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Eroica Fenice

Musica

Grilli è l’ultima uscita di Lou Mornero

Il ritorno di Lou Mornero con Grilli Lou Mornero, cantautore milanese, è da poco uscito con un nuovo lavoro, “Grilli“, a cinque anni di distanza dall’omonimo EP, tra i prodotti più interessanti della recente scena indipendente italiana. “Grilli” è il frutto di nuova collaborazione con lo storico produttore di Lou, Andrea Mottadelli, e promette di ripetere il successo di quanto fatto in passato. Eroica Fenice ha avuto il piacere di parlare con Lou Mornero del suo nuovo disco, disponibile su tutte le maggiori piattaforme digitali, e quanto segue è il breve resoconto di quanto detto. Ciao Lou, come è nato “Grilli”? Raccontaci la genesi dell’album. Ciao Matteo, come forse sai, è passato del tempo dal precedente lavoro, si parla del 2017 e si trattava di un EP composto da cinque brani. E’ semplicemente riaffiorata la volontà di condividere canzoni inedite in un formato che ne contenesse un numero maggiore e così ne ho confezionate otto nella raccolta intitolata “Grilli”. Non si tratta esclusivamente di materiale nuovo; alcune canzoni infatti arrivano dal passato, anche parecchio in là, ma hanno trovato la giusta collocazione solo oggi. Qual è stato l’aspetto più complesso nel registrare l’album? Hai avuto qualche influenza in particolare? Sicuramente il fatto di lavorare a distanza con Andrea, la mente dietro agli arrangiamenti e alla produzione, non facilita le cose. Io a Milano e lui a Londra, immersi in lunghe sessioni di video call e con l’utilizzo di software che permettono di connettere i pc a distanza. In questo modo ne siamo venuti a capo prendendoci il tempo che ci è voluto, senza particolari pressioni. Questo forse l’aspetto più complesso, se si considera che tutto, eccetto “Ouverture”, è stato suonato e registrato nei nostri home studio evitando agilmente eventuali ostacoli dovuti alle recenti restrizioni che conosciamo bene. Parlando invece di influenze non me la cavo mai granché bene a citare nomi e cognomi. Ascoltando tanta musica diversa pesco inconsciamente un po’ di qua e po’ di là ed è un lato del mio far musica che reputo essenziale. Mi piace mischiare epoche, razze, culture e generi e fortunatamente è un approccio condiviso in egual misura anche da Andrea: per entrambi la musica è una questione che va oltre i generi e i tempi, appunto. C’è un filo comune che lega le canzoni di “Grilli”? Hai un processo creativo ben preciso che ti porta a modellare la tua musica? Il grande nesso tra le canzoni è la vita, di chi le scrive, che si narra al loro interno, l’intenzione sincera e umile di sviscerare i propri mondi attraverso un gusto e una poetica. Anche le musiche, pur spaziando ed esplorando sonorità diverse che ben si amalgamano tra loro, mantengono identità distinte e peculiari accomunate alla base dal livello di produzione che si rivela attraverso la varietà di suoni, accorgimenti e soluzioni che Andrea ha realizzato durante lo sviluppo di ogni canzone. Processi creativi consolidati non ne ho, nasce sempre un po’ tutto dal caso e dalla dose d’ispirazione che mi attraversa […]

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Teatro

Nude Verità è il ritorno in scena del Teatro Tram

Il ritorno sulle scene del Teatro Tram Di questi tempi, con il virus che corre e la pandemia che continua imperterrita il suo cammino, la notizia di un teatro che continua, nonostante tutto, le proprie attività, è sicuramente un’ottima notizia. Il caso è quello del teatro Tram, sito in via Port’Alba, punto di riferimento da anni della vita culturale in centro storico e non solo. Nude Verità è l’ultimo spettacolo prodotto ed allestito dal Tram, segnandone così il ritorno sulle scene dopo mesi e mesi di inattività, perlomeno artistico. Perché il Tram a differenza di tanti altri teatri non ha continuato a smettere di svolgere il proprio lavoro, in salsa diversa rispetto a quanto fatto precedentemente ma comunque in maniera incessante. Nude Verità è il ritorno in scena del Tram, seppure in modalità streaming. Come è il ritorno sul palco, a distanza di mesi? Il TRAM aveva riaperto le porte lo scorso ottobre. Avevamo sperato che, anche con la metà dei posti a disposizione, fosse possibile programmare qualcosa di simile a una stagione teatrale. Il 25 ottobre 2020 è stato invece l’ultimo giorno di programmazione. Sono passati più di quattro mesi, ormai abbiamo accettato l’idea che il teatro resterà chiuso al pubblico. Ma quando abbiamo riacceso le luci in sala, il palco era lì ad aspettarci. E’ stata una piccola emozione, anche se il legame tra il TRAM e le persone che lo frequentano non si è mai interrotto del tutto. L’attività del Tram non si è mai fermata, neppure con i recenti DPCM. Come avete cercato di colmare il vuoto dell’attività dal vivo? Fin dai primi giorni del lockdown di marzo, abbiamo provato a immaginare soluzioni diverse che ci permettessero di tornare a recitare. Abbiamo attivato quasi subito il percorso dei podcast, le storie da ascoltare, perchè avevamo già avviato questo progetto prima della chiusura. In questi ultimi mesi abbiamo dovuto sperimentare soluzioni diverse sia per gli spettacoli che per i laboratori. Abbiamo avviato una piattaforma di scrittura online, abbiamo spostato le riunioni degli spettatori “visionari” su Zoom, abbiamo ideato laboratori di teatro nelle “rooms” virtuali. Tutte le nostre scelte, però sono andate in una direzione chiara e coerente: le soluzioni online sono un percorso che si affianca al teatro tradizionale, non lo sostituisce. Non si possono prendere le attività didattiche in presenza e trasferirle online, bisogna inventarsi una diversa fruizione. Per quanto faccia male ammetterlo, la pandemia ha spinto il nostro settore a sperimentare, aggiornare, scoprire. Ovviamente, mi riferisco a quei pochi che sono riusciti a tenere viva la propria attività. Noi lavoratori dello spettacolo siamo le prime vittime della terribile crisi economica dovuta al Covid. Quali sono state le difficoltà maggiore nell’allestimento di Nude Verità? Lo spettacolo è stato pensato direttamente per lo streaming? Nude verità è nato inizialmente come spettacolo da realizzare al TRAM: con Vittorio Passaro, il regista, avevamo immaginato un allestimento che avrebbe trasformato il locale del teatro in un locale da peep show, quel genere di spettacoli in cui lo spettatore, chiuso da […]

