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Eroica Fenice

Eventi/Mostre/Convegni

Arrebol, le luci di Alberto Bile e Francesco Buonocore sulla Colombia

Arrebol, luci sulla Colombia è un progetto ideato da Alberto Bile e Francesco Buonocore, che, attraverso una campagna  di crowdfunding, li porterà da agosto a ottobre 2015 a realizzare un reportage di viaggio in Colombia, da Bogotà al Mar dei Caraibi. Arrebol, termine che non ha corrispondenti in italiano, indica il colore rosso delle nuvole colpite dai raggi del sole: così, attraverso un viaggio tra luci e nuvole di questo paese così poco conosciuto in Italia, i due autori si pongono l’obiettivo di realizzare un documentario, un libro e altro materiale che possano raccontare una Colombia diversa dai clichè che generalmente associamo a questo paese. Il 26 maggio alle ore 19:30, il progetto verrà presentato presso la libreria Dante & Descartes di Napoli. Durante la serata verranno inoltre letti passi de “I portatori di libri” di Ettore Mo e si racconterà del progetto Biblioburro, la biblioteca  colombiana “a dorso d’asino” che promuove la lettura per bambini nel nord del paese. Ho posto qualche domanda ad Alberto Bile che ringrazio per la disponibilità. Come è nata l’idea del progetto Arrebol? Qualche mese fa Francesco è tornato da un lavoro in Messico, dove era entrato in contatto con molti colombiani. Sapendo che io ci avevo vissuto per 9 mesi nel 2012, mi ha proposto di lavorare insieme per un reportage. Mi sarei occupato di testi e foto, lui di foto e video. Poi, Francesco è andato in Colombia e ha sentito lo stesso bisogno che io provavo da tre anni: quello di raccontare in Italia aspetti di quel bellissimo paese che non fossero la solita coca e il solito conflitto armato. Chiudere la questione Colombia con l’etichetta “Coca e pericolo” è lo stesso di bollare Napoli con l’adesivo “camorra e scippi”. Non ci andava giù. Ci siamo seduti a tavolino, per individuare le storie da raccontare, se limitarci a uno o più luoghi e a una o più realtà. Presto abbiamo capito che volevamo trovare un equilibrio tra la dimensione del viaggio e l’approfondimento giornalistico. In Italia, ad esempio, ci è riuscito benissimo Pino Cacucci nel suo “La polvere del Messico”. Abbiamo individuato una porzione di Colombia da percorrere, dai 2600 metri di Bogotà, passando per le ricchezze naturali dell’interno, le zone più aride e arrivando infine al Mar dei Caraibi. Abbiamo stimato un budget di 5.000 euro, puntando molto sull’appoggio e l’accoglienza di amici colombiani e delle associazioni che incontreremo. È difficile trovare una rivista o una produzione che ti finanzi per cifre del genere. L’unica possibilità era il crowdfunding, e così abbiamo scelto di appoggiarci su Produzioni dal Basso. Da Roma, Gloria Mendiola, direttrice di Migras e Colombia es Cultura, ci ha aiutato con le idee e i contatti. Ci sostengono anche Erodoto108, rivista di reportage di viaggio, e ovviamente Dante&Descartes. Abbiamo realizzato dei video, montati da Noemi Perfetto, e creato unq pagina Facebook e un account Twitter. Riceviamo molte condivisioni e incitamenti. La raccolta fondi va piuttosto bene: abbiamo raggiunto in 50 giorni di campagna quasi metà dei fondi. Mancano poco più di due mesi. Sulla pagina del […]

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Teatro

“Donne” : Rosalia Porcaro al Sancarluccio

Va in scena al Nuovo Teatro San Carluccio dal 24 al 26 aprile lo spettacolo della  nota comica napoletana Rosalia Porcaro. Con uno spettacolo vivace e divertente, Rosalia Porcaro ritorna a teatro portando in scena vari personaggi femminili, da quelli più noti a quelli inediti, che presentano comicità differenti. L’attrice domina da sola la scena con il suo carisma e la sua bravura, vestendo (anche letteralmente) gli abiti di donne diverse, le quali affrontano la precarietà e l’infelicità della propria vita con una tale ingenuità che permette loro di trasformare le problematiche in riso e ottimismo. L’attrice veste per prima cosa i panni di Veronica, il personaggio che la rese nota al pubblico su Telegaribaldi: eccola di nuovo sulla scena raccontare della sua vita nella fabbrica di “borze”, del “mast, donatore di lavoro” che tratta tutti i dipendenti in maniera democratica, cioè non pagando nessuno, delle storie familiari e delle sedute dallo “pisicologo”. Gli spettatori, affezionati a questo personaggio e al suo camice da lavoro, seguono con attenzione tutte le battute di Veronica, quasi le suggeriscono le parole ed è in questi momenti che Rosalia Porcaro rompe il confine invisibile tra la scena e il pubblico per dialogare con esso, divertita. Attraverso le avventure matrimoniali di Veronica, si passa quindi al personaggio della suocera, donna anziana, di vecchi e “sani” principi che si oppone alla nuora ,”donna del futuro”, e  le rende la vita impossibile semplicemente per la sua incapacità di cucinare. Attraverso questo personaggio, il tono della comicità si sposta sul piano della satira con battute sui politici italiani come Bossi e Monti, Berlusconi, Prodi e Grillo, senza che nessuno venga risparmiato. Successivamente, con un nuovo e veloce cambio d’abito, Rosalia Porcaro compare sulla scena con un personaggio inedito che risente dell’influenza del teatro di Annibale Ruccello, una donna “pazza” che, tra visioni e canzoni, ritiene di essere l’incarnazione della Madonna. In questo momento la comincità si fa meno evidente, divene amara e questa donna, ancora diversa, con i suoi abiti diversi, diventa specchio di un personaggio tragico e reale. Ma è ancora il momento del cambio di vestiti e sulla scena compare un personaggio proveniente dal Medio Oriente: si tratta di Assundham,  donna che, scampata ai missili americani, vive tra i vicoli di Spaccakabul con la sua numerosa famiglia. Il riso scaturisce qui dalle riflessioni sul mondo orientale e occidentale, che si presentano  solo apparentemente in antitesi, specialmente per quel che riguarda la visione della donna. Dopo l’ultimo travestimento in scena, Rosalia Porcaro si presenta con il personaggio probilmente più conosciuto e più atteso dal pubblico: la cantante neomelodica Natasha, che dopo il grandissimo successo della canzone “Sesso senza amore” presenta la sua nuova hit che racconta la delusione per aver appreso solo dalla bacheca facebook del suo fidanzato di essere stata lasciata. Quest’ultima donna, con i suoi capelli rosa e il suo abbigliamento appariscente che l’hanno portata ad essere paragonata a “Lady Caca”, attraverso un numero verde, dispensa consigli alle donne, specialmente a quelle che come lei sono amanti e sono costrette ad avere un uomo a metà […]

