal soffitto. O ancora Marble (2020), un anello di gomma gonfiabile drappeggiato con un tessuto che si raccoglie sul pavimento in un posizionamento del materiale sottile e intuitivo, sfidando la percezione di quello che potrebbe essere duro o morbido al tatto.   Alexandre Da Cunha sfida il valore implicito degli oggetti. Nella sua attenta disposizione di materiali e oggetti – che siano domestici, utili o usa e getta – rivaluta le gerarchie dell’attenzione e della percezione analizzando con cura il gioco di sagoma, forma, colore.  In un momento buio come questo, in cui la cultura soffre e la necessità della bellezza si impone prepotente, forte è la speranza di poter tornare presto a camminare nel mezzo di una mostra, guardare un’opera e restarci fermi davanti a immaginare, persi tra dettagli e significati nascosti.    Orario della galleria:  Da martedì al venerdì dalle 11.00 alle 13.30 e dalle 14.30 alle 19.00, sabato dalle 12.00 alle 19.00 Oppure su appuntamento Per maggiori info:  +39 081 1892 0545 [email protected] (Photo credit Amedeo Benestante)

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Culturalmente

Francesco Arena | otto angoli, in mostra allo Studio Trisorio

Qual è la parte di una stanza che più passa inosservata? Gli angoli. Sono proprio gli angoli le coordinate in cui si muove il viaggio artistico di Francesco Arena, la cui ultima personale è stata inaugurata il 19 febbraio 2021 presso lo Studio Trisorio (in via Riviera di Chiaia), fiore all’occhiello delle gallerie d’arte napoletane.  Otto angoli, otto opere diverse. Ad occupare l’angolo più occidentale dello spazio Extreme Occident (2013), un libro di Marc Chadourne, trovato casualmente dall’artista, che, cercandone poi una copia, ha trovato Extreme Orient (2017), posizionato nell’angolo più orientale dello spazio. Alle pagine cartacee degli estremi, si aggiungono tanti altri materiali: bronzo, alluminio, rame. Tutti rimandano ai concetti di spazio e tempo, tutti rimandano a profondi significati politici, storici, letterari e sociali. Le vicende collettive si intrecciano a quelle individuali dell’artista e sono tradotte in unità di misura che determinano le dimensioni e il senso delle sue opere.  Il peso di un blocco di bronzo lucidato a specchio crea un ossimoro con la delicatezza di un fiore, spinto dal blocco ad assecondare la geometria del muro. Peso e leggerezza, pieno (del blocco) e vuoto (dell’angolo) sono gli opposti che animano l’opera Fiore curva (2020). “Si scalda solo per quello che non sa”, “Quello che sa lo lascia freddo”, “Se sa di qualcosa, ma non può appurare che cosa sia, è allettato a saperlo”. Alluminio lucidato a specchio e scritte sono gli elementi essenziali del Trittico del sapere (2020) che impone all’attenzione tra frasi prese in prestito dal romanzo I calabroni di Peter Handke. Elle capovolta (2020), alta tre metri una L capovolta, in rame, recita una frase di Auguste de Villiers de L’Isle-Adam: Nous nous en souviendrons de cette planéte/Ce ne ricorderemo di questo pianeta, scelta da Leonardo Sciascia come epitaffio per la sua tomba. Gli angoli, che sono anche la base dell’architettura, sono necessari allo sviluppo delle opere. Un tubo Innocenti, lungo sei metri, piegato ad angolo retto e quindi aderente al muro, che il genio di Arena fa contenere un nastro, estensione fisica, concreta di una canzone dei Nirvana. Nome dell’opera Endless, Nameless (2020). Ancora una volta lo Studio Trisorio, che ha da poco aperto in via Carlo Poerio 110 un secondo spazio espositivo destinato ad opere storiche e nuove degli artisti della galleria, propone un artista notevole che, con il suo sincretismo artistico tra memoria e presente e giocando con materiali di ogni genere, veicola messaggi allegorici e profondi.   Francesco Arena | otto angoli, in mostra fino al 10 aprile 2021. Non perdetelo! Foto di Francesco Squeglia

