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Eroica Fenice

Voli Pindarici

Lasciare tutto andare? Eziologie dialogiche: la sensibilità

K. – “Oh, J., potresti lasciare, per una volta – almeno per una volta! – che tutto ti scivoli addosso, che tutto fluisca via. Sì, insomma: che tutto scivoli sulla polita superficie della tua fragile – (‘perché è fragile e lo sai benissimo, ammettilo!’ avrei voluto dirle… ma mi pareva di osare troppo) corazza. Sono certo che vivresti meglio, se accettassi che tutto può accadere, ma che non tutto deve necessariamente tangerti, colpirti, sino a sfinirti. Non è così che va la vita. O almeno, non è così che dovrebbe andare, se vuoi vivere senza crearti problemi inutili.” J. – “Apprezzo molto la tua premura nei miei confronti (‘quella metafora fa male, ma è vera, devo ammetterlo’); ma, sai, il tuo ‘potresti lasciare’ si traduce automaticamente, nella mia mente, in un ‘lasciare tutto andare’ e… no, proprio non posso. Comprendo le tue parole, così come ne comprendo l’intima razionalità. La comprendo davvero, credimi. Ma non posso accettarla.” Incomprensioni: “lasciar andare proprio un bel nulla”… K. – “Non capisco questo tuo automatismo psichico. Non c’arrivo. Complessità femminile, forse.” J. – “Oh, no; qui non c’entrano nulla i discorsi di genere. Non è questione di comprenderlo o no. È questione di sentirlo o no. Sen-tir-lo. Per questo non è possibile lasciare andare proprio un bel nulla. Capisci?” K. – “Beh, veramente, capisco ancor meno di prima… (‘elettroencefalogramma piatto e confusione mentale. Caos. Boom. Voglio fuggire da questa conversazione.’)” Lasciare andare: la complessità nella semplicità… J. – “Beh, la questione è semplice e complessa al tempo stesso. È razionalmente condivisibile l’idea di non dare peso ‘sentimentale’ ad ogni inezia esistenziale e – credimi – l’ho desiderato io stessa tante, tantissime volte. C’ho persino provato con tutte le mie forze. Con tutte le mie forze? Ora come ora, non ne ho più la certezza. Insomma, posso dirti… che ho desiderato che andasse così anche a me. Ma ho capito una cosa importante. Ho capito che c’è una Qualcosa contro il quale non potrò mai vincere. Questo Qualcosa ha un nome di cui molti si fan vanto, ma che pochi comprendono veramente; un nome intellegibile, ma ingannevole. Questo Qualcosa si chiama Sensibilità.” K. – “Quanto la fai lunga!” J. – “Sapevo che non avresti capito. Non puoi capire. C’ho provato. Ma, forse, sei condannato a non comprender(mi) (proprio) (mai)…” K. – “Non ti sembra di esagerare? In fondo, non era mia intenzione offenderti. Mi sembrava solo che il discorso stesse prendendo una strana piega…” J. – “Sai, K., è semplicistico definire come ‘strano’ tutto ciò che – semplicemente – non comprendiamo. Ah, se la tua anima fosse un tantino più profonda…!” K. – ………………… J. – “Vuoi spegnere l’animo di una persona sensibile? Dalle il silenzio. Lasciale solo il silenzio. L’indifferenza. L’indifferenza totale, il disinteresse. Il nulla. Lasciare tutto andare? Proprio no. La sensibilità non è qualcosa che si possa scegliere oppure no. Si può solo scegliere di accettarla oppure d’averla, per sempre, come acerrima nemica. Non è possibile rinnegare realmente la sensibilità: possiamo solo […]

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Cucina e Salute

Una bontà chiamata… struppoli!

Forma irregolare ed oblunga; superficie rugosa, grinzosa, quasi “stropicciata”; profumo che inebria le narici; sapidità piacevole e leggermente pepata: questa meraviglia per la vista, l’olfatto ed il gusto ha un nome! Un nome simpatico, pieno, eufonico; un nome che ti riempie la bocca già pronunciandolo o ascoltandolo: si tratta degli “struppoli“! Struppoli: conosciamoli meglio! Origini ed ingredienti Gli struppoli – da non confondere col dolce napoletano, noto col nome di “struffoli” – sono un rustico tipico di San Salvatore Telesino, paesino beneventano ricco di storia e di tradizioni. (San Salvatore Telesino si configurava come potente e ben protetta cittadina già in epoca sannitica e, successivamente, nell’antichità greco-romana, era nota come Telesia) La ricetta degli struppoli è un ossimoro: molto “semplice” per quanto concerne gli ingredienti, ma di difficile realizzazione. Per realizzare gli struppoli vi occorreranno i seguenti ingredienti: 1 kg di farina di grano tenero; 1 bicchiere di olio extravergine di oliva; 10 uova freschissime (meglio se “di casa” e non acquistate); 1 cucchiaio di sale; 1 pizzico di pepe; 1 litro di olio per la frittura. Come realizzare gli struppoli: la ricetta e qualche simpatico suggerimento… Per la concreta (e corretta) preparazione degli struppoli, vi occorrerebbe la saggia guida di una massaia “quasalésca”! (È così che gli abitanti di San Salvatore Telesino si chiamano nel dialetto locale, giacché San Salvatore è noto anche come ‘u Casàle o Quasàle). In mancanza della guida “autoctona”, potreste ardimentosamente cimentarvi provando a fare così: impastate tutti gli ingredienti su una spianatoia di legno, aggiungendo, solo alla fine, un po’ di lievito fate lievitare l’impasto degli struppoli in un posto caldo, l’impasto deve essere riposto in un canestrino, coperto da un panno di lana  successivamente, rovesciate sulla spianatoia l’impasto lievitato e tagliatelo in modo da ottenere tocchetti lunghi circa 8-9 cm. Le massaie quasalésche raccomandano di passare i singoli tocchetti sull’intreccio di una canestrella di vimini, con mano leggera: è proprio questo gesto a fornire agli struppoli il loro caratteristico aspetto rugoso e grinzoso e quasi stropicciato, di cui vi parlavo all’inizio. (Un “marchio di fabbrica”, insomma!) I tocchetti così realizzati devono riposare per un quarto d’ora circa, prima di essere fritti in abbondante olio. Ne esiste anche una versione senza lievit0 ma qui la difficoltà aumenta, perché occorre lavorare l’impasto velocemente. Lo struppolo fa pienamente parte dell’immaginario collettivo sansalvatorese e le sue origini sono incerte e si perdono fra i meandri della storia, del folklore e del mito locale. Secondo alcuni, invece, gli struppoli avrebbero origine sannitico-romana e potrebbero essere posti in qualche relazione con i crustula, che il poeta latino di epoca augustea Orazio amava offrire ai suoi allievi migliori e che proprio i coloni telesini – stando ad una epigrafe pertinente al sito dell’antica Telesia – avrebbero offero al seviro Manlio Rufo. Naturalmente, data la grande quantità di olio ed uova – alimenti pregiati in periodi “poveri” – gli struppoli erano considerati un cibo di lusso, adoperato, in particolare, in banchetti nuziali o in momenti conviviali di particolare importanza. Nella prima settimana di settembre, ogni anno, la Pro Loco […]

