Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Attualità

Ponti di storie per la terra che trema: un libro oltre le scosse

Un  libro illustrato ricco di colori e animali buffi, profumo di carta,  voci che sussurrano, occhi luminosi, orecchie attente all’ascolto, ali dell’immaginazione spiegate: questi gli ingredienti semplici e magici per viaggiare nel mondo delle storie attraverso la lettura ad alta voce promossa in tutta Italia il programma Nati per Leggere. Viaggiare nel mondo delle storie attraverso la lettura a voce alta, poter scegliere il proprio libro preferito, riascoltarlo e rileggerlo sempre allo stesso modo o in mille modi differenti rappresenta un diritto di tutte le bambine e i bambini, specialmente di  coloro che si trovano in situazioni di disagio. Per questo motivo Nati per Leggere Campania ha promosso l’iniziativa “Ponti di storie per la terra che trema“, una raccolta di libri nuovi per i bambini della fascia 0/6 anni all’interno di una campagna coordinata dall’AIB (Associazione Italiana Biblioteche) a favore delle popolazioni vittime del sisma che ha sconvolto il centro Italia il  24 agosto 2016. Ponti di storie per la terra che trema: le storie volano verso le famiglie e i bimbi dei paesi terremotati Questa iniziativa di solidarietà parte proprio dalla Campania, terra  che sa esattamente che cosa  significhi “quel sottosopra di case, di vite e di storie” e proprio per questo prova a costruire “ponti  di storie”, reti e relazioni tra le persone e le emozioni che facciano sentire le  famiglie e i bambini delle terre colpite dal terremoto meno sole e appartenenti a un’unica storia condivisa. La raccolta avrà inizio sabato 1 ottobre presso il punto Lettura Nati per Leggere PAN | Palazzo Arti Napoli con la mattina di letture #abassavoce  che rientrano nei consueti appuntamenti del sabato napoletano di Nati per Leggere. Chi desidera contribuire potrà portare, dalle 10.30 alle 12.30, uno o più libri nuovi per la fascia 0/6 da donare alle Biblioteche in campo. La raccolta proseguirà durante tutto il mese di ottobre: in tutti i Punti Lettura NpL della Campania, nei consueti giorni e orari di attività, sarà possibile portare i libri da donare.  I libri raccolti in tutti i presidi campani saranno consegnati ai Coordinamenti regionali NpL delle regioni Marche, Lazio e Umbria al fine di contribuire alla nascita delle Biblioteche in campo ad uso delle strutture temporanee e, successivamente, di biblioteche e realtà educative nei territori interessati dal sisma. L’evento di sabato 1 ottobre al punto Lettura Nati per Leggere PAN rientra nelle iniziative della Giornata nazionale delle biblioteche Bibliopride  2016, promosso dall’AIB. Ecco i punti di raccolta dei libri nei numerosi presidi campani Nati per Leggere – Napoli, punto Lettura NpL PAN mercoledì, giovedì, sabato; – Caserta, Punto Lettura NpL biblioteca comunale A. Ruggiero, il sabato dalle 10.30 alle 12.30; – Benevento, Punto Lettura NpL presso Associazione Beneslan in via Iandoli 2, il sabato dalle 10.00 alle 12.30; – Bacoli (NA), Punto Lettura presso la biblioteca comunale di Villa Cerillo in via Cerillo 57, dal lunedì al venerdì dalle 9.00 alle 19.00 e il sabato fino alle 12.30.

... continua la lettura
Attualità

Be Quiet Big Show al Maschio Angioino

Nella splendida cornice del Maschio Angioino è ritornato il Be Quiet Big Show, la grande notte dei cantautori, organizzata dalla direzione artistica di Giovanni Block. A partire dalle 21.30 del 25 luglio 2016 si sono affiancati sul palco, mescolando voci, musica e piccoli teatrini, cantautori molto differenti che appartengono al collettivo Be quiet  come Sabba e Gli Incensurabili, MarcoDà D’Anna, Pierpaolo Iermano, Alfredo d’Ecclesiis, Giglio, Ciro Tuzzi e gli EPO,  Fabiana Martone, Simone Spirito, Riva, Nicola Dragotto, Luciano Labrano, Pennelli di Vermeer, Lucio Lo Gatto e Ivandalia Ivandalia.  Be Quiet Big Show: cantautori in festa Uno show di cantautori partenopei che rappresentano voci e sfumature diverse come le innumerevoli  e sfaccettate  anime di questa città. In poco meno di due due ore si  avvicendano sul palco passioni e sentimenti differenti: l’ironia di Giovanni Block e l’energia coinvolgente di Sabba e gli Incensurabili; la musica intimistica di Ciro Tuzzi a quella surreale de Ivandalia; la magia della incredibile voce di Fabiana Martone e la teatralità di Simone Spirito; la critica sociale di Pierpaolo Iermano e la delicatezza delle parole quasi sussurrate  di Marco D’anna; senza dimenticare la  dolce malinconia dei Riva. In una perfetta sintonia tra melodie e generi diversi, l’atmosfera  della serata si presenta esattamente come  quella di  una  festa di cantautori e musicisti che condividono non solo la passione per la musica, ma anche la voglia di suonare e divertirsi insieme in allegria, tra contaminazioni, collaborazioni musicali e sfottò. Il tutto viene condotto da Giovanni Block, cantante, conduttore e animatore della serata che presenta di volta in volta, attraverso un continuo dialogo con il pubblico, i vari cantautori “scusandosi”  per alcune interpretazioni sui generis come quelle di Nicola Dragotto e Luciano Labrano. Quel che subito emerge dalla serata è l’affiatamento del gruppo di cantautori  che lavorano insieme già da alcuni anni, suonando, ballando e accompagnandosi nelle  esibizioni: il risultato è  un interessante amalgama musicale estremamente piacevole all’ascolto che annulla la separazione tra le identità differenti. L’associazione  di cantautori Be quiet, infatti, nasce da un’idea di Giovanni Block  che nel 2012 si è fatto portavoce e animatore dell’esigenza di creare attorno alla musica d’autore partenopea un’ampia cerchia composta dal pubblico, ma anche da addetti ai lavori e appassionati di musica.  Il primo obiettivo è stato quello di portar alla  luce il fermento musicale che negli ultimi anni sta animando il cuore di Napoli, spostandolo dai piccoli club a serate rivolte ad un pubblico più vasto e attento. Da quel momento il progetto si è ampliato e oggi può contare  su migliaia di appassionati che lo seguono e lo supportano, su un programma a Radio CRC, su un team di videomakers coordinati dal regista Danilo Marraffino. Nello scorso anno, inoltre, il Be Quiet ha trovato uno spazio nel Piccolo Bellini dove in diverse serate il pubblico ha potuto  ascoltare il meglio dalla musica d’autore campana. Dato il grande successo,  quest’ultima avventura si ripeterà per la stagione 2016-17 del Teatro Bellini. Con un ben equilibrato mix tra ottima musica e divertimento, la serata del Be Quiet Big Show al Maschio Angioino  si conclude con un abbraccio musicale tra cantautori e il pubblico che si alza dalle sedie per avvicinarsi al palco e ballare al […]

