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Eroica Fenice

La categoria Interviste vip contiene 24 articoli

Interviste vip

Intervista a Davide Shorty: l’esigenza di fare musica

Ha lasciato l’Italia alla volta di Londra, innamorato perso della musica, deciso a voler coltivare questo talento. Ad X-Factor, grazie al suo timbro esplosivo, si è aggiudicato un posto in finale. Nel febbraio 2017 è uscito Straniero, un album di 11 tracce, in italiano, che portano la firma di un giovane soul-man: Davide Shorty. Siciliano d’origine, Davide Sciortino, in arte Davide Shorty, è un cantautore eclettico, in grado di coniugare nelle sue canzoni, numerose influenze musicali: dal funk al rap, dal jazz al R’n’b, proponendo un progetto artistico innovativo, lontano dai soliti schemi. Alle sue spalle la Macro Beats, una delle più importanti etichette indipendenti italiane, nel suo album diverse collaborazioni: Daniele Silvestri, in Fenomeno; ThrowBack in Tutto scorre; il rapper Tormento in Fare a meno; Johnny Marsiglia in Dentro Te. Noi di Eroica Fenice gli abbiamo fatto alcune domande. Straniero è il titolo del tuo album. Molteplici i significati di questa parola: dalla diversità all’estraneità. Quando ti sei sentito straniero? Mi sento anche adesso straniero. In terra straniera, ti senti straniero perché cerchi qualcosa di nuovo, perché vuoi essere accettato. A Londra, non conoscevo la lingua, dovevo reinventarmi. Poi in Italia, dopo essere stato tanto fuori, tornato a casa mi seno sentito strano, non più abituato. La parola diversità qui non è accettata, è denigrata, viene considerata il primo dei mali, basti pensare all’immigrazione. Straniero però, ha anche un’accezione salutare: essere outsider, viaggiatore, e quando sei viaggiatore devi contaminarti, abbracciare ciò che è diverso da te. Nessuno mi sente, settima traccia del tuo album. Colpisce la semplicità della frase “Grido, ma nessuno mi sente”. Comunicare per un’artista è alla base del suo progetto. Nella tua musica, qual è l’esigenza da comunicare? La mia esigenza di comunicare nasce dal fatto che non potrei far altro, per me è come bere, mangiare. La mia fortuna è stata di capirlo in tempo: quando hai una predisposizione, è un dovere coltivarla. La giusta comunicazione nasce nel momento in cui trovi un equilibrio tra la vita e l’autocompiacimento, il combattere per i tuoi gusti. Alla base, la mia esigenza è quella di un messaggio d’amore, perché la musica è uno scrigno gigantesco, può racchiudere di tutto e per farla devi essere vero, devi rispecchiare i tempi. Davide Shorty: X-Factor, la musica e le collaborazioni artistiche Nell’album c’è un brano, Fenomeno, scritto con Daniele Silvestri. Come è nata questa collaborazione, come è stato confrontarti con questo cantautore? Ci siamo conosciuti a Palermo, abbiamo un amico in comune, e questo amico è Niccolò Fabi, a cui aprii i concerti poco più che diciottenne. Daniele era a Palermo, io avevo ascoltato il suo ultimo album, Acrobati, avevo una gran voglia di collaborare con lui, di imparare da lui, da cantautore a cantautore. Ci siamo incontrati al soundcheck prima del concerto, mi ha detto che aveva seguito il mio percorso ad X-Factor e sono andato poi nel suo studio. Abbiamo subito steso il brano, attraverso una jam, suonata con gli stessi musicisti con cui Daniele ha inciso Acrobati. In dieci […]

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Intervista al pacato attore Paco De Rosa

