Il Castello di vetro: la ricerca di un posto nel mondo

Il Castello di vetro: Jeannette Walls e la ricerca di un posto nel mondo

Il film di Cretton, Il castello di vetro,  ripercorre la vita della giornalista Jeannette Walls. Un film da riscoprire, per imparare l’importanza di restare liberi in mezzo al sistema e di perdonare il passato.

La storia di una ribellione ad ogni sistema precostituito, a chi ci vuole ben inquadrati e catalogati, a chi pretende di insegnare a essere come dovremmo essere fingendo di voler capire chi veramente siamo. Non è una storia nuova, ma trita e ritrita, raccontata in tutte le salse fino a quella più gustosa dell’indiscutibile Viggo Mortensen in Capitan Fantastic.

Però c’è ancora qualcosa da dire, e forse anche da imparare, perché l’abitudine a “raccontarsi” con le parole che il mondo intorno vuole sentire sta diventando un problema. E l’ha dimostrato Jeannette Walls, giornalista e scrittrice americana, che questa storia non l’ha soltanto raccontata, ma vissuta. 

Il castello di vetro (The Glass Castle) è un film del 2017 diretto da Destin Daniel Cretton, regista e sceneggiatore indipendente all’epoca già direttore di Short Term 12 e che qualche anno dopo avrebbe deliziato il Toronto Film Festival con la pellicola forte e militante de Il diritto di opporsi.

La vita di Jeannette Walls: una promessa di libertà

Il film, direttamente ispirato alla biografia di Jeannette Walls, traspone sul grande schermo il romanzo autobiografico della stessa giornalista, bestseller negli Stati Uniti pubblicato in Italia da Rizzoli nel 2005 e da Piemme nel 2017.

«Noi non siamo come gli altri, noi abbiamo il fuoco dentro che ci brucia», ripete Woody Harrelson che, dopo quelli di Martin Hart nella prima stagione di True detective, veste benissimo anche i panni di Rex Walls, padre di Jeannette. Un padre premuroso, amorevole, sognatore, ma costantemente ubriaco, tanto da spingere dalla finestra la moglie durante un litigio e subito dopo farci l’amore. Il tutto davanti agli occhi non più impauriti, ma pietosi dei quattro figli abituati a una vita senza radici e anche senza rami disposti ad afferrarli e a proteggerli in caso di bisogno. Come foglie al vento, fragili e pieni di sfumature, le tre sorelle e il piccolo Brian crescono senza un paese, in una casa con le ruote che va dove vanno loro, alla ricerca di una libertà promessa che non esiste. «Basta trovare il posto perfetto e poi costruiremo il nostro castello». Ma questo castello di vetro alimentato ad energia solare è una grande bugia, o meglio un’illusione troppo grande per stare in piedi su una vita instabile come la loro, e Jeannette, otto anni spalle larghe e tanta voglia di futuro, smette prima del tempo di credere alle tante troppe parole a vuoto; ha parlato sempre tanto il padre, così tanto che, alla fine e in fin di vita, deluso da se stesso smetterà di parlare del tutto.

Non che ai fratelli Walls non piaccia vivere con le stelle sulla testa, stelle che loro, a differenza dei ricchi di città, hanno l’opportunità di guardare ogni sera, ma sanno che non c’è posto nel mondo per chi non sa trovare il proprio nella società e che non esiste un posto perfetto per un castello di vetro alimentato dal sole. Forse è vero che le nostre sono solo molecole impazzite e nomadi nello spazio, come sostiene Rex Walls, ma è anche vero che avvicinarsi così tanto al caos del mondo – e rinunciare a trovargli una forma – è molto rischioso.

Rex cerca una libertà al massimo grado di realizzazione e la cerca spostandosi da un paese all’altro di un meraviglioso Virginia – il film è stato girato per gran parte a Welch –, tra dipendenza da alcol, esaurimenti nervosi, risse, gioco d’azzardo, fino ad accorgersi – solo quando ormai non serve più – che la sua ossessione per la libertà altro non è che la più subdola trappola della paura. E alla fine Jeannette e il padre si scoprono più vicini del previsto, entrambi vittime della paura di riconoscere la verità, ma anche entrambi incapaci di restare in disparte, entrambi con il diritto di essere arrabbiati e il coraggio di gettare via tutto ciò che rischia di allontanarli da se stessi.

Il castello di vetro: “il ritratto onesto e commovente di un amore difficile

Il Premio Oscar Brie Larson – e la sua versione bambina Ella Anderson – ha i capelli rossi dei personaggi ribelli e arguti dei film, lo sguardo fiero di chi non ha paura del destino e delle scelte. Accanto, oltre a Woody Harrelson, c’è Naomi Watts che interpreta una Rose Mary Walls un po’ vittima e un po’ complice del marito. Artista – o almeno questo racconta di essere –, lei è abile a rimediare quasi sempre in qualche modo, con la delicatezza di chi ha in mano i cocci di un vaso e prova a farne qualcosa di bello quando non è possibile ricomporli in qualcosa di solido.

È un’elegia, la loro, scandita dalla musica calda e pastorale di Joel P West, che conferma il suo sodalizio artistico con Destin Daniel Cretton e che esalta con i suoi ritmi tutte le sfumature dei personaggi, i punti di luce e le ombreggiature. Ma è anche un viaggio, fisico e sentimentale, una costante oscillazione tra l’egoismo e l’amore incondizionato, la colpa, l’accusa e la capacità di perdonare, la forza distruttiva e deprezzativa del dolore e poi la scelta di farsi carico del proprio passato, accettarlo, difenderlo, prenderlo in mano e rimediare, per potersi riconoscere senza bisogno di narrazioni.

«Spero che sia un ritratto onesto, commovente e, in definitiva, il ritratto di quanto sia complicato ma semplice e potente, l’amore», ha rivelato il regista. Un amore magari a volte instabile e che a volte smette di essere amore, ma che si scopre forte e vero in quel «Questa non sei tu» che Rex grida alla figlia mentre lei si crede realizzata negli abiti sofisticati di una editorialista di gossip; un amore che lei riconosce e perdona quando riconosce e perdona se stessa. 

Si impara dalla vita, non c’è niente di più vero, ma soltanto dopo averla capita. Si impara mantenendo sempre un grado di estraneità rispetto alla corrente, guardando negli occhi il proprio passato, qualunque esso sia, lasciandosi il tempo di capirsi a fondo, fino a conoscere ogni stanza di quel castello di vetro grande e delicato che ognuno è per sé.

Si impara camminando senza fretta e con lucidità, come la Walls ci insegna, concedendosi il lusso di tornare indietro, se necessario.

A proposito di Martina Santamaria

Laureata in Filologia, letterature e storia dell’antichità, ho la testa piena di film anni ’90, di fotografie e di libri usati. Ho conseguito un Master in Giornalismo ed editoria e svolto uno stage all’Espresso per imparare a raccontare tutto questo nel miglior modo possibile. Insegno italiano, latino e greco, scrivo quando ne ho bisogno e intervisto persone. Vivere mille vite possibili attraverso gli altri è la cosa che mi riesce meglio, perché mi solleva dalla pesantezza delle scelte.

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