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Culturalmente

Telese, un progetto per le Antiche Terme Jacobelli

Anche Telese Terme partecipa all’iniziativa [email protected], presentando un progetto per la valorizzazione delle Antiche Terme Jacobelli. Come si legge dal sito del Governo italiano e della Presidenza del Consiglio dei Ministri, l’iniziativa [email protected] è nata “per recuperare i luoghi culturali dimenticati”; a tal proposito, il Governo mette a disposizione 150 milioni di euro. L’iniziativa [email protected] Fino al 31 maggio 2016, tutti i cittadini italiani hanno avuto la possibilità di segnalare – all’indirizzo di posta elettronica [email protected] – “un luogo pubblico da recuperare, ristrutturare o reinventare per il bene della collettività o un progetto culturale da finanziare”. Come apprendiamo ancora dal sito, una commissione ad hoc stabilirà i progetti, ai quali assegnare le risorse economiche ed il decreto di stanziamento sarà emanato il 10 agosto 2016. Il progetto telesino e le Antiche Terme Jacobelli di Telese Terme La cittadina di Telese Terme ha presentato al Consiglio dei Ministri un progetto – per un valore di circa 350.000 euro – di ripristino funzionale delle vasche termali delle Antiche Terme Jacobelli, situate all’incrocio tra i comuni di Castelvenere, Solopaca e Telese. Il Parco Bagni Vecchi è più noto come Antiche Terme Jacobelli perché quello che ora appare come parco naturale – a seguito dei lavori di ristrutturazione, finanziati dal P.O.R. Campania ed ultimati nel 2008 -, era, in origine, un parco termale, voluto, fondato e finanziato, nel 1861, dal Cavaliere Achille Jacobelli di San Lupo ed inaugurato ufficialmente nel 1867. Il progetto Jacobelliano delle terme prevedeva la costruzione di uno stabilimento ben articolato, dotato di 50 camerini, una sala con tavole e sedili in marmo, una vasca marmorea con acque termali ed un porticato, dove poter passeggiare. Nel progetto iniziale lo stabilimento doveva essere dotato anche di un ristorante ed un caffé. Tuttavia, le difficoltà finanziarie che colpirono il Cavaliere Jacobelli furono nefaste per le terme, che andarono incontro ad un periodo di decadimento, finché non furono prese in fitto, nel 1871, da Filippo Capuano di Cerreto Sannita. Infine, nel 1875, le Terme Jacobelli furono acquistate dal cavaliere Eduardo Minieri di Napoli, nell’àmbito di un accordo con la provincia di Benevento. Il progetto mira a risolvere il problema dello smaltimento delle acque sorgive: a causa delle oscillazioni del livello delle falde acquifere e delle conseguenti oscillazioni del livello delle acque nelle vasche, lo smaltimento delle acque sorgive non avviene in modo continuo, provocando, ristagno e presenza di alghe maleodoranti. Ci auspichiamo che la commissione giudicatrice tenga debito conto del progetto, la cui realizzazione darebbe, senza dubbio, nuovo slancio alla già turistica città di Telese Terme, valorizzando un importante patrimonio termale, a lungo dimenticato e non sfruttato nelle sue piene potenzialità.

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Culturalmente

Defixiones: incantesimi dall’antica Grecia

Nel 2003, in Grecia, in un cimitero di epoca classica ubicato in prossimità delle “Lunghe Mura”, a nord-est del Porto del Pireo, nella zona corrispondente all’antico demo di Xypete, furono ritrovate, in una sepoltura femminile, 5 tavolette di piombo. Quattro di esse presentano incisioni testuali in virtù delle quali sono definibili come defixiones (e sono, peraltro, accomunate da formule e strutture narrative parallele), la quinta invece non presenta alcuna incisione (sebbene la sua potenziale funzione doveva essere la medesima). Le defixiones: tra incantesimi e formule magiche Tali tavolette, grazie alla loro funzione, prendono il nome di defixiones. Una defixio non è altro che una forma di incantesimo – il cui utilizzo è ben attestato già presso gli Etruschi, oltre che presso i Greci – connesso alla confittura di un chiodo, col quale si vorrebbero immobilizzare demoni, malattie o, più semplicemente, persone ritenute colpevoli o odiate. L’azione doveva essere accompagnata da una formula magica ad hoc e gli antichi ritenevano che essa sarebbe risultata più efficace se fosse stata incisa su una tavoletta di piombo, da depositare o presso il temenos (recinto sacro di una divinità) o con la sepoltura di un defunto. Tali formule magiche “epigrafiche” possono prende (oltre al già citato nome di defixiones) devotiones o exsecrationes, per il fatto che, in genere, si configurano come maledizioni, espresse nella forma di una dedica o consacrazione alle divinità infere. I recenti studi di Jessica Lamont Le tavolette ritrovate nel 2003 sono attualmente conservate nel Museo del Pireo; ma sono state studiate solo di recente da Jessica Lamont, che ha dedicato ad una di esse un dettagliato studio, disponibile (e scaricabile) anche sul social accademico Academia.eu. Tali tavolette, sulla scorta di elementi archeologici ed ortografici, sono databili al IV secolo a.C., in un’epoca in cui l’intera regione era animata da intense attività commerciali. Esse sono state rinvenute in una sepoltura femminile, ma la defunta sembrerebbe non essere affatto legata alle vicende lì narrate. Dalle tavolette è possibile ricavare il riferimento ad una diatriba tra un anonimo committente e due tavernieri, Demetrios (un uomo) e Phanagora (una donna). Il testo studiato dalla Lamont è davvero peculiare, infatti presenta anche un interessante riferimento intertestuale, ovvero un esametro omerico, inserito nel testo della defixio. Nella tavoletta vengono invocati Ecate, Artemide ed Hermes, in qualità di divinità ctonie.  “Ecate, Artemis, Hermes: gettate il vostro odio su Fanagora e Demetrios, e sulla loro taverna e sulle loro proprietà e possedimenti. Legherò il mio nemico Demetrio e Fanagora, nel sangue e nella cenere, con tutti i morti. Nemmeno il prossimo ciclo di quattro anni vi libererà. Ti legherò in un tal modo, Demetrio, il più duramente possibile, e colpirò la tua lingua con un kynetos.” In particolare, la parola kynetos (equivalente a “orecchio di cane”) costituiva una metafora, con la quale si indicava il più basso tiro dei dadi. Pertanto, colpire la lingua di Demetrios con un kynetos equivaleva ad augurargli un’immensa sfortuna, sia personale, sia legata alla sua attività di taverniere. La Grecia antica non smette, […]