... continua la lettura
Voli Pindarici

Tre mesi senza te

Sono passati tre mesi. Tre mesi senza i tuoi dolci e timidi sorrisi e i tuoi sfottò, tre mesi senza i tuoi silenzi tristi e il tuo sguardo pensieroso, senza i profumi della tua cucina e senza le tue polemiche, tre mesi senza rassegna stampa sui fatti accaduti negli ultimi giorni, senza i tuoi libri, tre mesi senza te che mi dici che sono permalosa e devo lasciar parlare le persone prima di partire in quarta (e da che pulpito veniva questa predica). Tre mesi senza le tue difficoltà negli spostamenti che si facevano sempre maggiori, tre mesi senza sedie a rotelle e deambulatori in giro per casa, tre mesi senza la tua voglia di uscire e di andare al cinema e tuoi programmi per festeggiare compleanni e onomastici a Ischia. Tre mesi senza la tua curiosità e il tuo entusiasmo per le cose nuove, senza la tua passione per il mare e la vela, senza la tua intelligenza critica, senza l’ascolto selettivo e la tua insonnia.  Un quarto di anno senza “Ciao ghinga” e il tuo fischiettare quando eri di buon’umore, senza le tue cazziate e la tua meravigliosa e a volte cinica ironia, un quarto d’anno senza la tua rabbia che riusciva però sempre a trasformarsi in coraggio, voglia di fare, di essere, di combattere e di vivere intensamente, senza mai risparmiarti. Che cosa è rimasto dopo tre mesi in questa casa e in noi? Tra queste quattro mura il vuoto assordante, sul “tuo” balcone il sole e la vista del mare che non hanno più la stessa bellezza; in noi brandelli di cuore sparpagliati in modo confuso e disperato come pezzi di un puzzle che non sappiamo più mettere insieme. Sono rimaste carte da sistemare, bollette da pagare, conti che non tornano perché non c’è più chi li fa tornare con incredibile cura e precisione, elettrodomestici che si rompono e nessuno che li smonti per capire se possono essere sistemati, sono rimaste senza risposta quelle domande che non sappiamo più a chi porre. Sono state sepolte e dimenticate (almeno apparentemente) le vecchie abitudini, gli equilibri e gli spazi di un tempo, le ore e gli impegni quotidiani. Ed ogni giorno combattiamo per trovare nuovi equilibri e nuove occupazioni, per “narcotizzare” le nostre anime in pena, per rendere la solitudine meno lancinante, per riuscire a non finire in un vortice di depressione opponendovi una forza che non credevamo di avere, ma che ci fa sentire sempre in bilico come su un filo sospeso nel vuoto. Che cosa resta in me dopo questi mesi surreali nei quali il tempo, che si dice aggiusti ogni cosa, non ha fatto altro che rendermi più consapevole della mia sofferenza e sottolineare la tua assenza in ogni piccolo gesto quotidiano? Rimane una persona alla ricerca della sua identità che, per la prima volta nella vita, sembra essersi persa insieme alla tua scomparsa. Rimangono però i miei sfottò, le mie cazziate, le mie polemiche e la mia ironia. Rimane il mio amore per il mare […]

... continua la lettura
Attualità

Concorso a cattedra 2016: diario di una barzelletta che non fa ridere

Questa è la storia di un paese nel quale è impossibile realizzare un concorso pubblico che non leda i diritti del cittadino, che non risulti un pasticcio burocratico e un incubo organizzativo. Impossibile bandire un concorso che gratifichi chi ha trascorso gli ultimi anni della sua vita a studiare, prendere abilitazioni e lavorare sodo perché crede fermamente nel valore dell’insegnamento. Questa è la storia di una legge molto sbandierata dal governo Renzi, la 107 del 13 luglio 2015, nota a tutti come “buona scuola” che forse, a conti fatti, non sembra poi così “buona” . La legge 107 ha previsto un piano di assunzione straordinario e, secondo l’articolo 1, comma 114, la realizzazione di un concorso destinato ai soli insegnanti abilitati che, tra annunci e rimandi, prevedeva un bando che sarebbe dovuto esser pubblicato “entro il 1 dicembre 2015″, ma è risultato effettivo solo con il D.M. n. 96  pubblicato il 23 febbraio 2016. Sorvolando l’iter nevrotico che ha preceduto la pubblicazione del bando di concorso, vediamo cosa è accaduto subito dopo Una volta pubblicato il bando, in primo piano sono emerse le indicazioni per la procedura di iscrizione al concorso, che, tanto per cambiare, appaiono cavillose e complesse, soprattutto per quel che riguarda la presentazione dei titoli e del servizio (tanto da far sentire gli insegnanti protagonisti di un romanzo kafkiano, ancor prima di affrontarlo questo maledetto concorso a ostacoli). Per quanto riguarda le prove, abbiamo la conferma  che il concorso sarà “computer based”, durerà 150 minuti  e verterà su sei domande aperte e due chiuse in lingua straniera (perché è “ovvio” che chi insegna matematica o latino debba anche essere valutato per una competenza B2 di una lingua europea). Allegati al bando, vengono pubblicati anche dei programmi che, tra indicazioni disciplinari, pedagogiche e legislative danno l’impressione che in questo concorso potremmo trovarci tutto o niente. Ci saranno richieste nozioni disciplinari ben precise? In che modo verrà valutata la nostra competenza in materia pedagogica? Quante righe dovremmo scrivere? Potremo utilizzare dei dizionari? In base a cosa verremo valutati, e cioè dove sono le tabelle di valutazione? Tutte domande che rimangono senza risposta. Per quel che riguarda le date, si legge che le prove si svolgeranno a partire dal 28 aprile e che le sedi saranno pubblicate il 12 aprile. Ma, a dir la verità, nessuno ha creduto che le date previste dal bando sarebbero state davvero rispettate, visti i tempi biblici del Ministero, la difficoltà di organizzare un concorso “computer based” e soprattutto l’impossibilità di trovare commissari. La gran parte dei 165mila candidati che hanno presentato domanda pensa alla storia di “A lupo! A Lupo!” e tutti sperano che il concorsone sarà rimandato all’estate, considerando le assurde premesse e soprattutto l’impossibilità di studiare dei programmi, quanto mai indefiniti, in due mesi. Ma invece il lupo è proprio dietro l’angolo, questa volta. Il 12 aprile, mentre gli  uffici regionali scolastici  (USR) sono alla ricerca disperata di commissari da reperire, in una situazione di caos assoluto, la ministra Giannini fa capire che il concorso “s’ha da fare” […]

