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John McEnroe nel documentario L’impero della perfezione

John McEnroe e l’impero della perfezione: un documentario di Faraut sul tennista newyorkese

John McEnroe, newyorkese di nascita, tennista di professione, nel 1984 si avvicinò alla perfezione. L’incipit ideale de L’impero della perfezione, documentario diretto da Julien Faraut e distribuito da Sky negli scorsi giorni, arricchito dalla presentazione di Federico Buffa, viene dai titoli di coda. Del resto, come potrebbe dirsi altrimenti, dell’annus mirabilis di John McEnroe, culminato in un 96,5% di vittorie annuali, che mai più sarà superato da nessun altro tennista nella storia? 82 vittorie e 3 sconfitte, nessun uomo sulla Terra si avvicinerà più a quelle vette sublimi. Unica pecca, quella sconfitta in finale al Roland Garros, il torneo parigino su terra battuta più famoso del mondo, che ancora rappresenta un incubo per John, a quasi quarant’anni di distanza. E che costituisce il presupposto, la pietra miliare su cui poggia lo splendido L’impero della perfezione.

Il documentario di Faraut ha una storia estremamente travagliata alle spalle. Il regista francese, per la produzione de L’Impero della perfezione, si è avvalso infatti di ore e ore di materiale inedito girato da Gil de Kermadec, pezzo grosso della Federazione tennistica francese a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta. Lo stesso Faraut, nel corso del documentario, viene mostrato a più riprese nelle fattezze che chiunque, al suo posto e svolgendo la medesima professione, avrebbe, ovvero quella di un bambino felice alle prese con il giocattolo dei suoi sogni, nella notte di Natale. Impossibile immaginare infatti una reazione più entusiastica per chi, su bobine, pellicole e cinematografi ci ha costruito una carriera.

L’analisi de L’impero della perfezione non può però prescindere da quella del suo attore ed indiscusso protagonista, John Patrick McEnroe. Tra i più grandi tennisti, indiscutibilmente, nella storia del gioco, vincitore, tra l’altro di 4 US Open e 3 Wimbledon, tra gli altri, durante gli anni Ottanta. Il racconto dell’impatto, nel mondo del tennis e della cultura popolare, di McEnroe però cadrebbe nella banalità se legato esclusivamente al suo pur indiscusso palmarès. Basti pensare agli odierni Federer, Nadal, Djokovic, per citare solo i big three del tennis contemporaneo, che hanno dalla loro un numero di tornei dello Slam pari più che al doppio. Mai però prima di McEnroe si era visto un giocatore in continua lotta con sé stesso e la propria psiche, più che con l’avversario in campo. Per citare il NYT, McEnroe fu “il peggiore ambasciatore della cultura americana dai tempi di Al Capone”.

Il Mozart del tennis

Non si contano infatti, durante i tanti anni di carriera, le racchette rotte, gli arbitri mandati a quel paese o partite buttate al vento, perché concentrato più sui propri demoni interiori che sul gioco. L’impero della perfezione restituisce perfettamente l’immagine di un uomo in continua lotta con qualcosa e vuole comprenderne e carpirne le radici di tale malessere. Il documentario realizza tale obiettivo, pur andando ad impattare violentemente in uno dei connubi più complessi da attuare, quello tra sport e cinema. Raramente infatti la settima arte ha saputo rendere al meglio l’evento sportivo nel suo complesso, il momento nel quale l’atleta si esprime nella sua manifestazione fisica e mentale. Vi è difatti il limite del tempo a farla da padrone, con il film o documentario che, ingabbiato in una durata prestabilita, al fine di una fruizione quanto più gradevole possibile per il pubblico, spesso si trasforma in una mera celebrazione di una grande impresa o di un grande torneo.