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Voli Pindarici

Storia di un disabile qualunque in un condominio qualunque

Questa è la storia di un disabile qualunque che vive in un condominio qualunque, abitato da persone qualunque. O meglio, forse il grado di egoismo ed insensibilità di queste persone non è davvero qualunque, ma superiore alla media.  Questo immaginario condominio si articola in edifici dalla struttura particolare: costruiti in riva al mare, i palazzi sono disposti in una sorta di labirinto verticale fatto di ascensori, una terrazza e alcuni scalini. Il posto qualunque è splendido, ma presenta non pochi ostacoli per persone con disabilità. Immaginate allora  (e con immaginate intendo di pensare a questa cosa come se fosse concreta davvero e non fantasiosa) di vivere in casa con una persona costretta ad utilizzare, per il degenerare di una sua malattia, una sedia a rotelle. Immaginerete allora che questo disabile qualunque, a meno che non voglia essere prigioniero della propria casa, debba trovare un modo per superare le numerose barriere architettoniche che il condominio presenta come una serie di scalini. Il disabile in questione decide allora, nel momento in cui ne ha bisogno e  dopo aver raccolto le autorizzazioni degli altri condomini, di farsi costruire a proprie spese delle pedane in ferro, oggetti mobili che gli permettono di uscire di casa e di “facilitare” un minimo la sua vita. Pedane che non danno fastidio a nessuno ma che anzi potrebbero agevolare l’uso di passeggini, carrellini, trolley o chissà… altre sedie a rotelle, dato che nella vita non si può mai sapere e, come diceva mia nonna, “nun bisogna mai farsi mast“. In un mondo ideale, in cui dominano civiltà e umanità, questa storia sarebbe finita qui. Ma questo racconto di un disabile qualunque purtroppo continua con dei risvolti che hanno dell’incredibile. Gli adiratissimi condomini, infatti, anche coloro che non si sono mai degnati di presentarsi ad un’assemblea né si sono mai interessati di nulla che andasse oltre il proprio naso, decidono di protestare contro questo indegno sopruso che li porta a vedere tutti i giorni queste orrende pedane di ferro che intralciano il loro passaggio. Che orrore! L’architettura del palazzo risulta così danneggiata! Il potere d’acquisto della casa che voglio vendere sicuramente ne risentirà. E che pugno allo stomaco, che cosa antiestetica! Un giorno di questi le faccio smontare! Questi mostruosi oggetti, di cui evidentemente i condominini non capiscono l’utilità e la necessità, vanno assolutamente rimossi in tempi brevissimi e sostituiti con dei sollevatori elettrici che devono ovviamente essere pagati esclusivamente dal disabile in questione. Il condominio non può e non vuole partecipare alle spese e i condomini per antonomasia protestano anche solo così, per protestare. E allora protestano contro le autorizzazioni che proprio loro hanno firmato qualche anno fa e che magicamente  ora non sono più valide, protestano contro questi oggetti di indubbio gusto estetico e protesteranno anche contro una soluzione alternativa…che sicuramente scontenterà qualcun altro. In questo paradosso nel quale viene negato di fatto a un disabile il diritto di uscire e accedere in casa propria e che probabilmente finirà solamente in intricate e lunghe azioni legali, al di là della rabbia, potrei augurarmi […]

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Attualità

Procida e la processione del Venerdì Santo

Non importa se voi siate ferventi cattolici, agnostici o atei: la processione del Venerdì Santo di Procida costituisce un evento di grandissima suggestione unico nel suo genere. Al di là della forte valenza sacrale, rappresenta per i procidani un simbolo d’identità, tradizione e senso di collettività. Dopo la veglia della statua del Cristo morto che inizia alle 5,00 di mattina, parte alle 7,30 dalla Terra Murata il corteo che attraversa il centro storico dell’isola e che vede sfilare i “confratelli turchini”, vestiti con un abito e un cappuccio bianco e il “mozzetto”, una mantellina, di colore azzurro, i quali portano i cosiddetti Misteri. Si tratta dei carri allegorici fatti prevalentemente in cartapesta, legno e stoffa, di dimensioni differenti e  rappresentanti episodi tratti dal Nuovo e Vecchio Testamento ai quali i procidani lavorano durante l’inverno nei cortili delle case e che vengono “svelati” solo alcune ore prima della processione. Ad aprire la processione è il suono lugubre della tromba e di tre colpi di tamburo che ricorda il suono che  accompagnava i condannati a morte nell’epoca romana e che serve a scandire il passo di chi trasporta i Misteri nel corteo. Tra i cinquanta Misteri che hanno sfilato quest’anno, oltre agli episodi tradizionali come l’Arca di Noè e l’Ultima Cena si è  fatto notare un carro singolare rappresentante Gesù con tuta arancione prigioniero in una gabbia come chiaro riferimento al pilota giordano arso vivo dall’Isis un paio di mesi fa. Dopo il corteo dei carri  la processione prosegue con la sfilata dei turchini che portano le catene che rappresentano la cattura di Cristo, poi la statua della Crocifissione e l’antica statua dell’ Addolorata che viene accompagnata da bambine che portano fiori e bambini di età inferirore a due anni in braccio dai loro padri. Tutta la popolazione partecipa alla processione e  i bambini piccoli, “gli angioletti” con abiti neri in segno di lutto finemente ricamati e un copricapo con un lungo pennacchio di derivazione spagnola, rappresentano uno degli momenti più caratteristici ed emozionanti della processione. Il corteo  funebre si chiude in maniera impressionante con la statua del Cristo morto, un’opera di Carmine Lantricene (1728), seguita dal pallio, un baldacchino funebre sorretto dai rappresentanti della Marina Militare Procidana. Il tutto si conclude con l’accompagnamento musicale della banda dell’isola. La processione del venerdì Santo dura circa tre ore e termina al porto di Marina Grande; una volta finito il corteo, le statue del Cristo Morto e dell’Addolorata vengono ricondotte nell’Abbazia di San Michele Arcangelo dove, nel primo pomeriggio, viene celebrata la famosa funzione religiosa dell’Agonia. In serata una fiaccolata riaccompagna poi le statue nella loro chiesa di appartenenza, quella di S. Tommaso. La processione, che ha tradizione antichissime e pare abbia avuto inizio nel 1627 ad opera della Confraternita dei Turchini, vede la partecipazione attiva di circa 2000 figuranti ma sono in realtà tutti i procidani che si mobilitano per attendere questo evento.  La processione del Venerdì Santo si configura così non esclusivamente come un corteo ma come una manifestazione corale di tutta la comunità procidana fiera delle proprie […]

