Eroica Fenice

Teatro

Caso Zanfretta: “Loro” a Officina Teatro

Tutti noi siamo affamati di storie, soprattutto quelle vere: racconti che nascono dal grembo empirico di tutti i giorni. Tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli ottanta, in Italia si parla tanto del famoso caso Zanfretta: un mistero che sembra non essere mai stato risolto. Una storia un po’ particolare perché la realtà si mischia con ciò che noi consideriamo solitamente fantascienza. Un metronotte in pensione italiano, Pier Fortunato Zanfretta, afferma e continua a sostenere ancora oggi di avere vissuto, tra il 1978 e il 1981, undici episodi di incontro ravvicinato del terzo e quarto tipo (IR3/4) con esseri  alieni di tipo rettiliano. Esseri che hanno la pelle verde increspata, alti tre metri, grandi punte sulla testa e occhi triangolari gialli; provengono da un pianeta soprannominato “Titania” e vedono la Terra come possibile pianeta su cui trasferirsi. Gli alieni si chiamano “Dargos” e sono del tutto pacifici: ritengono la guerra uno stupido strumento che l’uomo del pianeta Terra mette a disposizione per soddisfare il proprio egoismo. Vicino Genova ci sono due comuni, Torrigia e Propata: teatro a suo tempo di strani eventi che, appunto, coincidono con il rapimento di Piero Zanfretta da parte di presumibili alieni. Alcuni testimoni affermano di aver avvistato “oggetti volanti molto grossi e luminosi”. Gli psicanalisti Mauro Moretti e Cesare Musatti, che sottoposero Zanfretta a sedute di ipnosi regressiva, affermarono che le dichiarazioni circa tali eventi paranormali, rese durante lo stato ipnotico, sarebbero state fatte in buona fede. Tuttavia, il loro collega Marchesan, precisò che queste dichiarazioni potrebbero comunque non corrispondere alla realtà. Non dimentichiamo, allo stesso tempo, che siamo in un’Italia di fine anni ’70 in cui i rapimenti sono all’ordine del giorno, soprattutto per motivi politici e sociali. Sono tante, in ogni caso, le testimonianze esterne a Zanfretta che potrebbero far pensare alla veridicità delle parole dell’uomo rapito dai “Dargos”; inoltre non è nostro compito elencare aneddoti anacronistici da gossip italiano. Ma, per esempio, c’è chi invece ha deciso di mettere insieme gli elementi della storia con l’intento di costruire successivamente uno spettacolo,  servendosi dell’arte del teatro. Si potrebbe quindi asserire, in maniera realistica, che Maurizio Patella sia stato capace in tutti i sensi di affilare le armi della recitazione grazie ad una grammatica narrativa non proprio scontata. “Loro” è il titolo dello spettacolo andato in scena il 25 e il 26 aprile a Officina Teatro di San Leucio; pronome che squarcia ogni tipo di interpretazione, adatto sia per chi crede all’esistenza degli alieni, sia per chi sarebbe pronto a deridere Piero Zanfretta o a teorizzare ipotesi complottistiche di umani travestiti in Dargos. Lo spettacolo vive grazie anche al sostegno di Kilowatt Festival e Scarlattine Teatro. Ottiene la menzione speciale “Franco Quadri” al premio Riccione per il teatro 2013. Il motivo per il quale l’attore, Maurizio Patella, narratore di questa storia, sia stato abile nel giro di circa 90 minuti a far entusiasmare il pubblico, non annoiandolo minimamente, va ricercato sostanzialmente nel suo sperimentarsi in vari personaggi, attraverso il muovere i “fili” di modellini e giocattoli anni ’70. L’obiettivo sta nel raccontare una storia attraverso una sua teatralizzazione, unendo musica, […]

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Libri

Intervista a Federica Russo, giovane poetessa

È tempo forse che i lettori di Eroica Fenice conoscano una giovane poetessa di Bacoli. Lei si chiama Federica Russo e dall’età di quattordici anni scrive poesie. 1993 è il suo anno di nascita, frequenta il corso di laurea di Lettere moderne alla Federico II di Napoli, “contemplare” è il suo verbo. Ora le faccio la prima domanda, vediamo che dice.  Perché la poesia? Ho scelto la poesia perché reputo sia il genere di maggiore spontaneità, non ha bisogno di orpelli e giochi artificiosi per potersi esprimere, è l’espressione più diretta e immediata dell’anima. Hai pubblicato qualche mese fa “Contemplare” (Drawup edizioni), il tuo primo libro di poesie, trentotto fogli incasellati in cinquanta pagine. Da quale angolo del tuo cuore c’è la preferenza del verbo “ contemplare” ? Contemplare è per me uno stile di vita, rappresenta un determinato stato d’animo, e racchiudere trentotto poesie sotto un unico titolo che è appunto “contemplare”, significa tener presente che quel determinato stato d’animo è tangibile, che non è un’impresa così ardua poterci arrivare, ma molto spesso tendiamo ad abbandonarlo e relegarlo in luoghi reconditi della nostra mente. Questo libro mi ricorda che contemplare è possibile, che arrivare a sentirsi in armonia con ogni fibra dell’esistenza che ci circonda e ci forma, è possibile. Non c’è sconforto troppo profondo se riusciamo a contemplare. La poesia può rappresentare un antidoto o addirittura un punto di svolta individuale se si rimane presi come mosche nella tela e ragnatela più antica di Matusalemme stessa? Sono del parere che non solo la poesia ma la scrittura in generale rappresenti un antidoto e un punto di svolta individuale. Rimanere impantanati è il morbo che logora il terzo millennio, la scrittura è il porto sicuro dove lottare contro ciò che non ci sta bene, se questo è lo scopo della propria scrittura, oppure lottare per ciò che vogliamo cambiare anche di noi stessi, la poesia e le forme di scrittura in generale, possono essere delle armi micidiali, sia a livello interiore e personale, sia a livello universale. Cosa ne pensi dell’attuale situazione culturale in Italia? La poesia a che battito cardiaco va secondo te? In Italia siamo per la brevitas, e per quanto le poesie possano essere brevi, raccontano troppe cose non sempre comode e di ampia portata. La poesia resta un genere di nicchia alla quale non tutti si avvicinano spontaneamente, non nascondo però che questo lato della poesia mi affascina. Chi fa poesia è in sfida con il mondo intero, si fa valere, desidera diffondere la propria parola, portarla il più lontano possibile per dare sempre più dignità a questo genere, vero e sofisticato. Quali sono i tuoi prossimi obiettivi? Ho iniziato a scrivere un romanzo, avevo da tanto tempo un’idea in testa che può prendere forma solo in questa direzione, quella romanzesca. Sto continuando e continuerò a scrivere poesie perché fare poesia ha per me anche una sorta di valore terapeutico, non è un genere che abbandonerò facilmente, né ho intenzione di farlo.   – Intervista a Federica […]

