Incontrare Henrik G. Folden significa immergersi in un racconto dove l’eleganza, il buongusto e l’amore per la moda non sono apparenza, ma il fulcro di un lavoro capace di ispirare le nuove generazioni. Oggi Direttore della prestigiosa Accademia di Moda e Design di Copenaghen, Henrik rappresenta quel raro punto di equilibrio tra il rigore della sartoria classica e una visione proiettata verso il futuro e l’innovazione.
Indice dei contenuti
| Chi è Henrik G. Folden: Profilo e Formazione | Dettaglio |
|---|---|
| Ruolo attuale | Direttore dell’Accademia di Moda e Design di Copenaghen |
| Formazione internazionale | La Chambre Syndicale de la Couture Parisienne |
| Incontri professionali chiave | Erik Mortensen (designer per Pierre Balmain) |
| Visione del settore | Equilibrio tra sartoria classica, innovazione ed etica produttiva |
La sua storia è caratterizzata dalla passione di chi, nonostante le difficoltà, crede nei propri sogni e li trasforma in realtà con impegno e tenacia: dalle coste della Danimarca agli atelier più esclusivi di Parigi, la sua carriera è stata segnata dall’incontro con giganti come Erik Mortensen e dalla formazione presso la scuola de La Chambre Syndicale de la Couture Parisienne. Ciò che rende il lavoro di Henrik davvero speciale, però, non sono solo i titoli o le collaborazioni prestigiose, ma la sua dedizione nel tramandare il “saper fare”. Per lui, la moda non è un prodotto usa e getta, ma un’arte che richiede rispetto per i materiali, attenzione al processo produttivo e una responsabilità etica costante.
In questa intervista, Henrik ci apre le porte del suo percorso personale, condividendo riflessioni schiette e appassionate sulle sfide di un settore in continua evoluzione. Un dialogo che trasmette tutto l’entusiasmo di chi ha fatto della bellezza la propria missione di vita.
Intervista a Henrik G. Folden, Direttore dell’Accademia di Moda e Design di Copenaghen
Com’è nata la tua passione per la moda?
Beh, credo di essere nato per farlo. Sono cresciuto in una piccola città sul mare. La mia famiglia lavorava nel settore alberghiero; mia madre faceva la chef, era sempre presente, così come il resto della famiglia. Giravo per l’hotel in mezzo a tutti questi ospiti internazionali e, in questo senso, la mia è stata un’educazione aperta al mondo e alle diverse culture.
Da dove sia nata esattamente l’idea della moda, non lo so. C’è sempre stata. Uno dei miei primi ricordi è legato alle gare di ballo latino-americano: guardavo quegli abiti giallo canarino o blu con le piume. È uno dei ricordi più remoti. Fin da piccolo sono sempre stato interessato alla moda, all’arte e ai gioielli; era un’attrazione verso l’estetica degli oggetti. Poi, gradualmente, questo interesse si è spostato verso la confezione dei capi. Studiavo i designer classici già alle elementari, ed è lì che la passione è cresciuta.
Ho avuto degli insegnanti capaci di alimentare questo interesse. In particolare, quando avevo 16 anni, e in una piccola città può essere difficile avere inclinazioni artistiche o relazionarsi con altri giovani, una professoressa mi mise in contatto con il direttore del museo locale. Iniziai a lavorare lì, a contatto con l’arte, gli artisti e i visitatori. Per me è stato uno sfogo: potevo essere “diverso” ed essere apprezzato proprio per quella diversità.
Ho sempre saputo che avrei vissuto a Parigi; faceva parte di me, anche se non so da dove venisse questa certezza. Anche al liceo i miei studi si concentravano sulla storia, l’arte e le arti plastiche. Tuttavia, vivendo nel nord del Paese, non c’era una vera comunità artistica o legata alla moda, quindi dovevo capire cosa fare dopo il diploma. All’epoca non avevamo Google o gli smartphone; la ricerca era limitata, dovevi sfogliare l’elenco telefonico per far funzionare le cose.