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Musica

Acronimo Costanzo: intervista al cantautore napoletano

Antonio Costanzo, in arte Acronimo Costanzo è un cantautore nato a Frattamaggiore, ma attualmente residente a Lucca. Il suo nuovo singolo “Ho detto tutto a letto”, che mescola sonorità soul e blues di ascendenza americana con la tradizione del cantautorato italiano, affronta in una maniera delicata e ironica il tema dell’omosessualità. Acronimo Costanzo immagina che un uomo si ritrovi a letto con la propria donna a confessarle di amare un altro uomo e la reazione della sua compagna è tutt’altro che scontata. Quasi liberata da quella confessione, la donna infatti gli risponde: “Non ti arrabbiare, caro, anche io ho un amore da raccontare, lo posso fare!”. Il brano si presenta come un piacevole racconto sonoro anticonvenzionale che ribalta totalmente i canoni di quella che noi troppo spesso riteniamo la normalità e che ci spinge a credere che le scelte “tradizionali” e i giudizi degli altri debbano necessariamente esseri giusti anche per noi. Il singolo “Ho detto tutto a letto” è tratto dall’omonimo ep pubblicato a novembre 2014 con l’etichetta indipendente Suono Libero Music in collaborazione con la Mad School, ma Acronimo Costanzo  sta già lavorando ad un nuovo album che uscirà all’inizio del 2016.   Ecco qualche domanda che ho posto ad Arconimo Costanzo che ringrazio per la disponibilità. Ci racconti chi è Acronimo Costanzo ? Un musicista a cui piace inventare la propria vita infiltrandosi, o meglio sbirciando il reale per poterlo riscrivere, credendo che possa esistere un mondo alla rovescia, un mondo che puoi scoprire solo se sei disposto a credere alla tua immaginazione. Così anche il nome Acronimo, anagrammandolo, diventa “armonico”, acquista musicalità e si apre a nuovi e inaspettati orizzonti! “Ho detto tutto a letto” affronta il tema dell’outing omosessuale in una maniera molto originale, a tratti quasi ironica. Come è nata questa idea? È proprio questo il mondo alla rovescia a cui alludevo pocanzi! L’idea è stata quella di raccontare un mondo in cui si affrontano le situazioni ridendo, un mondo in cui una donna è felice quando il proprio uomo le confessa di amare un altro, è felice perché vede la gioia di chi finalmente ha trovato la sua strada, il suo amore! Un mondo in cui non si deve temere di esser giudicati per i propri sentimenti, un mondo in cui  amare non è etero né omo ma semplicemente normale! Con “Ho detto tutto a letto” racconto una storia che in un mondo fantastico è cosa normale.  Credi che nella musica italiana il tema dell’omosessualità sia ancora un tabù? È un tabù per chi non sa vivere alla rovescia! Per chi non riesce a cogliere la bellezza che esiste nelle sfumature, per chi si accontenta solo del bianco o del nero!  Sei nato a Napoli ma vivi a Lucca. Immagino che tu sia “scappato” da questa realtà…che rapporto hai con questa città? Scappare da Napoli? Mai e poi mai! Napoli l’ho addosso: nel modo di vivere, di pensare, anche di guidare -dicono i miei amici toscani (perché per fortuna loro: nu m’ann mai vist e guidà a Napoli!). Qui a Lucca mi […]

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Fotostorie

Là dove il sole si tuffa nel mare

Impulso improvviso di un pomeriggio invernale intrappolato in libri aperti ma lasciati intonsi, computer acceso ma inutilizzato e caos di pensieri e affanni: devo muovermi e andare a vedere il sole che si tuffa nel mare. Ora. Quasi spinto da una forza altra ho lasciato tutto così com’era, ho infilato la giacca e sono sgusciato fuori di casa velocemente. Ho guidato fino a Capo Posillipo con la mente sgombra da qualunque tipo di pensiero con un solo obiettivo in mente: fare in fretta a vedere il tramonto sul mare. Non ho mai visto niente di romantico in un  tramonto rossastro e nulla di quello che per altri rappresenta un momento di “idillio”, ma che per me si ripete tutti i giorni uguale a se stesso, ha mai attratto particolarmente la mia attenzione. Che cosa ci sarà mai di così interessante in un tramonto? Ma in quel momento sentivo inspiegabilmente il bisogno bizzarro di essere presente e osservare con i miei occhi, questa volta con attenzione, il sole che scompare nel mare. Mi sono seduto e ho aspettato, quasi in ipnosi dinanzi a quella distesa di acqua placida. Ho aspettato e ho rivissuto in quell’attesa tutto il dolore che in quella corsa verso il tramonto avevo messo in standby, tutto il mio senso di impotenza, tutto il grigio immobilismo delle mie  trascorse “sventure”. Ma in quell’attesa ho visto anche un guizzo di speranza, la possibilità, il cambiamento, la luce che è più luminosa proprio nel momento in cui sta per scomparire. E, mentre tutto questo miscuglio di emozioni contrastanti lottava nel mio animo, eccolo lì: il sole velocemente è stato inghiottito nel mare. E con lui si sono dileguate, forse chissà, solo per un tempo breve e illusorio, tutte le mie inquietudini. Ed io, un cinico con le lacrime agli occhi per la commozione, in quell’istante ho accettato e capito dove tutto era finito e da dove dovevo ripartire. Dal sole che si tuffa e che scompare nel mare. Viola Castaldo – Là dove il sole si tuffa nel mare –