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Musica

Moltheni ritorna con il nuovo album Senza Eredità

Senza Eredità è l’ultimo album di Moltheni “Senza Eredità” è il nuovo album di Umberto Maria Giardini, in arte Moltheni, da poco disponibile su tutte le maggiori piattaforme di distribuzione. Un’uscita attesissima quella del cantautore marchigiano, a più di undici anni di distanza dal suo ultimo progetto, “Ingrediente Novus”. L’album è infatti una vera e propria chiusura di un cerchio, iniziato ormai anni addietro che porta con sé collaborazioni e progetti di una carriera, fino a questo momento, invidiabile. Moltheni è infatti considerato tra i padri fondatori della scena alternativa ed indipendente italiana, gettando le basi per il movimento indie rock, che poi ha riscosso tanto successo nel nostro paese. Tante sono infatti le collaborazioni di cui si è avvalso l’artista marchigiano, e che testimoniano una stima ed un apprezzamento trasversale da tutto il panorama musicale nostrano: tra i tanti, si annoverano infatti Afterhours, Verdena e Franco Battiato. Eroica Fenice ha avuto l’occasione di parlare con Moltheni, proprio in occasione dell’uscita di “Senza Eredità”. Umberto, da dove nasce il progetto Moltheni? Nasce a Milano nel 1996, ma si concretizza a Bologna nel 1998, grazie all’interessamento di Francesco Virlinzi e della sua etichetta Cycloper records di Catania. Successivamente nel 2005 nasce un idillio tra il progetto e la Tempesta dischi con la quale sono ancora legato. Senza Eredità è il tuo ultimo album, frutto di una lunga gestazione durata un anno e passa. Qual è stata la difficoltà maggiore che hai incontrato durante la lavorazione del disco? La difficoltà maggiore è stata quella di reperire tutto il materiale, che era andato praticamente perduto. Tuttavia Nica Lepira e Massimo Roccaforte mi hanno dato una grossa mano, poi la memoria e qualche demo ritrovato in cantina hanno chiuso il cerchio, dandomi un idea vaga di quello che poteva essere il lavoro definitivo. Successivamente a questa fase è subentrato il problema di completare quello che restava di aperto (alcuni testi, arrangiamenti di alcuni brani), ma nei mesi tutto è scivolato programmaticamente senza intoppi. Le difficoltà si sono equiparate al gusto di lavorare. In Senza Eredità parli di un mancato retaggio, una successione che doveva avvenire e invece non c’è stata. A cosa alludi nello specifico? Parlo di qualcosa che non c’è più e che non lascia nessuna eredità, null’altro. C’è davvero poco da intendere e con significati nascosti. L’eredità in qualsiasi sua forma è qualcosa che può esserci ma anche no. Nel mio caso non lascio nulla a nessuno, poiché non c’è nessuno che la riceverebbe. A che stato evolutivo è la scena alternativa e indipendente italiana, secondo te? Il panorama attuale è ben diverso da quello in cui hai mosso i primi passi, e sei un punto di riferimento per qualsiasi giovane voglia ripercorrere una carriera musicale di questo genere. Non lo so. C’è una canzone in “Senza Eredità” alla quale sei più legato delle altre? Mi affeziono poco ai miei brani, è un limite che ho sempre avuto, sono molto più attratto dalla musica altrui, specie quella passata. Nere geometrie paterne è […]

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Musica

Per le strade del cielo è il debutto di Stefano Bruno

Stefano Bruno è un cantautore milanese, classe 1990, alla sua prima pubblicazione discografica con “Per le strade del cielo”. Diplomato in ragioneria, Stefano Bruno pubblica un album,  frutto di un lungo percorso di crescita personale che gli ha finalmente aperto le porte dell’industria musicale. Abbiamo avuto il piacere di parlare con lui! Ecco il resoconto di questa breve ma intensa chiacchierata in modalità telematica. Stefano Bruno: intervista Per le strade del cielo è il tuo primo album in studio. Qual è stata la strada che ti ha portato fino a questo importante passo? Sicuramente la passione e poi, la pazienza di sopportare e incassare colpi, la voglia di esprimere e tirare fuori qualcosa di personale con la speranza di raccontare intrecciando emozioni e vite di altre persone. È incredibile quanto una canzone può essere personalizzabile e avere un significato diverso per ognuno. Da dove nasce l’ispirazione per la tua musica? Nell’album alterni con grande facilità i molteplici aspetti del pop, dai ritmi latini di “Nicaragua” alla splendida ballata di “Italia Turrita”. Grazie per questa domanda. L’ispirazione può arrivare da qualsiasi cosa e da ogni direzione. Credo che la musica non abbia frontiere, è solo la mente umana che semplifica trovando scuse, un genere o un nome a tutto. Per questo mi piace ascoltare e lasciarmi guidare da qualsiasi suono o musica che sento. C’è chi parla di confusione. io piuttosto preferisco parlare di versatilità. C’è un pezzo a cui sei più legato rispetto agli altri? Credo che sia proprio “Italia Turrita”. Quali sono i prossimi progetti di Stefano Bruno? Hai in mente qualche nuova canzone, collaborazione ecc. Ci sono già nuove canzoni in cantiere e spero di ultimare qualcosa nei prossimi mesi. Anche per quanto riguarda le collaborazioni sto cercando persone nuove con cui lavorare brani nuovi e diversi, che siano miei o per altri artisti.   Ringraziamo Stefano Bruno per la disponibilità e la cortesia. Il suo nuovo album, “Per le strade del cielo”, è ora disponibile presso le maggiori piattaforme di distribuzione. Buon ascolto!   Fonte dell’immagine: https://www.facebook.com/essebrunoofficial/

