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Eroica Fenice

Attualità

Istanbul: esplosione alla stazione metropolitana

Martedì 1 dicembre una forte esplosione ha rotto la routine di un pomeriggio qualsiasi nel caos della parte europea di Istanbul. Erano le 17.30 ora locale quando, nella stazione metropolitana di Bayrampaşa, è stato avvertito un improvviso boato. L’esplosione è stata avvertita in diversi quartieri della città e poco dopo sono arrivate sul posto ambulanze, auto della polizia e vigili del fuoco. La stazione è stata subito evacuata, come testimoniano anche alcuni video pubblicati sui social network da alcuni testimoni. Tutti i collegamenti della metro sono stati bloccati per motivi di sicurezza e la zona è rimasta senza luce, mentre i presenti sono subito piombati nel panico. Diversi media locali riferiscono la notizia e subito sorgono le più svariate ipotesi sulle dinamiche dei fatti. Le reazioni dopo l’esplosione Secondo le prime informazioni arrivate alle agenzie internazionali dalla metropoli turca, i fatti sono tutt’altro che chiari, ma il canale televisivo Habertürk ha comunicato che lo scoppio potrebbe essere stato dovuto al malfunzionamento di un trasformatore. Subito dopo, c’è già chi vocifera quello che nessuno osa pronunciare: si parla di attentato. Secondo il presidente del consiglio municipale, Atila Aydıner, sarebbe stata una bomba artigianale, precisamente una pipe-bombe (ordigno costituito da un tubo riempito di esplosivo e schegge di metallo) ad esplodere sotto il cavalcavia della metropolitana. Si tratta, quindi, di un ordigno molto rudimentale, e questo lascerebbe immaginare che i presunti responsabili non facciano parte di gruppi particolarmente organizzati. Per il momento pare che i feriti siano 6, mentre la notizia del bilancio di una vittima è stata smentita. La situazione attuale della Turchia, paese in bilico tra l’Europa delle barriere difensive post-ISIS e la polveriera della Siria, sempre più in bilico tra la drammatica questione curda e gli ultimi “battibecchi” con la Russia, si fa sempre più delicata. Dopo i fatti di Parigi l’allarme terrorismo sta dilagando ed è facile che in pochi istanti un’intera città piombi nel panico. Inoltre il rischio di sfociare in strumentalizzazioni politiche, data la delicata situazione interna del paese, è tangibile e reale. In ogni caso, niente può essere affermato con certezza per il momento. Resta solo, ancora una volta, la paura di non sentirsi al sicuro, la trappola psicologica di vedere il terrore ovunque e di attribuirlo a chi lo incarna o potrebbe facilmente incarnarlo. In attesa di ulteriori chiarimenti nella metropoli del Bosforo riprende la normale, caotica e rumorosa routine di sempre.

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Culturalmente

Quartieri Jazz live a Palazzo Venezia

Un 31 ottobre alternativo, quello proposto dall’ Associazione PA.VE a Palazzo Venezia.                        La storica ex sede dell’ambasciata veneziana ha ospitato un concerto unico nel suo genere, o meglio nei suoi “transgeneri”. Stiamo parlando infatti di “Quartieri Jazz”, un progetto nato grazie all’iniziativa di giovani musicisti accomunati, oltre che dalla passione per la musica, dall’amore per le proprie radici, per quel misto di bellezza e contraddizione che solo chi è nato a Napoli può cogliere fino in fondo. Il chitarrista napoletano Mario Romano decide qualche anno fa di sperimentare una fusione di stili musicali che, grazie al pianoforte di Luigi Esposito, il basso di Ciro Imperato e le percussioni di Emiliano Barrella, diventa una sintesi tra due linguaggi, quello del Jazz Manouche e quello della tradizione napoletana. Questi due modi di comunicare e di vedere il mondo attraverso la musica sembrerebbero lontani e inconciliabili ma, se la lontananza è la vera essenza del viaggio, la musica è proprio quell’elemento nomade che può unire, che può attraversare terre e continenti senza dover per forza pagare il biglietto. Un viaggio sulle note dei Quartieri Jazz Ed è proprio un viaggio quello a cui hanno assistito lo scorso sabato i presenti riuniti nella casetta pompeiana di Palazzo Venezia, luogo alquanto suggestivo e, se vogliamo, “romantico” nell’accezione letteraria del termine. Le prime note della chitarra di Mario Romano partono dal Mambo Italiano, si manifestano a Napoli per poi dirigersi a Procida e sfiorare l’odore del mare e di vecchi porticcioli colorati. Se ne vanno poi a Forcella, quartiere popolare della Napoli più autentica e vera risuonando come un Walzer malinconico e struggente, allo stesso tempo nostalgico. La canzone “Walzer a Forcella” in modo assurdo e per antitesi, associa uno dei quartieri più difficili di Napoli, simbolo di degrado e abbandono, alla nobiltà e all’eleganza del Walzer, quasi a voler entrare segretamente nella commovente poesia che si nasconde dietro al caos di quella matassa aggrovigliata di palazzi e strade strette. Il filo immaginario del viaggio porta poi in Spagna, attraverso sapori che ricordano paesaggi sconfinati della Sierra, atmosfere andaluse e paso doble, per poi cambiare direzione e andare in Francia, casa del Gipsy Jazz e del modo di suonare “alla Tzigana”, che più di una scuola musicale è soprattutto un modo di vivere la vita, un altro “punto di vista del sentire”. Le note non si fermano, vanno poi verso nord e toccano Londra, dove prendono la forma di piacevole ricordo di condivisione, tra la scoperta di una terra straniera e il calore di casa. Il primo disco, “‘E strade cà portano a mare” è tutto questo e molto altro: è un viaggio attraverso terre, tradizioni, esperienze e ricordi, perciò non è un caso che appunto “le strade portino al mare”, perché il mare è quasi sempre il punto di partenza, di arrivo e di ritorno, oltre ad essere fonte di ispirazione. Infine, per chiudere la serata, e quindi il viaggio, un brano tratto dal secondo album, “Le quattro giornate di Napoli”, che si ispira alla […]