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Teatro

L’ombra della sera al Nostos Teatro

Questa volta, sabato 14 marzo e domenica 15 marzo, al Nostos di Aversa va in scena uno spettacolo teatrale che si chiama “L’ombra della sera”: prodotto da Teatropersona. La drammaturgia, la regia, le scene e le luci sono a cura di Alessandro Serra mentre l’interpretazione è di Chiara Michelini. L’elemento principale che più ha colpito il pubblico è stato in sostanza la messa in pratica di un metodo esclusivamente corporeo; infatti tutto lo spettacolo ha visto in scena nulla che potesse far pensare al linguaggio verbale umano. Come dire, il pubblico ha avuto l’occasione di emozionarsi grazie all’efficacia movimentistica del corpo di Chiara Michelini, forte della sua esperienza nel mondo della danza. “L’ombra della sera” si ispira alla vita e all’opera di Alberto Giacometti. Sono notabili infatti le problematiche esistenzialistiche alla Sartre, riguardo soprattutto alle inaccessibilità degli oggetti e delle distanze esistenti tra gli uomini. L’impianto narrativo di tutto lo spettacolo si basa su un personaggio femminile che vive vari momenti della sua vita in cerca della bellezza, dell’antidoto utile a sconfiggere la monotonia dei giorni, in cerca della risoluzione che squarcia positivamente i rapporti con gli altri, e soprattutto con la figura maschile . Le varie azioni, fattibili non solo grazie allo sforzo qualitativo dell’attrice e della costruzione registica , sono dovute anche alla situazione ricevente del pubblico. E queste sembrano optare a tentativi ipotetici. Per fare giusto un esempio descrivendo l’ultimo capitolo , la donna è con degli scarponi da uomo in mano e cerca di creare tutta una serie di situazioni che possano rappresentare il contatto umano e affettivo con l’uomo che non c’è: la solitudine ferisce la carne viva del personaggio. Ed ecco che lei sale su una sedia, e crea grazie al suo corpo nudo, la scena d’amore. I due trapezi muscolari del suo corpo sono i soggetti che si congiungono e tutto questo grazie alla bravura di Chiara Michelini. Lei sa indossare il corpo con cura e spirito. Questo spettacolo ci insegna come il concetto, che varia a seconda dell’interpretazione del ricevente, può avere come strumento di comunicazione qualsiasi metodo. In questo caso è il corpo a parlare. Il corpo che dà figura, vita anche agli sguardi più deboli ed esili della nostra società. -“L’ombra della sera” al Nostos Teatro- 

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Voli Pindarici

L’arte come fa? Non c’è nessuno che lo sa

Fiumi di parole abbiamo artificialmente fatto scorrere su carta e su palcoscenici non allo stesso tempo incendiari. Noi artisti, attori, scrittori, musicisti, registi, sceneggiatori, montatori: sognatori. Abbiamo sprecato il nostro tempo a lamentarci, a piagnucolare e gridavamo:“L’Italia è l’ultimo paese, è in coda, non investe in cultura; ma come noi, noi che siamo la culla della cultura, non pensiamo a lei per tirarci su?”. Bla. Bla. Bla. Solo tempo perso, così come io lo uccido mentre scrivo e penso che tutto abbia un senso, che valga la pena svenarsi per convincere il mondo circostante che l’Arte esiste ancora, in Italia. In realtà lei è fallita, è caduta in un baratro, quasi impossibile da risalire, insieme al suo paese. É evidente che la disoccupazione, le leggi governative alla Jobs Act, le devastazioni ambientali, l’accumulazione di capitale in poche mani, l’accentuazione della criminalità organizzata, i vent’anni di controriforme alla scuola pubblica  abbiano contribuito a dipingere il quadro simbolo  di un paese alla deriva. La precarietà delle condizioni materiali va di pari passo con l’arretratezza culturale.  E allora da dove nasce l’audacia piccolo-borghese di andare a dire alla gente che deve avere il coraggio di smuoversi con l’arte, se non si ha nemmeno il fisico di scendere di casa? Perchè il popolo dovrebbe stare a sentire un artista che si “prostituisce” in strada e molte delle volte gratis?  L’attuale sistema economico, in accordo con la sua classe politica, non solo ha affamato i popoli ma li ha regrediti culturalmente. Basti pensare che nell’attaccare il ‘pubblico’ la scuola è stata tra le prime ad essere puntata d’occhio. Ora si dice (e credo sia vero) che stia avvenendo un processo di privatizzazione:  infatti gli open-day delle scuole , anno dopo anno, diventano  appuntamenti frenetici. Il preside-manager ha il compito di far quadrare i conti, deve far iscrivere alla sua scuola-azienda  sempre più studenti-clienti. E qual è il risultato? L’Ocse ci dimostra che tre italiani su dieci sono analfabeti funzionali, sanno leggere ma non capiscono il senso di ciò che hanno letto. Il risultato è che oggi  a scuola non si impara a prendere coscienza, a resistere, si impara a come chinare la testa, a ragionare dogmaticamente e  diamo il benvenuto al  “laissez faire” dei banchieri, al dogma di “lavorare gratis” per imparare a lavorare, agli stage non retribuiti. Come diceva Leo Ferrè:“I versi devono fare l’amore nelle teste dei popoli. Alla scuola della poesia non si impara: ci si batte!”.   Dove è andata, quindi,  a finire l’Arte se vedi un giovane scrittore  che dà più importanza alle presentazioni di un suo libro scritto male che a studiare per scrivere meglio? Dove è andata a finire l’Arte se per organizzare uno spettacolo devi chiedere l’elemosina? Dove è andata a finire l’Arte se le società letterarie non esistono più perchè gli emergenti chiedono l’amicizia su facebook al famoso di turno che  gli scriverà  anche una recensione?  L’avanguardia!  Questa ci vorrebbe. Quella che ti prende per mano in maniera disinteressata, con amore. Quella che ti aiuta ad attraversare la strada societaria dell’ipocrisia. L’avanguardia […]