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Eventi/Mostre/Convegni

Napoli suona ancora:la napoletanità in progetto online

Napoli suona ancora è Il grande progetto sulla Musica ideato da Arealive e sostenuto dall’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli. Attraverso performance online, Napoli suona ancora fonderà due delle iconografiche caratteristiche della nostra città: la bellezza sempre sorprendente di luoghi e siti ormai famosi e l’inimitabile musica napoletana. Inaugurato nel weekend passato da una clip di Francesco Di Bella, ogni giorno con performance alle 14.00 e alle 18.00, Napoli suona ancora presenterà spettacoli musicali realizzati al PAN|Palazzo delle Arti di Napoli, occasionalmente trasformato in una sala concerti. Sarà possibile goderne attraverso le pagine social dell’Assessorato, del progetto e dai canali Youtube dedicati. Marco Zurzolo, Dario Sansone, Maldestro, Roberto Colella, Ebbanesis, Fiorenza Calogero, Flo, Maurizio Capone, Fede ‘n’ Marlen e Gianni Lamagna sono solo alcuni dei nomi che hanno aderito a questo grande progetto che ci permetterà di spaziare tra i generi, che vanno dal jazz al rock, al cantautorato alla musica popolare, e di lasciarci respirare, attraverso suggestive riprese, l’aria di Napoli. Dal 20 gennaio alle performance artistiche registrate si aggiungeranno delle “cartoline digitali”, realizzate in esterno nei più bei luoghi partenopei, con l’intento di promuovere turisticamente il nostro patrimonio culturale e musicale. Ripercorreremo gli stretti vicoli della città fino a giungere al Palazzo dello Spagnolo, passando per la Chiesa della Sanità e il Chiostro di San Domenico percorrendo via Filangieri e, attraversando i cavalli di Piazza Plebiscito, raggiungeremo la collina del Vomero nel Piazzale di San Martino. Senza dimenticarci, ovviamente, del nostro prezioso mare, ripreso da Castel dell’Ovo. Per concedere a un così bel progetto un meritato finale, a fine mese verrà mandato in onda uno show radio-televisivo a cura di CRC, media partner ufficiale, dal titolo “Frequency speciale Napoli suona ancora“, trasmettendo il 30 gennaio i dj-set registrati dalla terrazza del Maschio Angioino e, nella serata di domenica 31, andrà in diretta televisiva un programma creato ad hoc con tanti ospiti ed esibizioni. La città, la musica e molti dei suoi illustri interpreti saranno una boccata d’aria fresca per tutti gli amanti di Napoli e non solo, per un settore gravemente penalizzato, simboleggiando la volontà intrinsecamente napoletana di non lasciarsi mai schiacciare dalle difficoltà. Immagine in evidenza: ufficio stampa

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Convegno in videoconferenza sul culto di Apollo a Cuma