Napoli, la commedia e un sogno. È la ricetta di Paco De Rosa, attore nato ad Arzano (NA) che fa il regista da quando aveva otto anni, l’età della sua prima telecamera. Senza affabulare, Paco si descrive in una telefonata come un amico che non senti da parecchio. Lui è lì e ti ascolta e si fa ascoltare. Se non si è ancora capito: Paco De Rosa uguale Braccio di Ferro, lo scagnozzo di Fatti Unici, sitcom andata in onda su Rai Premium dal 24 settembre all’8 ottobre. Una voce calda mi ha accolto quando l’ho chiamato e io stesso, che più di lui provavo imbarazzo, ero già stato accolto nel migliore dei modi. Una voce, senza dubbio lavorata, che mostra gli anni di scuola di teatro. Quello stesso teatro con cui ha un rapporto dualistico: odio e amore. Subito mi dice di preferire TV e cinema, perché il teatro gli provoca ansia; ma il teatro gasa, proprio come diceva Totò. Totò è il nome della scuola in cui è diplomato in recitazione. La storia di Paco De Rosa è palesemente una reazione a catena, fatta di anelli che via via si inseriscono l’uno nell’altro. All’attore napoletano non piace mostrarsi per definizione, preferisce dialogare senza disciplinarsi, scambiare idee su quello che è il suo mondo. È così che in un tardo pomeriggio d’ottobre mi parla di sé e mi descrive ciò che lo circonda, senza mai divagare troppo. La storia professionale di Paco De Rosa Alla fine del suo percorso nella scuola di teatro, un giovanissimo Paco manda il curriculum a Marco Risi per far parte del cast di Fortapàsc. Tutto regolare, il primo sogno di Paco viene realizzato. Con i deliri di grandezza infantili, Paco De Rosa lo vede come un grande ruolo e, da tale, lo interpreta magistralmente. Da lì, poi, passa tanta acqua sotto i ponti fino ad arrivare alle ultime apparizioni. Prima si diploma, poi si cimenta in uno stage di parecchi mesi con Gianfranco Gallo. Lo stage gli apre la strada per lavorare per Ciro Ceruti all’ultima stagione di Fuori Corso. Ora Ciro Ceruti lo tiene nella sua compagnia stabilmente. È così che quindi lavora anche con Lello Arena (è infatti il regista di Fatti Unici), un monumento nella comicità napoletana, italiana, internazionale. Un vero e proprio leader oltre che regista, lo definisce Paco De Rosa, capitano che fa da collante psicologico del cast. Come Lello Arena, tanti assumono il ruolo di maestro nell’intimità professionale di Paco, il quale sembra vederli quasi come i pagani virtuosi del Limbo dantesco tanto grande è l’ammirazione verso loro. Certo, il paragone regge se si nasconde la veste pagana di quei maestri. Robin Williams e Al Pacino sono i suoi modelli, con una particolare predilezione per Muccino nel campo della regia. Una prospettiva internazionale che lo muove verso alte mete, che però da modesto non mi esprime. Paco De Rosa, una piccola confidenza Alla fine della chiacchierata, ormai con un livello di interlocuzione confidenziale, gli chiedo cosa pensa di […]

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Lorenzo Marone. Intervista a chi ha deciso di restare