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Culturalmente

New York, libri usati al metro alla Strand

Libri usati venduti al metro? Accade alla Strand di New York! L’espressione “al metro” evoca nelle nostre menti – specie nelle menti degli amanti della pizza, come me – dolci pensieri culinari. Eppure no, non è di questo che voglio parlarvi. “Al metro” è possibile vendere/acquistare anche libri. Libri usati. Ciò accade a New York, ove, presso l’828 Broadway – all’angolo della 12th Street – è ubicata dal 1956 la libreria Strand, una vera e propria attrazione del distretto di Manhattan. Fama e  storia della libreria Strand La libreria Strand è davvero molto nota anche nel mondo del cinema (compare nei film Julia & Julia e Remember me), della TV (compare nella quarta stagione della notissima serie Una mamma per amica) e della canzone (è nominata nella canzone What s shame about me degli Steely Dan). La Strand è stata fondata nel 1927 da Benjamin Bass presso la 4th Avenue e, ad oggi, detiene il primato mondiale della vendita di libri usati, che i bibliofili possono acquistare a modici prezzi (anche di uno o due dollari per libro). La libreria Strand occupa ben 3 piani e mezzo ed un magazzino, per ben 30 km di scaffali, sui quali sono disposti circa 2,5 milioni di libri. È proprio per questo che il motto della Strand Library è “libri per 18 miglia” (“18 Miles of Books”). La Brand è una libreria a conduzione familiare, con circa 240 dipendenti, attualmente gestita da Freud Bass, il figlio del fondatore. Oltre alla sede principale, Bass possiede anche un chioschetto presso Central Park, nonché numerose bancarelle disseminate in varie zone di New York. Come funziona la vendita “by the foot” Presso questa storica libreria, è possibile trovare libri d’ogni sorta ed, in particolare, edizioni fuori commercio, libri introvabili e libri autografati. Ma la vera specialità della Strand è la vendita di libri usati “by the foot” o – per dirla con il corrispondente sintagma italiano – “al metro”. Il sistema è molto semplice. I tomi usati afferenti ad una collana (tematica) sono disposti in fila: l’acquirente può decidere, in base ai propri gusti (o, forse, in base alla propria resistenza fisica!) il punto, in corrispondenza del quale interrompere la fila. Il prezzo complessivo sarà sempre calcolato in base alla lunghezza prescelta. Naturalmente, l’acquirente è libero di creare una propria collana tematica, con infinite possibilità di scelta, di variazione e personalizzazione, sempre secondo il medesimo criterio d’acquisto. Si tratta di un sistema di vendita molto semplice da attuare, pratico e “simpatico” e sarebbe bello se prendesse piede anche in Italia. Potrebbe configurarsi come un modo per incentivare la vendita dei libri.

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Culturalmente

Lib(e)ri: libri gratis a Bologna!

Nella libreria Libri Liberi di Bologna i libri non si acquistano, ma si portano via gratuitamente! “Libri Liberi”: chi sostiene l’iniziativa? L’ideatrice del progetto è Anna Hilbe, già fondatrice, nel 1977, della nota “Libreria delle Donne” di Bologna. La libreria, sita in via San Petronio Vecchio, sopravvive grazie alle donazioni: i libri vengono offerti, ad esempio, da chi vuole svuotare la propria casa, magari per trasferirsi altrove, oppure, più semplicemente, da chi desidera offrire una seconda vita a libri già letti, passando a qualcun altro il testimone di questa opportunità di lettura ed arricchimento. Origine dell’iniziativa “Libri Liberi” a Bologna Anna era venuta a conoscenza dell’esistenza di due librerie – l’una a Baltimora, l’altra a Madrid – che regalavano i libri, anziché venderli. E così, spinta dalla volontà che “la cultura tornasse a circolare, al di là delle leggi di mercato”, Anna ha deciso di realizzare il medesimo progetto anche in Italia, spiegando così: “Ho voluto importare la cosa anche qui in Italia, e poi un giorno sono passata davanti a questo negozio. Ho scoperto che l’affittavano a un prezzo modesto, che potevo permettermi, e così è nato questo spazio”. Il funzionamento di questa speciale libreria bolognese Il funzionamento della libreria Libri Liberi è davvero peculiare: chiunque può entrare e prendere i libri che desidera (a patto di non portarne via più di tre), senza essere obbligato né a restituirli, né ad offrire altri volumi in cambio. “La nostra regola è semplice – spiega l’ideatrice –; in questa libreria i libri non si vendono né si comprano. Passano dalle mani di chi li ha letti a quelle di chi desidera leggerli”. Il valore dell’iniziativa. Bologna come esempio? (Per riflettere…) Non serve molto per capire la portata di questa iniziativa, che si configura come qualcosa di straordinario da più punti di vista. In primo luogo, Libri Liberi si presenta come una grande risorsa, tanto per gli studiosi che cercano qualche volume in particolare quanto per i lettori occasioni, tanto per gli studenti quanto per i turisti.  La libreria offre, peraltro, una vasta scelta e, data la casualità e la eterogeneità delle donazioni, è possibile trovarvi davvero di tutto, qualora si abbia la pazienza di spulciare il tesoro librario ivi contenuto. In secondo luogo, essa rappresenta – in un panorama di consumistico (e capitalistico) appiattimento generale – un grande esempio di generosità, un sentimento al quale, forse, non siamo più così abituati. L’iniziativa promossa da Libri Liberi sta riscuotendo, a Bologna, un grande successo e la speranza – quella che, innegabilmente e strenuamente, resta sempre sul fondo del vaso di Pandora – è che essa sia presa come un buon esempio, da seguire ed imitare anche in altre città italiane.

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Culturalmente

Toscana: arriva il treno letterario!