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Cucina e Salute

Moeh Esse, il mestiere del food blogger: intervista

Moeh Esse, food blogger per passione Marco Melito, in arte Moeh Esse, classe 1991, di mestiere food blogger. La sua pagina conta migliaia e migliaia di iscritti su Instagram, forte di una crescita che pare non esaurirsi nonostante il periodo di crisi per la ristorazione, causato dal Covid. Spulciando il suo profilo social è possibile scrollare centinaia di piatti e pietanze in giro per il napoletano, scovando consigli preziosi che, una volta finite le restrizioni, torneranno di certo utilissime. Abbiamo avuto il piacere di intervistare Marco, e quanto si leggerà è il resoconto di un piacevole scambio di battute avvenuto telematicamente. Ciao Marco, come hai iniziato la tua attività di foodblogger? Da dove nasce Moeh Esse? Questa è una bella storia, almeno per me che la racconto. La passione per la cucina mi accompagna da sempre, da quando da bambino guardavo mia madre ai fornelli. C’è stato, però, un lungo periodo della mia vita in cui sono stato lontano dal cibo e dalla cucina: sono anni di cui non parlo molto volentieri. Col tempo, comunque, quella passione che era stata un po’ lasciata nei cassetti, è tornata quasi con prepotenza. Avevo già iniziato un discreto percorso su Instagram che mi ha permesso di incontrare Valeria Pezzeri, Licia Sangermano e FoodErgoGram, che hanno iniziato ad invitarmi a pranzi e cene “social”, con stampa e altri foodblogger. Da lì, il passo è stato brevissimo: ho iniziato a recensire locali e ristoranti e poi a proporre le mie ricette. È nato “Unconventional Life”, il mio blog, che ora condivido con LaZimbi. Fondamentale per la tua attività è il tuo lavoro su Instagram. Qual è il tuo rapporto con i social media? Tutto ruota attorno a Instagram (e al blog). È, come tutti i social, facile, diretto e veloce. Puoi pubblicare una ricetta e avere subito il confronto con gli utenti e il pubblico. Poi, ora, con la possibilità delle stories e delle dirette, puoi farti conoscere sicuramente di più rispetto ai soli post. Le persone possono vedere come ti muovi ai fornelli, possono ascoltare la tua voce: diventa un contatto e una conoscenza più intimi. Dall’altra parte, ovviamente, bisogna stare attenti  a non dipendere dai profili, né dal parere dei cosiddetti haters, sempre pronti a criticare ogni minimo dettaglio. Per quanto mi riguarda, cerco di proporre un social semplice, essenziale, senza troppe costruzioni anche e soprattutto nelle foto. L’utente medio cerca spontaneità e sincerità, non profili e personaggi (non più persone) costruiti. Influencer, fotografo, critico gastronomico, giornalista. La tua è una attività dai mille volti e dalle mille competenze richieste. Secondo te, in cosa consiste l’essenza del mestiere del foodblogger? Questo è un discorso difficile da far capire, soprattutto da noi al Sud dove food blogger e influencer sono spesso criticati, ed il cui lavoro è ancora più spesso sminuito, non considerato, sottopagato o addirittura non pagato. Non siamo solo “quelli che cucinano e mangiano”. Siamo persone (molte volte lo si dimentica…) che condividono con gli altri una propria passione. Alcuni di noi (soprattutto da Roma […]

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Musica

Heren Wolf e il suo nuovo singolo: Far | Intervista

Far, il ritorno sulle scene di Heren Wolf Francesco Pio Ricci, in arte Heren Wolf ritorna con Far, il suo ultimo singolo. Già disponibile sulle maggiori piattaforme di distribuzione (Youtube, Spotify), la canzone rappresenta il ritorno sulle scene dell’artista irpino, dopo i successi dei singoli Moonlight e Phoenix. Heren Wolf è un personaggio eclettico e dalle mille sfumature, ed Eroica Fenice ha avuto il piacere di parlare con lui. Heren Wolf: l’intervista Far è il tuo ultimo singolo, da dove nasce l’idea della canzone? Ho scritto questa canzone come una lettera d’addio ad una vita che non mi soddisfaceva più. Quattro anni fa mio padre è morto ed improvvisamente tutto intorno a me è diventato estremamente decadente e pieno di dolore. Quindi ho scritto Far nel tentativo di ritrovare la bellezza, usando la metafora del “grembo” come luogo sicuro e primordiale, in cui il dolore non ha ancora impresso le sue orme. Quando facciamo esperienza del dolore, immediatamente quel “fanciullino” in noi che vedeva il mondo come un luogo puro ed incontaminato scompare, lasciando il posto ad un cinico realismo. Con questa canzone dico un po’ addio a quella purezza, per certi versi ingenua perché non contempla il dolore, e cerco di trovare quell’armonia di dissensi che mi consenta di accogliere la sofferenza come esperienza inevitabile.  Se da un lato, Far esprime il mio disperato bisogno di “ricostruirmi” dopo l’urto della perdita di mio padre, mantenendo intatto lo stupore dinanzi alla vita, dall’altro, anela ad un “altrove”, un posto ultraterreno, dove le mie ferite possano essere lenite e devo possa rincontrare mio padre. Empire, Moonlight, Phoenix sono solo alcune tra le precedenti canzoni che hai pubblicato. Come mai la scelta di scrivere esclusivamente in inglese? Il progetto Heren Wolf è nato a Londra due anni fa con il desiderio di arrivare ad un pubblico internazionale. Sin da bambino ho prediletto la musica inglese nei miei ascolti e questo ha fortemente influito sulla mia creatività. Per molto tempo l’inglese ha funto da schermo, proteggendomi dai miei stessi demoni. Con i miei testi affronto momenti dolorosi e traumatici, cercando di trasformarli in qualcosa di più bello e armonioso e grazie all’inglese riesco a pormi ad una certa distanza dagli eventi che racconto.  È da un po’ di tempo, però, che provo a scrivere nella mia lingua madre, spinto da un fortissimo desiderio di creare una connessione più salda con le mie radici e di poter esplorare la mia sfera emotiva a fondo. L’inglese, infatti, nonostante abbia saputo (e continui a) proteggermi, ha anche rappresentato un grande ostacolo nell’espressione della mia emotività, non tanto nella stesura di canzoni ma quanto nella comunicazione dei miei stati d’animo. La lingua ci consente di dare una forma tangibile alla nostra interiorità e non essere completamente padrone dell’inglese (specialmente all’inizio), mi ha portato a chiudermi in me stesso, non avendo un vocabolario emotivo che mi consentisse di venire fuori in tutti i miei colori. Fai parte anche di un collettivo che promuove musica. Di cosa vi occupate […]

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Musica

What Are We Looking For, intervista a Ilario Cusano

Crystal Splinter Museum e l’ultima uscita di What Are We Looking For: intervista a Ilario Cusano Crystal Splinter Museum è il progetto musicale di Ilario Cusano, studente universitario che alla carriera accademica abbina la passione per la musica. Da pochi giorni è disponibile sulle maggiori piattaforme di distribuzione il suo ultimo album, What Are We Looking For. Una splendida suite di venti minuti, le cui canzoni si lasciano piacevolmente ascoltare una dopo l’altra, scorrendo via come le pagine di un libro o le sequenze di un film. Un progetto che segue i precedenti lavori di Crystal Splinter Museum (“Growing in Sickness”) e “Dimanche is coma”), e che si inserisce direttamente nella scia di questi ultimi. Ilario odia le domeniche, adora l’universo di Breaking Bad, il cinema d’autore ed è un grande ascoltatore, oltre che produttore, di musica. Abbiamo avuto il piacere di parlare con lui, suo malgrado, in una domenica pomeriggio: segue il resoconto di questa piacevole chiacchierata su What Are We Looking For. What Are We Looking For, intervista a Ilario Cusano Ilario, come nasce il progetto Crystal Splinter Museum? Ho passato i primi anni della mia adolescenza a produrre e registrare nella mia cameretta, senza far ascoltare nulla a nessuno. Me ne stavo interi weekend a masterizzare mixtape. È stato così fino al 2013 anno in cui, complice un furto in casa che mi fece perdere centinaia di dati (e dunque la mia musica), decisi di cambiare il mio approccio: non potevo tenere più ciò che producevo solo per me. A contribuire, sicuramente, la scoperta di un filone musicale che in quel momento storico vedeva in Flatsound uno dei pionieri del genere. Parlo del lo-fi fatto in cameretta, il bedroom pop, la sublimazione dell’indie. Scoprire che non ero l’unico a fare musica nella mia stanza, e che tanti altri ci stavano riuscendo davvero usando i miei stessi mezzi, mi diede la spinta per iniziare a pubblicare i miei lavori. All’epoca del mio primo mixtape (Confident but not enough, 2013) scelsi come nome IK, che era un acronimo un po’ modificato delle mie iniziali. Il passaggio al nome corrente è avvenuto nel 2018, al debutto sui servizi di distribuzione digitale. Ho iniziato a concepire questo progetto non più semplicemente come qualcosa di intimo e prodotto da me in cameretta, ma come un luogo da visitare, una creatura aperta alle contaminazioni nella produzione, alla collaborazione esterna. L’idea per il nome mi venne ascoltando un brano di Mark Kozelek tratto dall’omonimo album, ovvero The Mark Kozelek Museum, dove il cantautore americano si interroga circa la sua legacy, immaginando un museo fatto di memorie, ma anche di oggetti che racchiudono in sé quelle stesse memorie. Proprio nel testo si parla di un cristallo, ed io ho esteso questo concetto al mio approccio tematico. Il cristallo è un materiale limpido, puro, ed il fatto che sia incrinato, scheggiato, segna una certa rottura con questa presunta purezza. Il mio museo narra di memorie scheggiate, di una purezza perduta. What Are We looking For? si ascolta come […]

