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Eroica Fenice

Cinema e Serie tv

Maradonapoli è o cunto ‘e Napule su Netflix

Su Netflix è arrivato Maradonapoli. Leggi qui la nostra recensione! Il rapporto tra cinema e sport, forse le due più grandi manifestazione della cultura popolare del Novecento, è sempre stato complesso. D’altronde, come potrebbe essere altrimenti? A farla da padrone, c’è il limite intrinseco del tempo, della durata di un prodotto audiovisivo, che, limitata per piacere ad un pubblico quanto più vasto possibile, si trasforma in una semplice celebrazione di un singolo momento o torneo nella carriera di uno sportivo. Negli ultimi tempi però il documentario sportivo, genere cinematografico spesso bistrattato, ha trovato nuova linfa vitale, grazie ad interessanti esperimenti visivi estremamente lontani l’uno dall’altro.  Si pensi a The Last Dance, discusso panegirico che comunque ha portato le vicende di Michael Jordan e compagni nelle case di milioni di persone, o ai tecnicismi esasperati di Faraut e il suo L’impero della perfezione. Entrambi prodotti dal successo e dalla riuscita, per motivi diversi, evidente, ma che comunque lasciavano ambedue volutamente in disparte il racconto del dietro delle quinte, di chi soffre e gioisce alle gesta del proprio campione preferito. Maradonapoli, recentemente distribuito su Netflix è, da questo punto di vista, un prodotto estremamente intrigante perché riesce a dire qualcosa di nuovo sul giocatore di calcio di cui si è storicamente più parlato, in Italia e non solo, e del suo complesso rapporto di odi et amo con la città che lo ha eletto a proprio figlio prediletto. Diego Armando Maradona è infatti l’indiscussa figura di riferimento di questo splendido documentario firmato da Alessio Maria Federici. Pur recitando una parte per lui completamente nuova e che a prima non si assocerebbe al suo carisma leggendario, in campo e fuori: un ruolo di supporto, da attore non protagonista, che infatti non compare mai direttamente se non in qualche intervista di repertorio, firmata dall’altrettanto leggendario Gianni Minà. A parlare, in Maradonapoli, sono infatti le persone, la gente che lo ha accolto e lo ha amato fino alla follia, arrivando a chiamare i propri figli Diego o tatuandosi il suo viso sul proprio corpo. In Maradonapoli ci sono commercianti, artigiani, impiegati, professori universitari, antiquari, casalinghe, trasportatori, parroci, pizzaioli, ristoratori. L’effetto placebo di Diego Tutti accomunati da un’unica, grande passione, pian piano diventata alla strenua di una fede religiosa e che ha segnato in maniera indelebile la loro esistenza, quella per Diego Armando Maradona. Non importa avere vissuto o meno quegli anni, dal 1984 al 1991, segnati dal successo ma anche una personale discesa agli inferi, lenta ma vertiginosa. Maradona è, nel bene e nel male, che piaccia o meno, una presenza che aleggia ancora nelle strade di Napoli, dai vicoli del centro storico ai quartieri più benestanti, e Maradonapoli da questo punto di vista restituisce bene l’immagine di un uomo che in realtà non se è mai andato per davvero dalla città. Ogni napoletano infatti, in cuor suo, conserva un’immagine, un ricordo di Diego e dei suoi anni napoletani. Un discorso che prescinde dall’età, perché anche i giovanissimi, che in quel periodo non c’erano, hanno […]

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Teatro

Lanificio 25: live del trio comico Ravenna, Tinti e Rapone

Luca Ravenna, Daniele Tinti e Stefano Rapone il 21 luglio al Lanificio 25. La stand up comedy non si ferma, nonostante le norme anti-covid e l’estate più strana da tanti anni a questa parte. Questo è il titolo che potrebbe giungere, senza particolari difficoltà, dalla serata di martedì 21 luglio, in cui il comico Luca Ravenna torna a Napoli, a distanza di mesi dal suo ultimo spettacolo. Milanese, ma romano d’adozione, lo stand up comedian è ormai un habitué del capoluogo partenopeo e dei suoi locali notturni, sempre più propensi a promuovere un genere che in Italia sta trovando una crescente diffusione. Accompagnato  stavolta da una coppia d’eccezione, Daniele Tinti e Stefano Rapone, colleghi ma prima di tutto amici accomunati dalla medesima passione e talento. La splendida cornice del Lanificio 25 ha ospitato lo spettacolo di Ravenna, Tinti e Rapone nell’ambito delle iniziative promosse dall’innovativa agenzia di promozione “The Comedy Club”. Un progetto che negli ultimi anni ha promosso in maniera sempre più vigorosa il genere della Stand Up Comedy a Napoli, ospitando i maggiori esponenti ed interpreti di questa comicità di origine anglosassone. Tra i prossimi appuntamenti di stand up comedy a Napoli,  da non perdere Venia Lalli, il 9 agosto ancora allo storico Lanificio 25, e Filippo Giardina, il 28 luglio nel cortile di San Domenico Maggiore. Luca Ravenna è tra i maggiori comici italiani della scena. Una satira dissacrante, la sua, che trae linfa vitale dalla vita quotidiana e che non presenta alcun tipo di filtro o di censura. Il comico milanese ha partecipato a due edizioni di Natural Born Comedians e due di Stand Up Comedy su Comedy Central. È stato protagonista della web-serie Non c’è problema su Repubblica.it, collaborando successivamente con il collettivo The Pills. È stato poi componente del cast della trasmissione Quelli che il calcio ed autore di podcast molto seguiti sulle varie piattaforme di ascolto, in particolare il varietà calcistico Tintoria ISS PRO 98, in collaborazione proprio con Daniele Tinti. Un curriculum corposo nell’ambito del mondo umoristico che farebbe invidia a molti. Come da tradizione, Ravenna, Tinti e Rapone hanno portato sul palco del Lanificio 25 il loro vissuto: quelle emozioni, incertezze e paure che viviamo tutti i giorni che il talento e la genialità di autori così brillanti permettono di trasformare in uno spettacolo esilarante. L’età adulta, il razzismo all’italiana, scoprire di avere un fratello brasiliano adottato e la paura di mettersi a nudo. Una vita sentimentale disastrosa e lo splendido appuntamento con una delle grandi protagoniste della Seconda Guerra Mondiale. E poi la famiglia e il rapporto con la droga, tema da cui sono stati tratti spezzoni già seguitissimi su Internet; la scoperta dell’amore nel letto di fianco al suo; l rapporto della madre con il tema della droga; la vita di un trentunenne che vede nascere i figli degli amici; la paura delle emozioni; un’analisi piuttosto suggestiva sulle differenze di genere delle funzioni cerebrali degli uomini e delle donne. Il trio si conferma così un talento satirico unico nel panorama […]