Quest’anno, per la prima volta, Napoli ospiterà la fiera del libro Ricomincio dai libri, giunta alla sua IV edizione. La kermesse dedicata al libro e all’editoria si svolgerà nella sede dell’ex Ospedale della Pace, sita in via Tribunali 227, che dal 29 settembre al 1 ottobre sarà teatro di incontri, attività, presentazioni e dibattiti. «Sarà un festival scandito da grandi novità – dichiarano gli organizzatori dell’evento -. Saranno presenti i principali scrittori napoletani come Maurizio De Giovanni, Pino Imperatore e Lorenzo Marone.» A pochi giorni dall’inizio di Ricomincio dai Libri, abbiamo raggiunto telefonicamente Lorenzo Marone per un’intervista. Si è parlato dei suoi romanzi, di quant’è bella Napoli quando sovverte lo stereotipo, della voglia di partire, della necessità di restare saldamente attaccati a ciò che si è. Per dieci anni ha fatto l’avvocato, poi Lorenzo Marone è diventato lo scrittore che vaga fra le contraddizioni di Partenope e fra la gente che fra quelle contraddizioni ha deciso di restare. Dopo aver pubblicato Daria e Novanta, è venuto il romanzo La Tentazione di Essere Felici: un uragano. Tradotto in quindici lingue, il romanzo ha consacrato il talento letterario che Marone aveva mostrato nei novanta racconti su Napoli, la sua città. Napoli continuerà a fare da sfondo e diventare co-protagonista dei suoi romanzi: dal Vomero ai Quartieri Spagnoli, da una Napoli borghese a una popolare, Marone, attraverso i suoi personaggi dall’introspezione autentica e complessa, scava le contraddizioni del quotidiano, i difficili legami familiari, la lotta con se stessi per conoscersi e affrontare con coraggio quello che si scopre e si decide di essere. E Marone con i suoi personaggi, vive le antitesi di una città fatta di luci ed ombre, con la convinzione che chi parte senza aver trovato se stesso, porta con sé i propri fantasmi. Intervista a Lorenzo Marone. La sfida di diventare ciò che si è Da avvocato a autore di romanzi di successo, la tua vita è forse un po’ cambiata. La tentazione di essere felici (Longanesi, 2015) è stata una radicale svolta. Com’è nato questo libro, cosa ti ha mosso a pubblicarlo? C’è stato un momento della mia vita in cui ho deciso di tornare a scrivere, era una cosa che facevo sempre da ragazzo. Così ricominciai a scrivere racconti, partecipare a concorsi letterari per inediti e…vincerli. È stata mia moglie a convincermi a continuare a scrivere, a provare ad andare oltre. È così che sono nati Novanta (Pironti, 2013) e Daria (La Gru, 2012). E sebbene La tentazione di essere felici non sia la prima cosa che ho scritto, è quello che rispecchia a fondo la mia voglia di cambiare. In Magari domani resto (Feltrinelli, 2017) si rintracciano dei leitmotiv: il fronteggiare la scelta fra andarsene o restare, la Napoli che resiste caparbia allo stereotipo e al pregiudizio. Restare è una forma di esistenza, di resistenza? Restare è l’argomento principe. Tutti i personaggi dei miei libri, come tutti noi qui a Napoli, facciamo i conti con la voglia di andare via, sebbene non è qualcosa legato alla città. Bisogna avere […]

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Vita con Lloyd, intervista a un autore onesto

Ormai è difficile trovare qualcuno che non conosca le avventure di un uomo alle prese con il proprio maggiordomo immaginario: lo dimostrano il sito web, la pagina Facebook seguita da quasi 100.000 utenti e il libro Vita con Lloyd, pubblicato per la prima volta il 17 novembre 2016 e alla sua quarta ristampa. Non è impossibile invece poter venire a conoscenza della mente che si nasconde dietro i dialoghi tra Lloyd e Sir. L’unica pecca è che non è immediatamente intuitivo: Simone Tempia, un giovane scrittore originario di Biella, non desidera un pubblico ma “lettori di Vita con Lloyd”. Sembra un concetto semplice, ma nasconde l’aspirazione di poter mettere sempre in primo piano il proprio prodotto (come tale e non come profitto), perché venga apprezzato singolarmente e nella sua onestà. È, per lui, sbagliato affermare che un libro sia la proiezione di uno scrittore. Ci ha concesso un’intervista, tra l’altro estremamente divertente, svelando qualcosa anche di sé oltre che di uno dei suoi personaggi più conosciuti. Intervista all’autore di un libro che vuole essere onesto: Vita con Lloyd La prima domanda di rito: chi è Lloyd? È un maggiordomo immaginario. Niente più, niente meno. Se poi vogliamo cercare di trovare una sua identità, al di fuori di quella di servizio, è una voce, un collettore di voci, un insieme di consigli che nella vita abbiamo ricevuto almeno una volta dalle persone più sagge di noi. E tutta questa – non so se proprio definirla saggezza, perché il saggio sa di vecchio, sa di stantio – visione dall’esterno che abbiamo di noi – e di me in particolare – confluisce nella figura di Lloyd. Sono le mie sensazioni, quando il sottotitolo recita “la mia vita con un maggiordomo immaginario di nome Lloyd” intende proprio la mia vita, la mia di Simone Tempia. È naturalmente la mia quotidianità; le persone che mi conoscono e leggono Vita con Lloyd si fanno le “ghignate”, sanno cosa sta succedendo e come rielaboro le cose. Quanto è imbarazzante? Pochissimo. Fortunatamente ho ricevuto questa “grazia” enorme, che è quella di saper astrarre un pochino le mie miserie e dal particolare trasformarle nell’universale. È ciò che fanno i grandi scrittori. Questa capacità – che io non ho perché sono alle prime armi, anche se scrivo da quando avevo 14 anni – ogni tanto riesco a farla venire fuori. Ho un’emotività vulcanica, quando mi succede qualcosa sono un libro aperto e mi piace “scrivermi” e mostrarlo agli altri. Allora la seconda, ugualmente importante: chi è Simone Tempia? È un 34enne, che da vent’anni vuole fare solo una cosa nella vita: lo scrittore. Che ha sempre lottato per poterlo fare, nonostante io per primo sono – ed ero quando ho iniziato questa carriera – cosciente non sia la via per l’arricchimento né per la stabilità economica e mentale. Sono laureato in Giurisprudenza, arrivo dalla provincia del nord-ovest, che è Biella, ma ho viaggiato un po’. Sono stato sei anni all’Università di Pavia, poi a Bologna per tre anni. Mi sono un […]