... continua la lettura
Fun & Tech

La scuola digitale e i professori 2.0

Dimenticate i registri cartacei, il gesso sulla lavagna che stride e il cassino che non si trova mai perché qualche alunno si è divertito a lanciarlo addosso al compagno, dimenticate le ricerche a casa sulle enciclopedie e i tempi in cui gli alunni per distrarsi in classe chiacchieravano e facevano scritte, disegni e scarabocchi sui diari invece di scattarsi selfie e chattare. Questa è la buona (?) scuola del 2016, tanto martoriata, spezzettata, accorpata, sconvolta dalla riforme dell’ultimo decennio e da quella renziana; una scuola che, nonostante i tagli, negli ultimi anni cerca sempre più di guardare al futuro attraverso l’utilizzo delle nuove tecnologie e che strizza l’occhio ai social. Nella scuola italiana, infatti, è in atto una rivoluzione che si propone a poco a poco  di sostituire carta, gesso, quaderni e penne con strumenti multimediali e digitali e che sta portando alla nascita di una nuova specie di docenti tecnologici, multitasking e social: i  professori 2.0.   Gli strumenti rivoluzionari dei professori 2.0 La LIM , questa sconosciuta Anche per chi si è diplomato da pochi anni, la Lavagna Interattiva Multimediale risulterà, anche solo per sentito dire, uno strumento sconosciuto. Questo aggeggio meraviglioso e diabolico allo stesso tempo è stato infatti introdotto nella scuola italiana, prima nella primaria e poi nella secondaria, a partire dal 2012 e sta cominciando a sostituire la lavagna tradizionale in tutte le scuole italiane, da nord a sud. In parole spicciole si tratta di un computer collegato ad un proiettore e una parete interattiva: la lavagna può quindi essere utilizzata semplicemente come proiettore per il computer e quindi come supporto per mostrare risorse online, guardare video o film oppure essere utilizzata come strumento didattico multimediale. Nonostante una certa nostalgia verso la polvere di gesso che faceva starnutire e macchiava i vestiti, esistono numerosi lati positivi nell’uso della LIM per i docenti e per gli alunni: si possono infatti proiettare power point, mostrare a tutta la classe testi, in modo che crollino miseramente le tipiche scuse tipo “Non ho il libro e non posso seguire”, oppure “Non vedo bene.” Si tratta però anche di uno strumento delicato, che va custodito con cautela e che andrebbe controllato specialmente nel cambio d’ora quando i ragazzi si divertono a cercare l’ultimo video virale su youtube o a cambiare continuamente l’immagine del desktop. Il funzionamento della lavagna non risulta complesso specialmente per chi ha una certa dimestichezza con la tecnologia ma state pure certi che anche il professore 2.0 che ha meno di 30 anni chiederà sempre una mano all’alunno più esperto e partiranno commenti ironici della classe quando vi troverete a imprecare  con  LIM perché non riuscite a usarla. Il registro elettronico: dove devo firmare? Ve li ricordate quei registri blu, quello di classe e del docente dove si scrivevano assenze, voti e note disciplinari? Scordatevelo perché in molte scuole è stato sostituito dal registro online. La penna, strumento caratterizzante del docente fino a pochi anni fa, smette di essere adoperata per firmare, scrivere assenze, programmi svolti e voti perché tutto viene […]

... continua la lettura
Teatro

Luca Zingaretti con The Pride al Teatro Bellini

Va in scena  dal 16 al 28 febbraio al Teatro Bellini The Pride, uno spettacolo complesso ed attuale tratto da un testo del 2008 di Alexi Kaye Campbell, diretto e interpretato da Luca Zingaretti. Lo spettacolo si articola su due storie distinte che procedono in maniera parallela e si svolgono a Londra in periodi diversi, una nel 1958, l’altra  nel 2015. Il sipario si apre mostrando l’ arredamento di un salotto degli anni ’50 nel quale ritroviamo tre personaggi: Oliver (Maurizio Lombardi), scrittore di libri per l’infanzia, Sylvia (Valeria Milillo), ex attrice che sta lavorando alle illustrazioni dell’ultimo libro dell’autore e il marito Philip (Luca Zingaretti). La donna, entusiasta del suo lavoro, non vede l’ora di far conoscere i due uomini, inconsapevole di cosa provocherà questo incontro. Così i tre si preparano ad andare a cena assieme. Ma ecco che un pannello trasforma la scenografia in un salotto moderno, sul palco compaiono gli stessi attori e personaggi con i medesimi nomi ma che sono protagonisti di vicende che, almeno in apparenza, sono molto lontane dalla prima scena. La seconda storia si apre infatti con Oliver, un giornalista gay, che cerca di superare, in maniera bizzarra, il dolore dovuto alla rottura con Philip, un fotoreporter con il quale ha avuto una storia di un anno e mezzo. Sylvia, amica di entrambi, cercherà in tutti modi di confortare Oliver, ma soprattutto di capire per quale motivo l’amico sta cercando di mandare all’aria la storia d’amore Philip. Nella seconda storia compare anche il quarto personaggio dello spettacolo, protagonista  qui di una scenetta comica,  interpretato da Alex Cendron che ritornerà poi durante lo svolgimento sotto altri vesti, tra le quali spicca quella del dottore, in una delle scene più toccanti ed emozionanti dello spettacolo. Le due vicende, così lontane nel tempo,  si svolgono a intervalli presentando personaggi che sembrano non avere nulla in comune,  ma che in realtà sono ombre gli uni degli altri. Le azioni dei tre protagonisti risultano, infatti, speculari: se  in un primo momento i personaggi sembrano condividere, per uno strano scherzo del caso,  solo gli stessi nomi, pian piano ci si rende conto che, attraverso un gioco di echi e corrispondenze le due vicende sono molto vicine. Ed è proprio questo passare continuamente da un mondo ad un altro, da un’epoca ad un’altra, da una relazione “tradizionale” basata sul matrimonio tra uomo e donna a una storia omosessuale che permette allo spettatore di comprendere che, al di là della sessualità, esistono cose che sono sentimenti  e situazioni che accomunano tutti: l’amore, le contraddizioni e le bugie nei rapporti con gli altri e con noi stessi, le domande sulla validità delle nostre scelte e sull’ipocrisia delle maschere che spesso decidiamo di indossare. The pride e il dilemma dell’identità Uno dei temi centrali dello spettacolo, che fa certamente da pendant con i dibattiti sulle unioni civili che stanno animando in questi giorni la politica italiana, è certamente l’omosessualità. Un tema mostrato con sfaccettature diverse perché le epoche rappresentate risultano lontane: da un lato c’è l’Inghilterra degli anni ’50, un paese in cui  l’omosessualità viene ancora considerata una malattia […]