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Culturalmente

Miguel EN Cervantes, in mostra a Napoli

Un Miguel De Cervantes nuovo, sconosciuto, che per una volta si allontana dall’ombra pesante della sua opera maestra. Il Don Chisciotte, infatti, che ha reso celebre Cervantes in tutto il mondo, non è che una sola delle facce della medaglia, perché l’altra faccia nasconde la “ilusión” di un poeta, scrittore, romanziere, drammaturgo e soldato che, nel suo lato intimo più profondo, continuava a sognare di essere ricordato come drammaturgo, e non solo come romanziere. Giovedì 22 ottobre, all’Istituto di Lingua e Cultura spagnola di Napoli che prende il nome dallo stesso Cervantes, è emersa proprio quest’ultima faccia della medaglia. L’iniziativa si chiama Miguel EN Cervantes, ed è una mostra che è stata inaugurata giovedì 22 ottobre e che resterà aperta al pubblico fino al 22 dicembre. E se il personaggio principale di Cervantes, il “Quijote”, era un po’ come lui, un visionario, un sognatore, quale strumento potrebbe essere più potente del disegno, dell’illustrazione, per mettere in scena un’opera frutto dell’ingegno e della fantasia dell’autore? David Rubín e Miguelanxo Prado, entrambi galiziani, due delle più grandi figure contemporanee del mondo del fumetto nel panorama artistico iberico, hanno liberato attraverso le loro matite l’essenza di un’opera minore di Cervantes sconosciuta ai più. El Retablo de las maravillas e la vita di Miguel De Cervantes El Retablo de las maravillas del 1625 è la rivisitazione castigliana di un’opera orientale pensata da Cervantes per essere messa in scena ma, nonostante fosse un intermezzo rappresentativo del teatro del Siglo de Oro, non ebbe mai l’esito sperato perché fu snobbata dalla società dell’epoca e ancora oggi ignorata. Eppure, come ha sottolineato Rubín durante l’inaugurazione, El Retablo de las maravillas è un’opera di un’attualità sconcertante nella quale non solo vengono descritti alcuni momenti autobiografici della vita dell’autore, ma si percepisce soprattutto una satira tagliente, una presa di posizione forte contro il sistema e l’autorità, uno sbeffeggio al potere e al gioco delle apparenze, unico retaggio di una società di effimero splendore, in realtà decadente. E David, giustamente, ha osservato come i problemi di allora, anche dopo secoli, si ripresentino ancora oggi, come costanti di una ruota che gira continuamente e che fa sì che cambino i tempi, ma non gli uomini. Rubín ha poi specificato come, per restare fedele alla teatralità e per accentuare lo spirito satirico dell’opera, abbia scelto di modificare lievemente il suo stile e di far parlare solamente il testo in maniera diretta, senza aggiungere nulla. A “parlare”, dunque, non sono altro che le vignette dell’artista e le parole di Cervantes, trasferite nei suoi personaggi, così come furono scritte allora. I temi che i due disegnatori hanno voluto mettere in luce sono esattamente quelli che, non solo fecero parte dei racconti di Cervantes, ma che furono anche alla base degli avvenimenti più significativi della sua vita: amore, corruzione, guerra e denaro. Ci sono quindi due punti di vista, che sono anche i temi cardine della mostra: El Retablo de las maravillas, illustrato dalla creatività e dal genio di Rubín, e la rappresentazione di alcuni frammenti […]

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Attualità

Cagliari: porto militare Nato?

Non è la prima volta che la Sardegna viene utilizzata come teatro da guerra del Mediterraneo. L’isola somiglia sempre più ad una grande area strategica sulla quale le Nazioni Unite si organizzano per tenersi pronte alla “difesa” che, tradotto in gergo militare, si legge “guerra”. A partire dagli anni ’50 la Nato e gli USA hanno fatto della Sardegna una grande piattaforma bellica, in grado di ospitare alcune tra le più grandi basi militari del Mediterraneo. Esercitazioni, addestramenti, sperimentazioni di nuovi sistemi d’arma, guerre simulate, depositi di carburanti, armi e munizioni, reti di spionaggio e telecomunicazioni sono all’ordine del giorno e avvengono ormai sotto gli occhi della popolazione. Tutto questo sembrerebbe abbastanza se non fosse che, lo scorso 10 ottobre, un sottomarino da guerra turco ha fatto capolino tra le navi da crociera ormeggiate al molo Ichnusa del porto di Cagliari. A denunciare il fatto è stato il deputato di “Unidos”, Mauro Pili, che sulla sua pagina facebook ha postato le foto del “mostro nero”. “Non siamo una colonia militare dove tutto è consentito”: queste le parole di Pili che, indignato, chiede ancora: “Chi ha autorizzato l’ingresso di un sottomarino da guerra nel porto di Cagliari? Forse il ministro della difesa ha ceduto anche il porto di Cagliari alla Nato? ” – commenta ironico. Sono oltre 35 mila gli ettari di territorio sardo sotto vincolo di servitù militare. Stiamo parlando di una terra che ormai viene sottratta ai suoi abitanti per essere adibita a vera e proprio campo da guerra. “Non bastavano le esercitazioni a Teulada, ora anche i porti dentro la città utilizzati come base d’appoggio della Nato. Si tratta di una presenza sempre più invasiva della Marina Militare nel cuore di Cagliari. Spazi e volumi sottratti allo sviluppo turistico”. In seguito a queste dichiarazioni, Pili ha annunciato la presentazione di un’interrogazione parlamentare. “Ora anziché le navi da crociera arrivano i sottomarini bellici. E’ un fatto che non può passare in silenzio. Se qualcuno si sta abituando a subire di tutto – ha aggiunto – bisogna ricordargli che non siamo una colonia militare dove tutto è consentito”. Alla luce di questi avvenimenti, chi di dovere dovrà fornire spiegazioni plausibili, in primis ai cittadini cagliaritani, ignari di tutto. Inoltre bisogna tener conto di alcune osservazioni -o meglio interrogazioni- che sono state presentate al Consiglio Comunale di Cagliari dal consigliere Enrico Lobina, che si è rivolto direttamente al sindaco Zedda. Innanzitutto, come afferma Lobina, nessuno ha reso noto che tipo di armamenti e propulsioni siano in dotazione in quel mezzo, e ancor più grave è il fatto che il mezzo sia approdato in concomitanza con “Trident Juncture”, la più grande esercitazione NATO mai svoltasi nel Mediterraneo dalla fine della guerra fredda. Coincidenze? Ancora, le ripetute esercitazioni nelle coste del poligono di Teulada, e non solo, aumentano il già elevato rischio di danni ambientali e sociali sul territorio sardo. C’è bisogno, ora più che mai, che il sindaco prenda una posizione forte contro l’utilizzo delle coste dell’isola, utilizzate a piacimento dalle potenze militari straniere. […]