Arriva un treno carico carico di… cultura: si tratta del “treno letterario”, che attraversa la Toscana, seguendo le tracce di Etruschi e Romani e dei luoghi che hanno ispirato lo scrittore Carlo Cassola. Come nasce l’iniziativa “treno letterario”? L’iniziativa è stata promossa da “Toscana Libri”, portale di cultura toscana, con il patrocinio della regione Toscana e dei Comuni di Volterra e Cecina. L’iniziativa “treno letterario” nasce col precipuo, duplice intento di valorizzare le ferrovie minori – da poco riattivate – al fine si sensibilizzare l’interesse per aspetti storico-culturali ed archeologici, incrementando i flussi turistici. Il treno letterario allieterà le domeniche di aprile e maggio. Ogni tappa prevede, a corredo ed arricchimento del giro in treno, visite di musei ed aree archeologiche. Perché organizzare un “treno letterario”? Vincenzo Ceccarelli, assessore per la regione Toscana ai trasporti e alle infrastrutture, ha messo in evidenza l’importanza di questa originale iniziativa, sottolineando la possibilità di ricorrere al treno come “leva culturale”, riattivando linee ferroviarie poco adoperate, ma caratterizzate da grande valore storico-culturale e sociale. Qui di seguito è riportato il programma completo, corredato di recapiti per chiedere informazioni. Domenica, 3 aprile 2016 – Alla scoperta degli Etruschi – In viaggio con Stefano Cocco Cantini e Simona Rafanelli • Ore 10.00 – Cecina, partenza dalla stazione • Ore 10.40 – Arrivo a Saline e trasferimento a Volterra • Ore 11.30 – Visita guidata al Museo Guarnacci e presentazione di “La musica perduta degli etruschi” (Edizioni Effigi) di Stefano Cocco Cantini e Simona Rafanelli • Ore 13.00 – Visita libera alla Città • Ore 15.30 – Trasferimento alla stazione di Saline • Ore 16.00 – Partenza per rientro a Cecina Domenica, 10 aprile 2016 – Volterra e Cecina al tempo dei Romani – In viaggio con Elena Sorge e Marco Vichi • Ore 10.00 – Cecina, partenza dalla stazione • Ore 10.40 – Arrivo a Saline e trasferimento a Volterra • Ore 11.30 – Visita guidata al Teatro Romano e presentazione del libro “Il console” (Guanda) di Marco Vichi. A seguire visita all’Acropoli Etrusca e agli scavi dell’Anfiteatro • Ore 13.00 – Visita libera alla Città • Ore 15.30 – Trasferimento alla stazione di Saline • Ore 16.00 – Partenza per rientro a Cecina Domenica, 24 aprile 2016 – Alla scoperta degli Etruschi – In viaggio con Marco Buticchi e Stefano Genovesi • Ore 10.00 – Saline di Volterra, partenza dalla stazione • Ore 10.40 – Arrivo a Cecina e trasferimento al Museo Archeologico • Ore 11.30 – Visita guidata al Museo Archeologico e presentazione del libro “Il segno dell’aquila” (Longanesi) di Marco Buticchi • Ore 13.00 – Trasferimento al centro storico e visita libera alla città • Ore 16.00 – Partenza per rientro a Saline di Volterra Domenica, 8 maggio 2016 – Cecina e Volterra al tempo dei Romani – In viaggio con Fulvia Donati e Stefano Genovesi • Ore 10.00 – Saline di Volterra, partenza dalla stazione • Ore 10.40 – Arrivo a Cecina • Ore 11.00 – Visita guidata alla Villa Romana di […]

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Culturalmente

Catania, riapre la casa di Giovanni Verga

Da martedì 8 marzo sarà riaperta al pubblico la casa di Giovanni Verga – come stabilito da Fulvia Caffo, Soprintendente per i beni culturali e ambientali di Catania, e da Giovanni Di Stefano, Direttore della Casa museo – a seguito della conclusione degli interventi di restauro e di valorizzazione, realizzati dalla Soprintendenza di Catania. La realizzazione di tali interventi – progettati da Maria Lucia Giangrande, Nicola Francesco Neri, Ida Buttitta, e diretti da Nicola Francesco Neri – è stata possibile, grazie ad un finanziamento europeo 2007/2013; il responsabile unico del procedimento è Cornelio Tripolone. Dove si trova la casa di Giovanni Verga e cosa è possibile visitare? La casa di Verga, sita al secondo piano di un palazzo ubicato nel centro storico di Catania – in via Sant’Anna, numero 8 -, dopo la morte dell’ultimo erede, nel 1980, è stata venduta alla regione Sicilia, che l’ha trasformata in un museo letterario. Ma già l’11 gennaio 1940, la casa del più autorevole esponente del Verismo, era stata dichiarata monumento nazionale. La casa-museo di Verga ospita la biblioteca dello scrittore ed i principali arredi, quali, ad esempio, la scrivania (proveniente dall’appartamento milanese di Verga), il leggio (che, secondo alcuni, Verga avrebbe usato anche come scrittoio), ma anche un busto in gesso di Verga (copia dell’originale busto bronzeo, attualmente conservato presso il Convitto Cutelli) e la la maschera di cera del padre Giovanni Battista Verga Catalano. Alla ri-scoperta della biblioteca di Verga La biblioteca ospita circa 2600 volumi, nonché le copie dei manoscritti delle opere di Verga (i cui originali sono conservati presso la biblioteca dell’Università di Catania). Fra gli autori che Verga leggeva troviamo D’Annunzio, Marinetti, De Amicis e, naturalmente, Capuana, De Roberto, Fogazzaro e Campana, nonché i naturalisti francesi (Flaubert, Maupassant, Zola, i fratelli de Goncourt) e i principali autori russi (Dostoevskij, Tolstoj, Puškin). Molti di questi volumi recano anche la dedica autografa. Chi era Verga? Non dimentichiamo che Verga, grazie alla sua produzione novellistica ed ai suoi romanzi, ha innovato la narrativa italiana, dal punto di vista linguistico, stilistico e contenutistico, attraverso la volontà di trasferire, nel prodotto della scrittura, l’osservazione del mondo circostante. Dall’8 marzo sarà, pertanto, nuovamente possibile visitare il luogo in cui Verga “formò il suo mondo e lo concluse nell’immortale potenza dell’arte” (come recita l’epigrafe, ubicata proprio al secondo piano, in prossimità dei balconi). Per maggiori informazioni: Telefono: 0957150598 Orari ingresso: Tutti i giorni (escluso la domenica e i festivi) dalle ore 09.00 alle ore 13.15; dalle ore 14.15 alle ore 19.00. Biglietto singolo intero: 4,00 € Biglietto singolo ridotto: 2,00 €

