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Baby reindeer: storia di una vittima imperfetta | Recensione

baby reindeer

Baby reindeer ha conquistato Netflix in pochi giorni e in soli sette episodi, scalando le classifiche delle serie tv più viste sulla piattaforma e tenendoci incollati allo schermo, con un mix di emozioni e sentimenti contrastanti a trascinarci puntata dopo puntata: tenerezza, allegria, ansia, paura, tristezza, claustrofobia, rabbia, empatia, compatimento. Con 22 milioni di visualizzazioni globali, è prima in 80 Paesi, Italia compresa, e in top ten in 92.

Baby reindeer è una serie sullo stalking (un po’ come You), ma lo è per davvero. Non segue lo schema prestabilito del “carnefice” e della “vittima” (nonostante siano ben riconoscibili) nè insegue clichè e luoghi comuni. Racconta lo stalking come una disfunzione mentale, una malattia di qualcuno (in questo caso, Martha, interpretata dalla bravissima Jessica Dunning) che non è calcolatore, ma semplicemente vulnerabile, e non riesce a fermarsi perchè crede fermamente in tutto ciò che la sua testa immagina.

Baby reindeer è anche una serie sulla violenza e sull’abuso, e su tutti i danni psicologici, oltre che fisici, che chi ne è vittima subisce. Soprattutto, non ci presenta una vittima (in questo caso Donny, il protagonista) per come – secondo una visione prestabilita – “dovrebbe essere”, ovvero esclusivamente disgustata dall’abuso, ma racconta una vittima che si affida e stabilisce una forma di attaccamento nei confronti del proprio aggressore perchè lo ritiene l’unico in grado di sostenerla. In effetti, Donny è una “vittima imperfetta” che evidenzia quanto possa essere labile il confine tra vittima e carnefice e quanto possano sembrare incomprensibili e incoerenti alcuni comportamenti di entrambe le parti.

Baby reindeer è una storia vera, diretta da Weronika Tofilska e Josephine Bornebusch, prodotta da Matthew Mulot, scritta e interpretata da Richard Gadd, attore e sceneggiatore scozzese classe 1989, che dopo sei anni, 41.071 email, 744 tweet, 350 ore di messaggi vocali, 46 messaggi su Facebook, 106 pagine di lettere cartacee e alcuni regali a tratti inquietanti (una renna giocattolo, alcuni sonniferi, un cappello di lana e dei boxer), ha deciso di raccontare la sua esperienza come vittima di stalking da parte di una donna di mezza età. Tutti i messaggi sgrammaticati che appaiono nella serie sono stati scelti tra quelli realmente inviati a Gadd dalla sua stalker. Gadd ha iniziato la sua carriera come stand-up comedian, è diventato poi autore autobiografico, diplomato nel West End e ha attraversato un lungo percorso personale che lo ha portato a vincere un Premio Laurence Olivier e il Fringe Festival di Edinburgo nel 2019, con lo spettacolo Monkey See, Monkey Do (2016), in cui correva su un tapis roulant inseguito da un gorilla per rappresentare la sua esperienza di sopravvissuto a una violenza sessuale.

Baby reindeer, la trama (spoiler alert!)

Baby Reindeer – che è anche un adattamento dell’omonima opera teatrale – racconta la vita di Donny, che ha proprio il sogno di diventare un comico, ma che nel frattempo lavora in un pub londinese. L’arrivo di Martha in una giornata qualsiasi cambia radicalmente la sua vita. Questa donna dalla risata contagiosa, che millanta un lavoro da avvocata di successo al seguito di importantissimi politici e uomini d’affari, non può permettersi di pagare. La generosità di Donny nell’offrirle una tazza di tè scatena un’ossessione soffocante che, alla lunga, costringe il protagonista ad affrontare un suo trauma del passato e ad allontanare la donna transessuale di cui è innamorato, Teri (interpetata da Nava Mau). Un angosciante flashback, infatti, fa sì che Donny riviva l’incontro con Darrien (Tom Goodman-Hill) sceneggiatore di successo che, con la promessa di aiutarlo nella sua carriera nel mondo dello spettacolo, lo avvia alla droga e abusa sessualmente di lui. Nel corso della storia, Donny si rivela un’anima frastagliata, di chi si appoggia alle ossessioni altrui per superare le proprie. Impiega molto tempo per denunciare gli abusi subiti, probabilmente perché crede di meritarli. Nel finale, si confronta con i suoi genitori, a cui confessa la violenza subita e repressa nella vergogna, e scopre che il padre ne aveva subite, a sua volta, da giovane, alla scuola cattolica. Per Martha, invece, arriva una condanna a nove mesi di carcere e cinque anni di ordine restrittivo. Stremato, Donny riascolta continuamente i messaggi vocali di Martha e scopre il motivo per cui lo ha soprannominato “baby reindeer”, ovvero per via di un peluche a forma di renna che, da piccola, rappresentava l’unico rifugio dalle liti dei suoi genitori. Commosso, Donny ordina un Vodka Coke e si accorge di aver dimenticato il portafoglio a casa. Il barista, in uno slancio di generosità e pietà, decide di offrirglielo, ricreando la stessa scena accaduta in principio con Martha.

Un aspetto drammaticamente veritiero della serie è il ruolo della polizia nella vicenda, con tutte le contraddizioni burocratiche e l’inadeguatezza nella gestione di casi così delicati. Un secondo aspetto è l’accanimento dei “fan” nella ricerca delle persone reali dietro i personaggi della serie e che mostra evidentemente quanto poco siano riusciti a comprenderne la lezione fondamentale.

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