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Eventi/Mostre/Convegni

Montagskino: il cinema tedesco al Modernissimo

Giunge alla sua quinta edizione il Montagskino, l’iniziativa promossa dal Goethe Insistut di Napoli che unisce la passione per il cinema a quella per la lingua e la cultura tedesca. Lunedì 2 marzo si è aperta infatti la rassegna cinematografica al cinema Modernissimo che proietterà fino al 27 aprile film in lingua tedesca con sottotitoli in italiano ogni lunedì alle 18,30. Il cineforum, in collaborazione con Stella Film, vede quest’anno la partecipazione della Scuola di cinema Pigrecoemme: tutti i film saranno quindi introdotti da una breve presentazione critica a cura dei docenti e degli studenti della scuola. Al centro di questa edizione del Montagskino vi sono tre film della Berlinale 2013/2014: “Zeit der Kannibalen” (L’era dei cannibali) di Johannes Naber racconta lo spietato mondo della Global Economy che risulta lo specchio di una cinica società ormai svuotata di valori e in cui dominano indifferenza, avidità e nevrosi; “Das merkwürdige Kätzchen” (Lo strano gattino) del regista emergente svizzero Ramon Zürcher, un film che mette in scena, in una maniera sperimentale e surreale, un pranzo familiare tra elementi fiabeschi e quotidiani mentre il gatto e il cane di casa girano per le stanze; “Zwischen Welten” (Inbetween worlds) di Feo Aladag che, attraverso l’incontro tra un soldato tedesco in Afghanistan e il suo interprete, pone in risalto il tema dell’estraneità e della vicinanza, della fiducia e del fallimento. Nella commedia “Hotel Lux” di Leander Haußmann (Sonnenallee) il protagonista è un attore comico noto per le sue parodie di Hitler che, una volta fuggito in Russia, si trova coinvolto in pericolosi  e rocaboleschi intrighi legati al governo di Stalin. In “Finsterworld” la regista Frauke Finsterwalder  rappresenta, in una Germania che sembra stranamente fuori dal tempo, un mondo solo superficialmente idilliaco che nasconde invece terribili storie. “Una commedia cattiva, nera, saritica ma anche  incredibilmente comica”  [kinozeit.de] Il regista Marc Rothemund ( Sophie Scholl – Die letzten Tage; Mann tut was Mann kann) racconta in “Heute bin ich blond”, in una maniera ironica e delicata, la storia vera di una giovane studentessa la cui vita è stata sconvolta da un cancro. Sophie, che non ha tuttavia nessuna intenzione di rinunciare alla sua vita, decide allora di indossare, a seconda del suo umore, nove parrucche differenti e interpretare le tante donne che il suo animo racchiude. Il Montagskino si concluderà il 27 aprile con la proiezione di  “Phoenix” (Il segreto del suo volto) di Christian Petzold (Barbara). Nina Hoss interpreta in questo film  l ruolo dell’ebrea Nelly che, sopravvissuta agli orrori di Auschwitz, ritorna a casa, ma il rientro nella vecchia vita di sempre non sarà possibile. Dopo un’intervento di chirungia plastica al volto gravemente ferito la donna, infatti, si mette alla ricerca del marito Johnny il quale non la riconosce. Il Montagskino rappresenta un’ottima iniziativa per coniugare l’interesse per il cinema tedesco e lo studio della lingua tedesca. L’ingresso costa 4 euro ed è gratuito per i possessori della Goethe-Card. Ecco il calendario:  9/3 Zeit der Kannibalen di Johannes Naber (2013) 16/3 Hotel Lux di  Leader Haußmann  (2011) 23/3 Finsterworld di Frauke Finsterwalder (2013) 30/3 Dar merkwürdige Kätzchen di […]

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Attualità

Inaugurazione del Museo Archeologico Etrusco “De Feis”

Mercoledì 18 febbraio alle ore 17:00 è stato inaugurato il Museo Archeologico Etrusco “De Feis” nell’Istituto Collegio “Francesco Denza” . Il museo comprende ottocento pezzi raccolti a scopo didattico tra il 1869 e il 1882 dal padre barnabita Leopoldo De Feis,  docente di latino e rettore dell’Istituto Collegio “Alle Querce” di Firenze dove la collezione è stata custodita fino al 2005. Dopo la chiusura del collegio di Firenze i reperti sono rimasti “impacchettati” per circa 10 anni finchè padre Pasquale Rillo, rettore dell’Istituto Denza, non è riuscito, grazie al sostegno della Soprintendenza per Beni Archeologici di Napoli, a trasferire i reperti a Napoli ed allestire il museo curato dall’archeologa Fiorenza Grasso. Il museo archeologico etrusco è suddiviso in quattro ambienti, corredati di pannelli esplicativi e didattici, nei quali sono esposti materiali di diversa provenienza e datazione. Su ottocento pezzi circa duecentocinquanta sono etruschi e provengono dalle necropoli orvietane di “Crocifisso del Tufo” e della “Cannicella” .Tra i materiali di provenienza orvietana che possono essere datati dal V al III  secolo a.C., si segnalano un gruppo di ceramiche di bucchero decorate a rilevo con soggetti orientalizzanti, calici, un’ampia selezione di graffiti etruschi su oggetti di bronzo e di ceramica e una statuetta di Voltumna, una delle maggiori divinità etrusche.  Di eccezionale rilievo artistico è il sarcofago di terracotta con immagine muliebre distesa su letto funebre, prodotto da officine specializzate  tra la fine del III  e l’inizio del II  secolo a. C. Il secondo nucleo della collezione è rappresentato da quarantasette reperti donati dalla famiglia D’Avalos, feudataria di Montesarchio, sorta sull’antica città sannitica di Caudium. Dalle necropoli delle città provengono materiali risalenti soprattutto al VI secolo a.C.  come ceramiche di produzione campana a figure rosse e fibule di varie tipologie. Il terzo blocco di reperti comprende iscrizioni di epoca imperiale provenienti dal territorio romano e altri materiali di notevole pregio tra i quali si può annoverare una statuina in bronzo proveniente da Tivoli e raffigurante la dea Minerva, appartenente alla famiglia Strozzi. L’apertura del Museo Archeologico etrusco nell’ Istiuto Denza si inserisce in un contesto, quello della collina di Posillipo, di grande interesse archeologico per la presenza della grotta di Seiano, della villa di Pausilypon e del parco della Gaiola e si presenta come un arricchimento del patrimonio culturale della nostra città. Il museo, che ha prevalentemente scopo didattico e si rivolge soprattutto alle scuole, sarà visitabile gratuitamente su prenotazione (info 0815757533) dal lunedì al venerdì dalle ore 8,30 alle 13,00.  Viola Castaldo -Inaugurazione del museo archeologico etrusco De Feis-