Il 16 novembre, dalle 09:00 alle 16.30, ha avuto luogo uno stimolante Convegno Internazionale che, data l’emergenza sanitaria in corso, si è svolto interamente in videoconferenza, sia su piattaforma Zoom che in streaming su Youtube. Denominato La colomba di Apollo. La fondazione di Cuma e il ruolo del culto apollineo nella colonizzazione greca d’Occidente, esso ha posto il proprio focus sul ruolo del culto di Apollo nel pantheon di Cuma, la più antica fondazione euboica in Occidente, dove la flotta di coloni – secondo la tradizione riferita da Velleio Patercolo – sarebbe giunta seguendo il volo della colomba di Apollo.  A Cuma Apollo emerge come divinità “archegete”, ovvero guida del viaggio e del conseguente stanziamento, mentre il culto si caratterizza peculiarmente in senso oracolare e ctonio in virtù della sua connessione con la Sibilla. Il variegato dossier documentario che lo riguarda è da tempo materia di dibattito, sicché è sorta l’esigenza di un confronto dinamico e dal respiro più ampio, che integrasse ambiti disciplinari e settori scientifici complementari. La presenza del culto di Apollo a Cuma e in Sicilia: un bilancio Il Convegno si è aperto, dopo i saluti istituzionali della professoressa Maria Luisa Chirico, direttrice del Dipartimento di Lettere e Beni Culturali dell’Università degli Studi della Campania, con l’intervento del professor Alfonso Mele, incentrato sul riesame della figura di Apollo a partire da una rivalutazione delle fonti letterarie, in primis i poemi omerici, e sui legami del dio con la Sibilla, anche alla luce della nuova documentazione archeologica proveniente dall’acropoli, nella quale spiccano due bronzetti raffiguranti un guerriero, una suonatrice di lira e un personaggio maschile nudo con cetra. La parola è poi passata al professor Carlo Rescigno e alla professoressa Valeria Parisi, organizzatori del Convegno, i quali hanno analizzato i risultati dei recenti scavi condotti sulla terrazza superiore dell’acropoli di Cuma, che hanno permesso di determinare la scansione cronologica delle strutture templari note e di mettere in luce strutture relative a fasi di frequentazione non ancora documentate, risalenti alla fondazione della colonia; inoltre, la documentazione acquisita ha consentito di rivalutare l’identificazione della divinità titolare del tempio superiore, convenzionalmente attribuito a Giove, ma dagli studiosi ascrivibile ad Apollo, anche in virtù del ricco dossier documentario disponibile e dei depositi votivi che suggeriscono la presenza del culto apollineo. Ha proseguito il professor Marcello Lupi, che ha esaminato la questione controversa, basata su un’attenta analisi dell’Inno omerico ad Apollo, della distinzione pitico vs. delio associabile ai diversi livelli cronologici delle navigazioni e colonizzazioni euboiche. Ancora, la professoressa Zozi Papadopoulou dell’Ephorate of Antiquities of Cyclades ha proposto delle riflessioni sul ruolo di Apollo delio nelle attività oltremare delle isole di Paros e Naxos, entrambe gravitanti intorno al santuario di Apollo a Delo, veicolo di coalizioni politiche e reti economiche, in virtù dei legami culturali che trovano espressione nelle antiche feste Delie. È stata poi la volta della professoressa Claudia Santi, che ha passato in rassegna le fasi di acquisizione di Apollo nel pantheon di Roma antica, mediante un excursus che si è soffermato sull’Apollinar […]

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Cosimo Alberti e Maurizio de Giovanni chiudono la rassegna In-Chiostro

Il 26 settembre si chiude la rassegna In-Chiostro, un ciclo di incontri, letture e presentazioni che ha coinvolto l’editoria napoletana ed i suoi lettori nella splendida cornice del Chiostro di San Domenico Maggiore, con un doppio appuntamento molto atteso dal grande pubblico: alle 18:45 la presentazione del libro Tammurriata: riti e miti di una sirena millenaria di Cosimo Alberti, artista eclettico: attore di teatro, cinema e televisione, scrittore e grande appassionato e conoscitore di tammorra, un ballo tradizionale campano inserito di recente anche nella longeva fiction napoletana Un posto al sole, seguitissima in tutt’Italia, dove Cosimo Alberti interpreta il ruolo di Salvatore Cerruti; seguirà successivamente il reading di Troppo freddo per settembre, l’ultimo romanzo di Maurizio de Giovanni, autore icona di Napoli in Italia e nel mondo giunto alla notorietà con la serie, anche televisiva, dei Bastardi di Pizzofalcone e del Commissario Ricciardi. Una serata d’incontro tra editori, scrittori e pubblico sulle note della tammorra di Cosimo Alberti e della splendida narrazione di Maurizio de Giovanni Fare musica, fare spettacolo, fare cultura è possibile anche nell’era post-Covid: ormai lo sa bene l’affezionato pubblico di In-Chiostro, ma mai come in questa sera si è instaurato un legame profondo tra palco e pubblico grazie al ritmo “naturale, congenito, perché riprende il battito del cuore” della tammorra di Cosimo Alberti e della voce, potente strumento di narrazione, di Maurizio de Giovanni, che legge, accompagnato dal sax di Marco Zurzolo,  frammenti del suo ultimo romanzo che ha per protagonista l’irresistibile Mina Settembre, la nuova, indomabile voce femminile, inconsapevolmente bellissima, dello scrittore napoletano, già protagonista del romanzo Dodici rose a Settembre, ed un estratto del breve romanzo scritto per La Repubblica, Il concerto dei destini fragili, un romanzo polifonico sulla fragilità, riscoperta tristemente durante i duri giorni del lockdown. Musica e voce s’incontrano, in questa serata, per ricreare e rinforzare quel filo che congiunge l’arte ed i suoi fruitori che il Covid aveva bruscamente spezzato. Tony Saggese accompagna Cosimo Alberti in un intenso viaggio attraverso la storia e la geografia della tammurriata, danza tradizionale popolare campana, della quale Alberti identifica ben 7 varianti, quante sono, secondo la leggenda, le Madonne:  è una danza popolare devozionale, liberatoria, sacra e profana, dal suono profondo e dal ritmo incalzante, come la narrazione di Cosimo Alberti, che spazia dalle leggende popolari fino ai racconti e alla poesia. La tammurriata è un tramite per tramandare la tradizione e la cultura del nostro popolo, ricordarlo oggi, inserirci in quella scia che va dai canti pagani pre-cristiani fino al culto mariano, una danza ed un canto che ancora oggi mantengono la loro impronta fortemente liberatoria, un’invocazione “al sole che deve rinascere, riscaldare la città e permetterle di risorgere dalla cultura: quello che è, dunque, lo scopo di questa manifestazione“, chiarisce Mara Iovene, editrice Valtrend. La rassegna In-Chiostro si è conclusa in bellezza, in una serata densa di poesia e spettacolo, nella piena riuscita del proprio intento: ricominciare lì dove si era messo un punto, trasformare quel punto in una virgola. Ristabilire il contatto umano, […]

