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Eroica Fenice

Cinema e Serie tv

I miserabili di Ladj Ly sbarca in Italia

Diretto da Ladj Ly, I miserabili è una pellicola francese in bilico tra il filone della denuncia sociale e quello delle pellicole d’azione. “Non vi sono né cattive erbe né cattivi uomini:  vi sono soltanto cattivi coltivatori.” (Victor Hugo, Les Misérables) Alain Juppé, primo ministro francese durante l’iniziale presidenza Chirac, all’uscita del film L’odio (L’Haine) organizzò una proiezione speciale per i membri del suo dipartimento nel 1995. Gli agenti, in segno di protesta, voltarono le spalle per manifestare il loro dissenso nei confronti della scelta dell’esecutivo. La pellicola cult diretta da Mathieu Kassovitz fu infatti duramente accusata di aver ritratto in modo troppo brutale il mondo della polizia e e delle forze dell’ordine. Sono in tanti ad aver comparato L’odio e I Miserabili, film di Ladj Ly e finalmente distribuito anche in Italia, on demand, sulle piattaforme Miocinema.it e Sky Primafila. Vincitore del Premio della Giuria allo scorso Festival di Cannes, si avvale dell’interpretazione di alcuni fra gli attori emergenti del cinema francese (Damien Bonnard, Alexis Mannenti e Djibril Zonga). I Miserabili, sinossi del film I Miserabili è la storia dei primi giorni di fuoco del poliziotto Ruiz, ultimo arrivato nel commissariato parigino turno. Incontrando i nuovi compagni Chris e Gwada scoprirà pian piano le tensioni e le lotte, sociali e quotidiane, che contraddistinguono la cittadina di Montfermeil, banlieue est di Parigi. La stessa Montfermeil, dove a mano a mano Hugo fa muovere i suoi personaggi attorno alla taverna dei Thénardier, punto di contatto più diretto e immediato con il classico della letteratura d’oltralpe. Il film si apre con i festeggiamenti francesi per la vittoria del Mondiale 2018. Migliaia di persone si riversano, prima e dopo la finale poi vinta con la Croazia, per i boulevard parigini e nella Place du Trocàdero. Una massa indistinta di anime, di misérables tra cui è possibile riconoscere lo stesso Ruiz, che giungono con ogni mezzo a disposizione e da ogni periferia in quello che, per il 15 luglio di quell’anno, sarà il centro del mondo. Almeno per qualche ora, ansie, tensioni e lotti sociali e quotidiane vanno in secondo piano e le vicende di Mbappé, Dembélé e compagni, direttamente dallo stadio Lužniki di Mosca, avranno la meglio. La scena si sposta successivamente sul primo giorno di lavoro di Ruiz, e da qui partono le vicende che daranno luogo allo sviluppo de I Miserabili. Ladj Ly predilige un uso quanto più realistico possibile del mezzo cinematografico, ed è questo che permette di ascrivere I Miserabili a pellicole come L’odio e al filone del cinema di denuncia. Il film non patteggia per nessuna tra le parti in gioco, non sta né dalla parte dei più forti e né tantomeno da quella dei vinti, lasciando allo spettatore la più totale interpretazione dei fatti mostrati. Una scelta coraggiosa, inusuale per i nostri tempi e che trova la propria summa nel meraviglioso finale corale, tra i più sorprendenti degli ultimi anni. Tra denuncia sociale e azione frenetica “Salam-Aleikum” esclamano spesso le minoranze musulmane della periferia di Montfermeil: “Che la […]

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Cinema e Serie tv

The Last Dance, ultimo tango a Chicago

The Last Dance, l’ultima annata di Jordan e compagni. Chicago, Illinois, primavera del 1998. Allo United Center vanno in scena le ultime partite di quella che è, secondo giudizio unanime, la miglior squadra di pallacanestro di tutti i tempi. I Chicago Bulls di Michael Jordan, Scottie Pippen e Dennis Rodman, quelli che a fine stagione riusciranno nel secondo three-peat, una delle fatiche più incredibili della storia dello sport professionistico americano e non solo. La vittoria, in sequenza e per ben tre anni di fila (’96, ’97, ’98), del titolo NBA, il campionato di basket americano. Un’impresa inimmaginabile e che sancirà il definitivo ingresso di quella squadra nell’Olimpo della narrazione sportiva. The Last Dance è il racconto di quell’incredibile, ultima annata, di Jordan e compagni. Co-prodotto da ESPN e trasmesso, al ritmo di due puntate settimanali, da Netflix nell’ultimo mese, la docuserie si avvale di contributi inediti, ad oltre vent’anni di distanza dalla stagione NBA ’97-’98. La premessa, nell’analizzare un prodotto del genere, è di quelle scontate, ma necessaria. Scrivere, analizzare, raccontare qualcosa di nuovo, a proposito di un personaggio come Michael Jordan, indiscusso attore protagonista, è come farlo di Maradona, Gesù Cristo o Fidel Castro. Vite incredibili, che racchiudono in sé migliaia di altre esistenze “normali” e che, per la forza e la vitalità delle loro esperienze, sono trascese certamente ad un rango più alto di quell’humanitas che caratterizza noi comuni mortali. The Last Dance: ultimo tango a Chicago The Last Dance si cimenta perciò in un’impresa mastodontica e apparentemente insormontabile, dal quale tuttavia fuoriesce un prodotto estremamente godibile, anche ai non appassionati di basket. Per chi non conoscesse l’esito di quell’annata, delle memorabili Finals giocate contro gli Utah Jazz di John Stockton e Karl Malone, The Last Dance potrebbe avere le sembianze di una miniserie crime. Se The Irishman non fosse uscito mesi fa, a tratti, guardando The Last Dance, sembra di assistere all’ultimo film della coppia Martin Scorsese- Robert De Niro. Jordan, Pippen, il coach Phil Jackson sono infatti perfettamente a loro agio nella parte dei vendicatori di ingiustizie e dei torti subiti nel corso dei tanti passati insieme. E così, sotto a chi tocca, che sia il complessato ma geniale general manager Jerry Krause, i Detroit Pistons dell’odiato Isaiah Thomas, il povero ed ignaro compagno di squadra Kukoč, reo di guadagnare di più dei membri storici del gruppo. Durante le riprese dell’ultima annata i giocatori dei Bulls sanno perfettamente di star recitando una parte assegnatagli a tavolino da un copione già scritto da qualcuno lassù, e che vedrà Jordan, con la sua aura trascendentale, trionfale in qualche modo alle finali dei campionati NBA. Questo tuttavia non intacca minimamente il fascino della visione, seducente per chi non conoscesse l’intera vicenda così come per chi fosse in grado di recitare a memoria le imprese di quei Chicago Bulls. The Last Dance poi, è inutile negarlo, si avvale dell’interpretazione di quello che è uno dei più grandi attori degli ultimi trent’anni di intrattenimento americano. Michael Jeffrey Jordan. Michael Jordan e i Bulls come non li […]