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Teatro

Michele Pagano in “Sabbia” a Officina Teatro di Caserta

Questa volta, 31 gennaio e 1 Febbraio 2015, a Officina Teatro di Caserta ritorna in scena il direttore artistico Michele Pagano. E il pubblico lo accoglie in maniera entusiasta, il tempo di un personaggio  che sorride al mondo , luci spente e tutti in piedi ad applaudire non solo l’interprete di “Sabbia“, ma anche lo scrittore e l’ideatore. Lo spettacolo si caratterizza per la presenza di un attore (Michele Pagano, appunto), un monologo e il suo personaggio che si chiama Tanino, parla siciliano e la lingua dei bambini, dell’entusiasmo e della passione per il pallone; la sabbia assume un valore simbolico, un ruolo, cioè quello di accogliere e poi di seppellire l’entusiasmo fanciullesco e poi adolescenziale, tutto un percorso che guida verso la maturità: questo è trascinato da un racconto che ripercorre tre mondiali di calcio, un passato contraddistinto da ricordi che lacerano l’anima e commuovono chi sta ad ascoltare la narrazione del ragazzo diventato uomo. Il pubblico riesce a immaginare una scenografia circondata ovunque dalla sabbia, dappertutto: sta appunto a rappresentare tutto il passato, le conseguenze delle scelte prese, le reazioni del personaggio in rapporto all’esito degli eventi personali. Michele Pagano ha avuto la bravura narrativa di coinvolgere il pubblico con uno spettacolo che è durato più di un’ora; la capacità di raccontare una storia, sentirla propria, emerge ancora di più soprattutto se l’attore è seduto su una panca per tutto il tempo e comincia a parlare, come se stesse confessando la propria verità: a ciò attinge per bene il teatro, può essere una forma artistica utile nella riscoperta di se stessi. La risposta, la soluzione non sempre è individuabile: nel caso di” Sabbia” non ci sono paradigmi finali, c’è semplicemente l’intimità di un uomo che racconta la sua infanzia e guarda al passato con nostalgia di chi forse avrebbe voluto viverlo in maniera diversa. Un contributo fondamentale proviene dalle luci e dai suoni per il cambio delle atmosfere sceniche intorno a Michele Pagano; la musica riesce a a modellare  lo stato d’animo di Tanino e soprattutto ad accelerarne il ritmo di interpretazione dell’attore ; le luci sono posizionate questa volta ai lati , ad altezza uomo, quasi a produrne  la sensazione di vicinanza rappresentativa del personaggio e del suo monologo. Il racconto finisce e Tanino si alza, raccoglie la sabbia che sfugge via, e se ne va. -“Sabbia” di Michele Pagano-

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Culturalmente

The sign of jazz: amare suonando

Musica dell’amore, non dell’odio: questo è il jazz, nasce e cresce quando uno meno se lo aspetta. E anche quando il suono è fatto di odio per le ingiustizie subite, questo dimostra lo stesso amore, sentimento immortale per l’umanità grazie a una tecnica così privilegiata quanto straordinaria: si chiama improvvisazione. La sua linea melodica ti coglie alla sprovvista, aiuta a riscoprire il senso della vita, dei sentimenti. E mentre un gruppo musicale ama producendo suoni, si scopre che tutto questo in Campania, e in particolare in provincia di Caserta, è possibile grazie a un’associazione denominata “The sign of jazz”. Un gruppo di ragazzi, appassionati del genere, decide di costruire un percorso che coinvolga il territorio alla riscoperta di melodie nipoti della comunità afroamericana del sud degli Stati Uniti d’America. Michele Scalera e Giammaria Iorio sono tra i protagonisti di questa associazione: si occupano di scoprire e promuovere gruppi jazz lanciandoli musicalmente attraverso l’organizzazione di rassegne, eventi, jam session. Dal 2011 ad oggi sono stati molti gli appuntamenti organizzati ed elaborati dall’associazione; sono molti i giovani artisti che hanno avuto la possibilità di esibirsi e allo stesso tempo di crescere musicalmente grazie alla collaborazione intrapresa con i maestri del genere: la loro missione è quella di “promuovere e realizzare eventi artistici, con musica raffinata ed elegante, resa possibile dalla professionalità dei nostri artisti.” Tra gli eventi ricordiamo, ad esempio, il Royal Jazz Festival, Makumi Jazz, eventi al Crowne Plaza, al Jarmusch di Caserta e tanti altri di rilevanza artistica. Ricordiamo gli stretti rapporti che la stessa associazione detiene con il Conservatorio di musica di Napoli; è dalla sete di curiosità e dalla voglia di imparare che molto spesso nasce il talento, il quale ha solo bisogno di essere espresso: ci pensa “The sign of jazz”. Tutto ciò è possibile grazie all’immensa passione che si prova per la melodia di questo genere musicale; a proposito di questa, l’associazione afferma che la musica è diventata per loro una vera e propria filosofia di vita. Non si smentisce infatti il filosofo Rousseau nel suo “Saggio sull’origine dei linguaggi in cui si parla della melodia e dell’imitazione musicale”: Che cosa fa sì che anche la musica sia un’arte di imitazione? La melodia. -The sign of jazz: amare suonando-

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Culturalmente

Vladimir Olshansky al Teatro Nostos

Il Teatro Nostos di Aversa apre la sua prima rassegna denominata “Approdi” con una grande sorpresa: in scena il 23 e il 25 gennaio c’è Vladimir Olshansky, guest star del Cirque du Soleil, attore-clown russo. Il pubblico scopre dal primo secondo, movimento di corpo, reazione facciale, che di fronte ad esso non c’è solo un attore o uno che ha conseguito la laurea presso la Scuola del Circo di Mosca: c’è un artista, un poeta, uno che dipinge la realtà attraverso le immense potenzialità del fisico umano.  Vladimir Olshansky, che parla l’italiano come con grazia muoverebbe il suo corpo, inizia lo spettacolo ponendosi una domanda: “Cos’è un clown?”. Qualunque sia la risposta, già si deduce che si vuole superare il carattere stereotipato e convenzionale della stessa; forse non può sfociare in una voce semplice, del tipo: ” pagliaccio di circo equestre”. È  molto di più un clown: “È un attore dallo spiccato talento comico, con l’impulso a dedicarsi a sviluppare questo dono per tutta la vita. Il clown può creare il proprio mondo ricorrendo alla propria fantasia e alla fantasia degli spettatori”. Quella del pubblico è una fantasia straordinaria e questa è dovuto naturalmente solo alla forza e alla bravura dell’attore, alla sua capacità pantomimica,  cioè quella di immaginare gli oggetti e le sensazioni esterne: corpo e mente vanno al ritmo della comicità,  verso la forma e il concetto che si sposano: poesia e filosofia possono esprimersi soprattutto attraverso il corpo e la faccia di un clown. Il modo di muoversi trasmette una sensazione di dolcezza, tenuità,  delicatezza; è la dimostrazione di come l’uomo grazie all’armonia può raggiungere vette sconfinate,  con un gesto, una parola.  Da questo spettacolo abbiamo appreso come attori del calibro di Vladimir Olshansky si siano impegnati non solo a curare l’aspetto qualitativo di attori in sè; Vladimir, ispirandosi ai registi del cinema muto come Charlie Chaplin, Max Linder E Buster Keaton, oltre ai leggendari registi russi Mejerchol’d (a lui si devono la ricerca e le regole nel campo della biomeccanica) e Vachtangov (perfezionatore di Stanislavskij), incontra Leonid Engibarov, il primo clown russo ad aver combinato insieme l’arte del Circo e il teatro. Lo spettacolo si conclude con applausi che durano minuti. L’attore non si capacita a lasciare le tavole di legno perché  deve ancora lanciare il suo messaggio che ha a che fare anche con la definizione di clown: “Anche il mondo interiore dell’individuo, i suoi problemi, la sua psicologia, possono essere la fonte di alcune scenette: l’uomo comune alle prese con un mondo insolitamente grande e complicato”. -Vladimir Olshansky al Teatro Nostos- 