Siamo nei primi anni ’90 e, tramite il direttore del museo locale, entrai in contatto con l’allora direttore della National Gallery di Copenaghen. Sapevo che avrebbero ospitato una grande mostra su un designer danese che aveva lavorato a Parigi per molti anni: Erik Mortensen, che lavorava per Pierre Balmain. Avevo studiato la sua storia e letto le sue memorie; veniva dalla mia stessa zona, a soli 40 km dalla mia città. Avevamo un background simile: era cresciuto in una comunità che non aveva nulla a che fare con la moda, ma era lì che era approdato.
Alla fine del 1994 feci un viaggio in Russia. Ero l’unico sotto i vent’anni perché era un viaggio costoso e San Pietroburgo non era una meta comune all’epoca. Lì incontrai persone colte e di un certo rilievo sociale che mi avrebbero aiutato in seguito. Il direttore del museo faceva da guida in quel viaggio. Sapevo che nel 1996 ci sarebbe stata a Copenaghen una grande retrospettiva su Mortensen, dove per la prima volta avrebbero mescolato capolavori della National Gallery con creazioni di haute couture su manichini, creando un dialogo tra tessuti, colori e materiali.
Avevo iniziato la mia formazione a Copenaghen nel febbraio 1995. Avevo visitato un paio di scuole, ma questa fu l’unica in cui entrai fisicamente. Salutai la direttrice, Marianne, percorsi il corridoio, guardai in giro, tornai indietro e dissi “grazie”. Lei mi disse in seguito che pensava non mi avrebbe più rivisto, ma io avevo sentito subito di appartenere a quel posto. Firmai i documenti e iniziai una settimana prima del mio ventesimo compleanno.
Nel 1996, durante la mostra alla National Gallery, ricevetti una chiamata dalla direttrice: “Puoi venire ad aiutare? Le ultime due assistenti danesi di Mortensen se ne sono andate, lui è furioso”. Risposi: “Sei matta? Arrivo subito!”. Mortensen ed io avevamo lo stesso umorismo molto asciutto. Essendo io un ragazzo, si sentì sollevato e iniziammo a lavorare con un’intesa immediata; era come uno zio. Lo aiutai con l’apertura, poi facemmo un’altra mostra in Norvegia. Rimasi responsabile della documentazione e della manutenzione dei capi per i sei mesi della mostra, per poi occuparmi dell’imballaggio per il ritorno a Parigi.
Rimasi in contatto con lui e, durante una cerimonia, mi presentarono un uomo francese molto alto. All’epoca il mio francese era elementare e non capii subito chi fosse: era il presidente della Chambre Syndicale, la massima autorità dell’alta moda francese. Mi invitò a Parigi per vedere la scuola. Gli dissi che il mio obiettivo era Parigi, ma non sapevo come realizzarlo. Mi disse: “Vieni a trovarci e organizzeremo un incontro”. Andai, mostrai il mio portfolio e fui accettato direttamente al terzo anno.
Quella scuola è prestigiosa perché insegna l’aspetto tecnico del business; è lì che le aziende prendono i propri tecnici. Non solo designer, ma persone capaci di realizzare le idee. Ecco perché la mia passione per il prodotto, lo sviluppo, i materiali e le dinamiche dietro la creazione è così forte. In breve, ecco come sono entrato nel mondo della moda.
Cos’è la moda per te?
La moda per me è diverse cose su più livelli. Direi che è una “locomotiva drammatica” che guida lo sviluppo, la ricerca, la creazione dell’eccellenza e l’economia. Si tratta di tendere a qualcosa di esteticamente molto piacevole. Credo sia un’industria fondamentale perché aspira a qualcosa di più bello in questo mondo, contrapponendosi alla negatività che ci circonda. Il suo scopo primario è la creazione della bellezza.
Se scaviamo più a fondo, ci sono anche connotazioni negative. Quando penso alla moda, penso alla high fashion e non alla fast fashion. Penso al processo di alto livello che guida l’intero settore. La ricerca della perfezione non appartiene alla fast fashion, che considero l’aspetto negativo. Dobbiamo pensare in modo più intelligente.
Divido le due cose: ora sta emergendo la slow fashion, ma anche questa ha le sue sfide. Non produrre o produrre meno non è necessariamente la soluzione; bisogna pensare meglio. Il business deve cambiare, ma dobbiamo cambiare anche come consumatori; non può piovere tutto solo dall’alto. Per questo torniamo ai metodi di produzione, alla qualità dell’artigianato. Creare un prodotto che duri a lungo, con materiali adeguati e una ricerca intelligente in ogni fase.