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Musica

Je Vulesse è il debutto discografico di Ninni

Je Vulesse è l’esordio di Ninni Je Vulesse è il singolo che sancisce il debutto discografico di Ninni, cantautore napoletano che entra così prepotentemente nel panorama discografico nostrano. La sua canzone è già disponibile sulle maggiori piattaforme di distribuzione (Youtube, Spotify) e promette un successo non faticherà a tardare nel futuro prossimo dell’artista. Abbiamo avuto la possibilità di conversare con Ninni, rigorosamente in modalità telematica: una breve chiacchierata, su passato, presente e futuro del giovane artista. Je Vulesse è il tuo primo singolo in assoluto. Da dove nasce la passione per la musica? Da piccolo ascoltavo mio padre scrivere canzoni in calabrese durante la notte, nel nostro salotto e lo faceva dopo giornate passate dalla mattina alla sera a lavorare nei cantieri. Ascoltando i dischi che mi passavano i miei fratelli che poi, successivamente, avrebbero messo su una band (i Mamasan) che andavo sempre a vedere sia ai concerti che alle prove. Ho fatto poi, e faccio parte, di una band, i The Collettivo, con cui battagliamo da anni per non far morire di la musica punk qui da noi. Come mai la scelta di scrivere esclusivamente in napoletano? In realtà, nella mia idea di album, che dovrebbe uscire l’anno prossimo, ci sono canzoni in napoletano, alcune in dialetto calabrese, e un paio in inglese. Il singolo sembra parlare di amore, tema che ha fatto storicamente le fortune di poeti e canzonieri. Hai avuto paura nell’affrontare un sentimento così universale? Vero, e soprattutto ci sono coloro che l’hanno fatto in modo meraviglioso! La mia è stata semplicemente una paura che si è poi trasformata in coraggio nello scrivere delle parole per una ragazza di cui mi ero invaghito, per poi scoprire che, come spesso capita, quello che sentivo non era corrisposto. Mi ha appeso!!! Quali sono le tue più grandi influenze musicali? Enzo Gragnaniello, Pino Daniele, Claudio Gnut Domestico, Roberto Murolo, Dario Sansone e i FOJA, la NCCP, ma anche la musica da film e classica, che tanto mi piace, da Ennio Morricone a Vincenzo Bellini. Ninni è il tuo nome d’arte? Speri di continuare ad occuparti di musica in futuro? Ninni è un qualcosa che, ironicamente, dico da anni a tutti i miei amici per comunicare qualcosa in certi momenti. Un giorno, poi, uno dei miei nipotini, Giovanni, mi chiama, improvvisamente, Ninni ed è lì che ho pensato di chiamarmi così. Quanto alla seconda domanda, mi auguro che lo Stato, il Governo, si sbrighino ad aiutare economicamente e non solo, tutti coloro che da anni si occupano e fanno musica, dai tecnici, ai musicisti, ai cantanti. Io, invece, ’speriamo che me la cavo’.   Fonte dell’immagine: ninnisongs

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Attualità

La Polonia in piazza per il diritto all’aborto

Le proteste a Varsavia e dintorni per il diritto all’aborto Lo scorso trenta ottobre più di centomila persone hanno affollato le strade e le piazze di Varsavia, la capitale polacca: protestavano contro una recente sentenza della Corte Costituzionale, che di fatto ha reso praticamente impossibile ricorrere al diritto di aborto, in quello che è già uno dei paesi più conservatori d’Europa, dalla storia particolarmente intricata. Una giornata storica, il trenta ottobre del 2020, per lo stato europeo. Così tante persone infatti non si vedevano in giro, per manifestare contro o per una causa comune, dai tempi della caduta del muro di Berlino. Quella polacca è infatti una storia sofferta, di un popolo che più e più volte nel corso della propria esistenza si è visto distruggere tutto quel che aveva, d’innanzi ai propri occhi, per poi ricominciare daccapo. È la storia di un popolo che è stato invaso per primo dalle forze del Terzo Reich, generando lo scoppio della seconda guerra mondiale; ma anche di chi, finito quel conflitto, ha vissuto più di quarant’anni sotto l’egemonia comunista, quale stato satellite del blocco sovietico, alla totale egemonia di Mosca. È la storia di un popolo sofferto, quello polacco, che tuttavia non ha mai perso del tutto quello che è a tutt’oggi uno degli elementi cardine della propria identità nazionale: la fede cristiana, cattolica in particolare, a differenza dei vicini tedeschi e russi, rispettivamente cattolici ed ortodossi per la maggiore. Il ruolo giocato dal cattolicesimo in Polonia è infatti estremamente importante anche al giorno d’oggi, e fondamentale per capire le proteste che continuano anche in questi giorni. Grazie ad un patto tacito, unico tra i paesi del blocco sovietico, tra Chiesa e Partito comunista, il cattolicesimo continuò ad essere praticato per tutto il dopoguerra, e le maggiori vicende del paese di quell’epoca sono legate imprescindibilmente alla fede: l’elezione di Karol Wojtyła, alias Giovanni Paolo II, alla carica pontificia e il movimento operaio Solidarność, di forte matrice cattolica e che contribuì alla caduta del regime, grazie all’opera del suo leader Lech Wałęsa, premio Nobel per la pace. Il cattolicesimo esercita un’influenza fortissima sulla vita sociale del paese Ancora oggi le parrocchie, soprattutto nelle aree rurali del paese, fungono da perno della vita sociale e garantiscono servizi di assistenza alla popolazione in ambito sociale, sanitario ed educativo. Praticamente in Polonia si è passati, nell’arco di trent’anni, da un regime comunista a un esecutivo di destra e dai modi praticamente autoritari, ma che di fatto esercita il potere avvalendosi delle stesse opzioni di prima. Le migliaia di persone viste a Varsavia e nei maggiori centri del paese negli scorsi giorni infatti sono scese in piazza per manifestare contro la sentenza della Corte, che ha dichiarato illegittimo il ricorso alla pratica abortiva anche nel caso di malformazione del feto. Per le donne sarà possibile ricorrervi solo nel caso di incesto o di stupro, ma vai a capire se e come quest’ultimo sarà riconosciuto, in uno stato dai tratti così conservatori. La vicenda polacca è estremamente interessante perché rispecchia moltissimo […]