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Culturalmente

Leggere Terzani durante la pandemia

Tiziano Terzani, uno nessuno e centomila. Guru è una parola di origine sanscrita, entrata prepotentemente, negli ultimi anni, nell’immaginario collettivo e nel linguaggio comune. C’è chi erge a proprio guru, seguendo la definizione occidentale, il suo cantante o attore preferito, un insegnante o professore particolarmente carismatico. A volte più semplicemente la propria mamma o papà, magari un amico stretto. Ma guru è una parola che è stata vittima di un fraintendimento, nel suo passaggio da una cultura all’altra. Il guru non è un modello di vita da perseguire, né una persona alla quale ci ispira e in cui si riflette. “Gu” in sanscrito significa “tenebra”, “ru” vuol dire “cacciare, disperdere”. Per cui il guru è colui che scaccia la tenebra, colui che porta la luce nel buio dell’ignoranza. Poche persone, nel panorama giornalistico italiano, sono state in grado di scacciare le tenebre come Tiziano Terzani. Toscano, nato a Firenze nel 1938, firma del Der Spiegel, di cui è stato corrispondente dall’Asia, per oltre trent’anni. La sua è la storia di un ragazzo cresciuto nelle campagne toscane che, guidato dalla curiosità e dalla fame bucolica di vita ed esperienze, ha seguito tutti i più grandi eventi del Novecento. Se si pensa a tutti gli avvenimenti storici maggiori, compresi tra il dopoguerra e l’inizio del nuovo secolo, in Asia e non solo, lui era in prima linea. La guerra in Vietnam, la caduta dell’Impero Sovietico, la Cina del dopo Mao. Terzani: Un altro giro di giostra Una vita fatta di un continuo peregrinare, in cerca di una meta indefinita e che ha via via assunto contorni sempre più diversi. Negli ultimi anni si è sviluppato una sorta di culto attorno alla figura di Tiziano Terzani. Un vero e proprio guru, per l’appunto, amato dalle generazioni più giovani ma non solo, che in lui vedono una specie di Bruce Chatwin in salsa italiana. Terzani è infatti diventato celebre non solo per la sua attività giornalistica, ma anche per i suoi libri di viaggi, di grandissimo successo ed idolatrati dagli amanti del genere. D’altronde, in una produzione vasta e sterminata, che comprende anni di servizi e inchieste sul campo, ce n’è davvero per tutti i gusti. In Pelle di Leopardo si racconta la liberazione di Saigon, avamposto leggendario della guerra del Vietnam. Un indovino mi disse è la storia di un anno irripetibile, il 1993, in giro per l’Asia ma senza prendere un aereo. E poi il racconto, in Un altro giro di giostra, della malattia, affrontata con il sorriso grazie a tecniche occidentali e orientali. Quella che poi fu un’occasione per porsi domande esistenziali, che culminano ne La fine è il mio inizio, sua ultima produzione, prima della morte, sopraggiunta nel 2004. Tiziano Terzani è, a quasi vent’anni dalla sua morte, ancora così amato per svariate ragioni. Innanzitutto, leggendo le sue opere, si capisce come sia stato un vero e proprio precursore dei tempi. La sua curiosità sfrenata lo portava a interrogarsi continuamente sul destino ultimo dell’Occidente, visto come in uno stato di […]

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Voli Pindarici

La musica ai tempi del coronavirus

Musica e Covid-19 La musica accompagna da millenni la vita degli esseri umani. Scandisce i ritmi di vita delle persone, accompagna i riti religiosi, i sentimenti nazionalistici o semplicemente ha il potere di allietare una pessima giornata. Magari associ un particolare momento, un evento specifico, ad una canzone di moda in quel periodo o che semplicemente frullava nella tua testa in quell’istante preciso. O più direttamente hai conquistato la ragazza dei tuoi sogni grazie ad un disco che era nelle sue grazie. Ma a che punto è la musica nella pandemia più grande di cui l’umanità abbia memoria? Non se la passa benissimo, va detto. Se il coronavirus ha squarciato letteralmente il velo di Maya di alcuni degli aspetti più controversi della nostra società, la musica è uno di quei settori che maggiormente ha risentito della diffusione da Covid-19, specie nella società occidentale. Il virus ci ha messo di fronte a quella che era diventata la nostra odierna concezione di musica. Una semplice compagna di viaggi, della quale perdiamo memoria, nel nostro ippocampo da pesci rossi del XXI secolo, immediatamente dopo l’ascolto. La musica è probabilmente il settore artistico che maggiormente stava risentendo della crescita della società globale e il coronavirus non ha fatto altro che accelerare questo processo di smantellamento. Tutto questo a causa del suo difetto congenito: la musica non si può vedere, né tantomeno toccare. A differenza del cinema, della letteratura, del teatro, carne da macello per frotte di spettatori passivi alle prese con i loro smartphone e le loro fotocamere a condividere con il resto del mondo il loro film o libro preferito. Le piattaforme digitali hanno reso più facile l’ascolto, si dirà. Su Spotify, Tidal o Apple Music è possibile scegliere, in qualunque momento, il proprio artista o disco preferito. Quanto si sta affermando è però testimoniato dal fatto che gli ascolti sulle maggiori piattaforme digitali sono in drastico calo durante questa surreale quarantena globale. D’altronde, il coronavirus ha di fatto svuotato tutti i luoghi nei quali la musica era diventata di casa; i mezzi pubblici, carichi di studenti o pendolari accompagnati immancabilmente dai loro auricolari, le palestre, con le loro casse enormi ormai spente e che prima pompavano musica trap o latino americana a qualsiasi ora. Di concerti, ma è più che normale in un periodo nel quale è giusto salvaguardare in primis la vita delle persone, non se ne parla neanche, probabilmente per mesi se non per anni. I Radiohead, uno dei gruppi più celebri del pianeta, caricano, alla strenua di un palliativo, alcuni dei loro concerti in streaming. Gli artisti che avevano in programma l’uscita dell’ultimo disco in primavera non sanno letteralmente il da farsi. In generale, è l’intera industria musicale, della quale il tuo cantante preferito è solamente la punta dell’iceberg, ad essere stata messa in ginocchio. Eppure è un vero peccato, perché a differenza di quanto si afferma generalmente, in giro per il mondo si continua a produrre musica bellissima. L’ansia nella scelta della canzone da ascoltare, tra migliaia dello […]