... continua la lettura
Libri

Lost in translation: il libro sulle parole intraducibili

“Nel tradurre bisogna attaccarsi anche all’intraducibile; solo allora ci si rende veramente conto della nazione straniera e della lingua straniera.” (Johann Wolfgang Goethe) Tradurre è un’ arte meravigliosa perché ci permette di affacciarci su mondi lontani o sconosciuti. Ma si tratta di un un’operazione complessa: significa infatti trasferire un universo intero fatto di cultura, storia, emozioni e pensieri da un sistema linguistico ad un altro. Ne consegue che molte parole risultano intraducibili perché corrispondono a visioni del mondo che non ci appartengono e che non riusciamo a comprendere. Avete mai provato, per esempio, a spiegare a qualcuno che non conosce la lingua e la cultura napoletana il significato di parole come “cazzimma” e “’nziria”? Probabilmente troverete dei concetti simili, ma, nonostante l’impegno, non riuscirete mai a trovare una parola  equivalente in italiano ma solo un’eco che rimanda al concetto. Lost in translation è un libro in cui la statunitense Ella Frances Sanders ha raccolto cinquanta parole intraducibili accompagnandole da bellissime e colorate illustrazioni. Il libro, pubblicato nel 2014 e tradotto in italiano da Ilaria Piperno per la casa editrice Marcos y marcos nel 2015, si presenta come sorta di piccolo dizionario illustrato attraverso il quale  l’autrice apre una porta sulle parole intraducibili del mondo: parole che esprimono concetti bizzarri, poetici e intensi e che svelano caratteristiche, vizi e virtù di alcuni popoli e culture. Lost in translation: un viaggio tra le emozioni del mondo I sostantivi, i verbi e gli aggettivi di lingue straniere raccolti in  queste pagine sono intraducibili, ma non incomunicabili: i termini infatti rimandano a idee che forse non siete mai riusciti ad esprimere, a esperienze che vi sembravano vaghe ed indefinite, a ricordi o persone incontrate. Scoprirete allora che gli Svedesi hanno un termine per indicare la scia della luna che si riflette sul mare,  e così i Brasiliani hanno una parola per definire la carezza tra i capelli dell’amato; se i Tedeschi hanno una parola per indicare la piacevole sensazione di passeggiare da soli nel bosco così i giapponesi utilizzano un termine per indicare la bellezza dell’imperfezione e dell’eterno fluire delle cose e  un sostantivo per indicare la pila di libri non letti  sul comodino. In Finlandia esiste una parola per indicare la distanza che una renna può percorrere tranquillamente prima di fare una pausa, in hawaiano c’è un sostantivo che indica chi dimentica le indicazioni appena ascoltate, in lingua hindi  una una parola  indica l’arte di arrangiarsi con poco, risolvendo rapidamente e creativamente un problema. Perdetevi dunque nelle parole intraducibili del mondo e riscoprite quelle emozioni e sensazioni che sono comuni a tutti gli esseri umani, nonostante le barriere linguistiche. Viola Castaldo —————– Lost in translation è in offerta su Amazon. Clicca qui per acquistarlo!

... continua la lettura
Teatro

“Provando….dobbiamo parlare” di Sergio Rubini al Teatro Diana

Da mercoledì 27 gennaio a domenica 7 febbraio 2016 va in scena al Teatro Diana “Provando…dobbiamo parlare“, commedia scritta da Sergio Rubini, Carla Cavalluzzi e Diego De Silva, per la regia dello stesso Sergio Rubini. Una commedia che vede la luce nella stessa cornice di teatro, al quale oggi ritorna, dopo una parentesi al cinema, con un’anima rinnovata. Lo spettacolo, infatti, mette in scena le prove di un copione destinato ad  un film, uscito nelle sale lo scorso novembre, che si muove all’interno di un atto unico. È lo stesso Rubini a presentare, prima dell’inizio della “prova”, il backstage della finzione scenica,  della scenografia di un bellissimo – almeno in apparenza- attico nel centro di Roma, gli attori e i personaggi. Gli interpreti portano sulla scena due coppie di amici inseparabili, che sembrano, tuttavia, rappresentare due mondi contrapposti: da un lato c’è la coppia borghese formata da Costanza (Maria Pia Calzone) e Alfredo detto “il Prof” (Fabrizio Bentivoglio), entrambi medici, al loro secondo matrimonio e alla loro ennesima crisi coniugale; dall’altro la coppia intellettuale formata da Vanni (Sergio Rubini), scrittore affermato e Linda (Isabella Ragonese), di vent’anni più giovane di lui, sua musa che scrive all’ombra del maestro-fidanzato. La sconvolgente scoperta di una relazione extraconiugale di Alfredo porta Costanza a precipitarsi, senza preavviso, a casa di Linda e Vanni che intanto stanno per uscire. In un sera che diventa lentamente notte sopraggiunge anche Alfredo ed ecco che il soggiorno degli amici si trasforma in un vero e proprio teatro di guerra nel quale i coniugi si rinfacciano tradimenti, mancanza di affetto e attenzione, ma soprattutto conti in banca, patrimoni da spartire, rivendicazioni sui figli avuti dai precedenti matrimoni. I due padroni di casa, che inizialmente si sentono presi ostaggio dalla coppia di amici in crisi, dopo aver cercato di mediare tra l’accusato e l’accusatrice i cui ruoli ben presto si invertono, finiscono allora con l’essere coinvolti nella riflessione sul proprio rapporto che appare così puro e onesto, lontano dalla meschinità e da calcoli utilitaristici e basato esclusivamente sull’amore. E così quella contrapposizione di mondi iniziale e quella distanza che spinge Linda ad affermare più volte di essere così diversa dalla sua migliore amica Costanza, tende pian piano a cadere e far emergere, dalla parte della coppia inaspettata,  nuove bugie, tradimenti, desideri e attese, nascosti sotto il tappeto di una relazione perfetta. “Provando…dobbiamo parlare” di Sergio Rubini: il gioco delle apparenze L’atto unico della vicenda, concentrata in un unico ambiente e in un’unica notte, porta a un crescendo di parole: parole non dette, urlate e che pesano come macigni, parole segrete, sarcastiche e crudeli, parole che nascondono inganni e bugie e che svelano poi finalmente la verità. Quel gioco al massacro di persone che per troppo tempo hanno finto di accettare situazioni che in fondo facevano loro comodo nell’amore come nell’amicizia, diventa scontro di punti di vista diversi, ma soprattutto disvelamento di certi compromessi e ipocrisie che sono alla base di tutti i rapporti, nonostante le apparenze. Il vortice di parole, che rischierebbe di […]