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Voli Pindarici

Le città (in)visibili e l’impossibile

Le città non sono mai visibili a occhio nudo senza il filtro dell’anima. Bisognerebbe essere come Marco Polo… Capire cosa si cela dietro un vecchio muro, una finestra o un viottolo deserto è diverso dall’osservare la materia, la sua struttura immobile e visibile. Di immobile, in una città, non c’è nulla se non la nostra ostinazione nel rifiutare lo scambio. Le antiche città-mercato erano luoghi di scambio, ma ad essere scambiate non erano, non sono solo le merci: le memorie, le sensazioni, i vissuti rimbalzano e si intrecciano. L’abitante col suo sguardo interno, il viaggiatore con gli occhi del forestiero: entrambi sono coinvolti; a nessuno dei due dovrebbe sfuggire l’essenziale. “D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.” “Le città invisibili” di Calvino sono città impossibili, eppure esistono. L’imperatore dei tartari Kublai Kan ascolta assorto i racconti del giovane veneziano Marco Polo in un momento in cui, la malinconia e l’amarezza nel vedere il suo immenso e poderoso impero decadere rovinosamente, lo pervadono completamente. Perché dopo la ricchezza, la gloria, il potere, lo splendore, c’è un senso “come di vuoto che ci prende una sera con l’odore degli elefanti dopo la pioggia e della cenere di sandalo che si raffredda nei bracieri”. Gli occhi di  Marco Polo vedono città bianche esposte alla luna, con vie che girano su se stesse come un gomitolo, città costruite secondo la posizione delle stelle e delle dodici case dello zodiaco, abitate da storpi, nani, gobbi, donne con la barba, città in cui la memoria si scambia a ogni solstizio e equinozio, città in cui gli sguardi dei passanti si incrociano per un secondo e poi sfuggono, cercandone altri. Il Gran Kan vede con gli occhi di Marco Polo, Marco Polo parla attraverso le visioni della città. Le città e gli occhi, le città e il desiderio, le città e i morti, le città e la memoria, le città e il cielo, le città e gli scambi. La visione necessita lo scambio. E allora perché il viaggiatore deve accontentarsi delle città visibili? Il vero Marco Polo cerca quelle invisibili, di città. Perché viaggiando ci si accorge che “le differenze si perdono: ogni città va somigliando a tutte le città, i luoghi si scambiano forma, ordine, distanze, un pulviscolo informe invade i continenti. Il tuo atlante custodisce intatte le differenze”.  

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Attualità

Curdi. La guerra che tace, ma fa rumore

I curdi e il dramma di essere “non-popolo” Quando la nazione non riconosce la nazione isola, demolisce, delegittima, annienta. Ci sono popoli nella nazione, senza nazione. Non tutti sanno che 20 milioni di persone possono essere obbligate a “non essere”, possono essere private dei loro diritti. Il Kurdistan, “terra dei curdi”, si divide tra Turchia, Iran, Iraq, Siria, Armenia e Azerbaigian ma di fatto non esiste. Sembrerà strano ma, in un’epoca in cui la nostra stabilità e sicurezza sembra riflettersi nella rivendicazione dell’identità, il vero e proprio esilio che stanno subendo i curdi, privati di radici, della loro lingua, della loro cultura, sembra non interessare all’élite delle grandi nazioni del mondo. La parte più estesa del Kurdistan, come molti già sapranno, si trova in Turchia, paese che negli ultimi anni ha subito dei mutamenti importanti, dalla secolarizzazione all’industrializzazione che l’ha resa, in tutto e per tutto, “Paese moderno”, in grado di concorrere per stare tra le file delle prestigiose potenze europee. Quella turca è stata una corsa all’occidentalizzazione, tanto che i capi che in questi decenni hanno governato il paese, da Mustafa Kemal Ataturk a Erdogan, sembrano essersi dimenticati un dettaglio fondamentale: la Turchia non può ignorare la sua natura, la sua storia, i popoli che vivono all’interno del suo territorio. La Turchia convive con tutte quelle realtà che l’Europa finge di non vedere. Tra queste realtà, quella del popolo curdo è una delle tante contraddizioni che evidenziano gli squilibri tra nazioni, i giochi di potere, le supremazie e le strategie politiche che continuano a mettere in ginocchio il Medio Oriente. Giochi di guerra. Ankara e il “terrorismo di Stato” contro i curdi Negli ultimi giorni stiamo assistendo ad una degenerazione di violenza, che non è mai stata del tutto celata, ma che ora è esplosa in tutta la sua drammaticità davanti agli occhi del mondo intero. Il fulcro attuale di questa vera e propria guerra è Cizre, cittadina del Kurdistan turco al confine con la Siria e l’Iraq. I primi giorni di settembre la città ha dichiarato l’autogoverno per mano dell’Hdp, partito di sinistra filo-curdo che, durante le ultime elezioni turche, con il suo programma di autonomia democratica, ha preso il 98% dei voti nella città. A quanto pare Ankara non ha gradito la notizia. In soli otto giorni Cizre, città di 130 mila abitanti, è stata distrutta e 21 civili sono stati uccisi. Tutti parlano di una nuova Kobane, peccato che i carnefici stavolta non siano gli jihadisti. Per 8 giorni gli abitanti di Cizre hanno subito inermi il coprifuoco imposto da Ankara: i civili raccontano di essere stati rinchiusi in 20 in una stanza mentre, ad ogni movimento appena accennato, i cecchini sparavano a vista. Dopo aver staccato luce, acqua e gas, i militari hanno fatto irruzione in città con mezzi blindati e hanno sparato all’impazzata sulla folla. La città è rimasta totalmente sotto assedio, isolata, qualsiasi comunicazione è stata interrotta. 20.000 abitanti hanno lasciato le proprie case, ormai distrutte e rase al suolo. Ciò che resta, […]

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Voli Pindarici

Vento. Mi è mancato il vento

Lontano da te, isola, mi è mancato il vento. Guardare il mare con il maestrale che arriva dritto in faccia e immaginare che lì, proprio in quella direzione, prima o poi lo sguardo immagina la Spagna. Tanti luoghi possono essere chiamati casa, ma la mia, di casa, ha confini aperti, ha occhi e mani che mi somigliano. La mia, di casa, ha occhi scuri e profondi come il mare, ha i sorrisi dei miei nonni, piantati lì solidi come radici, come alberi dai tronchi robusti. Casa è attraversare quello stesso cortile e cercare una coda che scodinzola e zampette che corrono, ma tu non ci sei più, piccola compagna di vita dolce e innocente come un tramonto d’ estate. Anche tu sei passata come passano le stagioni in questa terra di silenzi, anche tu ritorni da me col maestrale. Lontano da te, isola, il tempo non si è fermato ad aspettarmi. Ho paura che un giorno sarai così lontana da diventare solo ricordi. Per questo voglio immergermi nell’acqua, voglio andare dove non tocco, con la testa fuori per respirare e i piedi sott’acqua, ben rivolti verso il fondo. È così che voglio vivere. La testa verso l’alto a cercare l’ossigeno, gli occhi che guardano lontano e i piedi verso il fondo, a ritrovare sempre  questa terra che non è Italia, non è Spagna, non è Africa, o che forse, chissà, è un ciascuna di esse. Mi è mancato anche il tuo sguardo di velluto scuro. Qui lo ritrovo sempre, lo assorbo come posso. Sei qui anche tu, e quando non potrai esserci saprà custodirlo il maestrale, il tuo sguardo. Tornare, isola, è insieme libertà e prigione perché tu sei libera e indomabile, aspra e dolce. Mi è mancato il vento ma ora lo respiro ad occhi chiusi. Con la testa verso l’alto, gli occhi che guardano lontano, i piedi verso il fondo. Riavrò di nuovo il vento ogni volta che non ci sono, ogni volta che ritorno. – Il vento, mi è mancato il vento – Mi è mancato il vento