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Musica

Sigur Rós: uomini, natura, poesia

Sigur Rós e l’Islanda. Secondo un recente sondaggio dell’Università di Reykjavík, l’80% della popolazione islandese crede alla presenza di esseri e spiriti sovrannaturali quali fate ed elfi. Se la costruzione di un edificio si prolunga più del previsto, per l’islandese medio non c’è alcuna domanda da porsi: sicuramente si sta importunando la dimora di qualche elfo e, di conseguenza, si provvede rapidamente a spostare la zona dei lavori. La magia è dunque parte integrante della vita nella “Terra del Ghiaccio”, traduzione letteraria di Ísland, termine con cui gli islandesi chiamano la propria terra. È dai tempi di Ingólfur Arnarson, primo colonizzatore normanno dell’isola, che nell’immaginario collettivo l’Islanda rappresenta una terra lontana e inaccessibile, dove sono più numerosi i vulcani e i geyser piuttosto che gli insediamenti umani. Non è un caso che Giacomo Leopardi nelle sue Operette Morali abbia scelto un islandese come simbolo dell’uomo esistenzialista che rimane solo di fronte agli orrori della Natura. “Sono un povero Islandese, che va fuggendo la Natura; e fuggitala quasi tutto il tempo della mia vita per cento parti della terra, la fuggo adesso per questa”. Jón Þór Birgisson probabilmente avrà pronunciato queste parole presentandosi a Björk, la più celebre artista islandese nel mondo, quando nel dicembre del 1994 aveva tra le mani Fljúgðu, la copia del primo singolo dei Sigur Rós. Ai più noto come Jónsi, il frontman, chitarrista e cantante del gruppo, allora formato anche dal batterista Ágúst Ævar Gunnarsson e dal bassista Georg Hólm, diede così alle stampe la prima canzone del gruppo, che in islandese significa “volare”. Fljúgðu, pur essendo rudimentale in taluni suoi tecnicismi, rivela quelle che sono le caratteristiche principali della musica dei Sigur Rós e in particolare la fascinazione dei tre giovani musicisti per determinate atmosfere psichedeliche e spaziali tipiche del canzoniere progressive rock degli anni ’70. I Sigur Rós e il linguaggio della Speranza La crescita graduale del gruppo continua tre anni dopo con la pubblicazione del loro primo album, Von, dal titolo emblematico (letteralmente vuol dire “speranza”). Troviamo infatti per la prima volta i timidi solfeggi di Jónsi abbinati a melodie sospese e caratterizzate da quello che diventerà il loro marchio di fabbrica: l’utilizzo dell’hopelandic, o vonlenska, un linguaggio inventato privo di messaggi, che Jónsi è solito utilizzare reputando la voce come uno strumento musicale. Inoltre, per suonare la chitarra, Jónsi utilizza un archetto di violoncello, consuetudine nata quando Àgúst ne ricevette uno per il suo compleanno e Georg provò a usarlo per il suo basso; poiché il suono era pessimo, Jónsi lo provò sulla sua chitarra, il che diede risultati migliori. Von ottenne uno scarso successo di pubblico, ma ha il merito di far circolare il nome dei Sigur Rós al di fuori dell’Islanda, permettendo al gruppo di pubblicare, nel 1999, il loro secondo album nel resto d’Europa e negli Stati Uniti. Ágætis Byrjun ha un titolo casuale ma anche in questo caso fortemente simbolico: letteralmente significa “buon inizio”. Ed è proprio una nuova partenza quella dei Sigur Rós, intrapresa sullo sfondo dei paesaggi meravigliosi dell’Islanda […]

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Cinema e Serie tv

John McEnroe nel documentario L’impero della perfezione

John McEnroe e l’impero della perfezione: un documentario di Faraut sul tennista newyorkese John McEnroe, newyorkese di nascita, tennista di professione, nel 1984 si avvicinò alla perfezione. L’incipit ideale de L’impero della perfezione, documentario diretto da Julien Faraut e distribuito da Sky negli scorsi giorni, arricchito dalla presentazione di Federico Buffa, viene dai titoli di coda. Del resto, come potrebbe dirsi altrimenti, dell’annus mirabilis di John McEnroe, culminato in un 96,5% di vittorie annuali, che mai più sarà superato da nessun altro tennista nella storia? 82 vittorie e 3 sconfitte, nessun uomo sulla Terra si avvicinerà più a quelle vette sublimi. Unica pecca, quella sconfitta in finale al Roland Garros, il torneo parigino su terra battuta più famoso del mondo, che ancora rappresenta un incubo per John, a quasi quarant’anni di distanza. E che costituisce il presupposto, la pietra miliare su cui poggia lo splendido L’impero della perfezione. Il documentario di Faraut ha una storia estremamente travagliata alle spalle. Il regista francese, per la produzione de L’Impero della perfezione, si è avvalso infatti di ore e ore di materiale inedito girato da Gil de Kermadec, pezzo grosso della Federazione tennistica francese a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta. Lo stesso Faraut, nel corso del documentario, viene mostrato a più riprese nelle fattezze che chiunque, al suo posto e svolgendo la medesima professione, avrebbe, ovvero quella di un bambino felice alle prese con il giocattolo dei suoi sogni, nella notte di Natale. Impossibile immaginare infatti una reazione più entusiastica per chi, su bobine, pellicole e cinematografi ci ha costruito una carriera. L’analisi de L’impero della perfezione non può però prescindere da quella del suo attore ed indiscusso protagonista, John Patrick McEnroe. Tra i più grandi tennisti, indiscutibilmente, nella storia del gioco, vincitore, tra l’altro di 4 US Open e 3 Wimbledon, tra gli altri, durante gli anni Ottanta. Il racconto dell’impatto, nel mondo del tennis e della cultura popolare, di McEnroe però cadrebbe nella banalità se legato esclusivamente al suo pur indiscusso palmarès. Basti pensare agli odierni Federer, Nadal, Djokovic, per citare solo i big three del tennis contemporaneo, che hanno dalla loro un numero di tornei dello Slam pari più che al doppio. Mai però prima di McEnroe si era visto un giocatore in continua lotta con sé stesso e la propria psiche, più che con l’avversario in campo. Per citare il NYT, McEnroe fu “il peggiore ambasciatore della cultura americana dai tempi di Al Capone”. Il Mozart del tennis Non si contano infatti, durante i tanti anni di carriera, le racchette rotte, gli arbitri mandati a quel paese o partite buttate al vento, perché concentrato più sui propri demoni interiori che sul gioco. L’impero della perfezione restituisce perfettamente l’immagine di un uomo in continua lotta con qualcosa e vuole comprenderne e carpirne le radici di tale malessere. Il documentario realizza tale obiettivo, pur andando ad impattare violentemente in uno dei connubi più complessi da attuare, quello tra sport e cinema. Raramente infatti la settima arte ha saputo rendere al […]

