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Belfast di Kenneth Branagh | Recensione

Recensione del film “Belfast” di Kenneth Branagh

Amore, paura e fede: tutto il senso della pellicola autobiografica in bianco e nero del regista irlandese.

Hearts go astray, leaving hurt when they go
I went away just when you needed me so
Filled with regret I come back beggin’ you
Forgive, forget. Where’s the love we once knew?

E mentre lui, Jamie Dornan, canta con un bellissimo microfono vintage tra le mani – che per un momento diventa il suo partner di ballo – lei, al centro della pista, intercetta i suoi occhi, ricorda i passi di una canzone che hanno ballato tante volte, ritrova i segni dell’amore che hanno conosciuto un tempo. È di questo amore che parla Belfast di Kenneth Branagh, un film, anzi un everlasting love, dedicato a tutti quelli che sono rimasti, a quelli che sono partiti e a tutti quelli che si sono un po’ persi.

Belfast si guarda, ma soprattutto si sente. Tutti i dettagli – primo tra tutti, proprio le musiche di Van Morrison – sembrano concorrere a renderlo un film che lo spettatore deve percepire con tutti i sensi che ha a disposizione. Si sente l’Irlanda, in tutta la sua anima guerrigliera, in tutta la plasticità del suo spirito audace, diretto e puro. E si sente la lacerazione di questa Belfast ingrigita da una guerra di cui molti non capiscono più la ragione.

Belfast di Kenneth Branagh, una guerra che fa da sfondo

Non la capisce Buddy che ha soltanto nove anni ed è protagonista di questa pellicola tanto quanto lo è la sua città; è nato, per fortuna, in una famiglia protestante che preferisce non dirgli chi dovrà diventare, ma educarlo a scegliere chi vuole essere, senza timore. È per questo che di quel conflitto di fede non sa molto e gli basta credere che non c’è nulla di meglio di questa Belfast in cui vive. Anche perché è tutto ciò che conosce.

Nemmeno la madre di Buddy – una indovinatissima e irlandese Caitríona Balfe, donna forte e innamorata, di una classe rara, di una poeticità preziosa – ricorda più la ragione di quelle due parti, il “noi” e il “loro”, e non sembra nemmeno darsene pensiero fino ad un certo punto. Lo stesso vale per tutti coloro che di questa Belfast rappresentano la quotidianità semplice, i personaggi della microstoria anteposta a una macrostoria che il regista lascia trapelare soltanto tra le maglie strette delle case, delle strade, dei lacci che uniscono le persone.

Quando i lealisti protestanti attaccano le case dei cattolici, nessuno sa, in fondo, se la colpa sia “della nostra parte o della loro parte”. Nessuno ricorda bene nemmeno dove inizia e dove finisce la propria parte. La realtà è che non esiste questo e quel lato della strada, perché è sempre esistita una sola strada, in cui tutti si conoscono e si prendono cura gli uni degli altri, cattolici e protestanti. “Non hanno mai dato fastidio i cattolici, sono famiglie come noi, sono i nostri amici”. Ma era un’altra Belfast quella e ora, semplicemente, a guardare con timore e dissenso il vicino di casa devono farci tutti un po’ l’abitudine. C’è una sola alternativa ed è partire.

Vivere senza Belfast

Oscar alla migliore sceneggiatura originale – ma ben sette candidature – e Golden Globe a Caitríona Balfe, la pellicola semi autobiografica di Branagh è un po’ cinema, un po’ teatro, in un bianco e nero che mette in risalto le sfumature dei personaggi e delle loro contraddizioni. Ogni personaggio vuole restare e allo stesso tempo vuole partire, o sa di doverlo fare per vivere. Vivere senza Belfast, però, è un compromesso.

La vita forse è altrove, dove non c’è paura, ma attraversare il mare significa “imparare a parlare strano” e affrontare un altrove che è più alienante della guerra. Ma esiste una paura più straniante di quella che si prova quando si rischia di morire ogni giorno nell’angolo dietro casa?

Qui quello che voglio io non ha più importanza. Ho visto il mio volto nella vetrina del supermercato, e poi di nuovo a casa nello specchio. E mi sono chiesta che cosa sto facendo”. È quando legge la sua faccia allo specchio che la mamma si accorge di avere già addosso quel timore con cui guarda l’Inghilterra e che la trattiene a Belfast. Anche la propria strada può far paura, quando si è costretti a recuperare un figlio in mezzo a una rappresaglia mentre prova a rubare la confezione di un detersivo biologico, perché sa che ormai vale oro; fa paura quando la famiglia è metà di qua e metà di là dal mare, perché di là c’è lavoro ma non abbastanza soldi per tornare sempre a casa; e anche quando la gente si ferisce a vicenda come se non fosse nata nelle stesse strade.  

Se la Belfast di Kennet Branag non può più essere quella di una volta, l’amore che Buddy e la sua famiglia hanno conosciuto è ancora lì ad aspettarli, come un everlasting love. “Voglio con me la mia famiglia. Voglio te”, perché è soltanto l’amore che ci definisce.

È questo che Buddy deve imparare, in mezzo a una vita in bianco e nero che prende colore solo quando viene sublimata nell’arte, al cinema o al teatro. In mezzo alle urla, alle esplosioni, alle incomprensioni, deve imparare solo che lui e Catherine possono avere un futuro, anche se lei è cattolica.

Ma lo sai papà che è cattolica?

Quella ragazza può essere una praticante indù, o una battista del sud, o un anticristo vegetariano, ma se è gentile ed è giusta, e voi due vi rispettate, lei e la sua gente sono i benvenuti a casa nostra ogni giorno della settimana.

Così partono, si voltano per salutare la nonna, consapevoli che Belfast resta lì e che le persone che amano non andranno “in un posto in cui non potranno più trovarli”, mentre loro, hanno bisogno di cambiare per restare come sono.

A tutti quelli che sono rimasti, a tutti quelli che sono partiti. E a quelli che si sono un po’ persi. E a chi, come loro, ha fatto tutte e tre le cose.

Belfast di Kenneth Branagh, trailer

Immagine di copertina: Universal

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