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Attualità

Come il vento nella Terra dei fuochi (II parte)

“Con i rom si fanno più soldi che con la droga”. Queste parole di Salvatore Buzzi sono emblematiche. Appare subito chiaro il perché un superamento dei campi in Italia sia impossibile o meglio “non voluto”, dal momento che il nostro Bel Paese non vuole rinunciare ai fondi europei per il mantenimento dei campi nomadi. Il campo rom è il non-luogo in cui avviene sotto i nostri occhi una grave violazione dei diritti umani di individui che vivono in vere e proprie discariche-lager in cui, oltre ai rifiuti materiali, vengono gettati quelli umani. Questi ultimi, oltre ad essere discriminati in quanto “scarti della società”, vivono nell’angoscia perenne che le loro misere case fatte di ferro e lamiere vengano distrutte e le loro famiglie obbligate a cercare riparo altrove, sotto i ponti o a ridosso delle tangenziali. Come se non bastasse, infatti, c’è anche l’ulteriore dramma dei campi abusivi: i continui sgomberi hanno costretto al nomadismo gente ormai stanziale da generazioni. In Campania la situazione dei campi rom nei pressi di Giugliano, Scampia e periferia di Napoli è ormai critica. Qui ci sono sette campi rom, tutti concentrati nell’ Area Asi di Giugliano. ognuno di essi è numerato e, effettivamente, le persone che li abitano non sono altro che numeri. Negli ultimi giorni, da Acerra al Casertano sono divampati gli ennesimi fuochi, roghi di rifiuti che rendono l’aria tossica e irrespirabile peggiorando la grave situazione dell’inquinamento nella Terra dei fuochi. Roghi di rifiuti: Inciviltà o speculazione? La responsabilità dei roghi è una questione complessa. Perché gli incendi avvengono a ridosso dei campi rom? Naturalmente si è soliti associare la massiccia presenza di rifiuti ai rom, come se a questi piacesse vivere in mezzo a tanto degrado, come se queste madri restassero indifferenti a vedere i loro bambini correre tra la spazzatura, giocare in mezzo ai ratti. La zona intorno all’Asi (Area di Sviluppo Industriale) in realtà è una discarica a cielo aperto in cui grosse aziende (le stesse che protestano per la presenza dei rom nel loro territorio) e privati abbandonano rifiuti tossici di ogni genere. Per chi non ha mezzi, è facile essere reclutati da organizzazioni criminali per pochi euro ed è altrettanto facile accettare di assumersi la responsabilità di tali scempi, tanto, su di loro ogni giudizio pende come una sentenza irrevocabile, non esistono ragioni o attenuanti. Ma il fatto più insopportabile è che qualcuno i campi nomadi li gestisce e da essi trae guadagno. Ovviamente, per noi persone per bene, sul piatto della bilancia l’illegalità associata ai rom peserà sempre di più rispetto all’ illegalità di Stato “istituzionalizzata”. Come al solito, in una situazione difficile come quella campana, fomentare l’odio contro lo zingaro brutto, sporco e cattivo è il capro espiatorio perfetto. “Lo zingaro”, come sempre è avvenuto nei secoli, è il colpevole della nostra sofferenza, delle nostre vite precarie e dei problemi delle nostre città, o almeno così ci piace pensare. Inutile dire che ciò fa molto comodo a chi, in silenzio, evita di assumersi le proprie responsabilità. La […]

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Attualità

Come il vento nella Terra dei fuochi (I parte)

Parliamo di rom. Ebbene sì, anche se qualcuno storcerà il naso perché di rom si parla solo quando di mezzo ci sono i leghisti con ruspe a seguito o casi di bambini “rubati”. Per anni, anzi secoli, ci siamo soffermati – noi europei, stanziali, con una casa e un lavoro, quando lo si ha – a far valere le nostre ragioni, a erigere muri per emarginare chi, per ragioni storiche, politiche e culturali ha già l’etichetta di emarginato. Ma sappiamo davvero chi sono i rom? O meglio gli “zingari”, aggettivo dispregiativo che vorrebbe racchiudere in sé un mondo intero di differenze etniche, geografiche e culturali? I rom sono solo una delle tante etnie di cui si compone questo popolo senza terra: rom, sinti, manouches, camminanti, travellers, kalé, ogni gruppo proveniente da aree diverse dell’ Europa, ma per comodità amichevolmente li chiamiamo zingari. E questo è il primo punto con il quale si può dimostrare che prima di  prendere una posizione è imprescindibile conoscere le cose, sapere di cosa o chi si sta parlando. È nostro dovere “sapere le cose”, dalle più banali, come ad esempio che un manouche è diverso da un rom, alle più complesse, come ad esempio chiedersi “Chi sono veramente i rom? Siamo sicuri che siano veramente nostri ospiti (indesiderati)?” Prima di passare ad un terreno a noi più vicino, quello campano, è necessario chiarire alcuni punti. Il primo è che i rom non sono immigrati, anzi, alcuni vivono in Italia da generazioni. Il secondo, molto importante nonché funzionale al primo, è che i rom non sono immigrati, perché non appartengono a nessuna nazione, non conoscono i confini dei nostri Stati. E anziché meditare sul fatto che quello rom è l’unico popolo pacifico a non aver mai mosso guerra, a non aver mai voluto assoggettare altri popoli, siamo più propensi a condannarlo perché non concepiamo come si possa non essere italiani, greci, francesi, tedeschi, ma si possa solo “essere”. I rom dell’Asi di Giugliano, terra di nessuno. Spesso dalla periferia di Napoli si vedono innalzarsi imponenti nubi di fumo nero in lontananza, nubi che portano inevitabilmente a fare i conti con un tema tristemente noto: il triangolo organizzazioni criminali – terra dei fuochi – stato. Procediamo per gradi. Cosa sono esattamente i campi nomadi? Il nostro background culturale, assieme alle nostre credenze e poche conoscenze a riguardo, ci portano a pensare che i campi rom siano un habitat naturale dove i nomadi abitano “per natura” in quanto “non culturalmente sedentari”. Qui già possono essere sfatate alcune credenze. I campi rom non sono i naturali luoghi di stanziamento dei rom. Il campo rom è frutto delle politiche per i rom in Italia, sono i luoghi che le istituzioni hanno pensato per accogliere le consistenti masse di persone fuggite dalla ex Jugoslavia e negli anni ’80 in seguito alla guerra nei Balcani. Anche i rom di Giugliano stanno quindi in Italia da più di 30 anni. Eppure in pochi sanno che non tutti sono nomadi, molti di essi al giorno […]