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Culturalmente

Siria: biblioteche per resistere alla guerra

Dalla Siria, devastata dalla guerra, giungono – nonostante tutto – storie di speranza, storie che dimostrano la volontà di resistere e di reagire alla guerra con la cultura. Biblioteche e storie di speranza dalla Siria. Oggi Eroica Fenice si fa latrice di questo messaggio positivo e propositivo, narrando ai suoi lettori due storie, che hanno, per protagonisti, giovani siriani, studenti e laureati, ragazzi come noi, ma che – a differenza di noi – hanno dovuto lasciare l’università, abbandonare gli studi, perché la guerra, oltre ad aver loro rubato il diritto alla pace, alla libertà, ad avere una casa, ha anche strappato loro il diritto allo studio, all’istruzione, alla formazione, alla speranza di un futuro e di un lavoro. “Safetime” ad Aleppo: la biblioteca come rifugio e supporto intellettuale. Ma i ragazzi, protagonisti di queste vicende, c’insegnano che reagire si può. Per questo Ismail Sulamain, aiutato da amici e coetanei, è riuscito a costruire ad Aleppo – una delle città più colpite dalla guerra, in Siria – la più grande biblioteca del paese. Il suo scopo – come ha dichiarato egli stesso – è quello di offrire, attraverso la biblioteca (a cui ha dato l’icastico nome di “SafeTime”) un rifugio, ma anche un “supporto intellettuale e scientifico per i cittadini di Aleppo”, nella piena consapevolezza che la guerra in Siria si configura anche come uno scontro ideologico. Una cantina-biblioteca a Daraya per studiare e “difendersi” dalla paura. Come Ismail, anche Abu Mankel ed i suoi amici hanno messo su, in una cantina, una biblioteca a Daraya- quartiere di Damasco – da ben tre anni assediata dalle milizie governative, giacché Daraya è ritenuta ostile al regime di Bachar El-Assad. Ogni libro è stato catalogato; ma Abu e gli altri hanno anche avuto la premura di segnalare la casa, fra le cui macerie è stato trovato ogni singolo libro, di modo tale da poter, eventualmente, restituire tali libri, dopo la fine della guerra, ai proprietari che li reclamassero. Abu, con parole forti, ha dichiarato: “Ho trovato uno scopo nella mia vita: la creazione di questa biblioteca. Non passo più giorni interi tra la noia e la paura di nuovi bombardamenti. Ora do consigli a chi viene a cercare un libro e discutiamo insieme delle nostre ultime letture.” Lo scopo di Abu e dei suoi compagni è quello di promuovere, attraverso la lettura, la cultura, che, a guerra finita, potrà configurarsi come unico strumento di diffusione di una vera democrazia. Probabilmente, è per questo che hanno deciso di denominare la loro biblioteca Fajr, cioè “alba”, nella speranza che la lettura e la cultura possano dischiudere l’alba di una nuova era.

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Culturalmente

700 reperti etruschi ritornano in Italia

Circa un mese fa, l’Italia minacciava un’azione legale contro la Gran Bretagna, qualora Robin Symes, ex antiquario britannico, non avesse restituito all’Italia i circa 700 reperti etruschi, trafugati in Italia e conservati illegalmente in depositi a Ginevra, in Svizzera, appartenenti allo stesso Symes. Fra i reperti etruschi trafugati – conservati in 45 casse – si annoverano opere d’arte di ottima fattura, quali teste marmoree, numerose statuette bronzee raffiguranti divinità, una grande statua in terracotta raffigurante una divinità femminile – assisa su un trono ed avente in una mano una colomba e, nell’altra, un melograno – e due sarcofagi dal coperchio policromo, raffigurante le fattezze dei defunti (rispettivamente un uomo ed una donna). Chi erano gli Etruschi? Gli Etruschi erano una antica popolazione italica, stanziata in zone corrispondenti grossomodo alle odierne regioni di Toscana, Lazio ed Umbria, ma con propaggini anche in Campania (a Salerno, ad esempio), Emilia Romagna e Lombardia. Resta ancora discussa l’origine degli Etruschi, i quali – secondo la maggior parte degli studiosi – sarebbero autoctoni del territorio italico sin dall’epoca del Bronzo, mentre – secondo altri – sarebbero giunti solo successivamente in Italia, migrando dal Nord o dal mare. Perché si tratta di reperti etruschi? Che si tratti di materiale etrusco è confermato da almeno due elementi macroscopici. In primo luogo, la divinità femminile con la colomba ed il melograno sembrerebbe replicare l’iconografia che gli studiosi ritengono tipica delle raffigurazioni scultoree della Mater Matuta, antica divinità italico-etrusca dell’aurora e della nascita: ad essa le madri, dopo aver dato alla luce il proprio bambino, offrivano generosi ex-voto. La Mater Matuta fu, poi, “mutuata” dai Romani, che la veneravano, appunto come dea dell’aurora – in coppia con Giano pater matutinus – e come protettrice delle partorienti. In suo onore, venivano celebrate, l’undici giugno, le Matralie, feste alle quali potevano partecipare solo le matrone che avessero avuto un solo marito. In secondo luogo, i sarcofagi in terracotta con il coperchio antropomorfo policromo si ricollega alla cospicua produzione di sarcofagi etruschi – ascrivibili al cosiddetto “periodo ionico” (fine del VI secolo a.C.) – la cui nota precipuamente caratterizzante è il realismo col quale vengono rappresentati i defunti, sovente raffigurati sdraiati sul letto funebre. I due sarcofagi trafugati da Symes, stando alle indagini, sarebbero stati scavati illegalmente a Tarquinia (Tàrchuna, in etrusco), piccola città del Lazio meridionale (attualmente in provincia di Viterbo), che fu la capitale di uno dei più antichi e potenti stati della confederazione etrusca. Felice esito della vicenda: l’arte etrusca rubata torna a casa L’indagine, condotta dal Nucleo Tutela Beni Culturali dei Carabinieri, era cominciata nel marzo 2014 e, di recente, ha avuto felice esito: i reperti, confiscati a Symes – già arrestato nel 2005 per traffico illecito di materiali antiquari – faranno presto ritorno in Italia. In tal modo, l’Italia potrà ri-appropriarsi di un importante tassello della propria storia e della propria cultura.

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Culturalmente

Mantinea, la prima rivista in toto in latino

Mantinea non è solo il nome di un’antica città peloponnesiaca – sita nell’Arcadia orientale – ma anche quello di una neonata rivista semestrale, redatta in toto… in latino. La rivista è edita dalla Accademia Vivarium Novum, in collaborazione con il Pontificium Institutum Altioris Latinitatis e con l’Instituto Italiano per gli Studi Filosofici. Per saperne di più: contenuti e collaboratori della rivista Mantinea. Mantinea contiene saggi – afferenti alle varie declinazioni della “cultura classica” – scritti da nomi importanti nell’àmbito degli studi classici; fra essi, ricordiamo i filologi Yves Hersant e Michael Von Albrecht, il sociologo Edgar Morin, il filosofo Rémi Brauge, il filosofo e socio dell’Accademia dei Lincei Remo Bodei, il latinista Carlo Carena, l’archeologo e storico dell’arte Salvatore Settis. L’ideatore e curatore della rivista è Luigi Miraglia, citato dal New Yorker come “l’uomo che parla più fluentemente latino”. Si pensi che Miraglia si è laureato – presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II – con una tesi scritta interamente in latino. Luigi Miraglia e l’Accademia Vivarium Novum. Dal 1996, Luigi Miraglia è Direttore dell’Accademia Vivarium Novum, con sede dapprima a Montella (in provincia di Avellino), poi – dal 2009 – a Roma. Vivarium Novum si configura come un’istituzione educativa, il cui scopo è lo studio, l’insegnamento e la promozione delle lingue classiche, che vengono insegnate come se fossero “lingue vive”, cioè attraverso il metodo, ideato dal classicista danese Hans Henning Ørberg (autore di Lingua Latina per se illustrata – Familia Romana. Miraglia ha anche curato l’adattamento italiano del metodo di insegnamento Athenaze – elaborato dall’Università di Oxford – per l’apprendimento del greco). Ma, nell’Accademia – che accoglie studenti provenienti da tutto il mondo – si dà spazio anche alla letteratura latina rinascimentale, alla storia e alla filosofia, con l’obiettivo di “costituire un centro di eccellenza per la rinascita dell’Umanesimo” (Miraglia, cit.), obiettivo in vista del quale la rivista Mantinea vuol costituire un valido instrumentum. Perché insegnare e scrivere in latino? Secondo Miraglia, infatti, è ancora possibile insegnare il latino in latino. “Ma non si tratta solo di insegnare. Il latino, ancora oggi, può essere impiegato nella conversazione e nella comunicazione scritta. È stato così per secoli, fino all’Ottocento. Poi, nella stagione dei Nazionalismi, gli idiomi locali hanno preso il sopravvento anche in àmbito culturale e, nel contempo, si è preteso di adeguare le litterae humaniores ad un criterio di scientificità a loro del tutto estraneo.” La rivista Mantinea, nelle intenzioni di Luigi Miraglia, non avanza “pretese di nostalgica restaurazione”. Al contrario, “guardiamo al futuro, perché l’umanesimo può ancora essere uno strumento di pace.” (Miraglia, cit.)