... continua la lettura
Interviste emergenti

Fate, sirene e samurai: il disco di Tommaso Primo

Oggi, giovedì 3 dicembre alle 18:30 presso lo Spazio Nea sarà presentato “Fate, sirene e samurai”, l’album d’esordio del cantautore napoletano Tommaso Primo, prodotto dalle etichette partenopee FullHeads e AreaLive e distribuito da iCompany. Il cantautore napoletano, già noto al pubblico per  l’Ep “Posillipo Interno 3” uscito nel 2013, racconta in questo disco dieci storie moderne che rimandano a mondi differenti anche dal punto di vista musicale. Con una nuova maturità artistica la voce di Tommaso Primo fa risuonare testi di un certo spessore con un accompagnamento musicale che mescola la tradizione napoletana,  la world music e  il pop: il risultato è un album d’esordio poliedrico ed originale. Avevo avuto modo di fare due chiacchiere con Tommaso già l’anno scorso e, con la solita gentilezza che lo contraddistingue, non si è sottratto nemmeno questa volta ad una piccola intervista nella quale racconta come è nato il suo primo disco. Fate, sirene e samurai: l’intervista a Tommaso Primo Partiamo dal titolo: chi sono le fate, le sirene e i samurai? Sono le tre anime del disco: una brasiliana, tropicalista, rappresentata dalla “fata”, una partenopea, che vede nella “sirena” il suo emblema e, infine, una nipponica, il “samurai” legata ai cartoni animati giapponesi che tanto hanno dato alla mia formazione culturale. Napoli è l’emblema della contaminazione di culture, idee, persone e musica provenienti da mondi diversi che si incontrano e riescono ad armonizzarsi perfettamente. Nel tuo disco questo emerge chiaramente. Da dove vengono le tue ispirazioni e “contaminazioni”? Da tutte le cose che mi colpiscono, non solo inerenti al campo semantico “canzone”. M’ispiro ai film di Fellini, al cinema animato di Miyazaghi, ai capolavori della Disney ma anche al cibo, ai testi di Veloso, alla ragazza che mi piaceva da bambino. Le canzoni nascono da un insieme d’innumerevoli fattori che combaciano. Ti dico una cosa però: l’attimo in cui una canzone arriva è un momento prettamente mistico, io personalmente dico sempre che è Dio o chi per lui ad accendere il fuoco e da lì, poi, provo a costruirci su. Com’è nata Prayer for Kumbaya? La vera origine di questa canzone ha radici remote che poco hanno a che vedere con l’attuale testo. Da bambino, mia nonna, per farmi mangiare, mi diceva sempre “Pensa ai bambini africani”. Ho portato per anni dentro di me questa frase; poi, un giorno conobbi una ragazza di Brescia e dopo averle raccontato questa storia, mi disse ” Anche mia nonna, quando da piccola facevo i capricci per mangiare, diceva sempre pensa ai bimbi di Napoli”. SBAM !!! Si è sempre il SUD di qualcuno,pensai, ma l’AFRICA è il Sud dei Sud, il posto dove tutto ha avuto inizio e dove, ogni giorno, più di un’anima innocente s’adda murì ‘e famme pe’ fa mangià a nuje, viziati fanciulli occidentali. Sei la prima persona a cui lo racconto. Alcune collaborazioni importanti, come quella con Dario Sansone, arricchiscono il tuo disco. Raccontami qualcosa di quest’esperienza. Dico sempre che le collaborazioni devono avvenire soltanto se veramente sentite. Dario Sansone è un fratello maggiore […]

... continua la lettura
Teatro

“Ferite a morte” di Serena Dandini al Teatro Bellini

Va in scena al teatro Bellini dal 1 al 6 dicembre 2015 “Ferite a morte” , uno spettacolo nato da un’idea di Serena Dandini nel 2012 con la collaborazione di Maura Misiti, ricercatrice del CNR. Prima presentato come lettura–evento per dar voce, postuma, alle vittime del femminicidio, il progetto “Ferite a morte”, si è poi trasformato nel 2013 in un vero e proprio spettacolo, recitato da una compagnia stabile che ha attraversato teatri italiani e internazionali. Un paradiso di donne. Donne multiformi, donne distinte per ceto sociale, età, religione ma tutte accomunate dallo stesso tragico destino di morte:  donne vittime dell’ insensata violenza e ferocia di uomini, padri, amanti e fratelli che diventano il simbolo, ognuna nel proprio destino individuale, di una strage troppo spesso passata sotto silenzio. Sul modello dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master, donne estremamente variegate si avvicendano sul palco raccontando, attraverso monologhi, le loro passioni, il loro amore, la loro ingenuità, l’ incredulità (che le ha portate spesso a non credere e a non capire di “avere il mostro in casa”), la loro paura e la loro sofferenza. In questo universo femminile che vuole dar voce, post mortem, a soprusi e umiliazioni subiti tra le quattro mura domestiche c’è il Nord e il Sud, l’Oriente e l’Occidente, c’è la donna in carriera e la casalinga, quella che non ama i rapporti stabili e la bambina, la siciliana uccisa per questione di onore e la musulmana lapidata per aver osato cedere ad un amore vero al di fuori di un matrimonio con un vecchio che le è stato imposto dalla sua famiglia. Le donne, le cui storie sono tratte da vicende reali, hanno finalmente la possibilità di raccontare in prima persona le loro storie, smentendo spesso le indagini e andando oltre quella cronaca nera che spesso riduceva le violenze a morbosi delitti passionali, sminuendo il peso di una piaga collettiva e sociale rappresentata dal femminicidio. Ferite a morte: l’ironia nel dramma secondo Serena Dandini Attrici bravissime come Lella Costa, Orsetta de’ Rossi e Rita Pelusio, seguendo quel linguaggio e quello stile tipico della Dandini, hanno la capacità di non appesantire una tematica drammatica, smorzando spesso i toni con garbo e leggerezza. La più grande originalità dello spettacolo sta, infatti, proprio nell’utilizzo dell’ironia mescolata alla tragedia che svincola i monologhi da una facile e vuota retorica e permette di mostrare realmente le vicende per quello che sono, nella loro cruda realtà che spesso presenta le caratteristiche di un gioco grottesco. Si passa allora dai toni tragici legati alla crudeltà delle vicende narrate che toccano profondamente le corde emotive dello spettatore a momenti spiritosi in cui le donne si lasciano andare a battute ironiche e autoironiche sulla propria vita. Il terzetto delle attrici si esibisce su una scena sobria, arricchita da schermi orizzontali e verticali su cui scorrono filmati e splendide immagini dell’artista Rossella Fumasoni. Lo sfondo delle immagini e delle luci colorate fa da contrasto agli abiti neri delle protagoniste, le quali indossano tutte le scarpette rosse, divenute […]