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Cinema e Serie tv

Tiger King: conosciamo meglio la serie del momento

Tiger King, su Netflix la docuserie già diventata cult | Opinioni Chi lo avrebbe mai detto che una serie incentrata sul commercio privato di animali esotici negli Stati Uniti potesse diventare uno dei programmi streaming più visti di sempre? Eppure, in tempi di pandemia globale ed isolamento domiciliare forzato, tutto questo è realmente possibile. Tiger King, docuserie in sette puntate su Netflix, è il prodotto del momento. Joe Exotic, protagonista della serie, negli Stati Uniti è diventato un vero e proprio personaggio di culto. Basti pensare alle fantomatiche trattative avviate dai coniugi più famosi d’oltreoceano, Kim Kardashian e Kanye West, per rilasciarlo dal carcere federale dove sta scontrando 22 anni di reclusione. Il colosso fondato da Reed Hastings ha ordinato la produzione di un’ulteriore puntata evento, che, come dichiarato da Jeff Lowe, uno dei protagonisti della serie, dovrebbe essere diffusa a breve. Vero e proprio mattatore di Tiger King, che gli deve probabilmente gran parte del proprio successo, Joe Exotic è un losco figuro a dir poco strampalato. Genuino cowboy dell’America rurale, quella della Bible Belt, mal vista dalle grandi città costiere e che ha contribuito prepotentemente all’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, Joe è un redneck, bianco, razzista, gay ed amante delle armi, che più eccentrico non si potrebbe. Ha un look stravagante (da sottolineare il mullet ossigenato fuori moda da decenni) e nel suo curriculum può vantare una doppia candidatura alla presidenza degli Stati Uniti e dello stato dell’Oklahoma. E, fatto che diventa lo spunto di Tiger King, è il proprietario di uno zoo privato ricco di animali esotici, tra cui spiccano centinaia di tigri che sfornano in continuazione teneri cucciolotti, future attrazioni del parco giochi di Joe. Numeri pazzeschi, sottolineati nel finale della docuserie: se nei soli Stati Uniti si contano tra le cinquemila e le diecimila tigri in cattività, nel resto del mondo non ve ne sono più di quattromila. Ma Tiger King non è un documentario che porta avanti una causa animalista, considerando quanto tutto l’universo da Joe e dagli eccentrici protagonisti della serie sia da condannare. La forza della serie risiede probabilmente nella progressiva ed inarrestabile perdita di interesse per quello che in realtà dovrebbe essere il tema portante: le tigri. I felini infatti cedono man mano la scena, nel corso delle puntate che scorrono velocissime, a un’intricata vicenda fatta di omicidi, sette esoteriche e incroci abominevoli tra animali. Durante i sette appuntamenti non c’è letteralmente un’inquadratura, un fotogramma già visto o che si possa definire inerente a qualsivoglia tradizione documentaristica. Tiger King ed i suoi volti: Joe Exotic e la sua nemesi Carole Baskin In particolare, nel corso della narrazione diviene essenziale lo scontro tra Joe Exotic e la sua nemesi, Carole Baskin, una perfida milionaria che porta avanti la sua crociata onorevole contro l’eccentrico protagonista ed il suo business, ma che in realtà si scopre invischiata in una serie di episodi a dir poco controversi. Come tutta la vicenda inerente al suo ex marito scomparso in circostanze mai chiarite. Una trama complessa, […]

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Culturalmente

Podcast italiani: i cinque migliori e facili da trovare

Con 12,1 milioni di fruitori nel solo 2019, quello dei podcast è un mercato che sta conoscendo un’ascesa sempre più irresistibile. Un formato, nato nei primi anni del duemila, che fa entrare nelle orecchie degli ascoltatori storie, voci e trame differenti rispetto a quelle della musica degli auricolari. Di podcast in Italia se ne producono ormai ogni anno a migliaia e, spulciando il catalogo di qualunque piattaforma digitale, ce n’è davvero per tutti i gusti e generi, per quello che ormai sta prendendo il posto delle vecchie trasmissioni radiofoniche. Ecco una lista di alcuni tra i migliori podcast italiani che potete trovare, principalmente su Spotify. Cinque consigli spassionati, per provare a rendere più piacevole l’isolamento domiciliare a cui siamo costretti in queste settimane a causa dell’emergenza Covid-19. Il podcast di Alessandro Barbero Tra i podcast italiani, la raccolta senza fini di lucro degli interventi di Alessandro Barbero, storico piemontese, diventato una celebrità su Internet. Lezioni, conferenze e dibattiti che spaziano tra gli argomenti più disparati, dalle imprese dei grandi uomini ai piccoli gesti quotidiani. Con un unico grande denominatore: l’amore per la storia, nelle sue sfaccettature più variegate. Barbero, noto ai più oltre che per i suoi video sul web, anche per le comparsate su Superquark, è infatti salito agli onori delle cronache per la passione che suscita grazie ai suoi interventi. Quest’amore per il proprio mestiere è facilmente riscontrabile ascoltando il podcast e curiosando tra gli argomenti trattati, peraltro caricati, su gentile concessione dello stesso professore, da Fabrizio Mele. Si viaggia nel giro di una puntata dalle crociate alle guerre napoleoniche, passando per l’antichità e le guerre mondiali. Sempre con un occhio di riguardo al non detto, quello che difficilmente si legge sui libri di storia. E via con le digressioni e curiosità sulla vita quotidiana delle persone comuni. La Storia siamo noi. Podscast italiani: La Riserva Daniele Manusia, Emanuele Atturo e Simone Conte, tre amici romanisti (ma la passione giallorossa rimane sempre dietro le quinte), seduti ad un tavolo a chiacchierare di calcio. Da innamorati del pallone. Quelle che potrebbero essere apparentemente chiacchiere da bar diventano in realtà uno tra i migliori podcast italiani, probabilmente il più interessante a tema sportivo. Un varietà calcistico con osservazioni pungenti, che sanno trattare aspetti tecnici e tattici del gioco ma non solo. Uno sguardo settimanale, pacato e intelligente, sul calcio nazionale e internazionale, che difficilmente si riscontra nei salotti televisivi di Sky e Mediaset. Consigliato in generale l’intera piattaforma di Fenomeno, con altri podcast “gemelli” de La Riserva. Trame, Passi, Lobanovski: si parla di sport e politica, NBA, tattica. Podcast italiani: Ricciotto Una volta a settimana si parla di cinema con Aldo Fresia, Federica Bordin e Matteo Scandoli. Analisi ragionate, pareri spassionati, partigianerie dichiarate, gatti che saltano ovunque. Ricciotto si occupa principalmente di recensioni cinematografiche, dirette in occasioni di manifestazioni cinematografiche o semplici consigli su cosa vedere. Particolarmente utili, specie in tempi di quarantena come questi (si segnalano in particolare le puntate Netflixerone e Primerone). Dai capolavori che hanno fatto la […]