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Culturalmente

Un frammento del “Vangelo della moglie di Gesù”?

Tre anni fa fu scoperto un frammento papiraceo, afferente a quello che la Professoressa King ha definito come il “Vangelo della moglie di Gesù”. Perché il frammento papiraceo fece scalpore? Tale ritrovamento fece scalpore, poiché il frammento papiraceo (di dimensioni assai ridotte: 4 cm di altezza x 8 cm di larghezza), scritto su ambo i lati con inchiostro nero, in lingua copta, farebbe riferimento alla “moglie” di Gesù. Il frammento contiene, infatti, la parola copta “ta-hime” – equivalente a “donna”, “moglie” -, termine adoperato in riferimento a Gesù. Il frammento fu presentato nel 2012, nell’àmbito del Convegno Internazionale di Studi Copti, da Karen L. King, studiosa di Vangeli gnostici e docente presso la facoltà di Teologia di Harvard. La teoria della King Secondo la King, il frammento – che è stato studiato da ben tre atenei americani (Columbia, Massachussetts ed Harvard) – sarebbe stato scritto nel IV secolo d.C., da un’antica comunità cristiana, per influenza di alcuni (e non ben precisabili) vangeli apocrifi. Esso è scritto in copto, scrittura nata fra il I ed il II secolo d.C., come adattamento della scrittura greca. L’insieme dei caratteri della scrittura copta è, infatti, basato sull’alfabeto greco, a cui sono stati aggiunti alcuni segni, mutuati dalla scrittura demotica (per trascrivere suoni non esistenti in greco). Tale scrittura subì una sorta di “canonizzazione” nel III sec. d.C., allorquando – in concomitanza con la progressiva affermazione del Cristianesimo – furono progressivamente “dimenticate” ed abbandonate sia la scrittura geroglifica che quella demotica. Le analisi spettroscopiche e la datazione del frammento Il frammento è stato sottoposto alla spettroscopia, al fine di stabilirne la datazione. Timothy Swager, chimico del Massachusetts Institute of Technology, ha utilizzato la spettroscopia agli infrarossi (al fine di rilevare eventuali variazioni e/o incongruenze dell’inchiostro), concludendo che “non c’è prova che qualcuno abbia creato un falso. Sarebbe stato estremamente difficile, se non impossibile”. Secondo James Yardley, ingegnere elettronico della Columbia – che ha fatto ricorso alla tecnica della spettroscopia a micro-Raman – l’inchiostro è “perfettamente in linea con quello usato in altri 35-40 manoscritti datati tra il IV e l’VIII secolo dopo Cristo”. La posizione del Vaticano Il Vaticano si è attestato, all’inizio, su una posizione fortemente scettica, giungendo, poi, ad affermare – per il tramite di Gian Maria Vian, direttore dell’Osservatore Romano – che si tratterebbe, senza dubbio, di un falso. Sulla stessa linea si era già posto l’egittologo Leo Dupuydt, il quale si era addirittura rifiutato di analizzare il frammento, “per via di diversi, grossolani errori grammaticali”. Il test col carbonio-14 e le nuove prospettive Ad ogni modo, un test effettuato nel 2014 con il carbonio-14 ha rivelato che il frammento papiraceo risalirebbe all’VIII secolo d.C.: esso sarebbe, quindi, più tardo di quanto non pensasse la King, ma, sicuramente, non moderno. A ciò va aggiunto che la King ha ribadito che il frammento papiraceo in questione non costituisce una prova del fatto che Gesù avesse una moglie; tuttavia, esso rappresenterebbe un (ulteriore) indizio del fatto che i primi cristiani s’interrogassero anche in merito a […]

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Culturalmente

Papiri ercolanesi e Raggi X: il sequel

Circa un anno fa, la rivista “Nature Communications” – una rivista open access, che dà spazio alla pubblicazione di ricerche di alta qualità, concernenti, in particolare, le scienze naturali ed il loro impact factor – diffondeva la notizia della messa a punto di una nuova metodologia tecnologica, per leggere i papiri ercolanesi senza srotorarli, né danneggiarli. Ve ne abbiamo parlato anche noi di Eroica Fenice, ricordate? Come si configura la “tomografia a raggi X” e come si applica alla lettura dei papiri ercolanesi Si tratta di una metodologia propriamente nota come “tomografia a raggi X a contrasto di fase”. Essa ha rappresentato una importante svolta – nell’ambito degli studi papirologici ercolanesi -, poiché consente di leggere virtualmente tali papiri, senza srotorarli, cioè senza sottoporli ad azioni che possano danneggiarli. Infatti, la tomografia a raggi X si configura come una tecnica non invasiva, che consente di distinguere, nei papiri ercolanesi – che, com’è noto, sono carbonizzati – il nerofumo dell’inchiostro dall’incenerimento, che è, invece, esito dell’azione del calore dei materiali piroclastici. Lettura dei papiri ercolanesi, tramite i Raggi X: primi risultati, futuri progetti e problematiche Sinora sono stati analizzati due rotoli papiracei, conservati presso l’Istituto di Francia. Ma il progetto del team coordinato dal fisico italiano Vito Mocella è quello di leggere i circa 450 papiri, afferenti alla medesima collezione e conservati presso la Biblioteca Nazionale di Napoli. Ma – come ha sottolineato lo stesso Vito Mocella, ricercatore presso l’Istituto per la Microelettronica e i Microsistiemi (Imm) del Cnr (Centro Nazionale delle Ricerche) – per portare avanti questo obiettivo “c’è bisogno di risorse, finanziarie ed umane. […] Sinora abbiamo condotto le ricerche senza finanziamenti; ma, per continuare, abbiamo bisogno di fondi.” Per fortuna, molto probabilmente, l’Istituto per la Microelettronica e i Microsistiemi del Cnr riceverà un – sia pur piccolo – finanziamento dal Distretto Campano ad Alta Tecnologia per i Beni Culturali (Databenc). Frattanto, il team di ricerca di Mocella – che accoglie anche ricercatori dell’Università Tedesca Ludwig Maximilian, ricercatori del Cnrs francese (Centro Nazionale delle Ricerce Scientifiche) e dell’Ersf (European Synchrotron Radiation Facility) di Grenoble – si sta adoperando, per ottenere finanziamenti europei, nell’ambito del programma “Horizon 2014-2020”, che costituisce il Programma Quadro Europeo per la Ricerca e l’Innovazione. Il Programma “Horizon 2014-2020” è articolato in tre pilastrti – Excellence Science, Industrial Leadership e Societal Challege -, ciascuno dei quali risulta caratterizzato da diversi programmi trasversali. In particolare, nell’ambito dell’Excellence Science si colloca il programma “Future and Emerging Technologies” (il cui scopo è una “collaborative research, to open new fields of innovation”), nell’alveo del quale potrebbero utilmente confluire le ricerche del team di Mocella.