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Casa Surace: DueDue domande a “il terrone fuori sede”

Da subito hanno avuto successo sul web ed i social. Trasformando gli stereotipi del Sud e del Nord in risate e simpatia, sono diventati un nome conosciuto in tutta Italia. Stiamo parlando di Casa Surace, collettivo nostrano della risata che, con i loro video scanzonati, raccontano la vita e i problemi degli studenti fuori sede, e non solo. Abbiamo posto ai ragazzi di Casa Surace giusto DueDue domandine. Chi sono innanzi tutto i Coinquilini di Casa Surace e cosa fanno nella vita? I Coinquilini di Casa Surace sono tantissimi e nominarli tutti ormai è impossibile! Se poi ci mettiamo anche i parenti che ci vengono a trovare diventiamo un condominio, anzi un piccolo paese. Al momento Casa Surace è un progetto a tempo pieno, quindi non abbiamo tanto tempo per fare altro. Però riusciamo a ritagliarci degli spazi in tema con quello che facciamo nei video: Daniele (il temerario) ad esempio si è aperto un allevamento di galline per avere sempre a disposizione uova da schiattarsi in testa urlando “CARBONARAAAAAAAA” e Pasqui ha aperto un’attività di Management per gestire i suoi nonni, diventate ormai le vere star dei nostri video. Com’è nata l’idea di questo vostro progetto e come lo avete messo in atto? Venivamo tutti da esperienze diverse: chi lavorava al Cinema, chi nel mondo delle comunicazioni, chi aveva già lavorato con la viralità, chi faceva l’ingegnere…insomma le nostre vite andavano avanti molto tranquillamente.  Ci siamo detti “perché non provare a fare qualche video su internet”? Il nostro primo video ha fatto 11 milioni di visualizzazioni e non abbiamo avuto la scusa dell’insuccesso per tornare alle nostre vite tranquille. Nel corso del tempo poi ci siamo strutturati meglio, Casa Surace è diventata una s.r.l ed abbiamo allargato il gruppo!  Quindi ora giriamo 10 video al mese, lavoriamo 18 ore al giorno, siamo tutti in sovrappeso (tranne Ricky) e addio vita tranquilla! A parte gli scherzi, lavoriamo molto ma ci divertiamo tantissimo, e le soddisfazioni non mancano mai! Il “pacco da giù” di Casa Surace Siete da subito entrati nel cuore di molti “terroni fuori sede”.Cosa pensate quando guardate a tutto il successo del vostro lavoro, qual è il vostro segreto? Nonna ci dice sempre che gli ingredienti segreti non si dicono! A parte gli scherzi proviamo a crescere come società ma anche a mantenere un rapporto genuino con quello che facciamo e con il pubblico che ci segue. Al momento siamo impegnati in un tour in cui portiamo pacchi da giù ai fan o a chiunque ci abbia raccontato un motivo emozionante, divertente, urgente per riceverlo. È bellissimo vedere il modo in cui ci accolgono i fan, il modo in cui ci spalancano le porte delle loro case ed il modo in cui ci abbracciano, proprio come se fossimo dei parenti! Molti di noi studiano lontano da casa e fare la spesa alle volte non è proprio facile. Cosa consigliate, ad un fuorisede, di mettere nel suo carello? Una mamma del Sud, se ci entra, che con qualsiasi budget […]

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Nino Di Costanzo e Massimo Capaccioli: dalla cucina alle stelle