... continua la lettura
Eventi/Mostre/Convegni

‘O curt: incontro con Sergio Castellitto

Si è svolta ieri, sabato 21 novembre alle ore 20,00,  la serata di chiusura del festival napoletano del cortometraggio all’ Institut français Grenoble. Ospite d’eccezione della serata è stato l’attore e regista Sergio Castellitto, presidente della giuria di qualità di questa edizione di ‘O curt. Accolto da una sala gremita, l’attore ha ripercorso, attraverso le domande del giornalista Massimo Romano, i momenti salienti della sua carriera con particolare attenzione ai lavori che lo legano al Sud e a Napoli, una città che l’attore ha dichiarato di aver ritrovato animata da una nuova ventata di energia. L’incontro con Castellitto comincia innanzitutto con una riflessione sul cortometraggio, che andrebbe considerato sempre nell’intenzione e nell’idea come potenzialità di espressione e una sorta di promessa, dato che nessun corto può mai definirsi effettivamente concluso. Il cortometraggio viene definito come una palestra per un regista ed ecco che, in un paese come l’Italia in cui non esiste un vero e proprio mercato sui corti, appare ancora più significativo il ruolo di un festival come ‘O curt che si propone di dar voce a registi italiani e internazionali. Con l’aiuto di alcune clip, durante l’incontro, si sono ripercorse le tappe di un cammino che ha portato l’attore a spostarsi, nell’ultimo periodo della sua vita, dall’altra parte della macchina da presa: grazie anche all’ispirazione della prosa della moglie Margaret Mazzantini. Castellitto ha raccontato il suo approccio alla regia nato dall’esigenza di “dissotterrare le immagini dietro le parole” per giocare a costruire un racconto di tipo visivo. Tra una battuta e un’altra, seguono poi riflessioni sulla differenza tra il lavoro solitario della letteratura e quello collettivo legato alla creazione di un film, e sulla commedia nella quale non può mai mancare una nota di malinconia come ci insegnano i grandi attori del cinema italiano. Una serata piacevole e interessante che si è mostrata come un’occasione per il pubblico napoletano di conoscere meglio uno tra i registi e gli attori più rappresentativi del cinema italiano, il quale, nostante la lunga carriera, non si è in nessun momento presentato come un maestro, ma piuttosto come una persona così appassionata del suo lavoro da comunicare in tutti i suoi gesti l’entusiasmo verso il cinema. All’incontro hanno partecipato anche il Console Generale di Francia Jean-Paul Seytre, direttore dell’Institut français e il Sindaco di Napoli Luigi de Magistris. Ospitati in uno degli istituti culturali più prestigiosi della città quale il  Grenoble, in giorni così bui per la storia della Francia e dell’Europa, non è mancato un riferimento agli attentati di Parigi. Il trait d’union tra gli interventi dei rappresentati delle istituzioni napoletana e francese è apparsa la volontà di continuare a vivere partendo dalla cultura, dall’umanità e dalla solidarietà. Il Sindaco ha in particolare voluto sottolineare quanto ora Napoli dovrebbe andare controcorrente rispetto al clima del terrore dimostrando che “alla violenza non si risponde con la violenza”. Lo stesso Castellitto, alla fine dell’incontro, si è riallacciato a questo tema sostenendo che bisognerebbe riaffermare i valori della libertà, fraternità e uguaglianza “contro la dittatura della paura”. Castellitto premia i vincitori di […]

... continua la lettura
Interviste emergenti

Andrea De Rosa e il nuovo video “Cinema Arcobaleno”

Dal 15 settembre è online su tutti i canali digitali il nuovo singolo e il nuovo video “Cinema Arcobaleno” del cantautore napoletano Andrea De Rosa, prodotto per l’etichetta sociale Apogeo Records. Il brano “Cinema Arcobaleno” segna il ritorno da solista del cantautore napoletano leader degli Adalysong ed anticipa l’uscita del nuovo disco. Andrea De Rosa racconta con una voce piena e allo stesso tempo sussurrata la fine di una storia d’amore tra ricordi, nostalgia e consapevolezza di un sentimento ormai “freddo” e spento. La serranda chiusa e abbandonata del Cinema Arcobaleno che l’anno scorso fu costretto a chiudere i battenti a causa della crisi che nella città napoletana ha spesso colpito i centri di produzione e diffusione della cultura, diventa metafora di un sentimento che si è arenato, del rapporto tra due persone incapaci ormai di sognare insieme. Forse però non tutto è destinato a finire e alle volte le cose possono improvvisamente cambiare. Il cinema napoletano, infatti, grazie a un nuovo investimento, lo scorso 27 agosto è tornato a nuova vita con il nome di Cinema Multisala Arcobaleno 3.0. Che la canzone di Andrea De Rosa sia stata di buon auspicio per il cinema? E che possa essere questo un segno di speranza per la rinascita di un sentimento svanito oppure semplicemente una casualità? Il videoclip che vanta la prestigiosa firma del regista americano Victor Mignatti, candidato ad un Grammy per il video di R. Kelly “Trapped in the closet”, mostra, come  accompagnamento ad una melodia dolce e lineare, scene essenziali tratte dalla quotidianità del cantautore e bellissimi scorci della città di Napoli. Una città che, con i suoi colori e i suoi toni grigi, con la sua vitalità e complessità emerge chiaramente non solo dalle scene del video, ma anche dalla musica di Andrea De Rosa. Cinema Arcobaleno è disponibile in tutti i digital store ed in copia fisica nella raccolta Luce – Racconto di un quartiere. Si tratta di un progetto nato per celebrare la nascita della Fondazione San Gennaro che ha visto la collaborazione di diversi musicisti ma che ha soprattutto dato voce a molti bambini del Rione Sanità. L’ Apogeo Records è, infatti, un’etichetta discografica sociale, nata dall’idea di una coopertativa sociale che ha partecipato al progetto de L’Altra Napoli ONLUS “Musica e Nuove Tecnologie”, avviato nel 2010 grazie al finanziamento da parte della Fondazione Telecom ed al sostegno di IBM. Il progetto ha portato alla realizzazione di uno studio di registrazione, il Sanità Music Studio, collocato nella suggestiva e inconsueta cornice della Basilica seicentesca di San Severo, messa a disposizione dall’Arcidiocesi di Napoli. Dal 2014 lo stesso Andrea De Rosa si occupa del progetto in qualità di discografico promuovendo  anche progetti che scelgono di dar voce al quartiere Sanità, una realtà tra le più ricche di storia della città ma nello stesso tempo più sconosciute e abbandonate dagli stessi napoletani.