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Voli Pindarici

C’è uno spettro che si aggira per il mondo

2020, uno spettro di morte si aggira per il mondo “Uno spettro si aggira per il mondo: lo spettro della Morte. Tutte le potenze, vecchie o nuove che siano, primo, secondo o terzo mondo, ricchi e poveri, si sono coalizzate in una sacra caccia alle streghe contro questo spettro: Stati Uniti e Cina, la vecchia e cara Europa, le nuove potenze emergenti. I centri di ricerca anti invecchiamento, i padri della robotica umanoide, gli astronauti diretti su Marte, gli uomini che si congelano in attesa di una nuova vita […]” Ci sono date, scadenze, eventi che segnano in maniera indelebile la storia dell’umanità e che marcano a fuoco l’inconscio collettivo per generazioni a seguire. L’anno domini 2020 sarà ricordato per sempre come l’anno del coronavirus, l’anno in cui il mondo, almeno per qualche settimana, si è fermato. L’anno in cui siamo stati costretti a rivedere le nostre priorità, i nostri piani. L’anno in cui, dopo la predominanza apparentemente eterna di un certo modo di fare aziendale e capitalistico, si è avuto un arresto in tal senso e forse, da secoli, ci è resi finalmente conto di quanto siamo esseri fragili ed esposti continuamente al volere e alla potenza di madre Natura. Ma il 2020 non è stato solo l’anno del coronavirus. È stato anche l’anno della morte di Kobe Bryant, di Emanuele Severino, di Luis Sepulveda, di Carlos Luis Zafon e Pau Donés. Di Mario Corso e Gigi Simoni, di Ezio Bosso e Tony Allen, di Ulay, Max Von Sydow e Ian Holm. Sportivi, musicisti, attori, filosofi, intellettuali, a volte inclassificabili in qualsiasi definizione categorica e certa, dall’identità mutevole come l’acqua che scorre in fiume. Personaggi che hanno colpito, tra gli altri, maggiormente l’immaginario collettivo, basandosi su quel criterio discretivo che, da un punto di vista prettamente classificatorio, permette di stabilire chi fosse entrato con maggiore o minore forza nel cuore della gente: i post di Facebook e le storie di Instagram. Gli immortali C’è chi ne ha avuti dedicati di più e chi meno, ma comunque, ed è un dato di fatto, la maggior parte del mondo ha sentito la necessità di condividere un ricordo personale o no al momento della morte di uno di questi personaggi. Memoria che poi, ma che sarà mai, verrà poi dimenticata qualche ora dopo, quando ci sarà un altro morto o un altro evento a fare da capro espiatorio o da catalizzatore di luci ed attenzioni. Tutti comunque accomunati, questi personaggi, oltre che da questo, come noi, dal fatto di dover condividere la stessa, medesima, unica destinazione: la Morte. Vi è chi deceduto per una fatalità, chi per un male incurabile, chi per sopraggiunti limiti anagrafici. La Spoon River dei Vip nel 2020 è un’ecatombe dall’antologia ricca e complessa e che certamente potrebbe incuriosire un malcapitato Masters dei giorni nostri. Venire però a conoscenza della morte di personalità del genere, che spesso ci hanno accompagnati nella crescita con le loro opere, è diventato come scorrere la galleria fotografica di un qualsiasi smartphone. Tale […]

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Cinema e Serie tv

Da 5 Bloods è l’America di oggi secondo Spike Lee

Da 5 Bloods è l’ultimo film di Spike Lee. “La mia coscienza non mi permette di andare a sparare a mio fratello o a qualche altra persona con la pelle più scura, o a gente povera e affamata nel fango per la grande e potente America. E sparargli per cosa? Non mi hanno mai chiamato ‘negro’, non mi hanno mai linciato, non mi hanno mai attaccato con i cani..” Martin Luther King “A Spike Lee joint” è tra le citazioni più identificative e riconoscibili del panorama odierno della settima arte. Guardare un film che riporti quest’affermazione, nei titoli di testa e di coda, equivale a vedere un prodotto dall’impatto emotivo e sociale pressoché certo. BlacKkKlansman, Fa’ la cosa giusta, Malcolm X hanno difatti formato e sensibilizzato generazioni intere ai temi dell’ingiustizia sociale, della segregazione e del razzismo. Spike Lee, più che una vasta produzione cinematografica, potrebbe per l’appunto fregiarsi di un catalogo che rasenta lo storicismo per accuratezza, dedizione alla causa ed importanza artistica. Dopo aver mostrato il dramma dei soldati afroamericani con lo stroncato Miracolo a San’Anna, il regista di Atlanta, con Da 5 Bloods-Come Fratelli questa volta ha scelto la guerra più mediatizzata e cinematografica di sempre: la guerra del Vietnam, con il suo bagaglio di Việt Cộng, comunisti e anticomunisti, Ho Chi Minh, Richard Nixon e Lyndon Johnson e che paiono letteralmente appartenere ad un’altra epoca. Ma è proprio l’estrema attualità e attinenza ai giorni nostri a rappresentare al contrario l’aspetto più interessante di Da 5 Bloods. Il film, prodotto da Netflix e girato da Lee un anno fa, calza perfettamente a pennello con le proteste e le rivolte afroamericane delle ultime settimane per la morte di George Floyd. Un fatto di cronaca angosciante che ha mostrato ancora una volta come gli Stati Uniti non abbiano ancora fatto i conti con il problema intrinseco del razzismo sistemico. Lee, che ha quasi sempre scelto temi politici e sociali per i suoi film, ha così rivoltato completamente una sceneggiatura che girava ad Hollywood dal 2013 e che in origine era destinata ad Oliver Stone. Un film che sarebbe risultato praticamente già visto e sentito, con protagonisti e reduci bianchi alla ricerca di un tesoro nel Vietnam dove avevano combattuto la guerra cinquant’anni prima, pur nelle sapienti mani dell’ottima regista di Platoon e Nato il 4 luglio. Invece Da 5 Bloods è il primo film ad alto budget a raccontare la storia degli afroamericani mandati a combattere una guerra che, come e più di tutti gli altri, non era neanche la loro. Se nella popolazione americana essi rappresentavano infatti l’11% del totale, in Vietnam il 31% dell’esercito era completamente black. A Spike Lee joint Da 5 Bloods è dunque un coraggioso pretesto per fronteggiare tematiche diverse da quelle che potrebbero emergere dalla visione del trailer o da uno sguardo superficiale alla trama. La guerra, la violenza, la morte fanno sì parte del racconto corale di Lee ma non sono il motivo di interesse principale del regista di Atlanta: la storia […]