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Voli Pindarici

Andare. In direzione ostinata e contraria

Che ci fai qui in mezzo a noi? Sembri piovuto per caso da un altro pianeta. Sei quello che la maggior parte delle persone definirebbe “strano”, sei quello che non si veste alla moda, quello che cammina sbilenco e incurvato. Non sei per niente bello da vedere, anzi, sei talmente bizzarro che la gente intorno a te non trattiene i risolini e i sorrisi beffardi. E poi ci sono le tue convinzioni. Ti intestardisci su cose che ormai non interessano più a nessuno, ti ostini a non voler seguire i consigli e le perle di saggezza  delle persone normali, di quelle che, sì, sanno come va la vita e ti degnano dei loro sguardi saccenti. Per gli altri le tue sono idee assurde, bigotte, antiche, ma se si capovolgono i punti di vista sembrerebbero troppo anticonformiste, blasfeme,  in ogni caso “troppo” per occhi che non sanno vedere oltre. I giudizi e le critiche ti fanno male, ma non più di un pugno allo stomaco. Non ti difendi perché sei abituato a portare pesi sulle spalle, sai come continuare a camminare sotto la pioggia senza bagnarti. Non sei capace di provare rancore per chi ti deride e ti giudica. Non ti vuoi difendere, ma non perché sei un debole, forse perché lo scudo non ti serve. Quando le persone “normali”, quelle che non sono come te, ti scherniscono, hai quasi paura di spendere parole. Non per paura di far male a te, ma per il timore di far male agli altri. La tua non è ingenuità o poca dignità, è capacità di fluire, di lasciarti scivolare la vita addosso, di rispettare in modo quasi devoto te stesso e gli altri. Tanto tu hai il tuo di mondo, che ti importa? Poi ti piacciono le poesie. A chi piacciono oggi le poesie? Le poesie le scrivono due categorie di persone: gli ostentatori, quelli  “modaiolamente” sensibili e i patetici romantici, quelli che hanno dovuto farci i conti faccia a faccia, con la loro sensibilità. La differenza è che i primi l’arte, la cultura e la poesia la pensano, la costruiscono e progettano a tavolino, vantandosi del loro animo sensibile. Ma l’arte non si pensa, il sentire non lo si compra. Tu e quelli come te, probabilmente non sarete mai intellettuali, artisti, poeti. Sarete sempre e solo patetici ignoranti e romantici, ma intanto sentirete più di loro.  Ma dopo tanto fiato sprecato, tante energie buttate al vento per distinguersi, mi sorge un dubbio: il volersi distinguere non è forse sintomo di una triste omologazione? Sei tu quello strano? Sarà, però io provo tristezza nell’ osservare quegli altri, i giudici supremi che si imbellettano e si riempiono la bocca di belle parole e l’anima di un bagaglio culturale e umano fittizio, fatto solo di apparenza. Quanta tristezza provo nel vedere tanta superficialità, nel percepire il vuoto. Ma quel vuoto non è il tuo, tu trabocchi di colori. Il vuoto è di chi pensa di avere le risposte, di chi è convinto di essere a due passi dall’illuminazione. Tu […]

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Attualità

L’altra Turchia. Il vento del cambiamento

Un nuovo vento soffia da est, un est molto vicino all’Europa. Dopo 12 anni al potere, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha subito un duro colpo, una scossa che di riflesso ha fatto vacillare la Turchia più reazionaria e conservatrice. L’8 giugno i turchi sono stati chiamati alle urne per votare l’approvazione di un nuovo regime presidenziale che avrebbe consentito al presidente di cambiare la costituzione permettendo all’Akp (il suo partito) di governare indisturbato, dicendo così addio al pluralismo. Questo voto, oltre ad accrescere il potere di Erdoğan, avrebbe portato ad una pericolosa svolta autoritaria e avrebbe reso ancora più tangibile quel sottile senso di oppressione mai troppo esplicitato che da anni sta minacciando la libertà di un paese in costante trasformazione. Sebbene la secolarizzazione e lo sviluppo economico abbiano portato a dei grandi cambiamenti e ad una presa di coscienza più forte, la Turchia moderna ha ancora dei conti in sospeso con i diritti fondamentali di quelli che storicamente sono i gruppi più svantaggiati, come le donne, gli omosessuali e la minoranza curda. E proprio il partito curdo, l’Hdp (storicamente legato al Pkk, l’organizzazione politico-militare che da tempo sostiene la causa dell’indipendentismo curdo) ha giocato un ruolo fondamentale per il raggiungimento di questo risultato importante, non ancora totalmente concreto, ma certamente simbolico. Un piccolo passo, ma pur sempre significativo: Erdoğan non ha ottenuto i due terzi dei seggi, mettendo assieme appena il 41% dei voti, mentre l’Hdp di  Selahattin Demirtaş ha ottentuto quasi il 13% dei consensi, appoggiato dalle classi medie urbane, le stesse che sono state protagoniste delle numerose lotte di Taksim per la difesa dell’ambiente, contro la cementificazione selvaggia, a favore dei diritti delle donne, degli omosessuali, degli studenti e dei lavoratori. Ma soprattutto la vittoria più grande è stata quella di un popolo privato delle propria identità e della propria cultura, un popolo ridotto tristemente a “minoranza”, schiacciato nel nome della Repubblica Turca. Il successo del partito curdo e delle fazioni alleate sa di cambiamento, suona come una presa di posizione forte che vede i turchi non più complici di un governo che ha legittimato per troppo tempo lo strapotere, mettendo da parte la democrazia, quella seria. Nonostante tutto, ancora molta strada deve essere percorsa, la Turchia deve ancora trovare il suo equilibrio. Molti paesi che negli ultimi anni hanno visto una crescita economica velocissima sono entrati nelle grazie del mondo globale, con a seguito alleanze economiche e strette di mano tra potenze, ma forse hanno anche perso di vista la propria natura. La Turchia ha dimostrato che conciliare l’Islam con la democrazia e con altre forme di pensiero è possibile, ma resta da risolvere un contrasto interiore antico, ovvero quello di essere Europa e insieme Asia. Quale nazione, se non l’erede del grande Impero Ottomano, potrebbe dimostrare che il presente e la modernità sono indissolubilmente legati a ciò che si era, che sono frutto di culture che per secoli si sono mescolate e di tutte quelle diversità che oggi costituiscono una “società moderna”? Una nazione […]