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Culturalmente

Accordi e Disaccordi è il festival del cortometraggio, online fino al 21 novembre

Accordi & Disaccordi al via, il festival è online fino al 21 novembre Il festival Accordi e Disaccordi è una delle maggiori realtà del cinema campano e nazionale. Giunto alla sua diciassettesima edizione, la manifestazione quest’anno, a causa delle note e triste vicende del Covid-19, si terrà esclusivamente online fino al 21 novembre. Eroica Fenice ha avuto il piacere di parlare con Denise Capuano, protagonista in due cortometraggi selezionati al festival: “L’amore oltre il tempo”, di Emanuele Pellecchia, e “Il pane quotidiano” di Danilo Rovani. Una chiacchierata informale, sul festival internazionale del cortometraggio, con particolare riguardo alle due opere sopraccitate. L’intero programma del festival è disponibile, in streaming ed al costo di tre euro, sulla piattaforma Festhome. Il festival Accordi e Disaccordi è una realtà sempre più importante del cinema campano. Qual è il percorso che ti ha portato alla manifestazione? Entrambi i cortometraggi a cui ho partecipato hanno intrapreso, dopo la produzione, un percorso festivaliero fortunato, stagliandosi sul panorama nazionale e internazionale con ottimi risultati. Sia per “L’amore oltre il tempo” che per “Il pane quotidiano” si sono susseguiti la selezione ufficiale prima e il titolo di finalista poi al festival dal prestigioso programma “Accordi e Disaccordi”. Come il nome stesso della manifestazione lascia intuire, essa focalizza l’attenzione attorno alle assonanze e dissonanze del nostro tempo. In tutti e due i corti ritroviamo declinazioni, tra loro diverse, di questo tema centrale: “L’amore oltre il tempo”, dipanandosi su piani temporali distanti, lascia riflettere sulla dicotomia tra presente e passato, ma soprattutto tra la differente tipologia di comunicazione, “analogica” un tempo, telematica oggi; “Il pane quotidiano”, invece, non solo è una continua alternanza tra sensazioni e suggestioni del presente e i ricordi della trascorsa adolescenza che queste evocano nella protagonista, ma propone anche una duplice e contrapposta visione della genitorialità nei personaggi del padre e della madre di lei.   Da dove nasce l’idea dei due corti? “L’amore oltre il tempo” nasce dalla dichiarata passione del regista Emanuele Pellecchia per il cinema dei primi anni del secolo scorso. Si tratta infatti di un muto in bianco e nero, con tutti i crismi di un vero e proprio film d’epoca: fotogrammi incerti e tremolanti, macchina fissa, recitazione teatrale incentrata sulla sola gestualità ed espressività, tempi accelerati, musiche al piano. Eppure non si tratta di una nostalgica, sterile riproposizione di un canone classico, già tuttavia di per sé operazione audace, in totale controtendenza all’alta definizione e all’iperrealismo a cui il cinema contemporaneo ci ha abituati: la storia tra i due protagonisti, provenienti uno da un’epoca antica, l’altra da quella moderna, è intrisa di elementi fortemente attuali, come la presenza di uno smartphone che funge da magico ponte temporale tra i due, e induce lo spettatore a chiedersi cosa significhi veramente comunicare, trovarsi, amarsi al giorno d’oggi. Per “Il pane quotidiano”, invece, “l’intento era narrare una storia diversa, quella di un padre single, Maurizio, che deve affrontare il dramma sociale della precarietà e del lavoro in nero per garantire una sorta di tranquillità domestica alla […]

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Musica

Arcadia Lost, il check point di Marius W. Arcadio: intervista

Arcadia Lost, il check point di Marius W. Arcadio: intervista Arcadia Lost è l’ultimo progetto discografico di Marius W. Arcadio, studente di Filosofia da poco trasferitosi a Torino, ma nato e cresciuto nel napoletano. Mario Salzano, questo il suo vero nome, agli studi accompagna anche la passione per la musica e ha da poco pubblicato uno splendido progetto discografico, un concept album, di quelli che non se ne vedono più in giro. Arcadia Lost è infatti un prodotto di pregevole fattura, che si compone di otto canzoni, quattro delle quali già note e incise nel precedente EP Belèm. Trentatré minuti intensissimi, legati però da temi e caratteristiche comuni che vanno a comporre il denominatore comune del progetto. La perdita di sé stessi, la crescita e la rivoluzione interiori sono infatti temi trasversali e comuni ad ogni generazione, ma che rivivono con forza ed originalità  nelle otto canzoni di Arcadia Lost. Gli elementi alla base del disco pochi ed essenziali, come qualsivoglia registrazione amatoriale si rispecchi: una voce profonda, la chitarra, accompagnata dalle necessarie sperimentazioni e variazioni elettroniche del caso, ed una scrittura tagliente nella quale qualsivoglia millennial può facilmente immedesimarcisi. Abbiamo avuto il piacere di parlare con Mario di Arcadia Lost e quanto si legge è il resoconto di una simpatica ed informale chiacchierata telematica. Intervista a Marius W. Arcadio Da dove nasce l’idea di Arcadia Lost? «Arcadia Lost è il prodotto musicale dei miei due ultimi anni di vita, lo specchio dell’insieme di esperienze che mi hanno accompagnato e soprattutto segnato in questo lungo periodo. Tra queste c’è di sicuro il mio Erasmus a Lisbona, dove ho iniziato a costruire le fondamenta per questo album. Oltre questo ci sono stati tanti altri fattori successivi che hanno plasmato Arcadia Lost che, volendo sintetizzare semplicisticamente, parla di una ricerca della strada verso casa che passa prima da quella sbagliata. Non si tratta per forza di un lavoro autobiografico, per citare Conor Oberst dei Bright Eyes “se avessi voluto parlare esclusivamente di me stesso avrei scritto un’autobiografia”, ed è proprio per questo che non mi piace tanto andare nei dettagli del “concept” dietro l’album. La mia parte preferita è proprio quando un’altra persona viene a darmi un’interpretazione diversa dalla mia. Arcadia Lost rappresenta per me un certo tipo di “check point” e, non a caso, ho deciso di pubblicarlo subito dopo essermi trasferito a Torino per iniziare la magistrale del mio percorso di studio, come a mettere un punto ancora più significativo alla fine di questo capitolo e girare pagina in modo altrettanto deciso». Arcadia Lost è un disco dal forte impatto già dal punto di vista visivo, con quella copertina onirica e quel sottotesto lunghissimo, alla Fiona Apple. “The big mess we were building so carefully like a popsicle stick palace just to show it proudly to the universe” è parte del testo di una canzone che avrebbe dovuto rappresentare la “title track” dell’album (The Big Big Mess). Tuttaiva, durante la fase di ultimazione dell’album ho deciso di non includerla per […]