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Cinema e Serie tv

Skam Italia, la serie cult che parla al cuore dei giovani

La quarta stagione di Skam Italia è giunta su Netflix il 15 maggio e in pochissimo tempo è divenuta un’amatissima serie di culto. Skam, prodotto seriale norvegese che ha sbancato in tutto il mondo, è ormai un fenomeno di culto anche in Italia. La quarta stagione, prodotta da Tim Vision e Netflix, è stata distribuita il 15 maggio ed è già stata letteralmente presa d’assalto, divorata da migliaia di adolescenti e non solo. Skam Italia è infatti una serie estremamente interessante e godibile anche da parte chi, a quelle dinamiche giovanili cui comunque tutti abbiamo avuto a che fare, è oramai estraneo per questioni anagrafiche. Temi quali l’omosessualità, l’integrazione, il rapporto tra le religioni, le malattie mentali, il revenge porn, spesso tabù nell’Italia contemporanea o comunque trattati con superficialità, trovano difatti ampio riscontro nelle quattro stagioni della versione italiana. Un successo strepitoso e che profila all’orizzonte, covid-19 permettendo, la produzione di una quinta versione. Skam Italia. Uno spaccato della gioventù nostrana in tutte le sue sfaccettature Sono in particolare due le stagioni che rispecchiano maggiormente quanto finora detto, a proposito di Skam Italia: la seconda e la quarta. Se la prima e la terza si perdono troppo facilmente negli stereotipi del teen adolescenziale e di conseguenza attecchiscono più difficilmente a un pubblico ampio, va comunque dato atto al prodotto, pur nelle sue fase iniziali, di mettere in scena un coraggio che raramente si è riscontrato in altre produzioni italiane dello stesso genere. Skam Italia, per il suo realismo, per la sua fedeltà ai fatti mostrati, per il suo essere cinico nella rappresentazione dei fatti, dovrebbe essere visto anche da chi non appartenesse a quella fascia d’età e vorrebbe capire di più sui giovani d’oggi. Specie a partire da quei genitori che con così tanta difficoltà riescono a crescere i figli nella suddetta fase e la cui assenza, o comunque presenza negativa, così tanto influisce sulla costruzione della personalità dei ragazzi. Skam Italia è costruita come una serie quasi antologica per il suo ruotare attorno a protagonisti diversi per ciascuna stagione. Eva ed Eleonora, tipiche adolescenti romane, sono le protagoniste della prima e della terza stagione, ed in particolare al centro della vicenda vi è il loro rapporto conflittuale con gli ipotetici fidanzati, rispettivamente Giovanni ed Edoardo. Teenager “normali”, specie se confrontate rispetto ad altri coetanei della serie dalla biografia forse più complessa, avranno comunque a che fare con i loro dilemmi esistenziali, che così tanto gravosi paiono a quell’età e poi magari scemano con il tempo. La serie è comunque preziosa per affrontare con coraggio e senso della realtà l’ambiente del liceo, troppo spesso stereotipato e trattato con superficialità nel nostro paese, perlomeno in prodotti analoghi. I sentimenti come l’amore e la paura cambiano nettamente da una generazione all’altra, così come i mezzi con cui questi vengono espressi. Prima di Skam difficilmente si era vista in Italia una serie parlare di Instagram come metodo di approccio o di Jamie XX ed Earl Sweatshirt come nuovi idoli musicali. Ma più in […]

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Cinema e Serie tv

I miserabili di Ladj Ly sbarca in Italia

Diretto da Ladj Ly, I miserabili è una pellicola francese in bilico tra il filone della denuncia sociale e quello delle pellicole d’azione. “Non vi sono né cattive erbe né cattivi uomini:  vi sono soltanto cattivi coltivatori.” (Victor Hugo, Les Misérables) Alain Juppé, primo ministro francese durante l’iniziale presidenza Chirac, all’uscita del film L’odio (L’Haine) organizzò una proiezione speciale per i membri del suo dipartimento nel 1995. Gli agenti, in segno di protesta, voltarono le spalle per manifestare il loro dissenso nei confronti della scelta dell’esecutivo. La pellicola cult diretta da Mathieu Kassovitz fu infatti duramente accusata di aver ritratto in modo troppo brutale il mondo della polizia e e delle forze dell’ordine. Sono in tanti ad aver comparato L’odio e I Miserabili, film di Ladj Ly e finalmente distribuito anche in Italia, on demand, sulle piattaforme Miocinema.it e Sky Primafila. Vincitore del Premio della Giuria allo scorso Festival di Cannes, si avvale dell’interpretazione di alcuni fra gli attori emergenti del cinema francese (Damien Bonnard, Alexis Mannenti e Djibril Zonga). I Miserabili, sinossi del film I Miserabili è la storia dei primi giorni di fuoco del poliziotto Ruiz, ultimo arrivato nel commissariato parigino turno. Incontrando i nuovi compagni Chris e Gwada scoprirà pian piano le tensioni e le lotte, sociali e quotidiane, che contraddistinguono la cittadina di Montfermeil, banlieue est di Parigi. La stessa Montfermeil, dove a mano a mano Hugo fa muovere i suoi personaggi attorno alla taverna dei Thénardier, punto di contatto più diretto e immediato con il classico della letteratura d’oltralpe. Il film si apre con i festeggiamenti francesi per la vittoria del Mondiale 2018. Migliaia di persone si riversano, prima e dopo la finale poi vinta con la Croazia, per i boulevard parigini e nella Place du Trocàdero. Una massa indistinta di anime, di misérables tra cui è possibile riconoscere lo stesso Ruiz, che giungono con ogni mezzo a disposizione e da ogni periferia in quello che, per il 15 luglio di quell’anno, sarà il centro del mondo. Almeno per qualche ora, ansie, tensioni e lotti sociali e quotidiane vanno in secondo piano e le vicende di Mbappé, Dembélé e compagni, direttamente dallo stadio Lužniki di Mosca, avranno la meglio. La scena si sposta successivamente sul primo giorno di lavoro di Ruiz, e da qui partono le vicende che daranno luogo allo sviluppo de I Miserabili. Ladj Ly predilige un uso quanto più realistico possibile del mezzo cinematografico, ed è questo che permette di ascrivere I Miserabili a pellicole come L’odio e al filone del cinema di denuncia. Il film non patteggia per nessuna tra le parti in gioco, non sta né dalla parte dei più forti e né tantomeno da quella dei vinti, lasciando allo spettatore la più totale interpretazione dei fatti mostrati. Una scelta coraggiosa, inusuale per i nostri tempi e che trova la propria summa nel meraviglioso finale corale, tra i più sorprendenti degli ultimi anni. Tra denuncia sociale e azione frenetica “Salam-Aleikum” esclamano spesso le minoranze musulmane della periferia di Montfermeil: “Che la […]

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Cinema e Serie tv

The Last Dance, ultimo tango a Chicago

The Last Dance, l’ultima annata di Jordan e compagni. Chicago, Illinois, primavera del 1998. Allo United Center vanno in scena le ultime partite di quella che è, secondo giudizio unanime, la miglior squadra di pallacanestro di tutti i tempi. I Chicago Bulls di Michael Jordan, Scottie Pippen e Dennis Rodman, quelli che a fine stagione riusciranno nel secondo three-peat, una delle fatiche più incredibili della storia dello sport professionistico americano e non solo. La vittoria, in sequenza e per ben tre anni di fila (’96, ’97, ’98), del titolo NBA, il campionato di basket americano. Un’impresa inimmaginabile e che sancirà il definitivo ingresso di quella squadra nell’Olimpo della narrazione sportiva. The Last Dance è il racconto di quell’incredibile, ultima annata, di Jordan e compagni. Co-prodotto da ESPN e trasmesso, al ritmo di due puntate settimanali, da Netflix nell’ultimo mese, la docuserie si avvale di contributi inediti, ad oltre vent’anni di distanza dalla stagione NBA ’97-’98. La premessa, nell’analizzare un prodotto del genere, è di quelle scontate, ma necessaria. Scrivere, analizzare, raccontare qualcosa di nuovo, a proposito di un personaggio come Michael Jordan, indiscusso attore protagonista, è come farlo di Maradona, Gesù Cristo o Fidel Castro. Vite incredibili, che racchiudono in sé migliaia di altre esistenze “normali” e che, per la forza e la vitalità delle loro esperienze, sono trascese certamente ad un rango più alto di quell’humanitas che caratterizza noi comuni mortali. The Last Dance: ultimo tango a Chicago The Last Dance si cimenta perciò in un’impresa mastodontica e apparentemente insormontabile, dal quale tuttavia fuoriesce un prodotto estremamente godibile, anche ai non appassionati di basket. Per chi non conoscesse l’esito di quell’annata, delle memorabili Finals giocate contro gli Utah Jazz di John Stockton e Karl Malone, The Last Dance potrebbe avere le sembianze di una miniserie crime. Se The Irishman non fosse uscito mesi fa, a tratti, guardando The Last Dance, sembra di assistere all’ultimo film della coppia Martin Scorsese- Robert De Niro. Jordan, Pippen, il coach Phil Jackson sono infatti perfettamente a loro agio nella parte dei vendicatori di ingiustizie e dei torti subiti nel corso dei tanti passati insieme. E così, sotto a chi tocca, che sia il complessato ma geniale general manager Jerry Krause, i Detroit Pistons dell’odiato Isaiah Thomas, il povero ed ignaro compagno di squadra Kukoč, reo di guadagnare di più dei membri storici del gruppo. Durante le riprese dell’ultima annata i giocatori dei Bulls sanno perfettamente di star recitando una parte assegnatagli a tavolino da un copione già scritto da qualcuno lassù, e che vedrà Jordan, con la sua aura trascendentale, trionfale in qualche modo alle finali dei campionati NBA. Questo tuttavia non intacca minimamente il fascino della visione, seducente per chi non conoscesse l’intera vicenda così come per chi fosse in grado di recitare a memoria le imprese di quei Chicago Bulls. The Last Dance poi, è inutile negarlo, si avvale dell’interpretazione di quello che è uno dei più grandi attori degli ultimi trent’anni di intrattenimento americano. Michael Jeffrey Jordan. Michael Jordan e i Bulls come non li […]