Durante il Festival della Cucina Partenopea, tenutosi ad Ischia dal 12 al 14 maggio, sono stati due gli ospiti d’eccezione: lo chef pluripremiato Nino Di Costanzo e il Professore Emerito ed astrofisico Massimo Capaccioli. Di Costanzo: l’uomo sotto il cappello da chef Lo chef stellato Nino Di Costanzo si è esibito in una dimostrazione culinaria, dando sfoggio della propria bravura dinanzi gli occhi sbalorditi dei presenti. Col capo chino nel piatto e alta concentrazione ha disposto i diversi ingredienti, saggiando di tanto in tanto il risultato con lo sguardo. Con precisione chirurgica ha creato un’opera d’arte culinaria, dando ai diversi accostamenti di sapori, forma e colore anche un ricercato significato concettuale. Lo si vedeva dietro il bancone, perfettamente ordinato, armeggiare con le dita, con i cucchiaini, con i contagocce e delle piccole pinze. Ogni tanto allungava la mano per afferrare qualche fogliolina, presa direttamente dalle due piantine che aveva portato con sé e a cui, fino a poco prima della performance, aveva dedicato tutta la sua attenzione. Mentre spiegava ai presenti le caratteristiche del suo piatto, cucinava con lo sguardo assente, con gli occhi di chi mira altrove: quelli che hanno gli scultori quando scolpiscono, i poeti quando scrivono, ovvero quelli di chi produce arte – in questo caso culinaria. Un uomo semplice, il cui amore per la cucina è nato da piccolo, come racconta durante un’intervista rilasciata a questo giornale: «Io ho avuto la fortuna di fare un lavoro che è tutto fuorché un lavoro: è una passione. La molla è scattata grazie a mia nonna e mia mamma, che in cucina si divertivano come matte lavorando tantissimo». Quindi a 11 anni già sapeva che questa sarebbe stata la sua strada e sin dai 16 ha cominciato a viaggiare all’estero per studiare e fare esperienza. Ritiene sia fondamentale per uno chef ricercare sempre nuovi ingredienti e nuovi sapori, così tutt’ora viaggia molto. Per la sua attività ha puntato all’Italia, nonostante sia un posto molto difficile dove farla prosperare, «perché la cosa più vigliacca da fare è lasciare il proprio paese e tante volte parlarne male. Io mi sento molto attaccato all’Italia […] soprattutto a Ischia e al sud e quindi ho scelto la via più difficile ma sono fiero di averlo fatto». Il cielo con l’astrofisico Capaccioli La disquisizione sulla volta celeste tenuta dall’astrofisico e Professore Emerito Massimo Capaccioli è avvenuta di sera, in terrazza, in un’atmosfera rilassata grazie all’accompagnamento al pianoforte e al precedente light dinner. La sua presenza in un festival dedicato all’enogastronomia poteva sembrare ad uno sguardo veloce e superficiale fuorviante, se non inadeguata. Invece il Professore si è fatto portavoce del magma che ribolle sotto la superficie, del sangue che dà vita a tutti i diversi organi: l’Arte. Ha mostrato il cielo da una prospettiva diversa e tutti i presenti lo hanno ammirato come se lo avessero veramente guardato per la prima volta. Il cielo è negli occhi dell’uomo, è parte di lui, e in quest’ottica è creato dal suo sguardo, come ogni forma d’arte, come era successo la mattina dello stesso giorno con […]

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Scrittori che raccontano Napoli: intervista a Maurizio De Giovanni