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Culturalmente

Libreria Hamletica: “odorata ginestra”

“Qui su l’arida schiena/ del formidabil monte/ Sterminator Vesevo,/ la qual null’altro allegra arbor nè fiore,/ tuoi cespi solitari intorno spargi,/ odorata ginestra,/contenta dei deserti… E può il concetto di Ginestra essere associato a un luogo di cultura? Se il deserto si fa sempre più presente nella sua estasiante drammaticità, si rischia di coinvolgere miti che, col torpore dei nostri giorni, vorrebbero forse nel loro silenzio non essere messi in mezzo. Un centro storico, una città come Maddaloni  soffre di iniziative, è affannata. Qualche luce, una “ginestra” forse c’è, un fiore resistente: credo vada individuato nella Libreria Hamletica. Non può essere definita una semplice libreria nel senso più tradizionale; si organizzano reading, incontri, presentazioni di libri, laboratori teatrali: è anche fucina di creazione ed espressione artistica. Si ha occasione di leggere dal loro sito: “Ovviamente Hamletica ospita libri di ogni genere con un occhio attento al teatro, al cinema e ai grandi classici della letteratura mondiale, più uno spazio dedicato alla piccola editoria che trova sempre meno distribuzione soffocata com’è, dalle grandi case. Tutto è a portata di mano per un pubblico dinamico e interattivo, che può consultare i cataloghi  ed essere aggiornato sulle ultime novità. È anche un luogo di divertimento e di incontri: infatti oltre allo spazio espositivo Hamletica ha un’altra piccola sala dove e’ possibile incontrare gli autori, vivere una serata di teatro, assistere a vernissage di pittura e mostre fotografiche, vivere momenti di bel cinema sorseggiando, magari, un buon bicchiere di vino delle nostre zone. L’idea è quella di vivere a stretto contatto con l’arte e il bello che questa ci trasmette in un dialogo continuo tra letteratura e arti visive.” Marco, il proprietario, è una di quelle persone che ti sbatte la sincerità in faccia; entrare lì e acquistare un libro può sfociare in una discussione fatta di cultura, politica, arte, vita. E se tu gli domandi “Che te ne pare questo libro?” e a lui non piace, te lo dice senza problemi, pure a costo di non venderlo. Bisogna essere sfacciatamente umani in questo mondo per potersi salvare. Entrare all’Hamletica è come avere la sensazione che l’opportunismo non ci sia , non c’è spazio per la prevaricazione dell’uno sull’altro. E niente. Si dice la propria su uno di quei luoghi, fiori odorosi che spuntano così, dalla terra desolata senza semi. Una volta era Terra di Lavoro, forse. Ora di sicuro Terra dei fuochi, d’inquinamento, di disoccupazione. In mezzo a questo sporco deserto, c’è qualcosa almeno che sa di buono.      -Libreria Hamletica: “odorata ginestra”-

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Attualità

Marilena Lucente, intervista alla scrittrice

Incontrarsi con Marilena Lucente è come assaporare tutti gli odori e i sapori della signorilità, della dolcezza, della letteratura. Sì, penso che tutto ciò che faccia parte della scrittura parta dall’incontro, dal tendere una mano piena di solidarietà. La mano di Marilena sa d’immaginazione senza trascurare la realtà e se questa sta troppo stretta, non ci pensa lei due volte a rifletterci su: sa farlo con la scrittura. Trasformare in arte l’atto creativo della scrittura molto probabilmente è una scelta, oltre ad essere sinonimo di talento e di formazione. In virtù di quest’ultimo, quali potrebbero essere state le influenze culturali che l’hanno spinta ad abbracciare il mondo della scrittura?  La scrittura mi accompagna da sempre e, anche se è una espressione logorata dall’uso ,anche io posso dire di essere stata scelta dalla scrittura. L’ho usata sin da bambina, come strumento per capire quello che mi circondava, che mi parlava e al tempo stesso chiedeva altre parole. Ho scritto il mio primo articolo a nove anni – era la cronaca di una marcia della pace! – e i giornali si stampavano con il ciclostile. Da allora non ho mai smesso. I racconti sono arrivati dopo. Dunque prima dei libri, la strada, il posto in cui vivevo, i posti in cui sarei voluta andare, le persone incontrate. I libri invece sono stati di volta in volta strumenti, per affinare l’arte dell’osservazione, per scrivere meglio, per sentire  di più. Ma più che influenze culturali, i libri sono stati e sono tuttora insostituibili e necessari compagni di vita. Quanto, secondo lei, è importante la scuola? Sappiamo bene, inoltre,  che l’Italia investe pochissimo nella ricerca universitaria e nella formazione culturale, soprattutto a partire dalla scuola. La scuola va considerata secondo me un bene di prima necessità. La trattiamo molto male, e non solo economicamente. Nessuno sembra rendersi conto della tremenda importanza che ha la scuola nella vita delle nazioni, nella crescita della democrazia, anche semplicemente nell’aumento della salute e del benessere (come dimostrano le gravi condizioni di vita nei paesi che non sono scolarizzati).Se fossimo consapevoli di quanto la scuola può dare e dà, avremmo lezioni più intense, momenti di apprendimento ricchi di entusiasmo, faremmo esperienze di crescita davvero straordinarie. Perché la conoscenza è sempre un miracolo, sin dall’inizio della storia dell’uomo. Invece facciamo lezioni tristi, consumate, riusciamo a mettere una patina di grigiore persino sui capolavori di Michelangelo. E davanti a noi abbiamo alunni annoiati, o al più preoccupati del voto, del rendimento. A volte arrabbiati perché sanno che dopo non ci sarà niente, che questi giorni di studio raramente serviranno a costruire il futuro che sognano. Una scuola grigia la nostra, troppo, nonostante le felici eccezioni. Una scuola che ha bisogno di sforzi che riguardano tutti. “Napoli 1647- Rivoluzione d’Amore” è un testo teatrale che ha ricevuto nel 2012  il premio Antonio Landiero “Teatro per l’impegno civile”. Ancora oggi riscuote molto successo, andando in scena in diversi luoghi teatrali grazie alla compagnia Mutamenti del Civico14. Quanto  Bernardina Pisa, moglie di Masaniello, potrebbe avere rapporti […]