... continua la lettura
Attualità

Del pensare libero: Napoli 7-10 ottobre

Dal 7 al 10 ottobre 2015 tra i palazzi del centro storico e le scuole superiori napoletane andrà in scena “Del pensare libero”, quattro giornate di incontri e performance dedicate a “dissensi, disobbedienze e democrazie”, temi chiave del mondo contemporaneo. In una società nella quale, soprattutto grazie alla rete, tutti hanno la possibilità di esprimere la propria opinione, possiamo, tuttavia, considerarci davvero liberi nel pensiero? Indipendentemente dai fenomeni di censura dell’espressione, il nostro pensiero risulta sempre legato ad un contesto etnico, sociale e culturale che molto spesso ingabbia la nostra libertà, inevitabilmente omologando le nostre idee in un’unica direzione; il pensare libero si basa allora sulla possibilità di incontro con altri modi di ragionare che vadano oltre la nostra visione e che stimolino il nostro senso critico. Nelle quattro giornate 50 ospiti tra filosofi, giuristi, scrittori e giornalisti affronteranno il tema attraverso dibattiti, letture e lezioni pubbliche. L’iniziativa, promossa dall’ Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli,  dalla Fondazione Premio Napoli, dall’Associazione culturale Astrea-sentimenti di giustizia e dall’ Associazione culturale A Voce Alta, intende affrontare il tema del pensare libero attraverso il dialogo e la sinergia tra discipline diverse come la filosofia, la narrativa, l’arte e la giurisprudenza. Una sezione della manifestazione è dedicata agli studenti di nove scuole superiori campane: partendo dai “pensatori liberi” della storia, si stimoleranno gli studenti a riflettere su problemi relativi alla libertà di pensiero del mondo contemporaneo anche attraverso l’utilizzo di mezzi propri dei giovani come la rete e i social. Mercoledì 7 ottobre alle ore 12:00 ad aprire le quattro giornate “del pensare libero” sarà il presidente emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky che terrà una lectio magistralis dal titolo “Liberi servi“ nel Complesso di SS Marcellino e Festo. Nella stessa giornata si terranno due appuntamenti nel Convento di San Domenico Maggiore: alle 17:30 “Geopolitica del dissenso”, un incontro tra Giancarlo Bosetti e Biagio de Giovanni, coordinato da Ottavio Ragone, in cui interverrà Ismaeel Dawood dell’Associazione “Un ponte per…”. Alle 19:30 vi sarà invece un incontro dal titolo “Sono fallite le primavere arabe?” con Domenico Quirico, inviato de La Stampa, rapito in Siria nel 2013, che ripercorrerà le ultime vicende relative ai movimenti che hanno scosso il Nordafrica. Giovedì 8 ottobre alle 11:30, presso Palazzo Du Mesnil si terrà la tavola rotonda dal titolo “La libertà di pensiero nel costituzionalismo europeo e arabo”. Alle 15:30, presso il Convento di San Domenico Maggiore, avrà luogo il dialogo tra Luca Pasquet e Mario Ricca dal titolo “Morire dal ridere: satira e religione”, coordinato da Ulderico Pomarici. Il dibattito presenterà una riflessione sulla libertà di espressione e sul rapporto tra satira e religione nella società multiculturale europea alla luce dell’episodio dell’attacco alla redazione parigina di Charlie Hebdo. L’incontro sarà arricchito da una performance di Cyop&Kaf, noti artisti napoletani che manifestano la loro libertà espressiva utilizzando il canale non tradizionale della street art. Nella stessa giornata, alle 17:30, presso il Convento di San Domenico Maggiore una tavola rotonda affronterà il tema della “Disobbedienza civile elettronica”. Nella giornata di […]

... continua la lettura
Fotostorie

Tra i comignoli di Gaudì

Barcellona è vivacità, musica e colori. È vento di mare, pianura e colline. È ricchezza di cibo ed esplosione di colori nel mercato della Boqueria. È artisti di strada e turisti su Le Ramblas, fitte stradine del centro storico, la cattedrale gotica e il lungomare futuristico. Barcellona è giovinezza e storia, creatività e divertimento. È città multiforme e in continuo fermento e trasformazione. È città dall’identità duplice, con la sua essenza di porto mediterraneo, e quella di centro economico contemporaneo che nulla ha da invidiare a metropoli europee come Londra e Berlino. Ma Barcellona è soprattutto Antoni Gaudì, il genio che trasformò il suo profilo estetico e culturale a partire dalla fine dell’800; da allora la città si identifica perfettamente con quell’architettura eclettica e unica al mondo fatta di forme sinuose e stravaganti, pavimenti curvi, colori sgargianti, guglie ed edifici imponenti e – a volte – incompleti come la Sagrada Familia. Barcellona è prendersi per mano passeggiando e perdendosi nell’atmosfera surreale della Pedrera, tra i comignoli di Gaudì che sovrastano la città. – Tra i comignoli di Gaudì –

... continua la lettura
Attualità

Gennaro Cesarano, facile dire “pregiudicato”

Napoli come Baghdad. Negli ultimi giorni l’aria in città è pesante e la situazione è tesa: di notte si spara in alcuni quartieri e ogni mattina si contano nuovi bossoli nelle strade, segni di una nuova lotta tra i clan camorristici. E come reagiscono i cittadini napoletani di fronte a questi atti di violenza scellerata? Alcuni ignorano, altri tacciono, ma i più si riscoprono, attraverso uno schermo di un computer o uno smartphone, giudici ed opinionisti per episodi che avvengono in zone di una città che appaiono distanti, in luoghi che essi reputano remoti e abitati da gente che non frequentano. E sì, perché le faide della guerra di camorra si combattono a Soccavo, a Ponticelli o alla Sanità, non a Via De Mille o al Vomero. La “Napoli bene” allontana lo sguardo o storce il naso perché finchè non vedranno un agguato camorristico davanti ai loro occhi non si sentiranno partecipi di un dolore e di una tragedia che invece dovrebbe unirci come persone che vivono nella stessa comunità, nella stessa difficoltà, nello stesso schifo. Tra le vittime di questi giorni il caso più inquietante è quello di Gennaro Cesarano, diciassettenne ucciso in piazza Sanità alle 4:30 di domenica 6 settembre. La vicenda dell’omicidio ancora non è chiara e le indagini sono ancora in corso: per alcuni si è trattato di una vittima innocente colpita da un proiettile vagante, per altri invece la vittima designata di un agguato di camorra. Poche ore dopo l’episodio, tuttavia, quando la vicenda è più ingarbugliata che mai e quello che dovrebbe sconvolgere e colpire è solo che un diciassettene è morto sparato nel cuore di Napoli, la stampa diffonde la notizia che Gennaro Cesarano era pregiudicato. Dopotutto è molto più facile pensare che il ragazzo sia stato vittima prescelta nella lotta tra clan piuttosto che un morto ammazzato “per sbaglio” dalla camorra. Alimentati dal rumore mediatico ecco che sui social tutti si trasformano improvvisamente in spietati giudici e cominciano a piovere commenti disincantati e crudeli come “se l’è cercata”, “aveva precedenti”, “non era un santo ma un delinquente” , “tanto si ammazzano tra di loro”. E si aprono discussioni tra coloro che sono sempre pronti a dire la loro sugli argomenti del momento (che sia la camorra, la malasanità o l’immondizia) solo per sciorinare su Facebook, sempre e solo nelle 24 ore che seguono un’emergenza o una tragedia,  la loro infinita saggezza basata spesso su ignoranza dei fatti e sulla distanza di cui sopra. Quando abbiamo smesso di essere umani? Quando abbiamo cominciato a diventare giudici improvvisati e superficiali sempre da lontano e senza mai calarci nella realtà, quando abbiamo smesso di pensare prima di vomitare parole e offese sulla morte di un diciassettenne? Il sangue versato, la violenza e la morte cambiano forse in base al quartiere di provenienza di un giovane, al suo contesto sociale, alle sue frequentazioni, ai suoi errori passati? Gennaro è innocente come lo è  un diciassettenne ammazzato in uno storico quartiere di questa nostra città, quartiere abbandonato dallo Stato da sempre, una realtà nella quale un giovane molto spesso, attratto dal […]