L’intervista a Maurizio De Giovanni è la prima di una serie di “chiacchierate” con scrittori che raccontano Napoli e il loro rapporto con questa città, spesso conflittuale, ma sempre caratterizzato da un legame profondo. La telefonata ha luogo il pomeriggio di Pasqua, durante uno dei pochi ritagli di tempo che gli sono concessi, vista l’agenda fitta di impegni, presentazioni e nuovi progetti a cui sta lavorando. Maurizio De Giovanni, un amore diviso tra Napoli, i figli e la scrittura Dott. De Giovanni, qual è il suo rapporto con Napoli? Il rapporto con Napoli è un rapporto particolare, come con quelle mamme invadenti di cui ti vergogni un po’ e che non presenti agli amici. A volte provi imbarazzo, ma è tua madre e non la cambieresti con nessun’altra al mondo. Napoli in assoluto è la città meno consuetudinaria, che ha tutto e il contrario di tutto al suo interno: io personalmente ne sono pazzamente innamorato, il che non mi impedisce di vederne i difetti e le contraddizioni, però non c’è un altro posto del genere al mondo in cui potrei vivere. Ci sono luoghi ai quali è particolarmente legato? Ci sono luoghi di indiscutibile bellezza, come il Petraio con i suoi scorci panoramici, la Pedamentina che scende da San Martino, Largo Madre Teresa di Calcutta tra Via Tasso e Via Aniello Falcone. Io sono molto legato al centro storico, tra San Domenico Maggiore, Cappella San Severo, i Decumani, la parte più ventrale, antica ed identitaria. I romanzi dedicati al Commissario Ricciardi sono infatti ambientati nei luoghi del centro storico. Come nasce l’idea di scrivere questa serie? Ho iniziato a scrivere molto tardi per pura casualità e degli amici mi iscrissero, a mia insaputa, ad un concorso di scrittura. Io penso che la mia identità più forte sia quella di lettore: di scrivere potrei fare sicuramente a meno, di leggere no. I poteri “paranormali” di cui Ricciardi è dotato (la capacità di vedere i morti) rendono i romanzi un misto tra il giallo e l’horror: come ha maturato la capacità di inventare tali visioni? L’idea è venuta assolutamente per caso, mentre mi trovavo al Gambrinus e vidi una bambina che guardava all’interno. Questo spunto si è poi consolidato come metafora della sensibilità al dolore altrui tipica del personaggio di Ricciardi. Più che un potere, è una condanna di cui farebbe volentieri a meno ma che non riesce a togliersi di dosso. In una scorsa intervista lei ha affermato di identificarsi maggiormente nel brigadiere Maione per la sua “paternità”. Può approfondire questa sua definizione? Sono padre di due ragazzi ormai grandi e tutto quello che succede nella mia vita è visto nella prospettiva dei miei figli. Questa ipersensibilità si ritrova in Maione, unico personaggio che, insieme all’Ispettore Lojacono, possiede questa caratteristica. Ho notato che tra Ricciardi e Lojacono vi sono delle affinità: entrambi sono dei solitari, un po’ scontrosi, dediti al lavoro. Quali sono i punti in comune e le differenze tra questi due personaggi? La similitudine principale è la sensibilità introspettiva, mentre una differenza evidente è che […]

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Diego De Silva, intervista allo scrittore napoletano

Il 10 e l’11 giugno si è tenuta a Napoli la manifestazione “Un’altra galassia“. Ad inaugurare la prima giornata è stato chiamato lo scrittore napoletano (ed einaudiano) Diego De Silva, che per l’occasione ha deciso di leggere un suo racconto inedito composto dopo la visita alla Fondazione Banco di Napoli e in particolare all’Archivio Storico che contiene il più imponente archivio bancario al mondo. Prima dell’evento, è stato però possibile intervistarlo sul suo coinvolgimento per i festival letterari, sull’ultimo romanzo scritto e sul sentimento. Considerazioni letterarie con Diego De Silva Lei non è nuovo del genere del racconto, ne ha scritti tanti e di diversi generi eppure in Italia sono poco letti e pubblicati. Secondo lei perché?   Credo che il motivo di questo scarso interesse negli editori è dovuto solo a logiche di mercato. I racconti vendono poco nel nostro paese anche perché è difficile che una raccolta di uno scrittore sia omogenea. È necessario che ogni racconto sia in qualche modo collegato agli altri, che ci sia un filo rosso, ma spesso non accade anche perché i racconti sono scritti in momenti molto diversi della vita di uno scrittore. Per quanto riguarda gli scrittori, ritiene che sia necessaria una sensibilità diversa per i racconti? Sicuramente. Tutti gli scrittori sono in grado di scrivere bei racconti, ma ce ne sono alcuni che lo sanno fare meglio. Citiamo Carver per esempio, tra gli italiani Moravia. Legga “Agostino”, è un capolavoro che sta benissimo accanto a “Gli indifferenti”. Per non parlare di Niccolò Ammaniti. Ricordo una sua frase molto bella che riassume perfettamente il concetto: “Il romanzo è una storia d’amore, il racconto è la passione di una notte”. Classica domanda: cos’è la scrittura, per lei? Saprebbe darne una definizione? (Ride) Bella domanda. La scrittura è un gesto istintivo che nasce da un disagio. Questo istinto di, questo bisogno primario di dare voce ai sentimenti deve trovare, poi, una forma e diventa scrittura. Per me scrivere è diventato essenziale, un’esigenza fondamentale di vita. Ho avuto anche la fortuna di poterlo fare come vero e proprio lavoro, vivere di questo. Diventare scrittori non è possibile per tutti, è sempre un salto nel buio. Data la sua partecipazione a “Un’altra galassia” nella prima serata di domani, è doveroso chiederle cosa ne pensa dei festival letterari, in particolare a Napoli, nella nostra città. Qualsiasi cosa sia a favore della cultura e della promozione della cultura è positiva. Sono felice che siano riusciti a portare avanti questo progetto continuando in qualche modo Galassia Guntenberg. Napoli è una città meravigliosa, non c’è neanche bisogno di dirlo, è una fucina di talenti artistici. Molti scrittori contemporanei validi provengono dalla Campania. È una città vitale e unica. Non è affatto vero che con la cultura non si mangia, tutto è cultura e tradizione. Il vero problema del nostro paese è la classe dirigente: sono tutti vecchi quelli attaccati alla poltrona, qui c’è bisogno di giovani. Hanno le energie migliori e sono molto competenti, altro che bamboccioni. Per esempio ho […]