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Culturalmente

Banane, il nuovo spettacolo di Officina Teatro

E’ sul desiderio continuo, con lo sguardo malinconico rivolto a un domani incerto e mai sicuro di sé, sul desiderio di afferrare forse o no la felicità, che si regge lo spettacolo di Francesco Lagi, Banane.“ Banane ” sembra avvicinarsi quindi al genere del road movie , cioè del film di strada; non è in questo caso la storica Route 66 il luogo di Pino, Max, Elio e Palma, ma sono tanti i siti geografici che trascorrono e variano durante la rappresentazione: dalla stazione di Roma Termini a una casa, da un’auto a una spiaggia solitaria. Non è una storia che costruisce le scene per raccontare eventi importanti , si racconta ciò che si prova in determinate situazioni, se è amore o felicità. Basta solo rincorrere ciò che vogliamo per avere il gusto e il piacere di sentirci al centro delle cose. In Banane, i personaggi hanno subito una visione un po’ storta della loro vita, tanto da presentarsi molto  strani negli atteggiamenti, anzi strabici; vorrebbero tanto riempire le loro giornate di qualcosa di sensato , di felice. Un altro elemento che vale la pena di essere analizzato e che si presenta con tutta la sua significatività è l’incomprensione comunicativa tra i personaggi, soprattutto tra le persone che si amano; infatti i rapporti di coppia si spezzano per un malessere, perché l’infelicità ti fa stare male, ti scava la carne e non ti fa dare un bacio come vorresti ed ecco che viaggi per stare bene, da un posto all’altro. Storia d’amore che si sgretola progressivamente, funerale del cane Pigna , nascita di litigio e di incomprensione per via di una banale partita a carte. Francesco Lagi ad Officina Teatro “Banane ”  è stato scritto da Francesco Lagi: un testo sicuramente non usuale ma allo stesso tempo molto ambizioso, leggibile appieno a teatro grazie all’interpretazione assolutamente positiva degli attori Francesco Colella, Leonardo Maddalena, Aurora Peres e Mariano Pirrello. In scena (Salvo Ingala) cinque casse di banane che possono diventare un divano, così come un lettino per il cane ammalato; le casse di banane vengono continuamente spostate a luci spente per modificare la scena; gli attori grazie ai propri corpi sono capaci di far immaginare al pubblico il contesto e la situazione in cui si trovano i personaggi stessi. Ottimo tutto il lavoro che c’è dietro perché è uno spettacolo che, a livello di successione scene , non si può concepire senza il contributo delle luci (Paolo Meglio), della musica (Giuseppe d’Amato e Linz) e dei costumi (Daniela Tartara). E c’è anche Pigna, un cane che fa l’attore.  La produzione di “ Banane ” è a cura di Teatrodilina: un gruppo di persone che proviene da esperienze diverse e che si è formato con l’intento di praticare una certa idea di teatro. Costruiscono spettacoli da zero alla ricerca di una comune identità attraverso un metodo assolutamente artigianale del teatro. Dopo il debutto al Teatro Orologio di Roma nei giorni 30 Ottobre – 2 Novembre, Il 15 e il 16 Novembre 2014 “ Banane ” è andato in scena qui a […]

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Voli Pindarici

VIETATO uccidere la POESIA

Ma cos’è la poesia?  Una domanda alla quale un comune scrivente e parlante si pone assolutamente,  nel momento in cui ha l’occasione di leggere per caso dei versi poetici. Questa conciliazione di uomo – che mai ha scritto versi- con la poesia può purtroppo divenire spiacevole. Si cerchi di immaginare quei raduni poetici, quei concorsi letterari, per mezzo delle quali alcuni poeti leggono le proprie produzioni con inimmaginabile pedanteria  e che ad ascoltarli ci sono solo loro colleghi. Ma è legittimo farci un’altra domanda: è proprio in questi incontri che si decide e si concretizza il ruolo e la funzione della poesia?  A mio avviso, se la poesia ha una funzione, tende anche ad essere. Deve però -smettere di apparire  esclusivamente come il centro delle lamentele, delle inquietudini, dei falsi amori dei “grandi letterati”. Alcune volte capita che certi personaggi, in loro versi, esprimano determinati sentimenti, talvolta carichi di drammaticità ma non veri. Non veri perché riescono ad “ingannare” gli addetti al lavoro con grandi parole e giochi retorici, messi lì tanto per renderli esteticamente suonabili. L’ipocrisia, nonostante tutto, è visibile dal tono che si usa. Perché dovrebbe importare il sentimento personale di un poeta, specialmente se falso? È forse la parola a costruire l’alone della gioia e della sofferenza umana?  Sì, è naturale che sia lei. Ma quale parola? L’ingannevole o la reale? Alcuni poeti si ingannano a vicenda perché presi e trascinati dalla passione di ciascuno di loro, non nel costruire concetti trasferiti dall’interiorità alla carta, bensì dalla concorrenza con la quale tendono di scontrarsi per mezzo di concorsi che decidono chi il vincitore e chi non. Non che io sia contrario ai concorsi letterari, vi ho anche partecipato. Non è però il momento del giudizio ad essere il problema della poesia, è l’approccio che si usa da parte di qualche poeta: non si può scrivere, a mio avviso, dei versi solo dopo essere venuti a conoscenza di un concorso letterario. La poesia deve essere prima di tutto un momento spontaneo, che non ha nulla a che fare con la gara, con chi arriva per primo. Il concorso è sì un valido appuntamento, a patto però che si propongano versi poetici già concepiti. Allora che dire di quei concorsi nei quali il vincitore si sceglie perché amico della giuria? Cosa dire delle case editrici che chiedono contributi all’autore, speranzoso di pubblicare una silloge poetica? Bisognerebbe solo affermare una sola cosa: che  siete degli assassini, voi presunti promotori, presunti editori, presunti organizzatori di concorsi, siete i diretti responsabili della morte della poesia.  E allora che cos’è la poesia? A cosa serve?  La poesia è una cosa bellissima, è una vita in mani giuste, è bisessuale, va a letto con tutti, è a conoscenza di tutti i generi d’amore. La poesia è musica di parole compresa da tutti. Deve essere mangiata, assaporata, leccata e vomitata dal popolo, è il “pane” quando non c’è il pane.  Cerchiamo di uscire dal ritorno del Medioevo, usciamo da questa concezione di poesia scritta per una stretta cerchia di […]

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Culturalmente

Servillo a Caserta con “Le Voci di dentro”