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Teatro

Per un pugno di azioni alla Galleria Toledo

Il 12 e il 13 maggio la Cina approda alla Galleria Toledo con “Per un pugno di azioni“, spettacolo messo in scena dai ragazzi del Laboratorio della professoressa M. Cristina Pisciotta con la regia di Lorenzo Montanari. L’opera di Zaho Huanan, noto commediografo, sceneggiatore, cinematografico e televisivo cinese, è stata realizzata con il patrocinio dell’Università L’Orientale di Napoli e dell’Istituto Confucio, massime istituzioni che promuovono i contatti linguistici e culturali tra Cina e Italia nel panorama interculturale partenopeo. Così, attraverso quel potente mezzo di comunicazione che è il teatro, Montanari e Pisciotta hanno deciso di rappresentare lo spaccato della Cina degli anni novanta raccontato da Zaho Huanan utilizzando un piacevole koinè linguistico che ha unito l’italiano dialettale al mandarino. Shanghai, 1990, con la riapertura della borsa, la metropoli “impazzisce”, le quotazioni salgono e scendono e tutti, dal contadino all’industriale, si improvvisano broker. La parola d’ordine è “investire”. La febbre delle azioni diventa, in poco tempo, un’arma a doppio taglio. Le aziende statali tracollano, la disoccupazione dilaga, ma, soprattutto, le persone diventano schiave di questo continuo saliscendi. Neanche i rapporti umani vengono risparmiati da questo “risveglio azionario” e, inevitabilmente, famiglie intere vengono catapultate nel vortice dell’incertezza e del caos. Tra di loro ci sono anche i protagonisti della piece che si trovano, all’improvviso, a non essere più padroni delle loro vite, diventando a mano a mano degli automi che millantano una libertà che è ben lontana dall’appartenergli davvero. Il file rouge dell’amore si intreccia, così, con rialzi e investimenti e, in questo caotico gomitolo, nessuno è certo del proprio futuro. A fare da contorno alla scena, una scenografia labirintica fatta di scale, che si prestano a rappresentare il continuo sali-scendi economico e sentimentale. I giovani attori corrono per tutto il palco, cadono a terra, camminano frettolosamente con un’aria quasi ipnotica, e tutto ciò ricorda i ritmi concitati e frenetici delle grandi metropoli, in cui avviene una spersonalizzazione disarmante. L’immagine di questo quadro surreale e paradossale come la scala di Penrose è ben definito da un linguaggio fatto di immagini, suoni e movimenti innaturali, quasi meccanici che accompagnano e insieme segnano la metamorfosi dei personaggi. Si tratta, dunque, di un’oscillazione perenne, di un continuo cambiamento di status che vede le persone passare da “individui”, registi e attori delle proprie vite a strumenti, a ingranaggi di una macchina che genera inclusione ed esclusione, conformismo ed emancipazione. È l’apocalisse dell’io, l’eco di urli strozzati tace e diviene rumore indistinto che si perde nel corpo assente di una nazione abulica. E nel passaggio dalla totalità dello Stato alla singolarità dell’individuo, l’unica speranza, l’unica ancora a cui aggrapparsi è proprio il ritorno alle origini. È proprio nella riaffermazione di sé attraverso il lavoro – quello vero – perché anche la più umile delle professioni è in grado, più di ogni altra cosa, di nobilitare l’uomo e scacciare ogni ombra di crisi. Sara Melis e Marcello Affuso Ph. Lucia De Pascale “Per un pugno di azioni” alla Galleria Toledo [custom_author=admin]

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Attualità

Preserva il mare, promuovi la contraccezione!

Cosa può avere a che fare la contraccezione con il mare, e in particolare la pesca? Apparentemente nulla, ma l’associazione umanitaria inglese Blue Ventures, impegnata da anni nella tutela e conservazione delle aree marine e delle attività legate al mare, si è fatta portavoce di un progetto doppiamente importante che lega lo sviluppo alla prevenzione. Nelle coste sud-occidentali del Madagascar vivono delle popolazioni semi-nomadi che da sempre sono a stretto contatto con il mare, elemento che per loro è divinità, casa e mezzo di sostentamento. La pesca è infatti l’attività principale di queste genti che, per il loro stile di vita totalmente consacrato all’acqua, vengono definite “nomadi del mare”. I “Vezo” hanno avuto in dono dalla natura la grande barriera corallina che si estende da Toliara a Molombe e hanno sempre costruito la loro identità proprio sull’essere “gente dei mare”. Le loro piroghe, da giugno a settembre, solcano il mare seguendo le migrazioni dei pesci, le vele delle loro canoe si trasformano in tende dove sostare la notte, nei loro riti si invocano gli spiriti del mare per propiziare la la pesca e ci si affida a lui per scandire il passaggio dalla vita alla morte. Negli ultimi anni l’inquinamento del pianeta e il cambiamento climatico, assieme alla devastazione sempre più incontrollata degli ecosistemi marini, stanno rendendo impossibile la vita di molte comunità che basano la loro piccola economia sulle risorse ittiche. Ma questo non è l’unico problema che affligge questo popolo. Infatti, come in molte zone rurali e inurbanizzate Dell’Africa e delle aree a ridosso dell’Oceano Indiano, la crescita demografica sproporzionata costituisce un disequilibrio pericoloso che rischia di creare una frattura tra la necessità della popolazione e le risorse effettive, oltre a far dilagare la piaga delle malattie sessualmente trasmette, che in Africa sono tra le prime cause di morte della popolazione. Di fronte a queste grandi problematiche di carattere globale, Blue Ventures ha deciso nel 2007 di lanciare la campagna Safidy, che in lingua malgascia significa non a caso “libertà di scegliere” e coinvolge 20.000 persone in circa 50 villaggi costieri. Scegliere, per Safidy, significa infatti decidere di conservare e preservare le risorse marine, ma significa anche decidere di controllare le nascite, decidere quanti figli avere e a quale distanza di tempo. Blue Venture infatti, attraverso la sua opera di tutela dell’ambiente e di ricerca di metodi di pesca sostenibili, può entrare facilmente in contatto con le aree più isolate del Madagascar e sensibilizzare maggiormente la popolazione sulla contraccezione attraverso campagne di promozione. Secondo la Blue Ventures in soli otto anni l’uso dei contraccettivi tra le donne di Velondriake ha raggiunto oltre il 55%. Una vincita su più fronti quindi, economico, sanitario, ambientale ma anche culturale in quanto l’azione dell’organizzazione ha reso possibile anche una piccola rivincita femminile, in quanto restituisce alle donne il diritto e la facoltà di autodeterminarsi, di scegliere di essere madri e portatrici di messaggi educativi importanti. A questo proposito infatti, molto spesso capita che le donne dei villaggi ricevano i contraccettivi a prezzo […]