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Teatro

“Tonino Napoli: Zero a zero” Agostino Chiummariello al Nuovo Teatro Sancarluccio

Dal 13 al 15 febbraio è andato in scena al Nuovo Teatro Sancarluccio “Tonino Napoli: Zero a zero” un soggetto teatrale di Roberto Russo. Protagonista e regista è il bravissimo Agostino Chiummariello. Tonino Napoli ha deciso di festeggiare il suo cinquantesimo compleanno in un modo straordinario: stufo del grigiore della sua vita si barrica sul terrazzo si casa sua e aspetta l’arrivo di un kamikaze prenotato su e-bay che egli  spera trovi l’indirizzo giusto. In questa sorta di giorno del giudizio universale che egli si è creato, Tonino, incazzato com’è, sceglie  come “biografa” una dirimpettaia che gli sta scattando foto da postare su twitter per raccontare gli “abbuffamenti” della sua vita. Ma Tonino  è solo sulla scena: egli si è isolato dal mondo perché non sopporta più nessuno eccetto Rafelu (Vittorio Cataldi), un venditore di fazzoletti rumeno che accompagna e asseconda il racconto del protagonista con le note della sua fisarmonica. D’improvviso, quasi magicamente uscito dalla radio di Tonino, appare sul palco anche il cantante Antoine che intona  il brano “Meravigliosa città” con una surreale interpretazione. I monologhi di Agostino Chiummariello raccontano le ingiustizie In un monologo amaro e divertente allo stesso tempo, Tonino, che ammette di non aver mai amato il calcio nonostante le pressioni del padre, gioca una partita con se stesso, buttando fuori i torti e le ingiustizie subite nella vita e lamentantandosi di mondo meschino al quale tuttavia non ha avuto il coraggio opporsi, e al quale alla fine si è adeguato. Tra il racconto e momenti di canto e passi di danza un po’ improvvisati, Tonino (Agostino Chiummariello) urla al pubblico i suoi fallimenti, le sue storie d’amore, il suo lavoro e la sua vita familiare e condominiale che sembrano tutte avere tutte un minimo comune denominatore: la sopportazione di una realtà che il protagonista non apprezza ma che, tutto sommato, si è scelto da solo. Tra le varie vicissitudini che vengono fuori come un flusso di coscienza, esilarante appare il riferimento –evidentemente casuale!- all’amministratore di condominio Gino De Pallistris che, dopo l’illusione di un cambiamento, non ha fatto altro che causare problemi ai condomini con l’introduzione di una ZTL e una pista ciclabile nel palazzo e l’ossessione per i cornicioni cadenti. Il protagonista ha trascorso la sua vita cercando un “nemico costante” da odiare che lo avvicinasse agli altri e lo ha cercato prima nei colleghi di lavoro, poi nella camorra, poi nel Nord Italia ma alla fine ha compreso che sotto la maschera di questi nemici inventati c’è solo una persona: Tonino Napoli. Rimane solo lui che in questa partita non vince e non perde. Resta così nel limbo:  zero a zero. Lo spettacolo con Agostino Chiummariello, caratterizzato da una comicità pungente e a tratti oscena, ha offerto al pubblico un’ora di risate scroscianti e sorrisi più amari e si conclude con meritati e ripetuti applausi.

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Culturalmente

Intervista a Zero in condotta- L’altra faccia della Letteratura

Girando nel web, qualche mese fa, mi sono imbattuta, per caso, in un blog ironico ed intelligente sulla letteratura, “Zero in Condotta – L’altra faccia delle letteratura“. Non ci potevo credere: per la prima volta a scrivere non era il solito laureato in filologia che voleva spiegare la letteratura con quella finta modestia da intellettuale, nè l’ennesimo disperato che non fa altro che lamentarsi -a ragione- della situazone disastrosa in cui versano i laureati in lettere italiani, ma qualcuno che finalmente la prendeva a ridere, trattando la letteratura come una questione quotidiana in maniera brillantemente leggera. Dopo aver riso molto con i suoi post che hanno alleggerito le mie giornate di studio matto e disperato, sentendomi molto vicina alle avventure rocambolesche di un filologo che si barcamena e riesce a sopravvivere grazie alla sua visione ironica della vita e della letteraturea nel duro mondo di ingegneri e medici, ho deciso si intervistare il curatore del blog, Antonio, aspirante insegnante, originario di Napoli ma residente a Roma. Chi è Zero in condotta? Possiamo svelare la tua identità? Mi chiamo Antonio Miele, un normalissimo trentunenne che dopo quasi 4 anni di Medicina ha deciso di dedicarsi all’insegnamento perché aveva capito che era lì che si facevano i soldi veri…Naturalmente mi sbagliavo! In  uno dei tuoi post hai tentato disperatamente di spiegare cosa sia la filologia. Ti sono molto vicina in questa battaglia: vogliamo ribadire chi è il filologo?  La filologia è il tentativo (che non sempre riesce) di ricostruire un testo di cui si è perduto l’originale o, nel caso della filologia moderna, risalire a tutte le variazioni che ha fatto l’autore in fase di stesura. Una persona decide di diventare filologo per passione perché è talmente innamorato della letteratura da volerne conoscere tutti i retroscena, tutti i significati nascosti. Il filologo non è come un chirurgo che disseziona la materia, è più come un innamorato petulante che vuole sapere tutto sull’oggetto del suo desiderio. Come è nata l’idea di creare il blog? L’idea del blog è nata da due motivazioni. Ho sempre scribacchiato racconti e raccontini che su Facebook ogni tanto pubblico sul mio profilo personale ma  che hanno sempre un che di malinconico, per cui un giorno la mia ragazza mi ha detto che forse non ero capace a scrivere cose più ironiche e leggere. Così gliel’ho fatta pagare creando questo blog. L’altra motivazione è stata la paura: mi ero appena laureato e avevo intuito subito che sarebbero passati un bel po’ di anni prima che fossi entrato in un’aula per insegnare, perciò mi era sembrata una buona idea ripassare un po’ di cose in questo modo e così mi misi a trascrivere le lezioni che facevo privatamente a uno studente. A dire la verità l’idea iniziale era quella di fare una serie di video intitolati “La letteratura per negati” e caricarli su YouTube, ma mi sono fatto talmente schifo in video che ho deciso di scrivere. Immagina di avere davanti uno svogliato alunno quindicenne, uno di quelli che pensa “Ma Dante non aveva nient’altro di meglio […]

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Voli Pindarici

I bambini non sono più quelli di una volta?