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Le cortigiane arriva alla finale con tante proposte teatrali

“Le cortigiane – Corti teatrali al femminile” nella sua terza edizione da spazio all’universo femminile, di cui si parla con penna teatrale e nei suoi diversi aspetti. La serata finale è prevista il 28 settembre alle 20.30 nell’intimo e suggestivo cortile del Convento di San Domenico Maggiore (vicolo San Domenico Maggiore, 8A). Il concorso per attrici e attori si colloca all’interno del programma “Estate a Napoli 2020”. La visione de La Corte dei Sognattori (compagnia teatrale organizzatrice del progetto) è quella di una maglia larga che abbraccia tutta Napoli. Il contest non vuole essere fine a se stesso ma, come l’arte spesso fa, intesse legami e nodi e svolte ad ogni passo. Nel concreto c’è il sogno di aprire percorsi e spiragli a tutti gli attori che riusciranno a conquistare la stima dei professionisti presenti. Si pensi che la direzione artistica de “I Corti della Formica” nel corso di ogni edizione seleziona uno o più corti da inserire nella successiva edizione del suo festival! Un clima di reciprocità e compenetrazione tra i diversi concorsi teatrali presenti sul territorio per mettere in risalto anche repertori nuovi ed originali, voci fuori dal coro oppure ritorni su vecchi argomenti ma con nuovi approcci. Il mondo del teatro ha sempre bisogno di possibilità ed occasioni da cogliere ed a questa esigenza che vuole rispondere il format de “Le Cortigiane”. “Le cortigiane – Corti teatrali al femminile” non si è lasciata fermare dal covid! Di certo la situazione d’emergenza che ha travolto il Paese ha messo in ginocchio in diverse occasioni la cultura. Seppur aderendo alla campagna del Mibact restando a casa, “Le Cortigiane” e “La Corte dei Sognattori” sono riusciti a trovare una soluzione per non chiudere la porta al teatro da loro promosso. Ecco che quindi solo per quest’anno la terza edizione si è svolta on-line. Video di 10 minuti con le pièce teatrali dei partecipanti sono convogliati tutti al vaglio della Giuria tecnica che entro il 30 luglio ha decretato i 9 corti semi-finalisti. Da qui il viaggio è proseguito con votazioni a distanza: il pubblico ha potuto esprimere le proprie preferenze a suon di like fino al 6 settembre. Quindi tra la Giuria (composta dagli attori Ernesto Mahieux, Luca Gallone, Gianni Ferreri, Teresa Del Vecchio, Sergio Sivori, Ciro Priello, il compositore e direttore d’orchestra Domenico Virgili, i registi Mario Brancaccio, Gisella Gobbi, la casting director Marita D’Elia, la produttrice teatrale Laura Tibaldi De Filippo, lo scrittore comico Pino Imperatore, il critico teatrale Stefano De Stefano, il giornalista ideatore de “I Corti della Formica” Gianmarco Cesario e La Corte Dei SognatTori) e pubblico online il dado è stato tratto. La performance con maggior indice di gradimento è stata “Caffè Society” di e con Giulia Conte (compagnia “Alegrìa”), che con un totale di 1380 like ricevuti è entrata di diritto direttamente in finale. Gli altri corti avranno modo di esibirsi nel corso della serata finale: Alosya con Rossella Castellano, testo Luigi Parlato e Rossella Castellano; Le rose d’acciaio con Roberta Natalini, testo e regia Roberta […]

