Infermieri, tra svalutazione delle competenze, discriminazioni e demansionamento

Il sistema sanitario italiano presenta oggi una frattura profonda che non può più essere ignorata. È una ferita strutturale, interna, che si estende sotto il linguaggio rassicurante delle riforme, della “copertura universale” e dell’efficienza organizzativa. A sostenere quotidianamente questo sistema sono soprattutto gli infermieri, professionisti centrali per la tenuta dell’assistenza che, mentre vengono celebrati a parole come pilastri della sanità pubblica, si trovano sempre più spesso a operare in condizioni che ne compromettono dignità, salute e prospettive di carriera. Non si tratta più di una crisi contingente di risorse o di organico: è una crisi di sostenibilità del lavoro di cura e, in ultima analisi, di giustizia organizzativa.

Quali sono le principali criticità del sistema infermieristico italiano?

Fattore di rischio Impatto sulla professione
Normalizzazione del sacrificio Turni prolungati e carichi assistenziali insostenibili.
Logiche aziendalistiche Contenimento dei costi a scapito della valorizzazione delle competenze.
Mancato riconoscimento accademico Svalutazione di Master, Lauree Magistrali e Dottorati.
Divario salariale Stipendi inferiori alla media dei Paesi europei (Report OCSE).
Demansionamento Impiego di personale qualificato in attività tecnico-esecutive.

Dalla narrazione dell’eroismo al burnout sistemico

La narrazione dell’eroismo, amplificata durante la pandemia da Covid-19, ha prodotto un effetto ambiguo. Definire gli infermieri “eroi” ha contribuito a normalizzare il sacrificio, trasformando l’eccezione in regola. Turni prolungati, riposi insufficienti, carichi assistenziali incompatibili con la sicurezza clinica sono diventati elementi strutturali dell’ordinario. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’eccessivo rapporto paziente-infermiere è direttamente associato a un aumento degli eventi avversi, della mortalità evitabile e dell’esaurimento professionale. In Italia, come rilevato anche dall’OCSE, il numero di infermieri per abitante resta inferiore alla media dei principali Paesi europei, con un impatto diretto sulla qualità dell’assistenza e sulla tenuta psicofisica degli operatori.

Questo scarto continuo tra responsabilità etica e condizioni materiali di lavoro genera distress morale, una forma di sofferenza tipica delle professioni di cura, ampiamente documentata nella letteratura scientifica. Il professionista sa cosa sarebbe corretto fare, ma non dispone del tempo, delle risorse o del supporto necessari per farlo. L’OMS riconosce il burnout come fenomeno occupazionale e, nel settore sanitario, come una minaccia sistemica. I dati nazionali mostrano un aumento delle assenze per malattia, dei disturbi d’ansia e depressivi e un progressivo disinvestimento emotivo dal lavoro. Quando chi cura non riesce più a prendersi cura di sé, l’intero sistema entra in una zona di rischio strutturale.

Logiche aziendalistiche e svalutazione dei titoli

A rendere il quadro ancora più critico contribuisce un’organizzazione del lavoro sempre più orientata a logiche aziendalistiche, in cui il contenimento dei costi e la flessibilità estrema prevalgono sulla valorizzazione delle competenze. In molti contesti, i titoli universitari infermieristici come lauree magistrali, master, dottorati, non trovano un reale riconoscimento nei percorsi di carriera. La progressione professionale resta spesso legata a criteri opachi, a decisioni discrezionali, piuttosto che a formazione accademica. Questo genera una frattura profonda tra l’investimento formativo richiesto agli infermieri e il ritorno professionale effettivamente garantito dalle organizzazioni.

La discriminazione intersezionale nei reparti

All’interno di questo scenario si inserisce anche il tema della discriminazione intersezionale, ancora largamente sottovalutato nel dibattito pubblico. Infermieri stranieri o con background migratorio, pur rappresentando una quota significativa della forza lavoro e contribuendo in modo determinante alla tenuta dei servizi, risultano fortemente sottorappresentati nei ruoli di coordinamento e dirigenza. I dati FNOPI e del Ministero della Salute mostrano una presenza marginale di professionisti non italiani nelle posizioni apicali, a fronte di una crescente multiculturalità nei reparti. A questo si aggiunge, frequentemente, il dover “dimostrare di più”: maggiore pressione, minore tolleranza all’errore, aspettative più elevate rispetto ai colleghi, in un clima che rischia di alimentare esclusione e svalutazione sistemica.

Invecchiamento della popolazione e mobilità interna

Un ulteriore elemento di criticità è rappresentato dall’età media sempre più elevata della popolazione infermieristica. In molti servizi una quota consistente di professionisti ha superato i cinquant’anni, con alle spalle decenni di lavoro usurante. Infermieri esperti che dovrebbero costituire una risorsa strategica in termini di competenze e mentoring, ma che vengono spesso sottoposti a mobilità interne continue, senza un reale confronto né percorsi di accompagnamento. Trasferimenti ripetuti, assegnazioni improvvise a contesti non conosciuti, richiesta di essere immediatamente operativi in ambienti complessi: pratiche che espongono a rischio sia il professionista sia il paziente.

Demansionamento e divario salariale con l’Europa

Questa gestione impropria delle risorse umane si traduce spesso in forme di demansionamento di fatto. Infermieri altamente qualificati vengono impiegati in attività che non valorizzano il loro profilo professionale, mentre aumenta la richiesta di assumersi responsabilità elevate senza un corrispondente riconoscimento economico o contrattuale. Gli stipendi infermieristici italiani restano inferiori alla media europea, come evidenziato dai rapporti OCSE, nonostante l’aumento delle competenze richieste e del rischio clinico e legale. Il risultato è un paradosso ormai evidente: mentre si denuncia la carenza di infermieri, si contribuisce attivamente a espellere quelli presenti, alimentando dimissioni, migrazione professionale verso l’estero e abbandono della professione.

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