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Attualità

Innovation for Change tra tecnologia ed innovazione

Aspirazioni lavorative e voglia di mettersi in gioco, ma anche temi attuali come tecnologia, innovazione e startup: sono questi gli ingredienti del programma portato avanti dal Collège des Ingénieurs Italia, in collaborazione con numerosi partner tra aziende ed istituzioni da tutta Europa. Giunto ormai alla sua 34esima edizione, il Master in Business Administration dal respiro internazionale vede rinnovarsi, per il suo quinto anno consecutivo, la partnership con il CERN di Ginevra attraverso il progetto “Innovation for Change“, dove 53 giovani talenti con profili economico-scientifici e provenienti da tutta Italia saranno coinvolti nello sviluppo di idee di business legate ai temi di sviluppo e sostenibilità. Grazie al ricco parterre di realtà coinvolte, tra cui Politecnico di Torino, Fondazione Enel, Autostrade per l’Italia, Regione Puglia e molte altre, Innovation for Change è divenuto ben presto una vera e propria fucina di menti al servizio dell’innovazione in un programma, dal quale sono nate startup ed idee di business riconosciute a livello internazionale, che può vantare oltre 3000 storie di successo di ex studenti passati attraverso il progetto. “L’obiettivo da parte dell’Istituto è quello di supportare i giovani di talento con aspirazioni manageriali in aziende ed istituzioni. I profili interessati sono prevalentemente tecnici ma non solo, mentre la preparazione è improntata su aspetti di business, economia e gestione. L’istituto italiano è inoltre affiancato dai corrispettivi francese e tedesco, attraverso i quali è possibile creare un network dinamico e coinvolgente.  Un aspetto veramente importante del progetto è il “fenomeno di ritorno” di moltissimi ragazzi inizialmente partiti dall’Italia per trasferirsi all’estero, che hanno scelto di rientrare da realtà considerate privilegiate, con il desiderio di cogliere questa opportunità che ha permesso loro di scegliere la posizione adatta nell’area di interesse. Infine, il programma di Innovation for Change in collaborazione con il CERN ha dato un’ulteriore spinta al nostro lavoro attraverso IdeaSquare, che si occupa di portare all’esterno tutte quelle tecnologie proprie del centro di ricerca, in modo da aggiungere ulteriore valore al percorso attraverso l’interfacciarsi con le sfide future che attendono la nostra società” fa sapere Pierluigi Fusco, esponente del comitato supervisore del progetto. Innovation for Change: un’occasione per il futuro Ma sono anche le eccellenze campane, rappresentative di una generazione di giovani desiderosi di dare il proprio contributo, a dare un apporto fondamentale per la riuscita di un programma tanto ambizioso; le storie di Giuseppe Ciardella e Federico Cattaneo, entrambi ex studenti dell’Università Federico II di Napoli trasferitisi poi all’estero fino all’inizio di Innovation for Change, rappresentano un esempio di cosa significhi scegliere di tornare e mettersi in gioco nel proprio paese. Giuseppe è molto soddisfatto di questa scelta: “Dopo i miei studi in ingegneria aerospaziale a Napoli ho viaggiato molto tra Cina, Spagna e Francia terminando i miei studi ed iniziando la mia carriera lavorativa. Il Collège mi ha dato la possibilità di intraprendere un percorso manageriale, ampliando le mie conoscenze attraverso un’esperienza internazionale tra Italia, Francia e Germania”. Gli fa eco Federico: “Il mio desiderio era mettermi alla prova rimanendo all’estero per lavoro ma dopo […]

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Teatro

La prima di Jezabel al Teatro Mercadante

Nel 75esimo anniversario della liberazione di Auschwitz, simbolo del genocidio nazista del XX secolo, al Teatro Mercadante va in scena fino a domenica 16 febbraio, lo spettacolo Jezabel, tratto dall’omonimo romanzo di Irène Némirovsky pubblicato nel 1936, sei anni prima della morte ad Auschwitz. Jezabel, la cui versione cartacea è uscita postuma in Italia nel 2007, è un crudele e umanissimo ritratto di una donna ossessionata dall’età che avanza. La regia della pièce è di Paolo Valerio con Elena Ghiaurov nel ruolo della protagonista A ridosso del debutto in prima nazionale a Cormòns del 31 gennaio scorso, su produzione dei teatri Stabile di Napoli e Verona, quella trasposta sul palco del Mercadante è la prima messinscena teatrale dell’opera della scrittrice ucraina morta nel 1942, trentanovenne, nel campo di concentramento di Auschwitz dove era stata deportata in quanto ebrea. La vicenda di “Jezabel” inizia nell’aula di tribunale in cui la protagonista è sul banco degli imputati accusata dell’omicidio del suo giovane amante ventenne. Viene così ripercorsa, tramite l’utilizzo di flussi di coscienza dei vari protagonisti e salti temporali, la storia tormentata e romantica di una sessantenne ancora molto bella che ha vissuto più matrimoni, che ha superato il lutto della morte della figlia ma che non ce la fa ad accettare il dramma per lei più grande: quello d’invecchiare. Un’angoscia, quella dell’età che avanza, che prima o poi tocca a tutti, ma che attraverso la storia della protagonista assume una nuova veste. Temi insomma universali, ma che nei tempi che corrono, sempre più incentrati sul culto dell’immagine e della perfezione, diventano ancora più centrali rispetto agli anni in cui il romanzo fu scritto e pensato. Jezabel è una donna sudamericana, bella, attraente, adorata da ogni uomo, corteggiatissima, non può non sedurre. Elegante, ricchissima, mai volgare, naturalmente generosa. Da quando diciottenne appare per la prima volta a una festa danzante, fino alla fine, non smette mai di ballare. Proprio quello del ballo è uno dei temi ricorrenti della trasposizione teatrale. La danza presente sia come catarsi della protagonista, un atto di difesa rispetto alle paure ricorrenti che rischiano di far crollare il suo castello kafkiano di certezze, che come elemento portante della recitazione, permettendo ai personaggi di spostarsi da un luogo all’altro sulla scena. «Jezabel – dice il regista Paolo Valerio – è un romanzo crudele, umano e sublime. Il sentimento di smarrimento che ci attraversa, leggendo Irène Némirovsky, è l’immagine da cui sono partito per il progetto di regia. Una miriade di personaggi che entrano ed escono dalla vita di Jezabel – le donne amiche ma rivali, gli uomini, mariti e amanti, la figlia risoluta, il ricordo di una madre assente ed egoista – con Elena Ghiaurov che incarna un’eroina tragica, antica e contemporanea. Una scena che racconta oggetti che oscillano nell’incessante scorrere del tempo. E per ogni persona o cosa, l’ineluttabile paura della perdita. L’istante, come il piacere, non si può fermare. E come il teatro è evanescente, impalpabile, così Jezabel scivola nella sua vita, da un amore all’altro, nel disperato tentativo di fermare […]

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Musica

Intervista a La Terza Classe: il folk torna all’Asilo Filangieri

Il folk de La Terza Classe torna a casa La Terza Classe è un progetto musicale che nasce a Napoli nell’ottobre del 2012; il luogo della formazione e dell’affermazione del gruppo è stato la strada, dove ha iniziato a produrre musica e spettacolo suonando canzoni tradizionali e moderne prevalentemente ispirate al mondo del folk statunitense. Dal bluegrass del Kentucky al dixieland, o early jazz, degli Stati del Sud, fino ad arrivare alle canzoni da jug band, il tutto abbinato alla “teatralità” e all’espressività tipicamente napoletana che fa parte del DNA dei componenti del complesso. Numerose ed eclettiche sono state le influenze principali, almeno fino ad ora, di una discografia ancora giovanissima (La Terza Classe, Folkshake e Ready to Sail) e che non vede l’ora di arricchirsi di nuovi capitoli. Enrico Catanzariti (batteria/voce), Pierpaolo Provenzano (chitarra acustica/voce), Rolando “Gallo” Maraviglia (contrabbasso/voce) Alfredo D’Ecclesiis (armonica/voce), più il membro “aggiunto” Corrado Ciervo al violino: queste le personalità che danno corpo e anima a La Terza Classe. Eroica Fenice ha avuto l’occasione di scambiare quattro chiacchiere con loro, in occasione del concerto evento che si terrà il 1 febbraio a l’Asilo Filangieri, centro culturale e sperimentale sito nel cuore del centro storico napoletano, in vico Giuseppe Maffei. Partiamo dalle origini. Come è che un gruppo di giovani napoletani finisce con il diventare un punto di riferimento di un genere, il folk, che nel nostro paese non hai mai attecchito più di tanto? Difficile trovare una risposta unica a questa domanda… Diciamo che si è creata fin da subito una convergenza di vari fattori: tutti noi provenivamo da differenti background musicali di matrice americana, che si rifacevano però ad un unico grande bacino, ovvero quello della musica tradizionale folk americana, e gli strumenti acustici che imbracciamo ne sono un riflesso lampante. In aggiunta a ciò, il fatto di aver iniziato come gruppo di strada ci ha portato a coltivare intensamente il rapporto con il pubblico, caratteristica, questa, imprescindibile per ogni tipo di musica popolare, e che ci ha permesso negli anni di attecchire su ogni tipologia di audience, dai più adulti ai più piccini. Quello che forse ha fatto la vera differenza rispetto ad altri gruppi è stata la passione travolgente e sincera per questo genere, cosa che proviamo a trasmettere anche agli ascoltatori più “scettici”; se a questo poi aggiungiamo il fatto che siamo intrisi di “energia napoletana”, beh allora…! A cosa si deve la scelta di scrivere totalmente in inglese i vostri brani? L’inglese è (volente o nolente) la lingua più diffusa della nostra epoca e, oltre ad essere la lingua principalmente utilizzata nella musica a livello internazionale, è anche quella che meglio si riesce a vestire delle sonorità che portiamo avanti; dato che siamo cresciuti ascoltando e suonando sopratutto musica folk anglofona, i nostri brani sono meglio rappresentati dalla lingua inglese. Ciò non significa che disdegneremo qualche inserto in italiano all’occorrenza! Cosa significa il ritorno a Napoli? Un concerto nella città dove tutto è nato, specie dopo un tour che vi ha […]