... continua la lettura
Teatro

“Cafone!” di Antonella Cilento: storia di una brigantessa

Domenica 14 giugno alle ore 18:00, all’interno della rassegna “Suggestioni all’imbrunire” al parco archeologico del Pausilypon è andato in scena “Cafone!”, uno spettacolo scritto da Antonella Cilento e interpretato da Gea Martire. L’attrice ha rappresentato, attraverso un coinvolgente monologo accompagnato delle percussioni di Adriano Poledro, la storia della brigantessa Filomena Penacchio, detta “a fuchera”,  che si ribellò alla feroce repressione piemontese durante il processo che portò all’Unità d’Italia. Una scena scarna, rappresentata solo da una piccola panca, accoglie il personaggio di  Filomena la quale si presenta con il viso sporco, le vesti logore, i capelli arruffati e le mani legate per discutere con un immaginario soldato o giudice che la interroga dopo averla catturata. In una lingua che mescola vari dialetti meridionali, la donna racconta la sua vita rivendicando le sue scelte, la sua fedeltà “alla terra e al re Borbone”, il suo spirito guerriero e tutta la modernità di un personaggio che ha scelto di essere donna in una  maniera diversa  e coraggiosa. Filomena è una donna che ha vissuto la miseria e la sofferenza, una donna che è in grado di vendicare a mani nude e in maniera cruenta la morte della sorella Enzina, uccisa davanti ai suoi occhi dal fidanzato geloso e che sceglie di diventare brigantessa dopo l’incontro Cosimo Schiavone detto “fuoco nterra”, uomo che imbraccia il fucile contro i soldati piemontesi ma che rispetta la sua donna come una regina. Antonella Cilento racconta i rivoluzionari  In un contesto che è quello di una vera e propria guerra civile, tra i “rivoluzionari” piemontesi  che vogliono l’Italia unita e i contadini del sud, fedeli al Regno delle due Sicilie che con forconi e fucili difendono le proprie terre, “a fuchera” si racconta sulla scena come una donna energica e arrabbiata che sceglie di rinunciare per ben tre volte alla maternità e di mettere da parte la sua femminilità indossando i pantaloni e combattendo in nome di una libertà che è ben diversa da quella rappresentata dai patrioti. Dallo spettacolo, infatti, emerge il relativismo di concetti quali libertà,  patria, verità e giustizia. Esistono due tipi di libertà, quella dei patrioti e quella dei briganti; due tipi di verità, quella di Filomena, torturata e messa sotto processo, e quella che verrà imputata alle sue parole pronunciate dinanzi ai soldati che l’hanno seviziata; due tipi di patria, quella di chi vuole unificare l’Italia e quella di chi, come Filomena, pensa che la patria sia rappresentata esclusivamente dal cielo e dalla terra concessa dal re. Anche per la giustizia non esiste un significato univoco e in un mondo in cui si è lasciati soli come figli di un Dio minore Filomena pronuncia queste parole: “Se la giustizia degli uomini fa schifo e quella di Dio se vot dall’altra parte allora me la faccio io”. Filomena racconta, ride, balla e piange per sessanta minuti e conclude il suo monologo con una triste consapevolezza, quella che la sua storia, appartenente al mondo delle Cafone, varrà sempre di meno di quella del mondo dei galantuomini. L’atmosfera della rappresentazione […]

... continua la lettura
Fun & Tech

Schiavi di smartphone: la nuova dipendenza

Avete mai sentito parlare di nomophobia o smartphone-zombie? Si tratta di termini coniati di recente che fanno riferimento alla dipendenza da smartphone di cui, a quanto pare, stiamo diventando schiavi un po’ tutti. Se vi capita di portare in giro sempre un caricabatterie in borsa, se siete sempre alla ricerca di una presa elettrica disponibile in ufficio o in un’aula universitaria o se siete stati così sapienti da comprarvi una power bank da portare sempre con voi per evitare di rimanere  con lo smartphone scarico e isolati dal mondo, forse il termine nomophobia vi sembrerà meno lontano di quello che credete. La parola  deriva dall’espressione inglese “no-mobile-phone phobia” e indica la paura di restare senza il proprio telefono, perdendolo o rimanendo senza credito o batteria. Il secondo termine, smartphone-zombie, si riferisce, invece,  a quella pratica secondo la quale, specialmente giovani e giovanissimi, si ritrovano a camminare per strada e prendere mezzi pubblici senza mai alzare lo sguardo dallo smartphone e senza prestare attenzione alla propria incolumità. Forse non ci crederete ma in paesi come la Cina e il Giappone questo fenomeno è così preoccupante da aver prodotto, negli ultimi anni, numerosi incidenti che coinvolgono pedoni o ciclisti. Proprio partendo da questo fenomeno, uno studente cinese, Xie Chenglin,  ha realizzato un ironico corto sullo sconsiderato uso dello smartphone che ha vinto  un premio come miglior corto della Central Academy of Fine Arts di Pechino.  Nel corto, volutamente provocatorio, la vita dei personaggi scorre senza che essi alzino mai lo sguardo dallo smartphone e provocando per strada e sul luogo di lavoro incidenti di vario tipo: ognuno è così proiettato sul piccolo schermo che ha tra le mani da perdere completamente il contatto col mondo circostante e provocare, come una sorta di reazione a catena, una serie di piccole catastrofi che, naturalmente,  qualcuno si diverte a immortalare con un selfie. Ma è proprio vero che stiamo diventando tutti schiavi di smartphone? Ora, seppure non saremo davvero così ossessionati dal nostro cellulare da entrare nel panico quando ci ritroviamo senza batteria e seppure non causeremo davvero incidenti mortali per una sorta di malattia che ci spinge a controllare, scrivere e messaggiare continuamente con lo smartphone, viene, tuttavia, da riflettere su quanto gli smatphone abbiano cambiato la nostra vita. Facendo a meno di banali discorsi sulla nostalgia dei tempi antichi, ammettiamo onestamente che la tecnologia ha migliorato la nostra vita. Gli smatphone ci permettono di stare in contatto contemporenamente con molte persone, di programmare impegni e di svolgere nello stesso tempo azioni diverse. Siamo diventati tutti multitasking e, escluso alcuni “puri” che ancora resistono senza connessione di rete sul proprio telefono cellulare, quasi tutti ormai non possiamo fare a meno di questo strumento che usiamo per lavoro, necessità, piacere, scelta, abitudine ma anche noia. Fateci caso: siete in autobus, per strada  o in un bar con gli amici e sono tutti a testa bassa a guadare quei piccoli schermi che hanno tra le mani dimostrando così totale disinteresse verso il mondo e chi li circonda. Mi è capitato più volte di osservare da esterna coppie […]

... continua la lettura