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Culturalmente

Youth Acerra, intervista al segretario Silvio Nuzzo

Youth, presente e futuro di Acerra Youth Acerra è un progetto nato ad Acerra nel 2018, inizialmente grazie all’azione di quattro amici e studenti universitari. Diventata formalmente un’associazione un anno dopo, è ormai una realtà consolidata, dalle molteplici sfaccettature, e che col passare del tempo ha raggiunto sempre di più un ruolo importante per la città di Acerra. Un comune dalla storia antichissima, che affonda le proprie radici all’età romana e che negli ultimi tempi ha avuto una storia bistrattata ma che, grazie proprio a progetti come Youth, prova a risollevarsi. Abbiamo parlato, rigorosamente in modalità telematica, con Silvio Nuzzo, studente di giurisprudenza presso la Federico II e tra i maggiori promotori di Youth, nonché segretario: una chiacchierata informale, su passato, presente e futuro dell’associazione. Youth Acerra: intervista a Silvio Nuzzo Silvio, come nasce Youth? Youth Acerra nasce concretamente come progetto associativo esattamente un anno fa, di questi tempi, grazie all’idea di un gruppo prima tutto di amici: Francesco Esposito, Giovanni Bruno, Mattia Brasile, oltre al sottoscritto. Noi quattro eravamo e siamo tuttora legati dall’aver frequentato il Liceo Alfonso Maria De’ Liguori e di aver fatto attivismo studentesco: io, Francesco e Giovanni come rappresentati di istituto, Mattia come rappresentante di consulta. Una volta finito il liceo, noi, che siamo della generazione ’95, ’96, ’97, ci siamo ritrovati praticamente spaesati, nel senso di aver perso quel punto di riferimento costituito dal nostro liceo; tuttavia, era sempre forte in noi la voglia di fare qualcosa, colmando proprio questa lacuna. Nell’estate del 2018, dopo l’esperienza dell’associazione Ex studenti del liceo, realizziamo di voler fare un passo in più, in termini di respiro ed idea progettuale: Youth, appunto. Youth nasce concettualmente su determinati presupposti: Acerra non godeva di una comunità giovanile, ma di tante realtà parcellizzate, come istituti, circoli etc.; questo era dovuto principalmente ai luoghi della nostra città, che di fatto sono dei “non luoghi”, praticamente né frequentati né attivati. Siete un’associazione culturale e le attività di cui vi occupate sono molteplici, principalmente sul territorio acerrano. Nel contesto di una città così complessa, come si inserisce Youth? L’obiettivo che ci siamo posti sin da subito è stato quello di ritessere l’attività giovanile di Acerra, attraverso modalità che tendessero sostanzialmente all’aggregazione. Gli strumenti utilizzati e gli sforzi messi in atto da questo punto di vista sono stati molteplici: “Acerra Social Sunday”, ad esempio, di cui andiamo molto orgogliosi e che consiste in dei piccoli talk tra giovani della comunità, magari affermati in svariati campi professionali. Il secondo modo è rappresentato da attività che definiamo “ludiche”, tra cui senz’altro il “Giovedì Universitario”. Il terzo volano è stata la promozione culturale e sociale: qualunque tipo di attività, ad eccezione dei primi appuntamenti del già citato Acerra Social Sunday, non è stata mai organizzata da sola. Acerra pullula di associazioni e per questo il nostro mantra è quello di non fare mai da soli: attraverso questa rete, abbiamo lanciato numerosissime iniziative di elevato carattere culturale, dalla rinascita del “Cinema Italia”, con la famiglia Puzone, passando per il […]

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Cinema e Serie tv

E vissero: intervista ad Aldo Verde, autore del corto

Abbiamo intervistato Aldo Verde, regista, sceneggiatore e montatore di E Vissero, l’ultimo corto di 56K, selezionato al Pride Arts Festival di Chicago. E vissero è l’ultimo corto prodotto da 56K Productions, società di produzione cinematografica nata a Napoli grazie a un gruppo di amici e alla loro passione per la settima arte, presto diventata una realtà consolidata nel panorama locale e non solo. Visto in anteprima da Eroica Fenice, prima della première al Pride Arts Festival e della proiezione al Music Box Theater di Chicago il 12 ottobre, E vissero è un prodotto che, in soli dodici minuti, riesce a divertire e far riflettere con sottile e velata ironia, mai fine a sé stessa e sempre funzionale a stupire lo spettatore, sul mondo LGBT e sulle difficoltà degli attori protagonisti di essere davvero sé stessi e di relazionarsi al mondo esterno, in particolare quello familiare. Tematiche dunque universali, che però rivivono originalmente nelle parole e nei volti di Felice (Emanuele Di Simone) e Contento (Vittorio Nastri), i due attori protagonisti che nel corso dell’opera esploreranno le tematiche della libertà, del pregiudizio e della difficoltà di essere accettati dagli altri. Abbiamo incontrato il regista di E vissero, Aldo Verde, che ci ha raccontato della genesi del corto e dei progetti, futuri e non, di 56K. Il corto sarà presentato al Pride Arts Festival, uno dei festival di cinema LGBT più importanti d’oltreoceano. Da dove parte l’idea di E vissero? Personalmente ho sempre amato scrivere e raccontare storie sin dall’infanzia, dunque occuparmi di sceneggiature, potenzialmente girabili e traslabili in un prodotto cinematografico, mi è risultato esercizio estremamente spontaneo specie a partire dall’adolescenza, permettendomi in tal modo di associare le mie due più grandi passioni: la scrittura ed il cinema, per l’appunto. Come tutte le idee “serie” che si rispettino, E vissero è nato da una conversazione estremamente stupida, in una sera d’estate, al mare con gli amici; ero attratto dall’idea di approfondire un tema ed un mondo delicato, spesso trattato con superficialità dalle grandi major o quantomeno non con la dovuta attenzione. Da lì poi, dopo mesi di pre e post produzione, si è arrivati al vero e proprio processo di selezione, grazie alla piattaforma FilmFreeWay, praticamente il go to place per chi volesse affacciarsi ai festival cinematografici internazionali: si passa dalle piccole rassegne fino ai propedeutici per l’Oscar, come ad esempio il Sundance. Sia chiaro, il corto non nasce con l’ambizione di rappresentare qualcosa di “nuovo” nel panorama cinematografico odierno: quello del mondo LGBT è solo un presupposto per parlare delle difficoltà che molti più giovani della mia età vivono, ossia di accettarsi e fare quello che davvero piace, andando oltre i limiti, sia proprio che imposti dall’ambiente circostante. Guardando E vissero mi piacerebbe che la gente si chiedesse “Quanto sei aperto di mente?” o “Quanto sei disposto ad accettare la libertà degli altri?”. Dove è stato girato il corto? Guardando E vissero colpiscono i luoghi universali, molto più da teen movie americano che da prodotto locale. Principalmente ad Angri, in […]