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Cinema e Serie tv

Jojo Rabbit, al cinema satira e nazismo secondo Waititi

“Lascia che tutto ti accada: bellezza e terrore. Si deve sempre andare: nessun sentire è mai troppo lontano.” (Rainer Maria Rilke, “Sento le cose cantare”) Nelle sale dallo scorso 16 gennaio, Jojo Rabbit è un film diretto ed interpretato da Taika Waititi. Liberamente tratto dal romanzo del 2004 Come semi d’autunno (Caging Skies) di Christine Leunens, il film vede come protagonisti, oltre lo stesso Waititi, il giovane Roman Griffin Davis, Thomasin McKenzie, Rebel Wilson, Stephen Merchant, Alfie Allen, Sam Rockwell e Scarlett Johansson. Il film è la storia di Jojo (Roman Griffin Davis), un bambino di dieci anni nazista che s’innamora di una ragazzina ebrea, Elsa (Thomasin McKenzie), che la madre Rosie tiene nascosta in casa, inizialmente a sua insaputa. Nella Germania nazionalsocialista del 1945 il giovane ariano trascorre le sue giornate in compagnia di Adolf Hitler, l’amico immaginario che appare a più riprese nel corso dell’opera. Una sorte di mentore ideale, un simpatico spunto che ricorda l’Humphrey Bogart di Provaci ancora, Sam, con risvolti ancora più satirici. Il dittatore spiega infatti al ragazzino che gli ebrei sono mostri perché i loro antenati si accoppiavano con i pesci oppure sfoga tutta la rabbia per la vittoria dell’oro olimpico di Jesse Owens alle olimpiadi di Berlino ’36. Accecato dall’odio nazista e completamente affabulato dal pensiero unico, Jojo si infuria ancora di più quando scopre che la madre Rosie lavora per la Resistenza. Se le apparizioni di Waititi, che interpreta Hitler, coincidono con i momenti più spassosi del film, il personaggio della Johansson invece rappresenta il lato umano in tanta follia razzista e degenerativa. Divisa tra l’amore per il proprio figlio e quella per la libertà, Rosie finirà con il pagare a caro prezzo questa scelta. Una prova molto convincente la sua, non a caso ha ricevuto una nomination come miglior attrice non protagonista. Oltre a questa, il film ha ricevuto le candidature per il miglior film,per la miglior sceneggiatura non originale, per la scenografia, per il  montaggio e per i  costumi. Un altro dei punti forti della pellicola è senz’altro il personaggio di Sam Rockwell, il capitano Klenzendorf. Presente fin dalle primissime scene, intento ad iniziare il giovane Jojo alla dottrina nazista, il capitano mostrerà i suoi aspetti più disumani ma anche una certa sensibilità. Un’altra prova importante per Rockwell, che dalla vittoria dell’Oscar nel 2018 (Tre Manifesti a Ebbing, Missouri) è tra gli attori più ricercati a Hollywood. Il giovane Jojo Rabbit e il suo amico Hitler Taika Waititi rappresenta il nazismo in maniera spiccatamente satirica, esasperandone tantissimi aspetti per metterlo quanto più possibile in ridicolo. Infatti, al contrario di altre opere che guardano allo stesso periodo con un occhio infantile, non vengono omessi i giochi di parole e le battute più crude: basta pensare a come Elsa venga ridicolizzata dagli ufficiali della Gestapo. Un distacco radicale dall’opera letteraria originale che invece presenta toni più drammatici. Il sanguinario cancelliere viene presentato sotto le mentite spoglie di un amico immaginario paranoico e schizofrenico come solo un dittatore che si rispetti possa […]

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Teatro

La rosa del mio giardino: Lorca e Dalì, ultimo ballo a Fuente Grande

La rosa del mio giardino: Lorca e Dalì, storia di un incontro tra poesia ed arte “La rosa del mio giardino – Lorca e Dalì: ultimo ballo a Fuente Grande” è un spettacolo scritto e diretto da Claudio Finelli e Mario Gelardi. Dopo la prima di ieri sera al Museo Madre (Sala Clemente, primo piano) lo spettacolo andrà in scena stasera, sabato 18 gennaio alle ore 21.00, e domenica 19 alle ore 18.00. La pièce si avvale delle interpretazioni dei giovani attori e protagonisti Simone Borrelli e Riccardo Ciccarelli. Con musiche eseguite dal vivo da Arcangelo Michele Caso (violoncello), coreografie di Danilo Di Leo e costumi di Rachele Nuzzo. Poesia, pittura, amicizia, sentimenti che sfiorano l’amore, in un rincorrersi di parole e disegni: nove anni di corrispondenza, reale e immaginaria, tra Salvador Dalì e Federico García Lorca, partendo dalle lettere ritrovate indirizzate dall’artista all’amico pittore. Due tra le menti più creative della cultura non solo iberica ma europea e mondiale, personalità brillanti e all’avanguardia in un’epoca di chiusura ideale dei confini e di rinascita dei revanscismi di varia natura. È il 1923 quando alla Residencia de Estudiantes, famoso collegio di Madrid che ospitava rampolli dell’alta borghesia spagnola, arriva Salvador Dalì, un giovane impacciato, con l’aria un po’ trasognata e l’aspetto singolare. Ha 18 anni e fa il pittore. Il giovane attira subito l’attenzione di Federico Garcia Lorca, all’epoca un poeta di poco più grande di lui e molto in vista alla Residencia. Tra i due nasce un’amicizia fatta soprattutto di intesa intellettuale. Ultimo ballo a Fuente Grande Sono spiriti affini che vedono il mondo con gli stessi occhi. È difficile dare un nome al tipo di rapporto che univa i due artisti. Non si hanno prove di una vera e propria relazione romantica tra loro. Lorca scrisse la celebre Ode a Salvador Dalí, dove è ben chiaro l’affetto che provava per l’amico e l’ammirazione per il suo genio artistico. Lo definisce, appunto, “rosa del giardino”. Lasciata la scuola, inizia tra i due un epistolario durato fino alla fucilazione del poeta, avvenuta nel 1936 da parte della milizia franchista. Della fitta corrispondenza tra loro sono sopravvissute quaranta lettere scritte dal pittore a Lorca, mentre sono rimaste solo sette lettere di Lorca a Dalì. La spiegazione sembra si trovi in un certo atteggiamento ostile nei confronti di Lorca sia da parte della sorella di Dalì, che della moglie. «Abbiamo voluto lasciare inalterata la separazione (anche fisica) tra i due artisti, — spiega il regista Mario Gelardi — nonostante il legame, mai diventato vero amore, così come agognato da Lorca. Le lettere di Dalì, inviate all’amico, ci raccontano di un rapporto cinico che si scontrava con una disperata ricerca d’amore. La messa in scena è essenziale, le lettere vengono restituite nella loro purezza, accompagnate dalla struggente musica del maestro Arcangelo Michele Caso. L’ultimo incontro, l’ultimo ballo tra i due segna la fine di un’amicizia, forse di un amore, sicuramente la fine di una vita». Con il debutto dello spettacolo prosegue la collaborazione tra la Fondazione Donnaregina per le […]