Sono giorni di ottobre: fuori fa freddo, dentro il teatro si riscalda il pubblico accorso incuriosito ad assistere le “Voci di dentro” di Eduardo de Filippo. Il 2014 non è semplicemente l’anno in cui ricorre il trentennale della morte del grande drammaturgo napoletano, “il nostro Molière”, come direbbe Toni Servillo, è soprattutto il simbolo di un’epoca che non ha terminato di fare i conti con le voci della propria coscienza, dilaniate, in questo caso, dalle difficoltà pani quotidiani. La produzione dello spettacolo è di Teatri Uniti/ Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa / Teatro di Roma con anteprima al Théâtre du Gymnase di Marsiglia Capitale Europea della Cultura 2013. Eduardo de Filippo scrisse “Le Voci di dentro” in pochissimi giorni, in un dopoguerra prima che materiale, soprattutto morale: un testo su cui si concentra il fuoco creativo di personaggi quali continuamente si identificano in tutti noi, nel pubblico che applaude ma non esita a ricordare la narratività della scena teatrale, non dimentica il buco della serratura grazie alla quale non ha avuto solo l’occasione di conoscere la famiglia Cimmaruta o i fratelli Saporito, bensì l’angolo buio della propria coscienza. Di questo il teatro si occupa, di questo il teatro si nutre. L’elemento interessante dello spettacolo si inscrive nella fisicità dei personaggi, nei loro movimenti uniti alla dinamicità e forse alla finta “furbizia” cui i personaggi pensano continuamente di “pulirsi” la coscienza. Come, però, è desumibile dal titolo, la coscienza non è ciò che appare, non è il centro di proiezione visiva che la società vede in mezzo alle convenzioni, è la voce di dentro, è la voce che si manifesta esclusivamente nel proprio io, che ti viene a trovare di notte, nei sogni. Il testo è del 1948, la rappresentazione del 2014. “Perché allora tutta questa attualità, come mai?” Forse il magnetismo testuale che Eduardo costruisce non è di secondo piano. I personaggi sembrano smuoversi dallo spettacolo per entrare nel pubblico, o viceversa: sembriamo dirci che gli eventi non sono fortuiti, che “la guerra non è ancora finita”, che forse non ci conviene tanto diffidare l’uno dell’altro. Che senso ha applaudire continuamente quei personaggi se poi siamo noi stessi? Applaudiamo i nostri bizzarri comportamenti, le nostre debolezze, ridendoci su è forse l’atteggiamento giusto? E allora perché trascurare dalla propria poltrona il personaggio, a mio avviso, più importante della storia, l’anziano Zi Nicola: un personaggio che ha deciso di essere muto perché intanto non vale più la pena parlare in un mondo dove la comunicazione è mera formalità, costituita da accettabili segni linguistici dal punto di vista del significante, poco concreta dal punto di vista del significato. L’unica forma di resistenza che resta a Zi Nicola è lo sputo, la saliva da posare su una società già sporca e macchiata e, povero Zi Nicola, quel “poco di pace” che richiedeva l’ha ritrovata solo nella morte. Toni Servillo non è solo Alberto Saporito: la sua regia è stata straordinaria perché è riuscito a rivestire di un colore moderno l’intera commedia. La […]

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Culturalmente

V Festival Teatro dell’Oppresso a Napoli

Napoli è forse la città più idonea per ospitare il V festival  Nazionale del Teatro dell’Oppresso. Napoli coacervo sistematico di disoccupazione, precarietà, ingiustizie. Ma Napoli è anche la città di chi resiste, in un modo e nell’altro. E tra chi dice no e non vuole abbassare la testa, ci sono i ragazzi del Teatro dell’Oppresso. Innanzitutto, cosa è il Teatro dell’Oppresso? Nasce in Brasile ispirato dalle idee di Paulo Freire, grazie soprattutto al suo conosciutissimo trattato “La pedagogia degli oppressi”, in un clima di lotte operaie e contadine organizzate per opporsi al sistema oppressivo degli anni ’60. L’obiettivo principale delle tecniche operate e introdotte dal regista brasiliano Augusto Boal sta nel concepire il teatro come uno strumento per il cambiamento sociale sia a livello individuale che collettivo. Tra le tante esigenze, c’è quella di trasmettere un’educazione popolare alla comunità cui si rivolge il Teatro dell’Oppresso. L’innovazione e l’originalità del Tdo è coinvolgere lo spettatore durante gli spettacoli. Si mette al centro una tematica di oppressione, come può essere la disoccupazione o l’immigrazione. Molto spesso al centro del palcoscenico ci sono i diretti responsabili che raccontano le proprie storie, ma questa non finisce qui. Si deve trovare il modo per emanciparsi, liberarsi, risolvere la situazione: “Perchè mi trovo in questa condizione? Come ne posso uscire?”. Si coinvolge il pubblico, se ne parla, le tecniche sono il tramite per vincere e riuscire a ottenere il risultato rivendicativo. Molti registi non si limitano agli spettacoli: si augurano che, dopo la realizzazione dello spettacolo, la soluzione “anti-oppressiva” scaturita dalle tecniche teatrali  venga applicata nella realtà vera e propria. Dal 16 al 19 ottobre a Napoli saranno i tantissimi gruppi Tdo  provenienti da  tutta Italia a dimostrare quanto sia significativo e costruttivo praticare oggigiorno le tecniche di questo teatro rivoluzionario. Gli obiettivi del Festival sono soprattutto “Inondare” Napoli di interventi/spettacoli di TdO, “sperimentandoci” innanzitutto come “moltiplicatori”; Fare realmente rete, fare pratica di un’utopia attraverso l’azione trasformatrice per la costruzione di nuove realtà, anche attraverso momenti formativi. Gli organizzatori napoletani del Festival hanno spiegato la loro intenzione di garantire un costo zero ai partecipanti, seppur non sia assolutamente semplice. Ci sono spese logistiche da affrontare e per riuscire a superare questo tipo di difficoltà, hanno organizzato una campagna di sostegno economico. Un cittadino è libero di sostenere il Festival con qualsiasi tipo di contributo ritenga opportuno. Ci aspetteremo una città piena di sperimentazioni teatrali, discussioni e dialoghi. Tutti insieme uniti nel dialogo per emanciparci dall’oppressione che ci circonda. Il Festival nelle tre date dal 16 al 19 ottobre sarà un validissimo momento di confronto e di “liberazione”. Teatro dell’Oppresso a Napoli è antitesi radicale e trasformativa al teatro dell’ingiustizia.     -V FESTIVAL TEATRO DELL’OPPRESSO A NAPOLI-