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Culturalmente

Leggere Terzani durante la pandemia

Tiziano Terzani, uno nessuno e centomila. Guru è una parola di origine sanscrita, entrata prepotentemente, negli ultimi anni, nell’immaginario collettivo e nel linguaggio comune. C’è chi erge a proprio guru, seguendo la definizione occidentale, il suo cantante o attore preferito, un insegnante o professore particolarmente carismatico. A volte più semplicemente la propria mamma o papà, magari un amico stretto. Ma guru è una parola che è stata vittima di un fraintendimento, nel suo passaggio da una cultura all’altra. Il guru non è un modello di vita da perseguire, né una persona alla quale ci ispira e in cui si riflette. “Gu” in sanscrito significa “tenebra”, “ru” vuol dire “cacciare, disperdere”. Per cui il guru è colui che scaccia la tenebra, colui che porta la luce nel buio dell’ignoranza. Poche persone, nel panorama giornalistico italiano, sono state in grado di scacciare le tenebre come Tiziano Terzani. Toscano, nato a Firenze nel 1938, firma del Der Spiegel, di cui è stato corrispondente dall’Asia, per oltre trent’anni. La sua è la storia di un ragazzo cresciuto nelle campagne toscane che, guidato dalla curiosità e dalla fame bucolica di vita ed esperienze, ha seguito tutti i più grandi eventi del Novecento. Se si pensa a tutti gli avvenimenti storici maggiori, compresi tra il dopoguerra e l’inizio del nuovo secolo, in Asia e non solo, lui era in prima linea. La guerra in Vietnam, la caduta dell’Impero Sovietico, la Cina del dopo Mao. Terzani: Un altro giro di giostra Una vita fatta di un continuo peregrinare, in cerca di una meta indefinita e che ha via via assunto contorni sempre più diversi. Negli ultimi anni si è sviluppato una sorta di culto attorno alla figura di Tiziano Terzani. Un vero e proprio guru, per l’appunto, amato dalle generazioni più giovani ma non solo, che in lui vedono una specie di Bruce Chatwin in salsa italiana. Terzani è infatti diventato celebre non solo per la sua attività giornalistica, ma anche per i suoi libri di viaggi, di grandissimo successo ed idolatrati dagli amanti del genere. D’altronde, in una produzione vasta e sterminata, che comprende anni di servizi e inchieste sul campo, ce n’è davvero per tutti i gusti. In Pelle di Leopardo si racconta la liberazione di Saigon, avamposto leggendario della guerra del Vietnam. Un indovino mi disse è la storia di un anno irripetibile, il 1993, in giro per l’Asia ma senza prendere un aereo. E poi il racconto, in Un altro giro di giostra, della malattia, affrontata con il sorriso grazie a tecniche occidentali e orientali. Quella che poi fu un’occasione per porsi domande esistenziali, che culminano ne La fine è il mio inizio, sua ultima produzione, prima della morte, sopraggiunta nel 2004. Tiziano Terzani è, a quasi vent’anni dalla sua morte, ancora così amato per svariate ragioni. Innanzitutto, leggendo le sue opere, si capisce come sia stato un vero e proprio precursore dei tempi. La sua curiosità sfrenata lo portava a interrogarsi continuamente sul destino ultimo dell’Occidente, visto come in uno stato di […]

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Voli Pindarici

La musica ai tempi del coronavirus

Musica e Covid-19 La musica accompagna da millenni la vita degli esseri umani. Scandisce i ritmi di vita delle persone, accompagna i riti religiosi, i sentimenti nazionalistici o semplicemente ha il potere di allietare una pessima giornata. Magari associ un particolare momento, un evento specifico, ad una canzone di moda in quel periodo o che semplicemente frullava nella tua testa in quell’istante preciso. O più direttamente hai conquistato la ragazza dei tuoi sogni grazie ad un disco che era nelle sue grazie. Ma a che punto è la musica nella pandemia più grande di cui l’umanità abbia memoria? Non se la passa benissimo, va detto. Se il coronavirus ha squarciato letteralmente il velo di Maya di alcuni degli aspetti più controversi della nostra società, la musica è uno di quei settori che maggiormente ha risentito della diffusione da Covid-19, specie nella società occidentale. Il virus ci ha messo di fronte a quella che era diventata la nostra odierna concezione di musica. Una semplice compagna di viaggi, della quale perdiamo memoria, nel nostro ippocampo da pesci rossi del XXI secolo, immediatamente dopo l’ascolto. La musica è probabilmente il settore artistico che maggiormente stava risentendo della crescita della società globale e il coronavirus non ha fatto altro che accelerare questo processo di smantellamento. Tutto questo a causa del suo difetto congenito: la musica non si può vedere, né tantomeno toccare. A differenza del cinema, della letteratura, del teatro, carne da macello per frotte di spettatori passivi alle prese con i loro smartphone e le loro fotocamere a condividere con il resto del mondo il loro film o libro preferito. Le piattaforme digitali hanno reso più facile l’ascolto, si dirà. Su Spotify, Tidal o Apple Music è possibile scegliere, in qualunque momento, il proprio artista o disco preferito. Quanto si sta affermando è però testimoniato dal fatto che gli ascolti sulle maggiori piattaforme digitali sono in drastico calo durante questa surreale quarantena globale. D’altronde, il coronavirus ha di fatto svuotato tutti i luoghi nei quali la musica era diventata di casa; i mezzi pubblici, carichi di studenti o pendolari accompagnati immancabilmente dai loro auricolari, le palestre, con le loro casse enormi ormai spente e che prima pompavano musica trap o latino americana a qualsiasi ora. Di concerti, ma è più che normale in un periodo nel quale è giusto salvaguardare in primis la vita delle persone, non se ne parla neanche, probabilmente per mesi se non per anni. I Radiohead, uno dei gruppi più celebri del pianeta, caricano, alla strenua di un palliativo, alcuni dei loro concerti in streaming. Gli artisti che avevano in programma l’uscita dell’ultimo disco in primavera non sanno letteralmente il da farsi. In generale, è l’intera industria musicale, della quale il tuo cantante preferito è solamente la punta dell’iceberg, ad essere stata messa in ginocchio. Eppure è un vero peccato, perché a differenza di quanto si afferma generalmente, in giro per il mondo si continua a produrre musica bellissima. L’ansia nella scelta della canzone da ascoltare, tra migliaia dello […]