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Lampi sulla Scena: Roberto D’Avascio tra Artaud e Kane

Lampi sulla scena, a cura di Roberto D’Avascio per Arci Movie, apre la tredicesima edizione del Napoli Teatro Festival, la quarta diretta da Ruggero Cappuccio, realizzata con il sostegno della Regione Campania e organizzata dalla Fondazione Campania dei Festival, guidata da Alessandro Barbano. Mentre a Palazzo Fondi il Festival iniziava nel segno del legame che unisce la drammaturgia catalana alla lingua napoletana e al Real Bosco di Capodimonte nel segno della musica travolgente dei Foja, il Cortile delle carrozze di Palazzo Reale ha ospitato per la sezione Progetti Speciali “Lampi sulla Scena”: due lezioni di storia del teatro a cura di Roberto D’Avascio, docente di Storia del Teatro presso l’Università degli Studi di Salerno e di Letteratura inglese presso l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”. Roberto D’Avascio: Da Antonin Artaud a Sarah Kane Un percorso umano tra le vicende personali e artistiche di due figure del mondo drammatico che hanno segnato la scena internazionale del teatro del Novecento: Antonin Artaud e Sarah Kane. Un narratore e un attore dialogano tra loro focalizzandosi sui momenti decisivi per la storia del teatro europeo. Un docente, Roberto D’Avascio, che con metodo didattico, avvolge l’attenzione dello spettatore in un percorso di due vite tormentate da demoni interiori e dal torchio del pregiudizio della società. Una linea rossa lega la crudeltà del teatro di Antonin Artaud alla scena rabbiosa della giovane Sarah Kane. Lampi sulla scena: prima lezione su Antonin Artaud L’appuntamento del 1 luglio è stato dedicato alla complessa personalità di Antonin Artaud, portato sulla scena dall’attore Gianni Sallustro. Colpito già a 4 anni dall’esperienza della meningite, che si vuole considerare la causa dei suoi problemi mentali, vive in maniera tormentata il rapporto fra malattia e sensibilità artistica, topos radicato nella cultura occidentale. Roberto D’Avascio, in solo un’ora e mezza, ci conduce nel contesto storico politico di Artaud, tra il rapporto con Parigi e i Surrealisti, l’internamento, la possessione, il rapporto con le droghe e l’incontro con il teatro balinese nel 1931 in occasione di una Esposizione coloniale, dal quale trasse parecchi spunti per i suo “Teatro della crudeltà”, una forma di teatro, descritta nella sua più importante opera Il teatro e il suo doppio. Per crudeltà non si intende sadismo, o l’attitudine a causare dolore, ma lo stimolo al sacrificio di qualunque elemento non concordante al fine della rappresentazione. Artaud riteneva che il testo avesse finito con l’esercitare una tirannia sullo spettacolo e in sua vece spingeva per un teatro integrale, che comprendesse e mettesse sullo stesso piano tutte le forme di linguaggio, fondendo gesto, movimento, luce e parola. “Il teatro è prima di tutto rituale e magico“, scriveva Artaud, “non è una rappresentazione. È la vita stessa in ciò che ha di irrappresentabile“. Artaud, conclude Roberto D’Avascio, invecchiò rapidamente, dando seri segni di squilibrio, oppure per tali furono prese le sue stranezze, i suoi dolori e finì in sanatori dove non gli lesinarono elettrochoc, impietosamente. Morì male, di un male terribile, di un cancro al colon, ma fino all’ultimo fu lucido e […]

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