“I bambini non sono più quelli di una volta, ora sono cosi viziati ed abituati ad avere tutto.” Quante volte avete sentito frasi simili anche solo di sfuggita in conversazioni tra mamme esaurite e nonne stanche in autobus o per strada? Se c’è una cosa che ho imparato in questi ultimi mesi trascorsi a stretto contatto con i bambini è che tutto è molto diverso dal luogo comune che ci viene spesso propinato. Si tratta infatti di una base di verità sulla quale si è però costruito un clichè quasi mitico come il classico “non ci sono più le mezze stagioni” o quello onnipresente “ai miei tempi”, tormentone adatto a ogni situazione. Per qualche tempo ho creduto a questa favoletta nostalgica e lamentosa perché non avevo alcuna dimestichezza con i bambini e mi limitavo a dare ascolto a chi aveva molta più esperienza di me. Poi però ho imparato a conoscere i bimbi e a riconoscere nel luccichio dei loro occhi la stessa luce che dovevo avere io negli occhi da bambina. Allora ho capito una cosa: che non sono i bambini a essere diversi rispetto alle generazioni precedenti. Siamo noi ad essere cambiati. Siamo noi adulti a non saper più riconoscere il valore del tempo, della natura, dei piccoli gesti e delle cose semplici, a non saper più apprezzare una passeggiata all’aria aperta, a non riuscire più a fare una conversazione senza gettare lo sguardo sul nostro smartphone per più di dieci minuti, siamo noi, che, stanchi di raccontare storie e di far lavorare la nostra immaginazione, abbiamo spesso messo i bambini davanti a un gioco o un video su un iPad.  Siamo noi  adulti che spesso abbiamo abituato fin da piccoli i bambini a vivere in un mondo di plastica, giocattoli e intrattenimenti alienanti allontanandoli dalla realtà, noi che abbiamo rinunciato a raccontargli la bellezza e la magia del mondo, noi ad aver deluso  la loro voglia di imparare, sognare, immaginare e scoprire. Noi così distratti, così impegnati, così multitasking, così tecnologici e impazienti da non renderci conto che i bambini sono sempre gli stessi, che io e mia madre probabilmente non eravamo così diverse dai bambini moderni all’età di 5 o 8 anni. Cambiano i contesti, questo è ovvio. Ma ci sono cose che non cambieranno mai e alle quali spesso non facciamo caso. Non cambia il modo di guardare il mondo che hanno i bambini, quello stupore per la natura, per un gatto che attraversa la strada, un passerotto o una foglia caduta a terra, non cambia la loro sincerità e ingenuità, non cambia la furbizia e l’estrema fragilità, la curiosità e l’intelligenza di domande che non ti saresti mai aspettato. Non muta quell’affetto incondizionato e senza filtri dimostrato con sguardi, sorrisi, disegni e parole, non muta quel “ti voglio tanto bene” o “posso darti un bacino?” che ti colpisce all’improvviso, ti spiazza completamente e in un attimo distrugge il muro di cinismo che tanto hai faticato a costruirti negli anni come protezione. Non cambieranno mai quelle risate e lacrime, l’amore per i colori, la passione […]

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Attualità

Berlino festeggia i 25 anni dalla caduta del muro

Immaginate cosa significhi svegliarsi una mattina e trovare un filo spinato che separa la vostra città in due parti, immaginate cosa significhi non poter raggiungere, da un momento all’altro,  luoghi percorsi solitamente per andare a trovare un amico o per fare una passeggiata, immaginate di non poter più comunicare in nessun modo con chi, per puro caso, si trova ad abitare nella zona opposta della città, dall’altra parte del muro. È il 13 agosto del 1961 e i berlinesi si ritrovano, nelle prime ore di una domenica mattina, una città divisa in due da un filo spinato che molto presto si trasformerà in un muro di 43 chilometri, un muro che terrà separata la città per 28 anni e che segnerà, da un lato, lo sviluppo parallelo e opposto di due anime all’interno della  stessa città, dall’altro, influenzerà tutta la politica mondiale. Siamo infatti in piena “guerra fredda” e il regime sovietico decide di bloccare quel flusso di persone- quasi 3 milioni- che dal 1949 al 1961 si erano trasferite da Est a Ovest costruendo un muro rigorosamente bianco a ricordare la purezza del regime sovietico di fronte al capitalismo americano. Il Berliner Mauer diventa così il simbolo di una frattura insanabile non solo all’interno della Germania ma di tutta l’Europa, e diviene  l’immagine di quel confine invalicabile tra due mondi opposti incapaci di comunicare che  dominerà la storia della  seconda metà del XX secolo. Trascorrono più di 28 anni da quella domenica mattina e, quasi in maniera inaspettata, dopo l’apertura della cosiddetta cortina di ferro, nella notte del 9 novembre 1989 il muro viene abbattuto. È un evento epocale che cambierà per sempre le sorti della Germania e dell’Europa e  che metterà la parola fine a quel bipolarismo che aveva spaccato in due l’Europa e il mondo già all’indomani del secondo conflitto mondiale. È una notte di festa per tutti i berlinesi: milioni di persone, in maggioranza giovani,  si riversano per le strade felici ed increduli, cantano e ballano e attraversano quella parte di città che gli era negata fino a poche ore prima. Prendere a picconate quel muro e oltrepassarlo dovette significare poter riabbracciare persone care dopo 28 anni e  riappropriarsi della propria città, della propria individualità e della propria libertà. In quella notte storica io avevo solo due anni e non posso assolutamente ricordare il clima di gioia e di festa che si dovette respirare in quel momento non solo in Germania, ma anche in tutta l’Europa. Posso ricostruire i fatti attraverso le immagini dei telegiornali di quel giorno, i racconti, le foto, i libri e attraverso la conoscenza di una città come Berlino che, pur essendosi trasformata incredibilmente dagli anni della divisione,  ancora presenta segni di quella frattura dal punto di vista architettonico e culturale. Posso però provare a riflettere su ciò che non avrei mai  potuto fare se il muro non fosse stato abbattuto quella notte. La caduta del muro di Berlino significò infatti l’apertura delle frontiere e l’inizio della  libera circolazione di persone e idee. Quell’evento ha posto le basi per  l’integrazione, per […]