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Cinema e Serie tv

Tiger King: conosciamo meglio la serie del momento

Tiger King, su Netflix la docuserie già diventata cult | Opinioni Chi lo avrebbe mai detto che una serie incentrata sul commercio privato di animali esotici negli Stati Uniti potesse diventare uno dei programmi streaming più visti di sempre? Eppure, in tempi di pandemia globale ed isolamento domiciliare forzato, tutto questo è realmente possibile. Tiger King, docuserie in sette puntate su Netflix, è il prodotto del momento. Joe Exotic, protagonista della serie, negli Stati Uniti è diventato un vero e proprio personaggio di culto. Basti pensare alle fantomatiche trattative avviate dai coniugi più famosi d’oltreoceano, Kim Kardashian e Kanye West, per rilasciarlo dal carcere federale dove sta scontrando 22 anni di reclusione. Il colosso fondato da Reed Hastings ha ordinato la produzione di un’ulteriore puntata evento, che, come dichiarato da Jeff Lowe, uno dei protagonisti della serie, dovrebbe essere diffusa a breve. Vero e proprio mattatore di Tiger King, che gli deve probabilmente gran parte del proprio successo, Joe Exotic è un losco figuro a dir poco strampalato. Genuino cowboy dell’America rurale, quella della Bible Belt, mal vista dalle grandi città costiere e che ha contribuito prepotentemente all’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, Joe è un redneck, bianco, razzista, gay ed amante delle armi, che più eccentrico non si potrebbe. Ha un look stravagante (da sottolineare il mullet ossigenato fuori moda da decenni) e nel suo curriculum può vantare una doppia candidatura alla presidenza degli Stati Uniti e dello stato dell’Oklahoma. E, fatto che diventa lo spunto di Tiger King, è il proprietario di uno zoo privato ricco di animali esotici, tra cui spiccano centinaia di tigri che sfornano in continuazione teneri cucciolotti, future attrazioni del parco giochi di Joe. Numeri pazzeschi, sottolineati nel finale della docuserie: se nei soli Stati Uniti si contano tra le cinquemila e le diecimila tigri in cattività, nel resto del mondo non ve ne sono più di quattromila. Ma Tiger King non è un documentario che porta avanti una causa animalista, considerando quanto tutto l’universo da Joe e dagli eccentrici protagonisti della serie sia da condannare. La forza della serie risiede probabilmente nella progressiva ed inarrestabile perdita di interesse per quello che in realtà dovrebbe essere il tema portante: le tigri. I felini infatti cedono man mano la scena, nel corso delle puntate che scorrono velocissime, a un’intricata vicenda fatta di omicidi, sette esoteriche e incroci abominevoli tra animali. Durante i sette appuntamenti non c’è letteralmente un’inquadratura, un fotogramma già visto o che si possa definire inerente a qualsivoglia tradizione documentaristica. Tiger King ed i suoi volti: Joe Exotic e la sua nemesi Carole Baskin In particolare, nel corso della narrazione diviene essenziale lo scontro tra Joe Exotic e la sua nemesi, Carole Baskin, una perfida milionaria che porta avanti la sua crociata onorevole contro l’eccentrico protagonista ed il suo business, ma che in realtà si scopre invischiata in una serie di episodi a dir poco controversi. Come tutta la vicenda inerente al suo ex marito scomparso in circostanze mai chiarite. Una trama complessa, […]

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Culturalmente

Podcast italiani: i cinque migliori e facili da trovare

Con 12,1 milioni di fruitori nel solo 2019, quello dei podcast è un mercato che sta conoscendo un’ascesa sempre più irresistibile. Un formato, nato nei primi anni del duemila, che fa entrare nelle orecchie degli ascoltatori storie, voci e trame differenti rispetto a quelle della musica degli auricolari. Di podcast in Italia se ne producono ormai ogni anno a migliaia e, spulciando il catalogo di qualunque piattaforma digitale, ce n’è davvero per tutti i gusti e generi, per quello che ormai sta prendendo il posto delle vecchie trasmissioni radiofoniche. Ecco una lista di alcuni tra i migliori podcast italiani che potete trovare, principalmente su Spotify. Cinque consigli spassionati, per provare a rendere più piacevole l’isolamento domiciliare a cui siamo costretti in queste settimane a causa dell’emergenza Covid-19. Il podcast di Alessandro Barbero Tra i podcast italiani, la raccolta senza fini di lucro degli interventi di Alessandro Barbero, storico piemontese, diventato una celebrità su Internet. Lezioni, conferenze e dibattiti che spaziano tra gli argomenti più disparati, dalle imprese dei grandi uomini ai piccoli gesti quotidiani. Con un unico grande denominatore: l’amore per la storia, nelle sue sfaccettature più variegate. Barbero, noto ai più oltre che per i suoi video sul web, anche per le comparsate su Superquark, è infatti salito agli onori delle cronache per la passione che suscita grazie ai suoi interventi. Quest’amore per il proprio mestiere è facilmente riscontrabile ascoltando il podcast e curiosando tra gli argomenti trattati, peraltro caricati, su gentile concessione dello stesso professore, da Fabrizio Mele. Si viaggia nel giro di una puntata dalle crociate alle guerre napoleoniche, passando per l’antichità e le guerre mondiali. Sempre con un occhio di riguardo al non detto, quello che difficilmente si legge sui libri di storia. E via con le digressioni e curiosità sulla vita quotidiana delle persone comuni. La Storia siamo noi. Podscast italiani: La Riserva Daniele Manusia, Emanuele Atturo e Simone Conte, tre amici romanisti (ma la passione giallorossa rimane sempre dietro le quinte), seduti ad un tavolo a chiacchierare di calcio. Da innamorati del pallone. Quelle che potrebbero essere apparentemente chiacchiere da bar diventano in realtà uno tra i migliori podcast italiani, probabilmente il più interessante a tema sportivo. Un varietà calcistico con osservazioni pungenti, che sanno trattare aspetti tecnici e tattici del gioco ma non solo. Uno sguardo settimanale, pacato e intelligente, sul calcio nazionale e internazionale, che difficilmente si riscontra nei salotti televisivi di Sky e Mediaset. Consigliato in generale l’intera piattaforma di Fenomeno, con altri podcast “gemelli” de La Riserva. Trame, Passi, Lobanovski: si parla di sport e politica, NBA, tattica. Podcast italiani: Ricciotto Una volta a settimana si parla di cinema con Aldo Fresia, Federica Bordin e Matteo Scandoli. Analisi ragionate, pareri spassionati, partigianerie dichiarate, gatti che saltano ovunque. Ricciotto si occupa principalmente di recensioni cinematografiche, dirette in occasioni di manifestazioni cinematografiche o semplici consigli su cosa vedere. Particolarmente utili, specie in tempi di quarantena come questi (si segnalano in particolare le puntate Netflixerone e Primerone). Dai capolavori che hanno fatto la […]

