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Eroica Fenice

Cinema e Serie tv

Martin Eden, un anarchico napoletano al cinema

“[..] e non immaginava neppure che le persone d’eccezionale valore sono simili alle grandi aquile solitarie che volano molto in alto nell’azzurro, al di sopra della terra e della sua supina banalità.” (Jack London, “Martin Eden”) Anarchico, avventuriero, spirito libero in lotta con il proprio tempo. Il Martin Eden di Pietro Marcello e Maurizio Bracci, regista e sceneggiatore rispettivamente del lungometraggio, è un personaggio solo apparentemente ispirato all’opera di Jack London. Il film, tratto liberamente dal libro più autobiografico dell’autore americano, vive infatti di vita propria, grazie anche all’emozionante interpretazione di Luca Marinelli. Presentato in concorso alla 76esima Mostra del Cinema di Venezia, Martin Eden è frutto di una trasposizione temporale e spaziale estremamente innovativa. Se la baia di Oakland e la borghesia di San Francisco facevano da sfondo all’opera originaria, Marcello e Bracci hanno deciso di ambientare la redenzione del rozzo marinaio in scrittore di successo nella Napoli di inizio Novecento. Una scelta rischiosa ma vincente, grazie ad alcuni elementi peculiari che fanno del film un lungometraggio atipico per la produzione cinematografica nostrana. Numerosi sono infatti gli intermezzi documentaristici, nel bel mezzo della narrazione, che permettono allo spettatore di immergersi nella povertà e nella ricchezza della Napoli del tempo. Così come l’interpretazione di Luca Marinelli, preparatosi a tutto tondo per calarsi nei panni dell’anarchico Eden, sia da un punto di vista fisico, vista la prestanza del personaggio, sia da un punto di vista linguistico, per l’apprendimento della lingua napoletana. Premiato con la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile, l’attore romano si conferma tra i volti più interessanti del cinema italiano degli ultimi anni. Martin Eden è l’apice, fino ad ora, di una carriera ancora giovane e con tanto da dire, ma forte già di ruoli memorabili, come in Non essere cattivo e Lo chiamavano Jeeg Robot. Martin Eden, diretto da Pietro Marcello e con Luca Marinelli, è nelle sale dal 4 settembre La storia di Martin Eden riprende dunque parzialmente quella dell’originale londoniano. Se confrontato con il romanzo, nel film verrebbe fuori tutta la fretta e la necessità di accorpare centinaia di pagine in due ore di girato. Nell’opera di Marcello, nella scelta di trasporre completamente luoghi e tempi della narrazione, emerge così non solo l’individualismo di Eden, ma anche la voglia di raccontare lo spirito di uno spaccato di secolo, il Novecento, teatro di aspre lotte sociali tra ideologie socialiste e liberali che infatti diventano centrali nella seconda parte del film. Solo così è possibile apprezzare il ritratto del personaggio interpretato da Luca Marinelli. Uno scrittore “frutto della mente degli altri” come recita l’attore romano nella delirante mezz’ora finale. La sua è la storia di un rozzo marinaio che si innamora perdutamente della giovane Elena (Jessica Cressy). Conosciuta dopo aver salvato il fratello da una rissa, Eden deciderà di intraprendere la carriera di scrittore dopo aver cominciato a frequentare i salotti altolocati della famiglia Orsini. La bella Elena, oltre che un’ossessione amorosa, diviene anche il simbolo dello status sociale cui il giovane mira ad elevarsi. Deluso successivamente dalla classe […]