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Distributori di racconti per ingannare le attese

Le attese si configurano quasi sempre come qualcosa di noioso, monotono, tedioso, se non addirittura stressante. Ma, assai spesso, pensiamo di poter risolvere le fastidiose attese con ben poca originalità e fantasia, restandocene con la testa chinata sul nostro smartphone, in uno scialbo, improduttivo e solipsistico isolamento, assorti tra videogames, app e social networks. Idee per ingannare le attese, da Grenoble. Un modo particolare ed interessante per ingannare piacevolmente brevi attese arriva direttamente da Grenoble, per iniziativa del sindaco, Eric Piolle (già promotore di altre iniziative in controtendenza, quali, ad esempio, l’abolizione delle pubblicità nelle strade pubbliche), in collaborazione con la start-up “Short Edition”, una giovane ed attiva casa editrice. L’idea – che sta già concretizzandosi – consiste nel collocare, presso le fermate dei mezzi pubblici della città di Grenoble, distributori gratuiti di racconti. L’idea è tanto semplice quanto interessante e particolare. Christophe Sibieude, il co-fondatore e presidente della start-up, alla richiesta di spiegare la genesi di questa nuova iniziativa culturale, ha detto: “Ci abbiamo pensato la prima volta di fronte a un distributore di barrette di cioccolato e di bibite. Si può fare la stessa cosa con un po’ di letteratura popolare di buona qualità, per occupare piccoli tempi morti”. Come funziona un distributore di racconti? Si tratta di distributori che erogano gratuitamente brevi racconti, tratti dalla cultura popolare. I racconti sono scritti su “foglietti” molto simili a degli scontrini, la cui lunghezza è calibrata in modo da essere proporzionale al tempo d’attesa. L’utente può, infatti, selezionare il tempo d’attesa (i tempi d’attesa contemplati sono di uno, tre oppure cinque minuti), in funzione del quale riceverà un racconto più o meno lungo. In ogni caso, l’“effetto sorpresa” è sempre garantito. Al momento i distributori-dispensatori di racconti sono otto e sono ubicati presso il Municipio, l’Ufficio Turistico, ma anche nei pressi delle biblioteche municipali e dei centri sociali, a poca distanza dalle fermate dei mezzi pubblici. Occupare le attese, combattendo la pigrizia culturale Si tratta di un modo davvero particolare per rilanciare la cultura – sia pure nella sua forma popolare -, facendola divenire strumento per trascorrere, in modo produttivo e piacevole, divertente e formativo, brevi attese. L’idea del sindaco di Grenoble è quella di tentare di risollevare il livello culturale – spesso appiattito proprio da un cattivo uso di internet e social vari – e, nel contempo, di offrire un fresco ed immediato rimedio alla crescente pigrizia culturale, che caratterizza pericolosamente i nostri tempi. L’iniziativa, a Grenoble, sta già riscuotendo un certo successo e l’idea potrebbe, senza dubbio, essere esportata anche in altri paesi europei.

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Appuntamento al buio con un libro

“Appuntamento al buio con un libro” è il nome di un progetto – il cui titolo originario è “Blind date with a book” -, ideato dalla libreria “Elizabeth’s Bookshop”, una libreria di Newton (sobborgo di Sidney), facente parte di una catena di librerie indipendenti. Come si configura un appuntamento al buio con un libro? Entrando nella Elizabeth’s Newton, è possibile trovare uno scaffale che ospita libri la cui copertina non è visibile, poiché essi sono impacchettati con semplice carta marrone. Insomma, gli acquirenti non possono conoscere né il titolo di queste opere, né il loro autore e – naturalmente – non possono guardarne la copertina. Tuttavia, sulla carta marrone – che riveste ogni libro – sono scritte parole chiave, sintagmi e brevi concetti, utili sia a descrivere allusivamente il libro “al buio”, sia a suscitare curiosità nel lettore-acquirente. L’opinione di Melanie Prosser, ideatrice del progetto Secondo Melanie Prosser – la Direttrice della Libreria “Elizabeth’s Bookshop” di Newton – “scegliere un libro al buio è un bellissimo regalo, che ti solleva da ogni responsabilità”. Inoltre – aggiunge la Prosser nel corso di un’intervista rilasciata al giornale australiano “Daily Telegraph” – “il progetto è stato ideato per incoraggiare le persone ad uscire dalla propria confort zone letteraria”, in modo tale che i lettori non siano condizionati, nella scelta di un libro, dal suo titolo e/o dalla sua copertina. Al progetto “Appuntamento al buio con un libro” sono stati dedicati anche un sito, un blog su Tumblr, un profilo su Instagram ed una pagina su Facebook. Sul sito è possibile comprare libri “al buio”, pagandoli o con il metodo tradizionale o in bitcoin (al prezzo del libro andrà aggiunto un costo di dieci dollari, per la spedizione intercontinentale.) Naturalmente, i libri “al buio” sono scelti dallo staff, che lavora nelle librerie della catena “Elizabeth’s Bookshop”; ma si tratta di libri afferenti a diversi generi letterari – dalla narrativa all’horror, dal fantasy al giallo -, per cercare di “abbracciare” i gusti letterari potenziali di un ampio pubblico di lettori. Particolarità sul progetto “Appuntamento al buio con un libro” L’aspetto interessante sta anche nel fatto che il progetto “Appuntamento al buio con un libro” ha tutte le potenzialità per diventare virale. Già in Australia ha riscosso un discreto successo, che spesso si è tramutato nell’aumento del numero di libri venduti. La medesima idea è stata ripresa, ad esempio, anche dalla “Sperling & Kupfer”, sul cui sito è possibile leggere questa simpatica didascalia-slogan: “Con i libri funziona come con l’amore. A volte bisogna buttarsi, farsi travolgere da un indizio di complicità, da una parola (proprio quella “giusta”), da un momento di entusiasmo. Noi che amiamo i libri abbiamo voluto regalarvi una nuova emozione, da vivere tutta in libreria. Abbiamo scelto, dal nostro catalogo, 6 romanzi belli e appassionanti e li abbiamo confezionati in maniera tale che non possiate sapere né titolo né autore. Tantomeno la trama. E quindi? Andate in libreria: troverete un espositore con i nostri sei romanzi incartati. Leggete gli indizi riportati sulla confezione e […]