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Cinema e Serie tv

VIVA IL FESTIVAL del Cinema Sloveno

Dal 10 al 14 settembre si è tenuta a Portorose la 17esima edizione del Festival del Cinema Sloveno. Il Festival è noto per la presentazione di produzioni che riguardano tutto l’universo del mondo cinematografico: dai lungometraggi ai cortometraggi, dai documentari ai film d’animazione. Si rivela essere innanzitutto un luogo d’incontro tra registi, pubblico professionale e comuni appassionati di film. Ciò che ha caratterizzato l’evento di Portorose è la necessità da parte della giuria di non avere peli sulla lingua. Da subito, infatti, traspare nel breve documento letto in apertura della cerimonia di premiazione, un messaggio al governo sloveno: “Noi ci mettiamo tutto l’impegno che possiamo ma il cinema ha bisogno anche di fondi. Aiutate l’arte”. Non che l’Italia si trovi in acque diverse. La giuria è compatta tanto da decidere in modo unanime i vincitori dei vari premi. Quello di Vesna è il premio più importante del Festival: simboleggia il potere della leggendaria protagonista del film omonimo, diretto da Frantisek Cap nel 1955. Oggi il regista Ceco è un simbolo di integrazione europea: faro di proiezione conoscitiva all’estero non solo del cinema ma anche del significato più ampio possibile che può rivestire la cultura slovena. Il 2014 è l’anno dei giovani e della resistenza politica, intrisa in una concezione ribelle, la quale cerca di costruire prodotti che entrano nella carne della realtà. L’esempio è “Boj za- A Fight for” di Sinisa Gacic , documentario trionfatore del Premio Vesna. Sinisa Gacic ripercorre con la propria telecamera per oltre un anno, dall’autunno 2011 al dicembre 2012, i manifestanti che, sull’esempio di Occupy Wall Street, occuparono la piazza della Borsa a Lubiana: “Noi siamo il 99%”. Il documentario non si limita a visualizzare la connotazione politica dei slogan, entra anche nei problemi organizzativi, come per esempio, organizzare i turni di presenza. Il vincitore dei vincitori del Festival è il corto “Prespana pomlad- The Springtime Sleep” di Dominic Mencej, che ha ricevuto ben cinque premi: miglior regia, sceneggiatura, scenografia e attrice (Anja Novak), miglior cortometraggio. L’originalità di questo corto di 20 minuti sta nella storia dell’adolescente Sanja che vive con la madre teledipendente la quale  spera di avere la sua attenzione. Mentre vive le sue giornate al parco giochi,  la ragazzina guarda il mondo al contrario, fin quando incontra Pero il quale, senza troppe parole, provoca il risveglio tardivo alla ragazza che sa vedere il mondo solo attraverso una strana prospettiva personale. I giovani giurati scelgono il miglior lungometraggio: “Drevo-The Tree” di Sonja Prosenc, nel quale c’è anche il miglior attore Ernej Kogovsek. Il pubblico premia, invece, “Pot v raj” di Bla Zavrsnik. La 17esima edizione del Festival del Cinema sloveno segna interessanti punti di svolta: la bocciatura della giuria del livello discreto che hanno mostrato due dei registi più affermati, Vinko Modernodorfer e Janez Burger, con i rispettivi “Inferno” e “Autoscuola”. Allo stesso tempo, scopriamo che i vincitori sono tutti giovani, neodiplomati e debuttanti: la giuria si è rivelata rivoluzionaria, innovativa e ribelle, sin dalle prime parole indirizzate criticamente ai politici durante la […]

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Libri

Claudio Volpe: uno scrittore da Premio Strega

Claudio Volpe, oltre ad essere un grandissimo scrittore, è soprattutto un ragazzo che ha cuore. La forte personalità di Claudio, l’amore per la vita, la voglia di concepire la letteratura come strumento di salvataggio e di espressività reale e quindi non banale, sono caratteristiche che hanno condotto la sua attività di scrittore ad altissimi livelli. Io, personalmente, sono molto grato a Claudio perché mi ha trasmesso una visione letteraria che ha a che fare con la carne viva dei personaggi di tutti i giorni: letteratura come modo di capirsi  con gli occhi e i sussulti d’amore. Il pubblico di Eroica Fenice sarebbe quindi curioso di conoscere Claudio Volpe approfittando del botta e risposta che ci siamo scambiati. Intervista a Claudio Volpe Ciao Claudio Volpe. Come concepisci la letteratura ?  Per me la letteratura è qualcosa che deve spiegare la realtà e aiutare a comprendere la vita e gli uomini. Ha una funzione civile molto importante, quella di aiutare la conoscenza e costruire la civiltà insegnando a rispettare e capire le persone, le relazioni sociali e l’evoluzione della società. Certo poi la letteratura deve anche essere qualcosa che esprime la bellezza. La bellezza è un valore di per sé di ogni forma d’arte ed è fondamentale. Claudio Volpe, possiamo dire che il Premio Strega 2012 ha avuto la fortuna di conoscere il tuo romanzo d’esordio “Il Vuoto Intorno”. Avevi solo 21 anni, eppure avesti subito il consenso e l’apprezzamento di persone come Dacia Maraini e Paolo Ruffili. Ti va di raccontare le emozioni che provasti in quei giorni e quanto questo tipo di esperienza abbia cambiato la tua vita? Essere presentato al premio Strega è stato molto importante perché ha rappresentato una sorta di conferma del mio lavoro di scrittore fino a quel momento indicandomi che ero sulla strada giusta. Più di tutto è stato il supporto di Dacia Maraini a cambiare la mia vita, non solo dal punto di vista letterario poiché da lei ho imparato e continuo ad imparare molto sulla scrittura, quanto dal punto di vista personale poiché ora, a distanza di tre anni, posso dire di avere stretto con Dacia un’amicizia vera, forte e profonda che va al di la della scrittura e si nutre di una relazione quotidiana. Posso dirti che mentre rispondo a questa intervista mi trovo proprio a casa di Dacia, suo ospite in montagna. Dacia Maraini è la madre della nostra letteratura. So che collaborate insieme, vero Claudio Volpe? Quali sono i valori fondamentali del percorso culturale che avete deciso di intraprendere insieme? Dacia Maraini oltre che madre della nostra letteratura è un esempio di coraggio per tutti. Le sue battaglie sociali sono ben note ma ciò che più conta è il modo. Dacia ha sempre adottato un comportamento di massimo rispetto e di delicatezza nell’affrontare le sue sfide. La sua arma è la penna e di essa si serve senza sovrastare, offendere o sminuire nessuno e sopratutto sempre con grandissima umiltà e umanità. La sfida che abbiamo deciso di portare avanti, sfida che lei sostiene […]