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Attualità

Innovation for Change tra tecnologia ed innovazione

Aspirazioni lavorative e voglia di mettersi in gioco, ma anche temi attuali come tecnologia, innovazione e startup: sono questi gli ingredienti del programma portato avanti dal Collège des Ingénieurs Italia, in collaborazione con numerosi partner tra aziende ed istituzioni da tutta Europa. Giunto ormai alla sua 34esima edizione, il Master in Business Administration dal respiro internazionale vede rinnovarsi, per il suo quinto anno consecutivo, la partnership con il CERN di Ginevra attraverso il progetto “Innovation for Change“, dove 53 giovani talenti con profili economico-scientifici e provenienti da tutta Italia saranno coinvolti nello sviluppo di idee di business legate ai temi di sviluppo e sostenibilità. Grazie al ricco parterre di realtà coinvolte, tra cui Politecnico di Torino, Fondazione Enel, Autostrade per l’Italia, Regione Puglia e molte altre, Innovation for Change è divenuto ben presto una vera e propria fucina di menti al servizio dell’innovazione in un programma, dal quale sono nate startup ed idee di business riconosciute a livello internazionale, che può vantare oltre 3000 storie di successo di ex studenti passati attraverso il progetto. “L’obiettivo da parte dell’Istituto è quello di supportare i giovani di talento con aspirazioni manageriali in aziende ed istituzioni. I profili interessati sono prevalentemente tecnici ma non solo, mentre la preparazione è improntata su aspetti di business, economia e gestione. L’istituto italiano è inoltre affiancato dai corrispettivi francese e tedesco, attraverso i quali è possibile creare un network dinamico e coinvolgente.  Un aspetto veramente importante del progetto è il “fenomeno di ritorno” di moltissimi ragazzi inizialmente partiti dall’Italia per trasferirsi all’estero, che hanno scelto di rientrare da realtà considerate privilegiate, con il desiderio di cogliere questa opportunità che ha permesso loro di scegliere la posizione adatta nell’area di interesse. Infine, il programma di Innovation for Change in collaborazione con il CERN ha dato un’ulteriore spinta al nostro lavoro attraverso IdeaSquare, che si occupa di portare all’esterno tutte quelle tecnologie proprie del centro di ricerca, in modo da aggiungere ulteriore valore al percorso attraverso l’interfacciarsi con le sfide future che attendono la nostra società” fa sapere Pierluigi Fusco, esponente del comitato supervisore del progetto. Innovation for Change: un’occasione per il futuro Ma sono anche le eccellenze campane, rappresentative di una generazione di giovani desiderosi di dare il proprio contributo, a dare un apporto fondamentale per la riuscita di un programma tanto ambizioso; le storie di Giuseppe Ciardella e Federico Cattaneo, entrambi ex studenti dell’Università Federico II di Napoli trasferitisi poi all’estero fino all’inizio di Innovation for Change, rappresentano un esempio di cosa significhi scegliere di tornare e mettersi in gioco nel proprio paese. Giuseppe è molto soddisfatto di questa scelta: “Dopo i miei studi in ingegneria aerospaziale a Napoli ho viaggiato molto tra Cina, Spagna e Francia terminando i miei studi ed iniziando la mia carriera lavorativa. Il Collège mi ha dato la possibilità di intraprendere un percorso manageriale, ampliando le mie conoscenze attraverso un’esperienza internazionale tra Italia, Francia e Germania”. Gli fa eco Federico: “Il mio desiderio era mettermi alla prova rimanendo all’estero per lavoro ma dopo […]

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Teatro

La prima di Jezabel al Teatro Mercadante

Nel 75esimo anniversario della liberazione di Auschwitz, simbolo del genocidio nazista del XX secolo, al Teatro Mercadante va in scena fino a domenica 16 febbraio, lo spettacolo Jezabel, tratto dall’omonimo romanzo di Irène Némirovsky pubblicato nel 1936, sei anni prima della morte ad Auschwitz. Jezabel, la cui versione cartacea è uscita postuma in Italia nel 2007, è un crudele e umanissimo ritratto di una donna ossessionata dall’età che avanza. La regia della pièce è di Paolo Valerio con Elena Ghiaurov nel ruolo della protagonista A ridosso del debutto in prima nazionale a Cormòns del 31 gennaio scorso, su produzione dei teatri Stabile di Napoli e Verona, quella trasposta sul palco del Mercadante è la prima messinscena teatrale dell’opera della scrittrice ucraina morta nel 1942, trentanovenne, nel campo di concentramento di Auschwitz dove era stata deportata in quanto ebrea. La vicenda di “Jezabel” inizia nell’aula di tribunale in cui la protagonista è sul banco degli imputati accusata dell’omicidio del suo giovane amante ventenne. Viene così ripercorsa, tramite l’utilizzo di flussi di coscienza dei vari protagonisti e salti temporali, la storia tormentata e romantica di una sessantenne ancora molto bella che ha vissuto più matrimoni, che ha superato il lutto della morte della figlia ma che non ce la fa ad accettare il dramma per lei più grande: quello d’invecchiare. Un’angoscia, quella dell’età che avanza, che prima o poi tocca a tutti, ma che attraverso la storia della protagonista assume una nuova veste. Temi insomma universali, ma che nei tempi che corrono, sempre più incentrati sul culto dell’immagine e della perfezione, diventano ancora più centrali rispetto agli anni in cui il romanzo fu scritto e pensato. Jezabel è una donna sudamericana, bella, attraente, adorata da ogni uomo, corteggiatissima, non può non sedurre. Elegante, ricchissima, mai volgare, naturalmente generosa. Da quando diciottenne appare per la prima volta a una festa danzante, fino alla fine, non smette mai di ballare. Proprio quello del ballo è uno dei temi ricorrenti della trasposizione teatrale. La danza presente sia come catarsi della protagonista, un atto di difesa rispetto alle paure ricorrenti che rischiano di far crollare il suo castello kafkiano di certezze, che come elemento portante della recitazione, permettendo ai personaggi di spostarsi da un luogo all’altro sulla scena. «Jezabel – dice il regista Paolo Valerio – è un romanzo crudele, umano e sublime. Il sentimento di smarrimento che ci attraversa, leggendo Irène Némirovsky, è l’immagine da cui sono partito per il progetto di regia. Una miriade di personaggi che entrano ed escono dalla vita di Jezabel – le donne amiche ma rivali, gli uomini, mariti e amanti, la figlia risoluta, il ricordo di una madre assente ed egoista – con Elena Ghiaurov che incarna un’eroina tragica, antica e contemporanea. Una scena che racconta oggetti che oscillano nell’incessante scorrere del tempo. E per ogni persona o cosa, l’ineluttabile paura della perdita. L’istante, come il piacere, non si può fermare. E come il teatro è evanescente, impalpabile, così Jezabel scivola nella sua vita, da un amore all’altro, nel disperato tentativo di fermare […]