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Attualità

Napoli, Stazione di Posta 108

Stazione di posta 108: è il suggestivo nome della prima Open House, che aprirà a Napoli domenica 18 ottobre, alle ore 18.00. Si tratta di una dimora privata – ubicata in via Manzoni, 21 –, che il proprietario, Ciro Sabatino – giornalista, editore e già promotore di diverse attività culturali (tra le quali la “libreria popolare” Io ci sto, al Vomero) – ha deciso di aprire al pubblico. Stazione di Posta 108: “luogo di passaggio trasversale” L’idea di Ciro Sabatino è quella di concepire e vivere diversamente i luoghi o – in altri termini – di mettere a disposizione di chiunque voglia “luoghi di passaggio trasversali”. Le Open House costituiscono, invero, un fenomeno già diffuso in Europa: città come Londra, Parigi e Madrid ne contano già tantissime. Quella che, a breve, sarà aperta a Napoli si configura come la prima Open House in Italia. Stazione di Posta 108 è dotata di un confortevole salotto, un ampio giardino ed una funzionale cucina, ove sarà possibile prepararsi un ottimo caffé caldo (of course!), una golosa merenda a base di pane e Nutella e, persino, un piatto di spaghetti al pomodoro. Infatti, il costo d’ingresso (tre euro all’ora o, in alternativa, quindici euro per l’intera giornata) include anche il consumo dei beni alimentari, contenuti in dispensa. Stazione di Posta 108 sarà aperta dal lunedì al venerdì, dalle 7.00 alle 18.00. Dopo le 18.00, l’Open House napoletana ospiterà diversi eventi a pagamento, finalizzati alla promozione della cultura nelle sue varie manifestazioni. Stazione di Posta 108: luogo di cultura e di svago Stazione di Posta 108 – per frequentare la quale sarà necessario associarsi, pagando una quota annua di 10 euro – non vuol essere solo un luogo di cultura, ma anche di svago: infatti, ivi sarà possibile usufruire di biblioteca, pc, stampanti, scanner, wi-fi, ma anche giocare a ping pong, biliardino, freccette e scacchi. In particolare, per quanto concerne la biblioteca, tra i prossimi progetti c’è l’allestimento – all’interno della Open House – di una Mistery Library, dedicata agli appassionati dei gialli. Ma non solo. Poiché Stazione di Posta 108 nasce come luogo di condivisione, sarà promosso anche il fenomeno del bookcrossing (fenomeno di condivisione libraria gratuita, di cui Eroica vi ha già parlato, qualche tempo fa). Il suggestivo nome della prima Open House italiana ha una sua precisa genesi e nasce dal fatto che Ciro Sabatino l’ha pensata come una sorta di rifunzionalizzazione delle stazioni di posta di un tempo, dove i viandanti si fermavano, per una o più notti, nei loro spostamenti, condividendo racconti ed esperienze (cit.). Cos’altro dire? Stazione di posta 108 vi attende!

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Culturalmente

Pompei, rinvenuta tomba sannitica

Pompei è stata, non molto tempo fa, nuovamente teatro di un’importante scoperta archeologica. Gli archeologi del Centre Jean Bérard (un importante centro di ricerca archeologia – con base operativa a Napoli -, che si occupa di campagne di scavo nel territorio magnogreco e siculo) hanno portato alla luce una tomba, ascrivibile al IV secolo a.C. Come ha affermato Massimo Osanna – responsabile della Soprintendenza di Pompei, Ercolano e Stabia – “Pompei continua ad essere fonte inesauribile di scoperte scientifiche ed è una città ancora viva, non solo da salvaguardare, ma da indagare e studiare. Il ritrovamento di questa tomba ci consente di indagare un periodo poco noto della storia della città, proprio a causa degli scarsi rinvenimenti.“ Pompei antica, città multietnica La città di Pompei, nei secoli, si è arricchita di influssi culturali differenti. Infatti, Pompei – le cui più remote tracce archeologiche risalgono all’VIII secolo a.C. – “subì”, durante il VII-VI secolo a.C., l’influenza greca, durante il VI-V a.C. quella etrusca e, dal 474 al 425 nuovamente quella greca. Fu, successivamente, conquistata dai Sanniti, che si occuparono non solo della sua ricostruzione, ma anche del suo ampliamento. Nel 310 a.C., nel corso delle guerre sannitiche, subì un’incursione dei Romani, dei quali divenne alleata dopo la vittoria romana. Da questo momento, seguì un rapido e progressivo processo di romanizzazione. Ciononostante, non perdette mai del tutto la propria, originaria identità italica. Ubicazione, contenuto e storia della tomba sannitica a Pompei La tomba – con struttura “a cassa” – è stata rinvenuta nell’area di “Porta Ercolano” – nella zona necropolitana esterna alla cinta muraria -, in direzione della villa dei papiri. Tale tomba conteneva lo scheletro di una donna adulta – sulla cui età gli archeologi non hanno voluto sbilanciarsi – con il relativo corredo funerario, costituito da 10 vasi di ceramica a figure rosse. In una zona contigua alla tomba, in epoca romana, fu allestita una bottega di vasai. Com’è intuibile, l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. seppellì anche la tomba sannitica in questione, sotto una coltre di cenere e lapilli. Inoltre, durante la seconda guerra mondiale, una bomba, caduta a poca distanza dalla tomba, ne distrusse le lastre litiche che la delimitavano. Ma la millenaria tomba sannitica è riuscita a sopravvivere agli eventi storici, finché non è stata portata alla luce. L’importanza della scoperta La scoperta di tale tomba sannitica riveste una notevole importanza, poiché ha consentito di arricchire e precisare le conoscenze relative alla popolazione pompeiana. Lo scopo delle recenti ricerche archeologiche – che vedono impegnate, sul sito pompeiano diverse équipes di ricercatori stranieri – è proprio quello di studiare più approfonditamente la popolazione pompeiana, nella speranza di ricavare più informazioni, relativamente al periodo pre-romano (che si configura come il periodo della storia di Pompei in merito al quale siamo meno informati).

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