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Intervista a Paolo Mandetta – Vagamente Suscettibile

Paolo Mandetta, giovane e promettente scrittore, nasce nell’anno 1987, a Paestum, in provincia di Salerno. Lascia il suo amato Sud Italia solo dopo aver abbracciato la sua passione, la scrittura, per iscriversi alla scuola Holden di Torino. Vive ora a Milano, in un bilocale invaso dai fiori. Amatissimo blogger per Vagamente Suscettibile, Paolo Mandetta è anche autore di diverse opere ordinabili in ogni libreria d’Italia e acquistabili nei maggiori store: Cuore Satellite è un romanzo che ha come protagonista Paolo, giovane fioraio di Salerno con un grande segreto: il suo cuore ha le sembianze di un bambino e lo segue ovunque, impedendogli di amare il suo compagno e incastrandolo in una stramba famiglia che cade a pezzi. Aperti di Notte, una raccolta di racconti erotici: storie sui feticci, la solitudine, l’amore e l’infanzia di chi apre la propria anima soltanto di notte. La legge dei Lupi Nobili, urban fantasy, sulle avventure di Michael Q., un giovane con la missione di conservare la virtù dei sogni in un’epoca di adulti precoci e violenti. Eroica Fenice ha intervistato Paolo Mandetta per i nostri lettori… L’intervista a Paolo Mandetta   Il tuo seguitissimo blog si intitola Vagamente Suscettibile. A nome di tutti noi ti chiedo: cos’è che ti rende così “vagamente suscettibile”? È quest’epoca, che dice a tutti “guarda quante cose ho da offrirti, allunga la mano e prenditele! Come, non ce la fai?” E m’incazzo, ci incazziamo, siamo sempre irritabili. Possiamo avere ogni cosa, ma non è vero niente. Siamo solo più infelici perché grazie ai social abbiamo la possibilità di sapere che il vicino di casa sta meglio di noi, in vacanza, o con un buon lavoro, con gli addominali. Tutti coloro che scrivono e sono alle prime armi, si scontrano con la parola ‘scrittore’. Non sanno se definirsi tali in quanto è ciò che fanno o se evitare per modestia. Anche tu hai attraversato questa fase? Sì, certo. Scrittore è una parola impegnativa e l’ho evitata per anni. Ho cominciato a usarla solo di recente perché scrivo a tempo pieno ed è diventato il mio piccolo lavoro, allora se la gente mi chiede che faccio non posso che rispondere così. Lo scrittore. Ovviamente i parenti si mettono una mano in fronte e sospirano “trovati una fatica vera, per favore”. Hai scritto e pubblicato anche una serie di racconti erotici. Cosa pensi dell’idea comune secondo cui la scrittura erotica sia un genere di scarso valore letterario? Mi scontro con questa idea collettiva tutti i giorni. I problemi sono due: o la gente pensa che erotico voglia dire sordido e disgustoso – perché lo associa a quel tipo di “peccato” che si fa ma non si dice, come il sesso per i cattolici – oppure immagina le valanghe di storie erotiche che si pubblicano a 0,99 centesimi su Amazon, in maniera totalmente improvvisata, farciti di refusi e brutture grammaticali. Perché l’erotico è diventata una moda e allora chiunque può lanciarsi in una storia “fai da te”, la pubblica senza manco rileggerla e ciao. Da qui […]