Secondo te, quali sono le sfide che il mondo della moda deve affrontare?
Ne ho appena accennato: innanzitutto, penso sia molto facile sedersi nei paesi sviluppati a fare tavole rotonde e fiere della moda dove, per sei giorni, non usiamo plastica o cannucce e guidiamo auto elettriche, concordando su tutto. Ma questo rappresenta lo 0,001% dell’intero business. Finché ci saranno clienti per i prodotti della fast fashion, avremo un problema enorme.
Non possiamo risolvere tutto solo con discussioni o leggi dell’Unione Europea; deve essere un’iniziativa globale. L’obiettivo primario è cambiare la mentalità dei consumatori. Nella nostra scuola a Copenaghen ne parliamo continuamente. Possiamo mettere quote alle importazioni, ma le soluzioni devono essere applicabili anche dalle piccole imprese, non solo dai colossi come Inditex (Zara) o H&M.
Noi formiamo la prossima generazione di designer che vorranno mettersi in proprio. Dobbiamo dare loro le basi per produrre un prodotto reale, non solo insegnare che “la moda è sbagliata e inquina” facendogli scrivere rapporti ambientali. Qual è la soluzione? Quando entrano in un’azienda, devono essere in grado di pagare gli stipendi e produrre. Serve un modello di business sostenibile ma vitale, che implica comunque una produzione e una vendita.
Recentemente abbiamo avuto il Global Fashion Summit a Copenaghen. Tutti concordano sul fatto che il settore sia inquinante, ma poi cosa succede? Se ne discute per sei giorni e poi si torna alla normalità per sei mesi fino al prossimo incontro. Spesso non ci sono le persone della produzione che possono davvero fare la differenza, ma influencer, giornalisti e lobbisti.
C’è una sconnessione. È come quando i consigli della moda parlano di inclusività, ma chi ci lavora ha tutto lo stesso tipo di corpo e morfologia. Ti dicono che devi avere diversità di genere in azienda, ma chi implementa queste regole sembra tutto uguale. Amo il fatto che si parli di body positivity, ma vedo ancora troppe persone che sembrano non mangiare. Questo è uno dei lati meno attraenti del settore: bisogna “razzolare come si predica” (walk the walk).
Per questo, ad esempio, parliamo molto di pellicce, di tecnica e tracciabilità. Affrontiamo il paradosso di aziende che rifiutano la pelliccia vera per etica, ma offrono pellicce sintetiche che rilasciano microplastiche non biodegradabili. Mi chiedo: se sei contro la pelliccia, perché offri un prodotto che le somiglia? Perché c’è un cliente che lo vuole. È come il burger vegano che deve sembrare carne: per me è un paradosso.
Il nostro insegnamento parte dalle basi:
- pensare in modo più intelligente;
- ridurre gli sprechi (che ha un impatto diretto sui costi);
- sviluppare prodotti migliori.
Cosa vuoi dire alla nuova generazione di designer?
Continuate così. L’impatto e l’importanza del designer oggi sono cambiati: l’artigianato si evolve, le posizioni e i titoli professionali mutano. Un giovane designer oggi deve considerare molti più fattori rispetto al passato.
Negli anni ’50, l’età d’oro della haute couture, creavi un oggetto esteticamente piacevole concentrandoti sul look. Non ci si preoccupava dell’impatto ambientale perché non se ne conosceva la portata. Oggi abbiamo molta più conoscenza. Si tratta di unire tutte queste informazioni e agire con intelligenza. Pensate al pianeta e siate il cambiamento, non necessariamente una rivoluzione violenta, ma un cambiamento graduale basato sulla consapevolezza che ogni nostra azione ha un impatto.
Oggi contano il genere, lo storytelling, l’etica. Negli anni ’50, se Dior alzava l’orlo di 2 cm, tutti andavano dal sarto ad alzarlo. Oggi il cliente compra una storia. Se vengo da te, voglio sapere che rispetti l’ambiente, che usi cotone tracciabile o lana proveniente da una specifica zona d’Italia. Questo storytelling fa parte del mondo del design moderno. Quando sei un giovane emergente, devi essere come un polpo: capace di pensare a tutto contemporaneamente.
Fonte immagine: ufficio stampa.