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Musica

Intervista a La Terza Classe: il folk torna all’Asilo Filangieri

Il folk de La Terza Classe torna a casa La Terza Classe è un progetto musicale che nasce a Napoli nell’ottobre del 2012; il luogo della formazione e dell’affermazione del gruppo è stato la strada, dove ha iniziato a produrre musica e spettacolo suonando canzoni tradizionali e moderne prevalentemente ispirate al mondo del folk statunitense. Dal bluegrass del Kentucky al dixieland, o early jazz, degli Stati del Sud, fino ad arrivare alle canzoni da jug band, il tutto abbinato alla “teatralità” e all’espressività tipicamente napoletana che fa parte del DNA dei componenti del complesso. Numerose ed eclettiche sono state le influenze principali, almeno fino ad ora, di una discografia ancora giovanissima (La Terza Classe, Folkshake e Ready to Sail) e che non vede l’ora di arricchirsi di nuovi capitoli. Enrico Catanzariti (batteria/voce), Pierpaolo Provenzano (chitarra acustica/voce), Rolando “Gallo” Maraviglia (contrabbasso/voce) Alfredo D’Ecclesiis (armonica/voce), più il membro “aggiunto” Corrado Ciervo al violino: queste le personalità che danno corpo e anima a La Terza Classe. Eroica Fenice ha avuto l’occasione di scambiare quattro chiacchiere con loro, in occasione del concerto evento che si terrà il 1 febbraio a l’Asilo Filangieri, centro culturale e sperimentale sito nel cuore del centro storico napoletano, in vico Giuseppe Maffei. Partiamo dalle origini. Come è che un gruppo di giovani napoletani finisce con il diventare un punto di riferimento di un genere, il folk, che nel nostro paese non hai mai attecchito più di tanto? Difficile trovare una risposta unica a questa domanda… Diciamo che si è creata fin da subito una convergenza di vari fattori: tutti noi provenivamo da differenti background musicali di matrice americana, che si rifacevano però ad un unico grande bacino, ovvero quello della musica tradizionale folk americana, e gli strumenti acustici che imbracciamo ne sono un riflesso lampante. In aggiunta a ciò, il fatto di aver iniziato come gruppo di strada ci ha portato a coltivare intensamente il rapporto con il pubblico, caratteristica, questa, imprescindibile per ogni tipo di musica popolare, e che ci ha permesso negli anni di attecchire su ogni tipologia di audience, dai più adulti ai più piccini. Quello che forse ha fatto la vera differenza rispetto ad altri gruppi è stata la passione travolgente e sincera per questo genere, cosa che proviamo a trasmettere anche agli ascoltatori più “scettici”; se a questo poi aggiungiamo il fatto che siamo intrisi di “energia napoletana”, beh allora…! A cosa si deve la scelta di scrivere totalmente in inglese i vostri brani? L’inglese è (volente o nolente) la lingua più diffusa della nostra epoca e, oltre ad essere la lingua principalmente utilizzata nella musica a livello internazionale, è anche quella che meglio si riesce a vestire delle sonorità che portiamo avanti; dato che siamo cresciuti ascoltando e suonando sopratutto musica folk anglofona, i nostri brani sono meglio rappresentati dalla lingua inglese. Ciò non significa che disdegneremo qualche inserto in italiano all’occorrenza! Cosa significa il ritorno a Napoli? Un concerto nella città dove tutto è nato, specie dopo un tour che vi ha […]

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Cinema e Serie tv

Jojo Rabbit, al cinema satira e nazismo secondo Waititi

“Lascia che tutto ti accada: bellezza e terrore. Si deve sempre andare: nessun sentire è mai troppo lontano.” (Rainer Maria Rilke, “Sento le cose cantare”) Nelle sale dallo scorso 16 gennaio, Jojo Rabbit è un film diretto ed interpretato da Taika Waititi. Liberamente tratto dal romanzo del 2004 Come semi d’autunno (Caging Skies) di Christine Leunens, il film vede come protagonisti, oltre lo stesso Waititi, il giovane Roman Griffin Davis, Thomasin McKenzie, Rebel Wilson, Stephen Merchant, Alfie Allen, Sam Rockwell e Scarlett Johansson. Il film è la storia di Jojo (Roman Griffin Davis), un bambino di dieci anni nazista che s’innamora di una ragazzina ebrea, Elsa (Thomasin McKenzie), che la madre Rosie tiene nascosta in casa, inizialmente a sua insaputa. Nella Germania nazionalsocialista del 1945 il giovane ariano trascorre le sue giornate in compagnia di Adolf Hitler, l’amico immaginario che appare a più riprese nel corso dell’opera. Una sorte di mentore ideale, un simpatico spunto che ricorda l’Humphrey Bogart di Provaci ancora, Sam, con risvolti ancora più satirici. Il dittatore spiega infatti al ragazzino che gli ebrei sono mostri perché i loro antenati si accoppiavano con i pesci oppure sfoga tutta la rabbia per la vittoria dell’oro olimpico di Jesse Owens alle olimpiadi di Berlino ’36. Accecato dall’odio nazista e completamente affabulato dal pensiero unico, Jojo si infuria ancora di più quando scopre che la madre Rosie lavora per la Resistenza. Se le apparizioni di Waititi, che interpreta Hitler, coincidono con i momenti più spassosi del film, il personaggio della Johansson invece rappresenta il lato umano in tanta follia razzista e degenerativa. Divisa tra l’amore per il proprio figlio e quella per la libertà, Rosie finirà con il pagare a caro prezzo questa scelta. Una prova molto convincente la sua, non a caso ha ricevuto una nomination come miglior attrice non protagonista. Oltre a questa, il film ha ricevuto le candidature per il miglior film,per la miglior sceneggiatura non originale, per la scenografia, per il  montaggio e per i  costumi. Un altro dei punti forti della pellicola è senz’altro il personaggio di Sam Rockwell, il capitano Klenzendorf. Presente fin dalle primissime scene, intento ad iniziare il giovane Jojo alla dottrina nazista, il capitano mostrerà i suoi aspetti più disumani ma anche una certa sensibilità. Un’altra prova importante per Rockwell, che dalla vittoria dell’Oscar nel 2018 (Tre Manifesti a Ebbing, Missouri) è tra gli attori più ricercati a Hollywood. Il giovane Jojo Rabbit e il suo amico Hitler Taika Waititi rappresenta il nazismo in maniera spiccatamente satirica, esasperandone tantissimi aspetti per metterlo quanto più possibile in ridicolo. Infatti, al contrario di altre opere che guardano allo stesso periodo con un occhio infantile, non vengono omessi i giochi di parole e le battute più crude: basta pensare a come Elsa venga ridicolizzata dagli ufficiali della Gestapo. Un distacco radicale dall’opera letteraria originale che invece presenta toni più drammatici. Il sanguinario cancelliere viene presentato sotto le mentite spoglie di un amico immaginario paranoico e schizofrenico come solo un dittatore che si rispetti possa […]

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