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Culturalmente

Naufragi: incontri di lettura…a voce alta

“Quanti di noi sarebbero naufraghi senza speranza in una notte atlantica, senza le voci che si levano e ci chiamano dai libri” (Guido Ceronetti) Dal 25 al 31 ottobre scenari differenti ed insoliti di Napoli ospiteranno l’ottava edizione di “Incontri di lettura… a voce alta”. L’iniziativa, che quest’anno è dedicata al tema “Naufragi”, prevede sette giorni di appuntamenti, incursioni letterarie e performance in compagnia di attori, scrittori, psicologi, filosofi ma soprattutto lettori che potranno condividere la passione per la letteratura e l’emozione della lettura ad alta voce. La rassegna, organizzata dalle associazioni culturali “Soup” e “A voce alta” quest’anno  ha scelto come tema un topos della letteratura che racchiude, tuttavia, una serie di significati controversi e simbolici: si ripercorreranno allora, attraverso immagini tratte da pagine di letteratura “classica” e moderna, naufragi esistenziali e sentimentali, filosofici e letterari in una città come Napoli che ben sa cosa voglia dire essere spesso naufraga “senza nocchiero in gran tempesta”. Come ha sottolineato infatti Marinella Pomarici, presidente dell’ associazione “A voce alta”, Napoli vede con i suoi occhi ogni giorno diversi tipi di “naufragi”:  quello del territorio, della legalità e del buon governo, ma soprattutto il naufragio dei giovani, che sempre più spesso sembrano perdersi senza una guida ed essere destinati ad una vita o una morte violenta. Gli incontri promuovono, attraverso l’impegno e l’entusiasmo di associazioni, musei e biblioteche  e, con sostegno del Comune di Napoli, la diffusione della lettura a voce alta in diversi luoghi della città. Sabato 25 alle ore 19:00 presso l’ Institut français Grenoble, dopo i saluti istituzionali e la presentazione del video d’arte di Francesco Vaccaro, l’attrice Isabella Ragonese leggerà  pagine di Baudelaire, Verne, Rimbaud e Flaubert. Domenica 26  sarà la volta delle letture in case private: alle ore 19:00 casa Ferrara ospiterà il gruppo di lettura Firenze Colibrì; nella stessa giornata, alle ore 17:00 nella biblioteca Arkes a Posillipo vi sarà un incontro con la psicoanalista Ginevra Bentivoglio, autrice del libro “La bambina ha le gambe storte”. Lunedì 27 ottobre, presso la  Biblioteca Comunale di Ponticelli, alle  ore 17:00, ci sarà una lettura del libro di Elena Ferrante, “L’amica geniale”  con Marina Rippa, Antonella Di Nocera e  Mia Filippone, in collaborazione con Arci Movie; nella stessa giornata alle ore 18:00 a “piazza Forcella”, si leggerà la pagina più amata sul tema del naufragio, con la partecipazione degli allievi dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, l’associazione Femminileplurale, La Scena delle Donne e quella di un gruppo di lettura libanese. Appuntamento martedì 28 ottobre al PAN -Palazzo delle Arti Napoli- dove, alle ore 17:00, Sergio Corrado e il traduttore Franco Filice inconrteranno lo scrittore tedesco Jo Lendle, autore del libro La cosmonauta, in collaborazione con il Goethe Institut di Napoli. A seguire, alle ore 18:30, l’attore Enzo Salomone e la docente di letteratura latina presso l’università Federico II di Napoli Rossana Valenti presenteranno un itinerario poetico tra viaggi e naufragi da Omero a Sovente. Nella stessa giornata, presso la libreria Marotta&Cafiero, nel Foyer del Teatro Bellini, alle ore 19:30, vi sarà la presentazione-aperitivo di Si lasciano tutti dello scrittore Simone Laudiero. Mercoledì […]

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Fotostorie

Berlino, città di bellissimi contrasti

La Berlino che amo è una città strana, multiforme e variopinta. È un cielo perennemente coperto da una cappa di grigio che può improvvisamente e miracolosamente tramutarsi in nuvolette evanescenti con sprazzi di azzurro o tramonti rosa. È la città dell’architettura fredda e spigolosa, ma anche degli scorci romantici sul fiume, dell’instancabile via vai della settimana e del relax del fine settimana, è ancora est e ovest separate e insieme come due anime racchiuse in una sola città. È insieme stabilità e innovazione, rigore e trasgressione, è il vecchio che si fonde con il nuovo, vita che si mescola con la decadenza, giovinezza mista a storia. È studio, lavoro e fatica, ma anche notti brave ed eventi culturali e d’intrattenimento di ogni tipo. È scambio di lingue e culture diverse, incrocio di occhi e passi frettolosi, di biclette e rotaie. È la città del movimento vorticoso, delle metropolitane che scorrono rapide senza mai fermarsi, eppure, certi luoghi sembrano rimasti intrappolati nel tempo e si ha la sensazione di essere ancora negli anni ’60 o ’70. Berlino è la città in cui il sole e il caldo sono così assenti che all’improvviso passaggio di un raggio di sole tutti, quasi risvegliati dal letargo della triste stagione invernale, escono all’aria aperta come a voler benedire il cielo per quella rara e preziosa luce. Ma nonostante il freddo, la grigia Berlino è anche la città dei colori  delle stagioni: dalla finestra puoi vedere avvicedarsi il verde d’estate, il rosso e giallo dell’ autunno, il bianco d’inverno e il rosa e il viola in primavera. Berlino è ritrovare ogni volta che torno lo stesso vento fresco, lo stesso bar, le medesime strade nelle quali vagare anche senza una meta precisa, lo stesso ponte dal quale affacciarmi con la sensazione di non aver mai vissuto altrove. Perchè Berlino è l’unica città al mondo in cui io riesca a sentirmi sempre a casa oltre alla mia Napoli. -Berlino, città di bellissimi contrasti-