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Teatro

Luca Ravenna al Kestè, la grande stand up comedy

Luca Ravenna torna a Napoli. Nella serata del 21 dicembre, la comicità dello stand up comedian ha fatto tappa nuovamente al Kestè, in Largo San Giovanni Maggiore Pignatelli, storico locale della movida napoletana. Il comico milanese aveva infatti già tenuto uno spettacolo analogo nel febbraio scorso nel medesimo locale. Il Kestè si conferma insomma un punto di riferimento per il movimento della stand up comedy a Napoli. Sono sempre più numerosi i comici che negli ultimi tempi si sono esibiti presso la sala “Abbash”, tra cui anche alcuni tra i più noti esponenti del genere in Italia, come Saverio Raimondo e Filippo Giardina. Tra di essi al giorno d’oggi non può certamente essere escludere Luca Ravenna, che ancora una volta ha riempito il Kestè con la sua comicità che mira a distruggere luoghi comuni e certezze. Una satira dissacrante, che trae linfa vitale dalla vita quotidiana di tutti i giorni e che non presenta alcun tipo di filtro oppure di censura. Per chi avesse poca dimestichezza con il genere, la stand up comedy è uno spettacolo di origine anglosassone che si caratterizza per la presenza di un singolo comico. Microfono alla mano, l’artista si esibisce così davanti al pubblico, spaziando così da un argomento all’altro. Luca Ravenna ha partecipato a due edizioni di Natural Born Comedians e due di Stand Up Comedy su Comedy Central. È stato protagonista della web-serie Non c’è problema su Repubblica.it. Ha collaborato con il collettivo The Pills. È stato componente del cast della trasmissione Quelli che il calcio ed autore di podcast molto seguiti sulle varie piattaforme di ascolto, in particolare il varietà calcistico Tintoria ISS PRO 98, in collaborazione con Daniele Tinti. Come da tradizione, il comico milanese ha portato sul palco di Abbash il suo vissuto. Quelle emozioni, incertezze e paure che tutti viviamo nel quotidiano e che il talento e la genialità di un autore così brillante permettono di trasformare in uno spettacolo esilarante. L’età adulta, il razzismo all’italiana, scoprire di avere un fratello brasiliano adottato e la paura di mettersi a nudo. Una vita sentimentale disastrosa e lo splendido appuntamento con una delle grandi protagoniste della Seconda Guerra Mondiale. E poi la famiglia e il rapporto della droga, tema da cui sono stati tratti spezzoni già seguitissimi su Internet. La scoperta dell’amore nel letto di fianco al suo. Il rapporto della madre con il tema della droga. La vita di un trentunenne che vede nascere i figli degli amici. La paura delle emozioni. Un’analisi piuttosto suggestiva sulle differenze di genere delle funzioni cerebrali degli uomini e delle donne. L’autore si conferma così un talento dissacrante, unico nel panorama nazionale per la sua originalità e il suo modo di stare sul palco. Attraverso il suo flusso di coscienza il pubblico immedesima così facilmente in quello sguardo aperto sul mondo che è la sua arte. Il tutto viene sancito in una sintesi di un’ora e poco più di spettacolo, un’esibizione che non può assolutamente lasciare indifferenti.

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Food

Zito e Bevi è l’aperitivo plastic free nel cuore di Napoli

Zito & Bevi, continuano le iniziative solidali dei ragazzi SNAP Sono in centinaia i giovanissimi provenienti da Napoli e dalla provincia che regolarmente prendono parte alle iniziative dello “Zito & Bevi”, il primo format totalmente plastic free, organizzato all’interno del capoluogo partenopeo e rivolto ai giovani di tutta la regione. I quattro ragazzi (in arte SNAP) creatori del format sono Gianmarco Apuleo, Roberto Bonanno, Pierluigi Fusco ed Andrea Sarni, tutti partenopei e legati profondamente dal senso di appartenenza ad un territorio ricco di storia e cultura, ma soprattutto desiderosi di rivendicare i diritti di sostenibilità in ogni aspetto della propria società. Il progetto, nato nella primavera del 2019, presta attenzione ai dettagli che permettono di eliminare del tutto gli sprechi legati alle plastiche durante gli eventi frequentati da ragazzi e ragazze, il tutto esemplificato dal logo “di pasta”, dove un semplice zito diventa il pretesto, ma anche l’opportunità, per eliminare l’utilizzo delle cannucce di plastica dai propri drink. Il format Zito & Bevi cura ogni aspetto della gestione dell’evento: dai bicchieri in vetro o in materiale biodegradabile, ai gadget regalati ai partecipanti rigorosamente in materiali ecosostenibili fino alle posate e piatti usati per il buffet in cartone o legno ogni cosa all’interno dell’evento parla green. “La voglia di fare e di innovare è fondamentale per noi – spiega Roberto Bonanno – infatti nei nostri eventi è importante lasciare un ricordo positivo ed originale a chi partecipa, ad esempio durante le iniziative solitamente scattiamo foto ricordo con le polaroid e che poi regaliamo a tutti i nostri ospiti”. Mentre il giovane ingegnere Andrea Sarni racconta “Di evento in evento cerchiamo man mano di liberare quartieri della nostra città e zone limitrofe dalla plastica, come abbiamo fatto al Vomero, a Posillipo o a Bagnoli. Ci piace pensare che da un singolo evento le persone, specialmente le nuove generazioni, possano pensare che anche un evento mondano con musica e divertimento possa essere vissuto senza avere impatto sul nostro pianeta”. Aperitivi e iniziative solidali all’insegna del plastic free Zito & Bevi non è, però, attenta solo alle tematiche inerenti alla sostenibilità. Il territorio e le tradizioni sono importantissime per i ragazzi SNAP ed infatti ogni evento ospita non solo i consueti dj set da parte di numerosi disc jokey partenopei, ma dà la possibilità a molti cantautori ed artisti emergenti da tutta la provincia di esibirsi difronte ad una platea giovanissima. Band rock, voce e chitarra, stand up comedy e cantanti son solo alcune delle esibizioni che hanno affollato finora i palchi ospitanti le iniziative. “Siamo molto fieri di ciò che facciamo – chiarisce Gianmarco Apuleo – non solo perché ci piace proporre un qualcosa di diverso e che abbia un’idea di fondo costruttiva per il domani, ma soprattutto perché lo realizziamo nella realtà dove siamo nati e cresciuti”. “Spesso noi giovani diamo per scontati aspetti della nostra routine e non ci rendiamo conto che, come ogni cosa, la quotidianità può essere resa più sostenibile in vista delle generazioni future. Certe volte le soluzioni più […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Luca Mercalli in campo per l’ambiente: la mostra al MANN