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Voli Pindarici

Cagliari-Napoli. Un biglietto andata e ritorno (III)

PARTE III: ODORE DI NEAPOLIS I vicarielli I vicoli, appunto. I vicarielli di Napoli sembrano essere vivi. Vibrano, puoi sentirli. All’inizio mi facevano un po’ paura, sono bui, stretti e sulla strada si affacciano le vecchie finestrelle e porticine dei “vasci”. Quando passo per le stradine del centro storico, mi viene voglia di sbirciare dentro gli enormi portoni ad arco di palazzi così antichi che se ti fermi ad ascoltare sembra respirino affannosamente come vecchi stanchi. I fili con il bucato steso vanno da una finestra all’altra e sembrano tante bandierine colorate. Sembra un mondo a sé, hai la sensazione di fare parte di un ecosistema che nel suo caos è perfettamente ordinato. Adoro le mattine soleggiate a Napoli, hanno il potere di cambiarti l’umore. Quando c’è il sole le persone sono allegre, l’atmosfera ti stordisce, anzi ti inebetisce e non puoi fare a meno di sorridere e soprattutto di mangiare. Mangiare ovunque tu sia. Ogni cosa è colorata, ogni cosa è disordinata. II Decumano freme come se avesse una vita propria, lo senti vibrare e non puoi fare a meno di notare che la gente corre ma non ha fretta. Dietro ogni angolo c’è qualcosa da scoprire, ogni vicolo nasconde tracce di una storia che a Napoli si sente ancora, non la si immagina guardando antichi monumenti ormai privi di vita. A Napoli la storia vive, ogni pietra di questa città è parte di un insieme più grande fatto di palazzi, statue, porticati, persone. Napoli non è una città preconfezionata per turisti, è così com’è. Per le sue strade la storia non la leggi dalle guide turistiche, la annusi, ed è un odore che sa di Grecia, di Medio Oriente, di Africa. Neapolis. Se ti sforzi un po’ mentre passeggi per i tribunali la puoi vedere e toccare con mano, rivive nelle bancarelle per le strade, nei commercianti che gridano, nella Tammorra, nei tamburi, nei canti popolari. A Napoli non c’è scampo. Se sei lì non puoi essere spettatore, puoi solo viverla. Per quanto mi riguarda, Napoli è un posto che ti entra dentro e ti assorbe, e tu non puoi farci niente. La puoi odiare o amare, ma non ti lascia indifferente. Anche se capiti lì da studentessa non puoi fare a meno di interessarti alle sue tradizioni o di canticchiare le canzoni popolari. Ora, dopo circa un anno, canto a squarciagola la Tammurriata Nera (anche se con “un accento rumeno”, come mi fanno simpaticamente notare le mie coinquiline) e vado matta per i balli e i canti del Sud. Sarà perché ho sempre preferito i colori al grigio, il caos all’ordine, le sensazioni alla razionalità, il caldo al freddo. Sarà che i bambini che giocano a calcio per le strade mi fanno simpatia, sarà che Maradona vicino alla Madonna è buffo, che Mammà è sempre mammà e che San Gennaro ha la faccia gialla. Sarà anche che non potrò mai capirla fino in fondo, anche perché non mi piacciono le sfogliatelle, e questo è un sacrilegio! Ma […]

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Teatro

“Wrong play, my lord!”al Teatro Sala Assoli

Sabato e domenica 18 e 19 aprile la Sala Assoli “si colora di un’aurea anglofona” ospitando “Wrong play, my lord”, or The mousetrap” rivisitazione alquanto eccentrica e singolare dell’Amleto di William Shakespeare. A mettere in atto lo spettacolo, la compagnia napoletana The Hats, già approdata di recente al piccolo teatro . I tre talentuosi attori protagonisti, Arturo Muselli, Alessio Sica e Margherita Romeo, sono stati diretti dalla regia di Ludovica Rambelli, che ha voluto uno spettacolo recitato interamente in inglese. E non solo “perché Shakespeare è Shakespeare”, ma perché l’imponente lingua britannica ha dato un valore aggiunto alla rivisitazione dell’ opera che rappresenta una delle eccellenze del teatro inglese, conferendole un ritmo vivace e dinamico. Non appena i presenti prendono posto all’interno della sala, si trovano davanti ad una scenografia essenziale. Bastano pochi elementi e pochi attori (tre per interpretare gli otto personaggi shakespeariani) per mettere in scena un quadro variegato di follie, intrighi, tradimenti e omicidi. Ma se vi aspettate un Amleto classico, allora vi sbagliate, anzi sbagliate ruolo! Perché quella di Ludovica Rambelli non è una commedia in cui gli spettatori guardano passivamente, ma è un vero e proprio “laboratorio teatrale” in cui gli attori giocano con i ruoli, e i ruoli coinvolgono direttamente il pubblico. L’azione porta gli spettatori a seguire attentamente e col fiato sospeso gli attori, che sono totalmente imprevedibili, passano dal recitare magistralmente i versi dell’ Amleto con pathos e drammaticità al “dissacrare” le scene tragiche con battute e giochi di parole, fino ad arrivare a buffi fraintendimenti, linguistici e non. Ed è così che questa versione di Shakespeare appare subito geniale per chi la guarda, riesce ad essere comica ed irriverente ma mai di cattivo gusto, mantenendo alto lo spessore dell’opera drammatica, che si riflette bene sui testi e sull’azione  arricchendosi anche con la comicità e l’improvvisazione. Ma quello che caratterizza questa bellissima versione dell’Amleto è sicuramente l’assurdo: i presenti vengono catapultati in una scena surreale in cui Polonio porta un colbacco e parla inglese con un accento “piuttosto sovietico”, Ofelia muore annegata dentro ad una baccinella (morte meno gloriosa e poetica rispetto all’immagine tradizionale, in cui la si descrive con il capo adorno di fiori, mentre canta e si lascia portar via dalla corrente di un ruscello), Amleto e Laerte si sfidano a duello a colpi di spada e a suon di sirtaki. Infine, possiamo dire che una parola che riassume bene lo spettacolo visto oggi è “interferenza”. Interferenza continua tra gli attori, tra attori e pubblico, tra l’aulicità della lingua inglese e la veracità del napoletano. L’interferenza si insinua anche tra diverse opere shakespeariane, tanto che, quando meno ce lo si aspetta, gli attori entrano in “modalità wrong play”, ed è così che un doppiamente folle Amleto-Otello confonde Ofelia con Desdemona, o ancora un romantico Amleto-Romeo decanta Giulietta. Gli attori non recitano per il pubblico, ma recitano con il pubblico, regalando 1 ora e 15 minuti di divertimento e perché no, poesia. Un ottimo connubio tra la drammaticità di Shakespeare e la […]