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Viaggi e Miraggi

Cosa vedere a Cracovia, gioiello polacco

Piccola guida su cosa vedere a Cracovia. «Cosa fai quest’estate? » «Vado a Cracovia.» «A Cracovia???» Questa è più o meno la reazione degli amici ai quali ho comunicato una delle mie ultime mete estive rinunciando al mare, scelta a dir poco scioccante per la maggior parte delle persone che conosco. Ebbene si, Cracovia! Una città poco pubblicizzata, economica e bellissima. Ci sono andata sia perché, per storie bizzarre della vita, lì vive mio fratello, sia perché, da spirito viaggiatore quale sono, mi attirava molto l’idea di visitare la Polonia, paese nel quale non ero mai stata. Dall’Italia ci si arriva abbastanza comodamente con la Ryan air da Roma o da Bologna.Tre/quattro giorni sono sufficienti per visitare la città. Cracovia, conosciuta soprattutto per aver dato i natali  al santo papa Wojtila, è un vero e proprio gioiellino. Per la seconda volta, dopo aver scoperto la meravigliosa Budapest, l’Europa dell’est conferma la sua bellezza, la sua storia ricca e complessa e una vitalità e creatività senza pari. Cosa vedere a Cracovia? Accenni di storia Cracovia fu costruita nel VIII secolo, ma l’assetto del centro storico, con la piazza del Mercato (Rynek) e il castello è rimasto inalterato dal XIII secolo, periodo nel quale la città si ampliò fino a raggiungere nel XIV secolo il suo massimo splendore grazie alla fondazione dell’Università Jagellonica nella quale studiò anche Copernico. Il centro storico di Cracovia, sotto tutela dell’UNESCO dal 1987, conserva la piazza medievale più grande e meglio conservata d’Europa e ciò rappresenta una vera rarità considerando che quasi l’intera Polonia fu rasa al suolo durante la Seconda Guerra Mondiale quando, a partire dal settembre 1939, il paese fu praticamente accerchiato a sud dai nazisti e a nord dai sovietici. I nazisti ebbero però un trattamento “di riguardo” verso quella città: non toccarono le sue bellezze artistiche e architettoniche, trasformando la città in una roccaforte nazista. Nella piazza, nella quale l’antico mercato coperto è stato trasformato in un insieme di piccolissime boutique un po’ troppo turistiche, sorge la chiesa di Santa Maria in stile gotico che ha come particolarità due torri totalmente differenti. Se vi trovate a passeggiare per Rynek vi capiterà di ascoltare una melodia suonata da un trombettiere dalla torre più alta della chiesa. Si tratta dello Hejnal, “chiamata a raccolta”, un suono che ricorda un episodio tragico della storia della città: in una notte del 1241 una sentinella suonò la tromba per avvisare i cittadini dell’imminente arrivo dei Tartari, ma il segnale fu spezzato a causa di una freccia che trafisse la guardia. Da allora, ad ogni ora ed in tutti i giorni dell’anno, l’episodio viene ricordato con un suono di tromba interrotto nel mezzo e viene ritrasmesso ogni giorno alle 12 dalla radio nazionale polacca. Tutto il quartiere centrale di Cracovia (Stare Miasto), che si articola in una serie di stradine che portano tutte sull’enorme piazza, è circondato da un parco chiamato Planty che ricalca le mura della città. Percorrendo la strada Reale si arriva al Castello, costruito sulla collina di Wawel che venne utilizzato come residenza reale dal 1038 […]

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Fotostorie

Il mio mare fuori tempo e fuori stagione

  Adoro il mare. Ma non il mare dell’immaginario consueto, non la spiaggia su cui stendermi nel mese d’agosto per appassire al sole, non quel luogo gremito di bimbi e persone urlanti, non il mare nelle ore più calde. Il mare che mi rappresenta e che mi porto dietro quando mi allontano è quello  fuori stagione e fuori tempo. È quello della sera e del tramonto, degli ombrelloni chiusi e della spiaggia pettinata, quello della solitudine e della tranquillità, è il mare della notte illuminato da un graffio di luna, è quello increspato d’inverno che quasi mette paura. È scogli su cui si infrangono onde indisturbate, senza schizzare bagnanti che fanno a gara a tuffarsi. Rappresenta una distesa da scrutare in silenzio, dinanzi a cui ipnotizzarsi, nella quale perdersi evadendo dalla realtà ma ritrovando contemporaneamente se stessi. Il mio mare è un misto di di passioni blu scuro, azzurro, rosa e viola. Quel mondo dai mille colori  non è per me sinonimo di meta di vacanze una volta all’anno, ma specchio in cui riflettersi tutti i giorni;  è quasi un’entità, un’idea avulsa dal tempo e dallo spazio.  Questo è il mio mare. Clicca sulla foto per ingrandirla. -Il mio mare fuori tempo e fuori stagione-

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Libri

Il vocabolario sociale: il peso delle parole

Qualcuno ricorderà la famosissima scena del film “Palombella Rossa” (1989) nella quale Nanni Moretti, sconvolto dalle espressioni utilizzate da una giornalista che lo sta intervistando, dopo averla presa a schiaffi, le grida infuriato: “Ma come parla? Le parole sono importanti!”. Al di là della scena volutamente provocatoria, il fine di Moretti, di fronte a espressioni come “il suo matrimonio è a pezzi” oppure “ambiente cheap”, è quello di ribadire con forza (forse troppa!) che le parole hanno un peso rilevante nella comunicazione. Esprimersi infatti significa riflettere  prima di parlare e avere ben presente che esistono molte parole che possono urtare la suscettibilità dell’interlocutore, essere considerate sconvenienti o inopportune e dare adito a fraintendimenti. Chi si esprime deve avere la consapevolezza che alla propria possibilità di parlare liberamente corrisponde, dalla parte di chi ascolta,  la libertà di non essere offesi. L’idea di creare un vocabolario sociale nasce quindi dalla constatazione che esistono gruppi o comunità che manifestano  sempre più spesso il proprio disagio e la propria insofferenza verso alcune parole che vengono adoperate nella comunicazione verbale e scritta. Esistono, per fare un esempio, parole come “clandestino” che sono utilizzate spesso nei quotidiani in maniera impropria: il termine, che indica un immigrato privo di permesso di soggiorno e che agisce contro la legge, viene attribuito, in maniera frettolosa, anche a persone che invece non agiscono nell’illegalità. Il fine del vocabolario, pubblicato da Gesco Edizioni, curato dalla giornalista Ida Palisi, dal sociologo Fabio Corbisiero e dallo storico della lingua italiana Nicola De Blasi, si propone non di prescrivere dei termini, ma piuttosto definizioni “più convenienti” che spingano ad una riflessione sui problemi trattati. Il vocabolario sociale si articola in nove aree tematiche scelte dai lettori di Napoli Città Sociale durante una campagna partecipativa lanciata nel 2012 e riguardano dipendenze, disabilità, famiglia, immigrazione, lavoro sociale, minori, omosessualità, povertà e welfare. Ogni area tematica, frutto del lavoro di giornalisti e ricercatori provenienti da ambiti professionali diversi, viene approfondita secondo uno schema chiaro e ben strutturato: partendo da un’analisi di tipo linguistico e sociale, si pone l’attenzione anche alla prospettiva storica che ha portato all’evoluzione dei significati. Vengono successivamente illustrate le parole collegate a quella principale, gli usi distorti e i tecnicismi; di estremo interesse, infine, risultano le schede di approfondimento e la parte sulle leggi relative ai temi affrontati. Il vocabolario sociale, utile non solo dal punto di vista divulgativo, ma soprattutto per tutti coloro che lavorano nell’ambito della comunicazione, può essere scaricato gratuitamente dal sito di Napoli città sociale. (Clicca qui) – Il vocabolario sociale : il peso delle parole –

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