Capire i cambiamenti climatici, una mostra per comprendere e per agire al MANN sotto la curatela di Luca Mercalli Raccontare la minaccia ambientale che incombe sul nostro pianeta, partecipando alla mobilitazione internazionale per garantire un futuro verde alle nuove generazioni. Il MANN scenderà in campo per l’ambiente, promuovendo, dal 10 ottobre 2019 al 31 maggio 2020, Capire il cambiamento climatico – Experience exhibition, uno spazio narrativo e sensoriale  in cui i visitatori scopriranno le cause e gli effetti del riscaldamento globale. Prodotta da OTM Company e Studeo Group, in collaborazione con National Geographic Society, già presentata a marzo al Museo di Storia Naturale di Milano, la mostra è realizzata con la curatela scientifica di Luca Mercalli, Presidente della Società Meteorologica Italiana. I temi più scottanti della contemporaneità irrompono così nelle sale del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, dimostrando in tal modo che passato e presente non sono così lontani come ci si aspetterebbe a prima vista. Centinaia di immagini, tra scatti di grandi maestri della fotografia e filmati del National Geographic, saranno il prezioso contributo utilizzato per creare ambienti immersivi, arricchiti da esperienze olfattive e sensoriali: nel percorso di visita, allestita nelle sale 91-93 del MANN in prossimità del celebre Salone della Meridiana, il visitatore sarà spinto a farsi parte attiva in un’esperienza che dall’emozione porterà alla consapevolezza, invitando ad agire direttamente. L’esperienza dell’estinzione arriva al Museo Archeologico di Napoli Le immagini del National Geographic, selezionate in un arco temporale di tre decenni proprio per dimostrare l’inarrestabile progressione dei cambiamenti climatici, sono il frutto del lavoro di grandi maestri: il canadese Paul Nicklen, premiato per cinque volte a World Press Photo; la vincitrice di Premio Pulitzer Melissa Farlow; il documentarista Pete McBride che, negli ultimi venti anni, ha realizzato reportage per National Geographic da 65 paesi, dall’Everest all’Antartico; lo statunitense James Balog che, con il suo progetto Extreme Ice Survey ha documentato l’inarrestabile fenomeno della fusione dei ghiacci perenni, ma potrebbero citarsi tra gli altri anche Gerd Ludwig e Joel Sartore. Nella tappa napoletana di Capire il cambiamento climatico – Experience exhibition  le installazioni si arricchiranno di nuove immagini, rispetto all’ultima esposizione, con focus sull’inquinamento da plastica e sugli incendi incontrollati dovuti al riscaldamento globale. In mostra, vi sarà uno spazio di notizie ambientali, con un occhio di riguardo sulle principali notizie pertinenti ai cambiamenti climatici in atto nel mondo. Evidenza scientifica sotto la curatela di Luca Mercalli Il percorso di visita, così, guiderà il pubblico a scoprire le profonde trasformazioni causate dal riscaldamento globale, mentre la potenza dell’immagine fotografica enfatizzerà l’evidenza scientifica dei dati. Dalla fusione dei ghiacci perenni ai fenomeni meteorologici estremi (ondate di caldo senza precedenti e incremento di tempeste e uragani), dall’intensificarsi dei periodi di siccità all’aumento del livello dei mari di 3,4 millimetri all’anno. La temperatura della Terra è aumentata di oltre un grado Celsius nell’ultimo secolo; il 2018 è stato il quarto anno più caldo della storia a livello globale e il primo anno più caldo in Italia, Francia e Svizzera; luglio 2019 è stato il mese più caldo di sempre (+0,95 gradi sopra la media del XX secolo, dato National Oceanic and Atmospheric Adminatration). Immagine: Facebook

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Culturalmente

Ricomincio dai Libri 2019, al via la sesta edizione

Al via la sesta edizione di Ricomincio dai libri, rassegna letteraria ormai punto di riferimento per il panorama culturale napoletano. Una manifestazione sempre più ricca e numerosa di eventi, iniziative, dibattiti e presentazioni, che avrà luogo dal 4 al 6 ottobre negli spazi della Fondazione Foqus. Uno splendido esempio di rigenerazione urbana nel cuore dei quartieri spagnoli. Ricomincio dai libri è stata presentata allo Spazio Nea, presso Via S. Maria di Costantinopoli, in una conferenza che ha visto intervenire numerose personalità e letterati di spicco. Oltre al comitato organizzatore hanno presenziato alla conferenza l’Assessore alle Politiche Sociale del Comune di Napoli, Roberta Gaeta, lo scrittore Pino Imperatore e la presidente della Fondazione Foqus Rachere Furfaro.   Ricomincio dai Libri 2019: prendiamoci cura Il tema dell’edizione 2019 è Prendiamoci cura. Un argomento vario e dalle numerose sfaccettature, che vedrà ancora una volta la direzione dello scrittore napoletano Lorenzo Marone. Ricomincio dai libri, dopo la scorsa edizione organizzata presso gli spazi del Museo Archeologico, inizia insomma da dove aveva terminato la sua avventura precedente. Grazie anche al patrocinio del Comune di Napoli e del Ministero dell’Ambiente, la rassegna sarà anche quest’anno ad ingresso gratuito. «Mai come in questo momento storico e politico che viviamo la parola “cura” assume un valore universale che ognuno di noi, nel suo piccolo, deve esportare. Cura per questo nostro pianeta sempre più sfruttato – dichiara il direttore Lorenzo Marone – , cura per l’altro, per l’estraneo, il bisognoso, l’ultimo, cura per se stessi, per uno sviluppo sempre più forte dell’individuo, cura per le istituzioni (sbeffeggiate a volte dai nostri stessi politici) e per il senso dello Stato, per la cultura, per le scienze e la conoscenza».  Riferimenti insomma di portata ambientale e sociale per quest’edizione di Ricomincio dai Libri. Una rassegna che tiene quindi sempre più conto del valore di collante sociale che può avere la letteratura. In un’epoca ormai segnata dall’individualismo e dall’egocentrismo, iniziative come queste aiutano a sensibilizzare e ad aggregare le persone su temi di interesse generale. L’ambiente e il rispetto per l’altro, per il diverso, saranno dunque tematiche centrale di quest’anno. Associazioni e comitati anche questa volta saranno centrali nel corso dell’edizione. Ricomincio dai libri nasce infatti nel 2014, grazie alla collaborazione di tre associazioni: La Bottega delle parole, Librincircolo e Arenadiana, più il contributo fondamentale del Forum delle Associazioni e del Comune di San Giorgio a Cremano. Ad oggi, dopo cinque anni di intensa attività, Ricomincio dai libri si è ormai imposta come un punto di riferimento per un territorio, quello napoletano, che è sì culturalmente ricco, ma che troppo spesso è penalizzato dall’assenza o dalla scarsa pubblicità di iniziative dal grande spessore artistico e letterario. Nell’anno della sua scomparsa, non poteva poi mancare l’omaggio allo scrittore e filosofo Luciano De Crescenzo. Le sale della fondazione Foqus prenderanno infatti i nomi dei personaggi e dei condomini del film “Così parlò Bellavista”, mentre sabato 5 ottobre si terrà un incontro dedicato a De Crescenzo a cura di Pino Imperatore. Fonte immagine: https://www.facebook.com/events/373918739949984/