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Musica

Thank you for your complaints, intervista ad Emilya Ndme

Thank you for your complaints è il debutto discografico di Emilya Ndme La nostra intervista all’artista Thank you for your complaints è il tuo debutto discografico. Qual è il percorso che ti ha portato a tagliare questo importante traguardo? Ho iniziato ad ascoltare musica davvero molto piccola. Era una necessità, quando si è bambini gli istinti si percepiscono come esigenze e questo era la musica per me. Ho iniziato poi a studiare chitarra classica, poi canto, a scrivere le prime canzoni e a formare band con le quali giravo nei locali dell’alta Toscana. Ventenne, ho partecipato a qualche concorso ed uno il più importante come autrice di testi, Il Premio Lunezia, che mi vide tra i primi 8 autori d’Italia. Ho continuato così, studio, tanto ascolto di generi diversi, tante band, tanti live sopra e sotto al palco, collaborazioni con il mondo del teatro sino ad Emilya Ndme, che è il primo mio progetto da solista e che racchiude la visione sperimentale che ho della musica, i miei gusti e la contaminazione di diverse forme artistiche con le quali mi piace giocare. Il disco si avvale della collaborazione di Valgeir Sigurðsson, storico produttore, tra gli altri, di Björk e dei Sigur Rós. Da Genova ai geyser islandesi il passo è breve, a quanto pare. Valgeir ha masterizzato il disco, è stato decisamente un onore per me. L’ottimo lavoro di mixing di Gabriele Pallanca di Genova Records è stato esaltato dalle sue orecchie sapienti: è stato molto bello per me confrontarmi con una realtà come quella rappresentata da Sigurðsson e devo dire ci siamo intesi bene, ha accolto tutti i miei feedback e mi ha aiutata a raggiungere il suono che volevo dare al disco. L’inglese è la lingua di tutte le canzoni di Thank you for your complaints. A cosa si deve questa scelta? Ai miei ascolti, da sempre molto rivolti alla musica internazionale. I pezzi sono usciti dalla mia testa già in inglese. Negli ultimi anni l’inglese è stata decisamente la lingua con la quale mi è venuto più istintivo scrivere e quindi non ho fatto altro che assecondare il processo. Non ho idea se sarà sempre così ma attualmente questo è ciò che sento di fare. Nell’album mescoli con facilità sonorità differenti, passando dal’ indie rock all’elettronica, attraverso il pop e il glitch. Quali sono le tue principali influenze musicali? Sicuramente è vero, si sentono influenze differenti. La pasta sonora è la stessa ed è il collante del disco. I miei ascolti sono davvero molti: non ho limiti in fatto di gusti musicali, passo dal pop, al jazz, musica classica, indie, elettronica a seconda dell’umore o delle ricerche che sto facendo in quel momento. Se dovessi fare dei nomi attualmente ti direi FKA twigs, Aurora, Florence and the Machine, Daughter, ecc. Accompagno spesso le mie stories su instagram a pezzi che mi piacciono. Non sono molto autoreferenziale quindi seguendomi lì si può viaggiare con me tra i miei ascolti del momento. Il disco è molto eterogeneo a livello di temi […]

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Cinema e Serie tv

La verità su la dolce vita al cinema Modernissimo

La verità su La dolce vita, il docufilm dedicato al capolavoro di Fellini, è stato proiettato il 15 settembre al Modernissimo di Napoli. Nell’anno del centenario di Federico Fellini, parte da Napoli il tour nazionale di proiezioni de La verità su La dolce vita. Nelle sale del cinema Modernissimo, nonostante le numerose proiezioni causate dal Covid-19, ieri sera è stato proiettato il film documentario diretto da Giuseppe Pedersoli. Un omaggio a un maestro di cinema e all’opera che ha reso il suo nome immortale nel firmamento del cinema di ogni epoca. E non è un caso che il giro promozionale de La verità su La dolce vita parta proprio da Napoli, terra natìa di Giuseppe Amato: figura centrale dell’epoca del cinema italiano, nonché produttore del capolavoro felliniano. Il docufilm di Pedersoli, presentato in anteprima mondiale alla 77esima mostra del cinema di Venezia, si avvale, per svelare la genesi del capolavoro, di documentati inediti e di una sincera e appassionata ricostruzione. La verità su La dolce vita risale fino al 1958, anno in cui Fellini, già vincitore di due Oscar per La Strada e Le notti di Cabiria, aveva difficoltà a vedere realizzata la successiva sceneggiatura: un progetto scritto a sei mani, con Ennio Flaiano e Tullio Pinelli, intitolato per l’appunto La Dolce Vita. Il film che tutti conosciamo e mandiamo a menadito ha rischiato seriamente di non vedere mai la luce, fino all’incontro casuale con Giuseppe Amato, che dall’alto della sua esperienza trentennale riesce a fiutare le avvisaglie del capolavoro, rischiando un investimento preso praticamente in considerazione da nessuno. La dolce vita di Fellini e Amato Da qui partono le travagliate vicende del produttore napoletano, uomo molto devoto e recatosi appositamente a San Giovanni Rotondo per ottenere la benedizione di Padre Pio, in vista della produzione. La dolce vita arrivò a costare addirittura il doppio di quanto preventivato: all’epoca si trattava della produzione cinematografica italiana più ingente di sempre. Il sodalizio con Angelo Rizzoli, storico socio di Amato, si ruppe proprio durante i lavori del film, a causa della scarsa fiducia riposta dal primo nei confronti del lavoro felliniano. Inizialmente giudicato come non distribuibile nei cinema, a causa di un primordiale montaggio di quattro ore, La dolce vita fu però in grado di superare anche questi ostacoli e diventerà al contrario il film italiano più famoso nel mondo, trionfando con una Palma d’Oro a Cannes. La verità su la dolce vita, il docufilm sul capolavoro di Fellini La verità su La dolce vita ricostruisce in maniera fedele e pedissequa la genesi del film, avvalendosi al contempo sia di documenti inediti e ricostruzioni attoriali (ottima l’interpretazione di Luigi Petrucci, presente peraltro in sala al cinema Modernissimo) finissime nei particolari e nella scelta delle sequenze originali del film. Chi ha amato La dolce vita, dunque, non faticherà a riconoscere tutti i gentili e doverosi omaggi di Pedersoli al capolavoro di felliniana memoria. Il docufilm è un vero e proprio atto d’amore per il cinema, in grado di tratteggiare un ritratto a trecentosessanta gradi […]