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Voli Pindarici

Cagliari-Napoli. Un biglietto andata e ritorno (II)

Parte II: LA GENTE Il pregiudizio e Le facce indiscrete dei Napoletani Vi è mai capitato di avere come l’impressione che qualcuno ti scruti e voglia incontrare per un istante impercettibile il tuo sguardo? Ecco, questa è la sensazione che ho provato tante volte camminando per i vicoli di Napoli. È strano, ma l’empatia che provo con le persone di questa città è impressionante. Vai a comprare il pane e il panettiere ti fa una battuta (che puntualmente non capisci), al supermercato le signore commentano con te i prodotti in offerta con tono minaccioso, il signore seduto all’entrata del vicolo dove abiti ti consiglia di correre a casa “che la pizza si fredda”. La cosa è inquietante, ma mi piace. A Napoli “esisti”, non è come in altre metropoli, dove nessuno ti nota, dove ti senti spersonalizzato. Se hai un accento come il mio, qui non passi inosservata. -“Sei siciliana?”- “scommetto che vieni dal Salento”- “da che zona della Calabria vieni?”. I napoletani mi hanno incuriosito da subito, soprattutto i loro visi. Questo è un discorso a parte. Non posso fare a meno di osservare la gente per strada: occhi vispi, ridenti, furbi, curiosi. Ho visto poche volte facce così teatrali ed espressive. Quegli occhi, se li vedi, non puoi dimenticarli. Sono sguardi profondi, per certi versi mi ricordano gli sguardi fieri e orgogliosi delle donne sarde, delle nostre nonne sarde. Allo stesso tempo però, sono sguardi che celano qualcosa di indefinibile. Sono un misto di ironia e sofferenza. Forse sono io che viaggio troppo con la fantasia, ma gli occhi dei napoletani mi fanno pensare ad un modo tutto particolare di affrontare la vita. Io ci leggo una saggezza che solo chi sa “prendere in giro la vita” può avere. Sono convinta che negli occhi dei popoli si possa leggere meglio che dai libri di storia. L’umanità e l’autenticità dei napoletani non possono essere capite da chi li schifa, li etichetta come cafoni maleducati e ignoranti sulla base di dubbie classificazioni antropologiche. Il pregiudizio, quello sì, è figlio dell’ignoranza, ed è ben lontano dalla dignità e dalla stupenda energia che emana questo popolo. “Napoli è pericolosa, è violenta. E una città di delinquenti e imbroglioni”. Quando sono arrivata a Napoli mi hanno talmente spaventata che pensavo di dover morire colpita da un proiettile da un momento all’altro. L’unica cosa che mi ha colpita da quando sono qua, invece, non sono stati i proiettili ma le dicerie e la malignità della gente. Ho imparato a sentirmi sicura, a evitare i pericoli pur essendoci in mezzo, come in qualsiasi altra parte del mondo. Ah, e i napoletani il più delle volte sono gentili con le donne, in particolare se non sei proprio orrenda. Forcella e i Quartieri Spagnoli non sono solo zone off limits, sono anche i cuori pulsanti della città, le arterie dove scorre il sangue. A volte per la violenza, altre per la vita che c’è dentro. Chi giudica e mette alla gogna un popolo, lo deride, lo umilia, è […]

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Voli Pindarici

Cagliari-Napoli. Un biglietto andata e ritorno (I)

 PARTE I: L’ARRIVO Memorie tirreniche e traumi partenopei Sono nata in un’isola. Sì, bisogna specificarlo perché l’essere isolano è una condizione a parte. Tutto si amplifica. I legami si ingigantiscono, la distanza si dilata, le mancanze si fanno assenze e i vuoti sono difficili da colmare quando nasci con quell’ unico orizzonte davanti agli occhi, il mare. Forse è proprio questo il motivo per cui ai miei nonni è sempre sembrato tanto difficile raggiungere “il continente” e vedere i propri figli e nipoti andare via. Sono arrivata a Napoli circa un anno fa, il 9 gennaio. Sono partita con tutte le mie cose dentro a poche valigie e la mia famiglia si è radunata fuori da casa per salutarmi. Il viaggio in nave è estenuante. 14 ore di traversata. Parti alle 7 di sera e arrivi alle 9 del mattino. A differenza dell’aereo, la nave non ti catapulta subito dall’altra parte. La nave si allontana piano piano e ti fa vedere il porticciolo di Cagliari sempre più piccolo e quando lasci per la prima volta casa, ti viene voglia di buttarti giù e tornare a nuoto, ti viene voglia di dire: “Stavo scherzando, io non ci voglio andare a Napoli!”. Napoli. Sapevo poco di quella città e quel poco non era nulla di buono. Il motivo per cui ci stavo andando era L’Orientale. Volevo studiare l’arabo o il cinese. Perché no? Insomma le lingue occidentali mi stavano strette. Ho sempre pensato che per studiare le lingue straniere bisogna avere una mente flessibile. Non si tratta solo di imparare parole e strutture grammaticali. Si tratta di cambiare completamente prospettiva ed entrare in modi di pensare e concezioni del mondo totalmente diverse. Che fosse una premonizione? Al risveglio ti trovi davanti ad una città immensa coricata sotto una montagna blu. Affacciandomi sul ponte della nave ho avuto la sensazione di essere osservata. Il Vesuvio è imponente: sembra ti guardi. È inquietante e paterno allo stesso tempo. Appena metti piede a Napoli, vieni immediatamente investita da migliaia di sensazioni contrastanti. Il traffico è troppo, il disordine è troppo, la gente grida troppo. Insomma, tutto è troppo a Napoli. La parola che descrive meglio questa città è decisamente e meravigliosamente troppo. Problemi di comunicazione. LA LINGUA Il napoletano. Studio il turco ma non so perché il napoletano non mi entra in testa! Quando sono arrivata, è stato un problema non da poco e questo perché i napoletani sono convinti che tutti li capiscano. Per me questo è apparso subito bizzarro, dato che noi sardi siamo consapevoli dell’incomprensibilità della nostra lingua. Ebbene, io e il napoletano abbiamo avuto vari problemi. Le prime volte era un’incomprensione bilaterale: io non capivo loro, loro non capivano me. Sono sicura che il salumiere avrà pensato che fossi sorda o che avessi problemi di comprendonio. O peggio che fossi cretina. All’inizio quella cadenza ritmica faceva fatica ad entrarmi nelle orecchie, ancor più perché ero confusa dagli accenti delle mie coinquiline. Calabrese, abruzzese, pugliese, campano: un bel mix. In seguito, con gli […]

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