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Klaustrophobia: intervista a Luca C. Brucculeri

Luca Canale Brucculeri da anni porta avanti con coraggio e determinazione i suoi progetti cinematografici di genere horror, nel contesto innovativi, ma con lo sguardo rivolto in modo sapiente ad alcuni grandi e intramontabili maestri del cinema di tutti i tempi a cui si è ispirato, come Coppola e Friedkin, personaggi mitici che hanno lasciato un segno indelebile nel cinema. Luca Canale Brucculeri con la sua precedente serie “Horror Comics” è riuscito a penetrare l’aspetto oscuro e visionario della settima arte attraverso una forma visiva personale e spiazzante dal taglio fumettistico, ma saldamente ancorata al filone horror di alcuni intramontabili classici degli anni ’30. Il regista, sceneggiatore e produttore, con il suo nuovo progetto propone in modo singolare e con tecniche di ripresa innovative le paure reali e incontrollate, pronte ad emergere ed esplodere in situazioni del tutto imprevedibili. Ricordiamo che, da sempre, Luca Canale Brucculeri si autofinanzia in modo indipendente, restando fuori dalle lobby cinematografiche e dai compromessi vincolanti per la realizzazione dei suoi corti. Klaustrophobia, l’ultimo progetto di Luca C. Brucculeri, il racconto di una paura primitiva In un’anteprima eccezionale Luca ci svela alcuni particolari della sua prossima ed imminente produzione intitolata “Klaustrophobia” e impreziosita dalle locandine realizzate da Carmela Sorrentino. Ciao Luca, raccontaci le motivazioni che ti hanno spinto a realizzare il tuo nuovo progetto cinematografico, come prende forma, e in che contesto ambientale si svolge? Ciao Antonio, Klaustrophobia nasce da un progetto che ho sceneggiato circa 3 anni fa, un progetto che vuole arrivare dritto al punto con la sua breve durata (circa 5 minuti) e che vuole utilizzare una paura primitiva e psicologica per disturbare. Come scritto sulle locandine, la base di Klaustrophobia è quella di una sola attrice in scena. Una donna chiusa all’interno di un’oscura scatola umana. Non posso rivelare altro perché il corto va visto facendosi guidare unicamente dal titolo e dalla curiosità. Posso aggiungere che, durante la realizzazione del corto, l’idea si è espansa ad altri due cortometraggi sempre con una donna come protagonista e in solitario, il prossimo probabilmente si chiamerà Sonnambula. Riguardo al progetto antecedente, come va ad incidere su Klaustrophobia e in che misura ti ha ispirato per la realizzazione del nuovo corto? Dunque, la serie di Horror Comics è a sé stante, non c’entra assolutamente nulla con questo progetto da definire antologico. L’ispirazione in realtà è nata dalla voglia di raccontare una determinata fobia andando dritto al punto e creando terrore senza troppi preamboli: lo spettatore viene catapultato da subito all’interno dell’incubo e, come la protagonista, si trova spaesato soffrendo insieme a lei in questa situazione. Luca che visione hai della paura klaustrophobica? C’è dell’autobiografico o retaggi del passato nel tuo cortometraggio? No, per fortuna nulla di autobiografico, anche se sicuramente rimanere schiacciati all’interno di 4 mura senza un motivo apparente non dev’essere una bella sensazione per nessuno. La voglia principale comunque è quella di disturbare o spaventare con qualcosa di reale, non con qualcosa di sovrannaturale come ho fatto fino ad ora, è qualcosa di tangibile ed è una paura […]

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