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Libri

TROMBATE, sembra consigliarvi Mario Pota

  Recensione del volume Trombate. Molto probabilmente se la prosa, violentemente poetica, di Mario fosse nata dal suo grembo durante gli anni dell’Inquisizione, dal 1182 in poi, saremmo stati gli inevitabili testimoni di un nuovo martire. La Chiesa Cattolica non avrebbe perdonato a quei tempi l’eccessivo non pudore dei racconti di “Trombate, forse non lo farebbe nemmeno ora. Non c’è luogo e tempo migliore, quale una giornata di mare in uno dei giorni più caldi di luglio, per tuffarsi tra le onde agitate delle parole del nostro scrittore e cantante di Rudy e Crudy. Eppure, Sonny Parolo vive la sua storia di luglio non a mare, ma in città. Può essere estremamente divertente avere a che fare con un libro, sfidando la concezione geografica in senso opposto. Partiamo dal pressuposto che c’è quasi sempre, da parte dell’autore, la tendenza a creare intellettivamente nell’amico stupido quale lettore, un dubbio tenebroso che avvolge le domande e i fastidiosi perché. Pur quando si riesce, anche se approssimativamente, a individuare delle incerte risposte, da esse nascono gli altri perché, le altre migliaia di dubbi. Può essere alquanto antipatico constatare che nell’essenza magica delle parole debba intervenire la filologia , come metro di soluzione al fine di interpretare realmente e concretamente delle fottute lettere messe assieme da un maledetto emergente scrittore casertano? Sì sì, le qualità ci sono. Eccome! Eppure danno fastidio, sono parole che si posizionano fisionomicamente tra la realtà (profonda rottura con essa) e l’assurdo (il quale necessita di vivere nella realtà stessa in quanto forma prerogativa, paradossalmente reale in tempi recenti). Si scorge la frammentazione individuale dei personaggi con la crisi di coscienza che, conseguentemente, porta a un isolamento psicologico con una visione globale altamente alterata. Infatti, quasi tutti i personaggi prendono alla leggera gli atti quotidiani della propria vita, assumendo atteggiamenti bizzarri, violenti e sanguinari. La vita diviene oscena, talmente di merda che si pregusta amaramente l’ipotesi del suicidio. La “non puttana” è lei che pensa, originariamente, a tale ipotesi. E si diverte pure nel suo adoperarsi a pensare e ad architettare i diversi modi di dire e praticare un “ Addio…” . Originale l’idea di farsi leccare e sbavare dai scoiattoli “cosparsa di miele” in mezzo a un bosco. Una morte astrusa, ma dignitosa… Giunto il tempo di sforzarsi con la mente, che nel suo lavoro di “puttana telefonica” , la donna assiste sorpresa a un suicidio in diretta chilometrica di un suo falso amante arrapato. Ma tutti questi “sfegatati del sesso”, inabili a farlo indipendentemente, è probabile che lo facciano un po’ male? E l’amore, l’amore…? C’è chi dice che, senza amore nell’atto sessuale, è molto più arduo farsi trascinare dalle pulsioni, appunto, sessuali. Allora forse meglio innamorarsi. Converrebbe a tutti. La presenza divina di Giove è solo un inganno alla povertà. Anzi, l’entità divina potrà arricchire la coppia Biagio-Peppa con bauli di diamanti ma resta pur sempre un qualcosa di squallido ed inesistente. Personalmente, nella storia triste ed accertata del boscaiolo Biagio Paiolo, ci vedo una trasposizione fiabesca dell’attuale società capitalista. E chi non è nè operaio […]

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Cinema e Serie tv

Si alza il vento: un film contro la guerra

È forse un dolce peccato che “Si alza il vento” di Hayao Miyazaki abbia espresso la sua grande forza artistica nelle sale italiane per soli quattro giorni, dal 13 al 16 settembre. Jiro avrebbe voluto sognare di più, addentrarsi di notte nel cuore dei sognatori italiani. “Si alza il vento”, film d’animazione scritto e diretto da Hayao Miyazaki, uscito nelle sale giapponesi il 2013, conosce l’Italia grazie alla presentazione in concorso alla 70esima Mostra Internazionale d’arte Cinematografica a Venezia. “Le vent se lève!… il faut tenter de vivre”:  è dai splendidi versi di Paul Valéry che Miyazaki trae ispirazione per il suo film. D’altronde, la poesia è una di quelle armi difensive più idonee per salvarsi nella tragica occasione di una guerra mondiale, soprattutto se si vuole raccontare il sogno di Jiro Horikoshi, ingegnere aeronautico giapponese realmente esistito, noto per aver progettato famosi caccia giapponesi della seconda guerra mondiale. Il regista Miyazaki però non costruisce un personaggio cinico: Jiro infatti è innanzitutto un “ragazzino giapponese” che spera di diventare un pilota d’aereo, ma essendo miope, decide di progettarli. Studiare, diventare grande e disegnare aerei che voleranno leggeri per l’aria, “alzando il cielo”, sognando di diventare come il famoso progettista d’aerei Caproni. Sono entrambi nello stesso sogno e sarà lo stesso Caproni a ricordare a Jiro che gli aerei vengono progettati per la guerra. “Gli aeroplani sono sogni splendidi, ma maledetti”. Il treno che trascina il personaggio a Tokyo per studiare ingegneria è il treno dell’amore dato che  proprio lì Jiro incontra Naoko. Il terremoto durante il tragitto per Tokyo sconquasserà il suolo e i sussulti d’amore. Così come delineato dal regista il protagonista, presenta tutte le parvenze di una natura che si ribella all’uomo in procinto di uccidere altri uomini. Assunto dalla Mitsubishi infatti,  egli non vuole pensare che i suoi aerei saranno ospitati da mitragliatrici: il suo sogno infatti non può infrangersi a causa di una guerra. Ma una volta che essa si mostra con tutta la sua violenza,  nel mondo dei sogni Jiro farà di nuovo visita a Caproni.  E intanto il suo amore, Naoko, lascia lettere d’addio per lui e per tutti i familiari. La malattia l’ha infatti inseguita più veloce di un aereo in picchiata. E compare anche lei nel sogno di Jiro: lo esorterà a vivere nonostante la guerra e nonostante i sogni fatti di granelli illusori.  “Guarda… non ne tornerà nemmeno la metà. Vanno ad incenerire le città… Ma la guerra a breve finirà. Tu sei nel mio sogno. Una volta finita la guerra, costruiremo insieme aeroplani per passeggeri. Voleranno alzando il vento” : è con queste parola che il progettista italiano Caproni  sembra voler incoraggiare il  sognatore Jiro.  Il film, come rivelato da Miyazaki, è il suo ultimo lungometraggio. L’arte, in questo caso, quasi vuole essere come il parasole di Naoko portato via dal vento, portato via da una realtà fatta di granelli massacranti.  Ciononostante non smetteremo mai di sognare, insieme a Miyazaki e tutti noi insieme, volando contro la guerra. – Si alza il vento: un film contro la guerra –

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