Il tennis, da un punto di vista della durata, sembrerebbe appunto rispettare questo limite intrinseco. Un gioco che, difatti, può essere caratterizzato, specie nei tornei del Grande Slam, da partite che possono durare anche svariate ore. Invece, ed è questo l’aspetto sul quale si sofferma maggiormente Faraut, in fase di montaggio, la sua struttura ricorda proprio quella di un film, e di riflesso quella della vita. Punti, game, set, partite che mano a mano diventano tornei e carriere, una sorta di matrioska dentro la quale sono racchiuse le vite e le esistenze di migliaia di giocatori in giro per il mondo. E noi, da semplici spettatori, assiepati su un divano o sui sediolini dello stadio, raramente riusciamo a captare effettivamente le sofferenze e le gioie che ci sono dietro questo vortice inesorabile. “Il cinema mente, lo sport no” è d’altronde la citazione di Godard con la quale si apre l’opera.

L’impero della perfezione è dunque, più che un semplice prodotto audiovisivo, un’analisi antropologica sul rapporto tra cinema e sport, e tenta umilmente di risolvere questo rapporto così conflittuale. Le immagini di McEnroe sono riprese fin quasi allo sfinimento, tanto che pochissime volte riusciamo a capire chi è effettivamente il suo avversario in campo. Fino, perlomeno, a quella maledetta finale persa contro Ivan Lendl.  Il luogo di esibizione prescelto, che si trasforma in una sorte di teatro di Epidauro, è il Roland Garros del 1984, da cui provengono la quasi totalità dei contributi selezionati da Faraut. Proprio questa scelta così maniacale, così estranea al racconto documentaristico tradizionale, restituisce però in maniera ancora più efficace la duplice ossessione sottintesa alla base del prodotto. Quella del regista, stimolato dall’idea di risolvere un conflitto così radicale in campo artistico. Ma anche e soprattutto quella di John McEnroe, che anche nei momenti di gioia e serenità appare comunque in preda ai propri conflitti interiori.

Il cinema mente, lo sport no

E così scorrono via le immagini del talento strepitoso di John, sempre e comunque accompagnato dal suo carattere irascibile che pur è sempre stato banalizzato per tutto il corso della sua carriera. Ad un certo punto, durante la visione, appare infatti chiaro come talento e temperamento, in John, siano legati a doppio filo l’uno all’altro, e che i suoi dropshot, i suoi servizi e volée siano sempre subordinati alla presenza dei suoi demoni interiori. Come nella finale di Roland Garros del 1984, il momento di maggiore pathos della pellicola. Sopra di due set a zero contro Lendl, McEnroe è ad un passo dal realizzare la stagione perfetta. Alla fine perderà quella partita, ed il ricordo di quella sconfitta costruisce ancora oggi un dolore, quando John si reca, pressoché annualmente, a Parigi per commentare il torneo.

Gli appassionati di tennis godranno certamente nel vedere immagini di repertorio, inerenti ad un tennis ad un’epoca completamente differenti, nel quale si giocava ancora con le mitiche racchette di legno. Lo stesso McEnroe pare infatti maneggiare un attrezzo celestiale, differenti dai martelli telecomandati di grafite di oggi che a sua detta “rendono migliori anche i giocatori pessimi”. Il colpo più peculiare è senz’altro il suo servizio, difficilissimo da leggere e molto sofisticato nella tecnica, ma comunque libero e spontaneo, in contrapposizione alle molteplici negatività di John.

John Patrick McEnroe è stato dunque il Mozart del tennis, a cui si poteva scontare qualche eccesso di troppo, in virtù di un talento divino. John è però sempre stato se stesso sul campo, non protestava con l’arbitro o con il pubblico per portare la partita a proprio vantaggio, come avrebbero fatto altre vecchie volpi del circuito. Protestava perché a suo parere era stato, in questa o in quella circostanza, realmente vittima di un’ingiustizia o di un torto subito. L’impero della Perfezione è così un prodotto unico nel suo genere, principalmente per la presenza di elementi che apparentemente appaiono così diversi ma che poi si si ricongiungono con il passare dei minuti. Emerge un ritratto complesso di McEnroe, ossessionato dalla perfezione e dall’essere sottoposto ad ingiustizia di ogni sorta, che siano queste rappresentato dall’arbitro imparziale o dal pubblico troppo rumoroso. Difficile comunque dirlo in seguito alla visione di una pellicola che comunque concentra la maggior parte dei propri sforzi sui sublimi gesti tecnici di John.

 

Fonte dell’immagine: Pixabay

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