Death’s Game (K-drama) | Recensione

Death’s Game (K-drama) | Recensione

Death’s Game, tratto dall’omonimo webtoon del 2019, è una serie intensa che mescola dramma esistenziale a elementi soprannaturali senza paura di toccare temi scomodi. La storia segue Choi Yeejae, un ragazzo segnato da anni di fallimenti, disoccupazione e disperazione. Quando decide di farla finita, pensa che tutto sia finito lì, ma non è così. Al posto della fine, trova un inizio inaspettato: si ritrova faccia a faccia con la Morte, che non prende affatto bene la sua decisione e, come punizione, lo costringe a vivere dodici nuove vite, ognuna sul punto di spezzarsi.

Ogni volta, Yeejae dovrà sperimentare cosa vuol dire morire, ma anche forse cosa vuol dire vivere davvero. Se riuscirà a salvarsi almeno in una di queste dodici occasioni, infatti, gli verrà concesso di continuare a vivere quella nuova esistenza; in caso contrario, il suo destino sarà la fine definitiva. Da qui, prende forma un viaggio narrativo che esplora temi forti come il rimorso, la redenzione, il valore della vita e la responsabilità morale delle proprie scelte.

Personaggi e narrativa

Ogni reincarnazione del protagonista apre un nuovo capitolo, una nuova vita e prevede una nuova morte a cui scampare. Ogni corpo che Yeejae abita vive in un contesto diverso: un liceale bullizzato, un pugile fallito, un dirigente corrotto, un senzatetto, un artista, un modello, un poliziotto e così via. Choi Yeejae, interpretato da Seo Inguk, sembra all’inizio un uomo senza via d’uscita, costretto ad osservare la vita degli altri: ne sente il dolore, la felicità e il peso costante. Al suo fianco, o meglio, come forza opposta e giudicante, erge la Morte (impersonata da Park Sodam): figura distante, glaciale, quasi divina. La sua presenza dona alla serie un tono filosofico e impone domande scomode sul significato della vita e sull’arbitrarietà del destino. La scelta di affidare ogni reincarnazione a un attore diverso (tra cui Lee Dohyun, Sung Hoon e altri volti noti del panorama cinematografico coreano) contribuisce senza subbio a rafforzare l’idea di frammentazione e molteplicità dell’esperienza umana: ogni attore imprime una sfumatura diversa alla stessa anima, rendendo tangibile il peso delle diverse vite e dei diversi percorsi di Yeejae.

Dal punto di vista tecnico, la regia punta su una fotografia cupa, montaggi serrati ed effetti visivi spesso spettacolari, che non sovrastano mai la componente emotiva ma la amplificano nei momenti chiave. La messa in scena delle morti, così come la rappresentazione dei momenti di transizione tra una vita e l’altra, dà alla serie un’identità visiva potente. Death’s Game è una parabola morale dove il gioco imposto dalla Morte assume i contorni di un giudizio etico sull’egoismo, sull’indifferenza e sulla facilità con cui si considera la propria vita un peso senza valore. Ogni episodio mette in scena un’esistenza precaria, spesso ignorata dalla società, e la rende degna di essere raccontata. In questo modo, la serie riesce a trasformare il dolore in significato e la fine in possibilità. L’uomo che voleva morire finisce per imparare, proprio attraversando la morte, che vivere è un atto di coraggio.

Cosa cerca di insegnare Death’s Game

In Death’s Game, la morte non è un punto di arrivo ma l’inizio di una lunga lezione. La serie sceglie di raccontare l’esistenza umana non dal punto di vista di chi vive serenamente ma da chi l’ha rifiutata. Al centro della storia c’è un giovane uomo che decide di togliersi la vita dopo anni di fallimenti e umiliazioni e che, quasi per scherzo divino, si ritrova a vivere dodici vite diverse. Le persone che incarna sono uomini e donne comuni, persone fragili, in bilico, spesso sconosciute agli occhi del mondo. Ogni reincarnazione diventa una risposta diversa: nessuna di queste vite è perfetta o facile, ma tutte, nel momento della fine, mostrano ciò che conta. Il cambiamento di Yeejae è graduale: inizia come spettatore, poi diventa partecipante e alla fine comprende. Chi credeva che il mondo fosse solo ostilità e fallimento, impara che ogni persona porta sulle spalle un peso e c’è chi lo sopporta, chi lo ignora e chi vi soccombe.

Uno degli insegnamenti più forti della serie è quindi la realizzazione che la vita non deve essere straordinaria per essere degna, non servono successi o riconoscimenti per darle senso, ma bastano dei gesti semplici e relazioni vere. Anche un’esistenza nascosta agli occhi degli altri può contenere amore, coraggio e bellezza. In questa lunga punizione, Yeejae incontra se stesso più volte, non nel proprio corpo, ma negli occhi degli altri: rivede la paura, la rabbia, la rassegnazione, la voglia di sparire, e in ognuna di queste emozioni, riconosce qualcosa che aveva provato. Comprende anche quello che non aveva mai capito prima, cioè che la vita non è fatta per essere controllata, ma attraversata, e che ogni passo, anche se incerto, ha un peso.

Death’s Game si “limita” a raccontare, con crudezza e delicatezza insieme, cosa succede quando si guarda alla vita con occhi nuovi. La morte, che sembrava la fine, si trasforma così nel più implacabile degli insegnanti, e quando tutto sembra ormai perduto, mostra che forse, anche solo per un attimo, vale ancora la pena restare.

Fonte immagine di copertina: Amazon Prime Video

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