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Eroica Fenice

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Ad Astra: James Gray insegue Coppola e Stanley Kubrick

Ad Astra, un film di Fantascienza Filosofica

Ho trovato una citazione di Arthur C. Clarke, autore di 2001: Odissea nello spazio: “Esistono due possibilità: o siamo soli nell’universo, o non lo siamo. Entrambe sono terrificanti”. Allora ho pensato che non avevo mai visto un film su di noi, soli nell’universo. L’idea dei viaggi nello spazio è bella e terrificante al tempo stesso: io sono un grande sostenitore delle esplorazioni spaziali, che però a volte sono semplicemente un modo per fuggire. Questo mi ha trasportato in una dimensione intima: la storia di un padre e di un figlio. Spero che le persone capiscano che dobbiamo apprezzare le esplorazioni e amare la Terra. Bisogna preservare la Terra e i legami umani, a ogni costo“. Questo è il commento del regista James Gray  esposto alla 76esima edizione del Festival del Cinema di Venezia. Un regista ambizioso che con Ad Astra ha giocato su due fronti, o per meglio dire su due esperienze richiamanti il tema del viaggio: quello spaziale e quello mentale.
Fin dall’inizio della sua carriera Gray è sempre stato un regista che ha agito controtempo rispetto agli anni in cui si è mosso, ricercando un salto in avanti rivolgendosi all’indietro, al passato, soprattutto quello degli anni Settanta.
Per sua stessa ammissione, il regista si è ispirato a modelli come 2001 Odissea nello Spazio di Stanley Kubrik ed Apocalypse Now di Francis Ford Coppola  .
Ad Astra è a tutti gli effetti un film di fantascienza filosofica che coniuga la complessità della riflessione con la spettacolarità del viaggio spaziale.

La Trama Nascosta

In questo film vediamo il cosmonauta Roy McBride (Brad Pitt) viaggiare fino ai confini estremi del sistema solare per ritrovare il padre scomparso e svelare un mistero che minaccia la sopravvivenza del nostro pianeta. Il suo viaggio porterà alla luce segreti che metteranno in dubbio la natura dell’esistenza umana e il nostro ruolo nell’universo.
La trama, per un occhio non critico, sembrerebbe terminare qui. Ma bisogna sottolineare la presenza di un significato più profondo. Una trama nascosta, il cui filone della storia rimanda ad una componente psicologica molto comune.
Il protagonista è si un astronauta dedito al suo lavoro, come un esploratore ed uno scienziato, ma è anche un semplice uomo che soffre per la scarsa presenza del padre. Le missioni spaziali e l’ossessione del Dottor Clifford McBride (Tom Lee Jones) di ricercare altre forme di vita intelligenti oltre la nostra lo hanno condotto verso un allontanamento familiare, fino a raggiungere la morte ai confini del sistema solare. Una scelta la cui distanza che questa comportava è stata percepita fortemente dal figlio, il quale dovrà conviverne con il peso per tutta la vita, divenendo anch’egli incapace di legami affettivi. L’eredità comportamentale del padre è evidente in lui nella scelta di perseguirne le orme, nel non riuscire a legarsi emotivamente e nel distaccarsi dall’idea di avere una famiglia sua.
Quando successivamente Roy riceverà la notizia di una possibile sopravvivenza del padre tra gli anelli orbitanti di Nettuno, risorge in lui la speranza di poter guarire le sue ferite, inferte dalle spietate conseguenze dell’abbandono.
E’ dunque questa per il protagonista una doppia missione di salvataggio: soccorrere la Terra dalle peripezie dell’anomalia della missione McBride e salvare se stesso.
Affronterà dunque un viaggio solitario, tra i meandri dell’ignoto spaziale e quelli intricati della propria mente.

Una Terribile Verità

Raggiungendo Nettuno, Roy dovrà fare i conti con una terribile verità: il decesso del padre era avvenuto ancor prima della missione su Nettuno. Un decesso non fisico quanto mentale: annientato dall’ossessione del suo obbiettivo, Clifford rivela di aver consciamente abbandonato gli affetti per proseguire una strada più egoistica: una volta fronteggiato il proprio figlio, ne rinnega l’importanza, come rinnega quella della moglie.
Il tema potrebbe richiamare quello dilaniante dello stacanovismo, la cui tendenza al privilegiare logica e materialità punisce gli affetti, condannando a sua volta l’uomo stesso ad una vita di solitudine.
Un’ulteriore azione compiuta da Clifford che prova la presenza di tale tematica sta nella scelta di proseguire la missione nonostante la resa dei suoi compagni, desiderosi di far ritorno sulla Terra.
Il padre di Roy ricercava altre forme di vita intelligenti a discapito della propria, rinunciando a quanto di più caro e umano potesse possedere: l’amore.
Roy dopo quel discorso doveva far fronte ad una scelta: proseguire con il padre una missione divenuta suicida a causa della presenza di una falla nel sistema, arrendendosi così all’incapacità di distaccarsi da lui, o il distruggere invece quella falla condannando la missione al fine di salvare se stesso e l’umanità. Tale scelta potrebbe far riferimento al dilemma esistenziale sull’ereditarietà comportamentale dei cattivi genitori, che sfocia nella domanda: “sono nato da loro quindi sono come loro?”. In questa scelta si divarica un bivio che vede da un lato una missione suicida e dall’altro quella di salvataggio. Tale bivio già suggerisce la scelta giusta da compiere: Roy arriverà a capire che così come i genitori regalano la vita così ne sono i diretti responsabili fino ad un certo punto. Seguire il padre avrebbe significato accondiscendere al proprio malessere, divenendo come lui e quindi perire in solitudine per non percepire più quel terribile senso di abbandono, che in ogni caso non sarebbe mai scomparso. Si rende conto che la vita non può legarsi solo al passato senza guardare avanti al futuro. Un futuro certamente diverso da quello che ormai è stato e lontano dalle scelte di un genitore.
Roy slega il suo cordone ombelicale lasciando così il padre con le sue decisioni e per la prima volta dopo molto tempo compie dei passi prettamente suoi. Passi in cui l’ombra di Clifford scompare.

 

Conclusioni 

Ad Astra è un film difficile, psicologico e filosofico ben riuscito da un punto di vista di trama, morale ed effetti speciali. Quello che manca, oltre ad un equilibrio davvero compiuto tra filosofia e spettacolo, è principalmente il senso del Mistero. Il mistero dello spazio, quello dell’esistenza. Il mistero di qualcosa che non ci deve essere necessariamente spiegato, illustrato, razionalizzato. L’ambizione di Gray – che pure abbiamo detto innegabile – non si spinge fino alla dissennatezza coppoliana, o alla misticità kubrickiana. Al contrario di quanto avveniva per Willard, la sorte di McBride ci viene raccontata per bene. E, nel corso di un viaggio cosmico assai improbabile dal punto di vista scientifico, questo silenzioso e tormentato astronauta incontra sì una scimmia, ma nessun monolite nero.

 

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