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Musica

Oscar Molinari è tornato con l’EP Aware of You

Il ritorno di Oscar Molinari Aware of you è il nuovo EP di Oscar Molinari, freschissimo di uscita su tutti i maggiori canali di distribuzione (Spotify, Youtube ecc.). Il giovane cantautore napoletano, che alla carriera di musicista abbina quella di aspirante fisioterapista, è tornato alla ribalta con i sedici minuti di musica che vanno a comporre la sua ultima produzione. Aware of you è nato subito dopo la fine di un periodo particolare per tutti, quello della quarantena, del lockdown e della chiusura di tutto. Un momento solo apparentemente fertile dal punto di vista artistico ma che in realtà è dovuto terminare, per portare il giovane Oscar alla maturità artistica. Un giovane, per l’appunto, consapevole di sé, come dice il titolo dell’EP, arrivato in quel momento in cui le scelte e le decisioni assumono un peso specifico maggiore rispetto alla fase adolescenziale. Da un punto di vista della strumentazione, Aware of You è un disco essenziale nei suoi tecnicismi, in linea con “Little Room” ed i precedenti lavori di Molinari. Canzoni scarne, essenziali, spesso costruite sul binomio voce-chitarra che tanto ha fatto le fortune del folk rock. E d’altronde, come potrebbe essere altrimenti, in riferimento a quelle che sono state le maggiori ispirazioni di Oscar, come ci raccontava quasi un anno fa. Già dalla malinconica title-track si intravedono nuove atmosfere e sfumature, sempre con quell’utilizzo aperto dell’inglese, che da libero sfogo alle più svariate interpretazioni. «Feeling calm / Feeling alright / Till the time I saw your eyes / I’ll keep myself away from you.» Di tutt’altro registro è la dolce “Sweetheart (What a Surprise)”, nella qual, probabilmente, si parla di quel sentimento che è alla base del novantanove per cento delle canzoni odierne e con il quale anche il Nostro ha deciso inevitabilmente di misurarsi: l’Amore. “What a surprise/ I have found/ In your big eyes/ Ain’t no good”. Ma Aware of you è un disco che comunque riesce a toccare corde anche molto diversificate tra di loro, come dimostra “Bed with Me”. A dispetto di un testo spesso enigmatico, il suono della chitarra stavolta è più dolce e non si fatica ad immaginare canticchiare questa canzone, magari in spiaggia. Seguono poi “Kisses” e “Last Goodbye” , il binomio finale che si appresta a chiudere il breve ma intenso lavoro. «I would like to go further/ But there is a deadline/ That keeps me holden/ From being alright.» Canzoni gemelle, la prima malinconica e la seconda più allegra, struggenti nel loro minimalismo, ma con le quali è comunque possibile riconoscerci senza difficoltà, soprattutto per chi vive gli anni della propria giovinezza in quest’epoca di incertezza e mancanza di prospettive. Dulcis in fundo, forse il pezzo più riuscito del disco, la splendida “Poor Eyes”. Aware of you finisce con un arpeggio ed uno splendido sax in sottofondo, che testimoniano una ricerca artistica e musicale che va anche al di là delle ormai collaudatissime schitarrate.  Fonte dell’immagine: bootleg del disco

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Cinema e Serie tv

Tenet, il ritorno al cinema di Christopher Nolan

Tenet di Christopher Nolan è al cinema La premessa, nell’analizzare e recensire un prodotto tanto atteso quanto Tenet, è di quelle doverose, ma al contempo necessarie: quanto ci è mancato andare al cinema. Il buio della sala, il profumo dei popcorn e il disturbo dei telefoni erano tutte emozioni che stavamo pian piano rimuovendo dal nostro catalogo sensoriale, e serviva l’uscita di Tenet a ricordare a tutti noi quanto sia profondo ed ancestrale il nostro amore per la settima arte. Tralasciando i grandi blockbuster, Christopher Nolan è ormai rientrato in quel ristrettissimo giro di autori e registi la cui uscita al cinema è diventata un’attesa spasmodica, richiamando file di appassionati che magari non rientrano neanche strettamente nella sua pur nutrita fan base. In questo, può essere paragonato probabilmente solo ad un altro grande del cinema dei nostri giorni, mr Quentin Tarantino. Tenet è uscito così al cinema, dopo mesi di rinvio a causa dell’epidemia di Covid-19. La pellicola è dunque uscita con una richiesta praticamente ulteriore rispetto a quella di soddisfare gli appetiti di un pubblico, come si è visto, estremamente vasto: a Tenet si chiedeva praticamente di salvare il cinema. Una richiesta non di poco conto, quella di salvare uno spazio sempre più a rischio e schiacciato dai grandi servizi in streaming. Netflix e Amazon hanno infatti, se possibile, aumentato ancora di più i loro fatturati durante l’epidemia e sono diventati a tutti gli effetti i grandi mattatori del cinema mondiale. I prodotti più interessanti, più visti e più remunerati passano infatti tramite loro e c’è chi dice che la sala, così come la conosciamo, è destinata praticamente a scomparire. Immaginare però di vedere un prodotto come Tenet su un piccolo schermo di un cellulare o perlomeno di un computer è un esercizio che però appare quantomeno faticoso. Sicuramente uno spreco, vista l’impegno certosino, dal punto di vista tecnico e visivo, che come sempre Nolan ha messo nelle sue opere. Il film, costato oltre duecento milioni di dollari, è più che mai un’impresa orgiastica del regista britannico, che si diverte a trasporre sul grande schermo quella che a tutti gli effetti è una storia di spionaggio, arricchita dai soliti trip mentali assurdi a cui ci ha abituati. In primis, il Tempo, elemento chiave della cinematografia nolaniana: si pensi a Memento, Inception e Interstellar. Nolan vuole salvare il cinema Il cinema di Nolan si conferma però un cinema che, privato di tutte le sue sovrastrutture tecniche dal sicuro impatto, è difatti semplice e scarno nelle sue fattispecie principali. Un cinema che non parla mai per immagini, che anzi è tenuto a mostrare per filo e per segno quello che accade, non designando accurate spiegazioni scientifiche che farebbero girare la testa ad un laureato in fisica. Un cinema intelligente e che per l’appunto ci tiene a far sentire intelligente lo spettatore, che dopo la visione, più che di aver assistito ad un prodotto cinematografico, ha la sensazione di aver assistito ad una trattazione scientifica. Dal punto di vista dei contenuti la […]

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