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Eventi/Mostre/Convegni

ZùNapoli, cinema e teatro nel Chiostro di San Domenico

Continua la rassegna ZùNapoli, nata per festeggiare i dieci anni dell’associazione culturale InBilico. Nella splendida cornice del Chiostro di San Domenico Maggiore, le cui celle hanno ospitato tra gli altri Giordano Bruno, la manifestazione giunge alla sua seconda serata. Dopo il brillante avvio, con la rappresentazione de I Guardiani, di Maurizio De Giovanni, è stato il turno di un interessante connubio tra cinema, musica e teatro. Il documentario Il corridoio delle farfalle e il concerto spettacolo Promenade a Sud sono stati i protagonisti della serata del centro storico. Il corridoio delle farfalle, breve documentario di 20’ vincitore del Bando Ministeriale Cineperiferie 2018, codiretto da Andrea Canova e Claudia Brignone, ha aperto la seconda serata di ZùNapoli. Protagonisti di questo emozionante corto – un ritratto urbano estremamente poetico e struggente – sono Aldo Bifulco e gli amici del “Giardino delle farfalle”, uno spazio verde in prossimità del Tan (Teatro Area Nord), a Piscinola, periferia nord di Napoli. Aldo, il simpatico protagonista del documentario, dal sorriso scaltro e contagioso, ha un sogno, quello di riportare le farfalle a volare sopra i palazzi grigi del quartiere più degradato della città. Un vero e proprio ghetto, che in realtà nasconde la più alta densità di verde pubblico tra tutti quartieri di Napoli. La missione speciale di Aldo è così quella di riqualificare orti e giardini didattici, parchi e aiuole dimenticate della periferia partenopea. Una visione insomma, che, nonostante la brevità, non può che lasciare sgomenti, specie di fronte a tanto degrado, a tanta emarginazione. Canova e Brignone gettano comunque un barlume di speranza, aggrappata all’opera missionaria del simpatico sognatore Aldo. La sua forza di volontà e la sua poetica testardaggine, hanno infatti coinvolto decine di volontari, come abitanti del quartiere, maestre di scuola e studenti, nella realizzazione di numerosi progetti di bonifica ambientale. Tra cui il “Giardino delle farfalle”, da cui è nata una vera e propria rete per la salvaguardia del territorio e da cui è partito il progetto condiviso, o la missione segreta, del “Corridoio delle farfalle”, che poi dà il nome all’opera. Professore di scienze alle superiori, appassionato di botanica, da quando è andato in pensione, Aldo e i suoi amici trasformano gradualmente gli spazi pubblici di Scampia in luoghi diversi, in habitat naturali aperti a tutti, dove anche le farfalle possano tornar libere di volare. Dopo il breve intermezzo cinematografico, ZùNapoli è proseguita con un’interessante mescolanza di generi ed arti. Musica e teatro si sono infatti impossessate del proscenio grazie al concerto-spettacolo Promenade a Sud, con la partecipazione di Marianita Canfora e Matteo Mauriello. Nel cortile del Chiostro di San Domenico ha preso così il via un vero e proprio riassunto della storia musicale del Meridione italiano, con tutte le atmosfere e le musiche che da sempre sono radicate nel più profondo Sud. I suoni e le melodie di strumenti secolari e folcloristici, quali chitarra e mandolino, hanno donato al pubblico ricordi ed emozioni senza tempo. In Promenade a Sud lo spettatore ha potuto ritrovare la Tarantella, la Canzone Classica Napoletana […]

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Cinema e Serie tv

Martin Eden, un anarchico napoletano al cinema

“[..] e non immaginava neppure che le persone d’eccezionale valore sono simili alle grandi aquile solitarie che volano molto in alto nell’azzurro, al di sopra della terra e della sua supina banalità.” (Jack London, “Martin Eden”) Anarchico, avventuriero, spirito libero in lotta con il proprio tempo. Il Martin Eden di Pietro Marcello e Maurizio Bracci, regista e sceneggiatore rispettivamente del lungometraggio, è un personaggio solo apparentemente ispirato all’opera di Jack London. Il film, tratto liberamente dal libro più autobiografico dell’autore americano, vive infatti di vita propria, grazie anche all’emozionante interpretazione di Luca Marinelli. Presentato in concorso alla 76esima Mostra del Cinema di Venezia, Martin Eden è frutto di una trasposizione temporale e spaziale estremamente innovativa. Se la baia di Oakland e la borghesia di San Francisco facevano da sfondo all’opera originaria, Marcello e Bracci hanno deciso di ambientare la redenzione del rozzo marinaio in scrittore di successo nella Napoli di inizio Novecento. Una scelta rischiosa ma vincente, grazie ad alcuni elementi peculiari che fanno del film un lungometraggio atipico per la produzione cinematografica nostrana. Numerosi sono infatti gli intermezzi documentaristici, nel bel mezzo della narrazione, che permettono allo spettatore di immergersi nella povertà e nella ricchezza della Napoli del tempo. Così come l’interpretazione di Luca Marinelli, preparatosi a tutto tondo per calarsi nei panni dell’anarchico Eden, sia da un punto di vista fisico, vista la prestanza del personaggio, sia da un punto di vista linguistico, per l’apprendimento della lingua napoletana. Premiato con la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile, l’attore romano si conferma tra i volti più interessanti del cinema italiano degli ultimi anni. Martin Eden è l’apice, fino ad ora, di una carriera ancora giovane e con tanto da dire, ma forte già di ruoli memorabili, come in Non essere cattivo e Lo chiamavano Jeeg Robot. Martin Eden, diretto da Pietro Marcello e con Luca Marinelli, è nelle sale dal 4 settembre La storia di Martin Eden riprende dunque parzialmente quella dell’originale londoniano. Se confrontato con il romanzo, nel film verrebbe fuori tutta la fretta e la necessità di accorpare centinaia di pagine in due ore di girato. Nell’opera di Marcello, nella scelta di trasporre completamente luoghi e tempi della narrazione, emerge così non solo l’individualismo di Eden, ma anche la voglia di raccontare lo spirito di uno spaccato di secolo, il Novecento, teatro di aspre lotte sociali tra ideologie socialiste e liberali che infatti diventano centrali nella seconda parte del film. Solo così è possibile apprezzare il ritratto del personaggio interpretato da Luca Marinelli. Uno scrittore “frutto della mente degli altri” come recita l’attore romano nella delirante mezz’ora finale. La sua è la storia di un rozzo marinaio che si innamora perdutamente della giovane Elena (Jessica Cressy). Conosciuta dopo aver salvato il fratello da una rissa, Eden deciderà di intraprendere la carriera di scrittore dopo aver cominciato a frequentare i salotti altolocati della famiglia Orsini. La bella Elena, oltre che un’ossessione amorosa, diviene anche il simbolo dello status sociale cui il giovane mira ad elevarsi. Deluso successivamente dalla classe […]

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