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Musica

Little Room, il nuovo album di Oscar Molinari

Oscar Molinari è un aspirante cantautore della provincia napoletana. Un giovane come tanti, che alla passione innata per la musica accompagna gli studi universitari presso la facoltà di Fisioterapia. Little Room è il titolo del suo secondo disco, disponibile da pochi giorni presso tutti i maggiori canali di distribuzione. Un lavoro intimo e semplice, quasi ruvido nei suoni e nei testi, frutto del lavoro solista di un giovane che compensa la pochezza di mezzi a disposizione con una fortissima voglia di mettersi in gioco. Seconda produzione originale del giovane Oscar, dopo Something in Our Heads, pubblicato ad inizio luglio con le medesime modalità di distribuzione. La storia di Oscar è insomma la storia di un ragazzo che non si arrende, che insegue i propri sogni e le proprie passioni in un’area che solitamente non è mai stata troppo fertile per la scena musicale. Little Room è il tuo secondo album, Oscar, un traguardo importante e raggiunto in poco tempo, per di più praticamente da solo. Il disco nasce dalla vita vissuta, quella che ogni giovane della mia età vive quotidianamente. Un’esistenza fatta di amicizia, amori, musica, università, treni che passano: è così che è nato Little Room, tra un pensiero e l’altro, un accordo e l’altro suonato magari per ingannare il tempo. La stanza piccola del disco non è un luogo immaginario di fuga: è proprio la mia cameretta, il mio personale rifugio che mi tiene al sicuro dalle ansie e dalle preoccupazioni. Da dove nasce l’ispirazione per la tua musica? Ho sempre ascoltato musica fin da piccolo, non saprei neanche definire un momento preciso nel quale questa passione è cominciata. Più che altro mi ha sempre appassionato la capacità della musica di ergersi a linguaggio universale, di mettere in contatto persone che altrimenti non si sarebbero mai rivolte la parola. Per dire, quando mi esibisco nei locali, ancora oggi l’emozione più grande è quella di vedere la gente cantare le tue canzoni, anche se scritte in inglese, una lingua non così parlata dalle nostre parti. Ascoltando Little Room e Something in Our Heads colpisce subito la presenza di musica con testi scritti esclusivamente in inglese. A cosa è dovuta questa scelta così singolare? In realtà non ho mai pensato troppo a questa scelta, ho sempre avvertito la scrittura in inglese come un passaggio spontaneo e non frutto di chissà quali pensieri. Questa lingua mi permette di dare un’interpretazione più aperta a ciò che voglio comunicare, a differenza magari dell’italiano che per la ricchezza di termini si presta poco a questa vaghezza. In più è praticamente da sempre la musica dei miei modelli e punti di riferimento dal punto di vista musicale, per cui anche indirettamente subire una certa influenza era quasi inevitabile. Hai parlato di modelli e punti di riferimento.  A chi ti ispiri generalmente per la tua musica? Non ho modelli e punti di riferimenti precisi, sono cresciuto con l’influenza del rock classico con band come Led Zeppelin, Deep Purple e Pink Floyd, per poi passare a periodi […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Zito e Bevi, il plastic free di Snap che sbarca a Bagnoli

L’organizzazione Snap torna con le sue iniziative plastic free Domenica 28 luglio alle ore 19:00 è in programma, al lido Fortuna di Bagnoli, l’evento plastic free “Zito&Bevi” dell’associazione Snap. Un’iniziativa che mira non solo ad aggregare le centinaia di giovani che hanno già aderito ma anche a sensibilizzare sul tema della plastica, in una delle aree napoletane più sensibili all’inquinamento dei mari. “Zito&Bevi” è totalmente libero dall’utilizzo di materie plastiche. L’iniziativa, messa in atto da Snap, mira a sostituire numerosi oggetti, solitamente utilizzati durante eventi del genere, con materiali totalmente riciclabili e con un impatto ambientale prossimo allo zero. E così, via libera agli ziti che per l’occasione diventano delle cannucce e alle barchette di cartoncino, che diventano piatti per consumare le vivande. L’evento, totalmente all’insegna della sostenibilità, concerne anche tematiche più artistiche. Sono numerosi i giovani napoletani, specialmente cantautori, chitarristi e deejay, che affollerranno le fila del settore artistico dell’aperitivio firmati Snap. In occasione della serata conclusiva della stagione estiva di aperitivi domenicali le performance musicali vedranno susseguirsi le performance acustiche di Alessandra Nazzaro e Alessandro Bove, mentre i Dj Mario Labroca e Giorgio Bracci accompagneranno l’evento fino a tarda notte. “Zito&Bevi”, un’occasione con per sensibilizzare sul tema della plastica Flavio Verdino, comico del progetto Stand Up Comedy Napoli presenterà gli artisti che suoneranno  durante l’evento, per poi esibirsi con il suo cabaret a base di temi politici e sociali. La serata, che vede anche Roberto Bonanno e Andrea Sarni tra i co-organizzatori, conclude un percorso iniziato questa estate e che ha portato l’associazione Snap, ormai punto di riferimento per i giovani napoletani, ad allargare i propri orizzonti toccando tappe prima sconosciute. L’evento, curato tra gli altri dal giovane Pierluigi Fusco, segue un appuntamento analogo tenutosi poche settimane prima a Marechiaro, in un’altra perla napoletana che tanto soffre l’inquinamento marino. “Zito&Bevi” è l’occasione per scoprire, in un clima gioviale e di festa, come anche oggetti di uso comune, apparentemente poco adatti, possano in realtà sopperire all’utilizzo della plastica. Bottiglie, cannucce e bicchieri ormai inondano le acque di tutto il mondo e solo sensibilizzando le nuove generazioni è possibile intervenire concretamente, prima che sia davvero troppo tardi.

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Cinema e Serie tv

Toy Story 4, Woody e Buzz tornano al cinema per l’ultima volta

Toy Story 4, Woody e Buzz alla riscossa Toy Story 4 è l’ultimo film di animazione della Disney-Pixar. Uscito al cinema il 26 giugno, segue temporalmente i primi tre film della saga di giocattoli più famosi della storia. “Il mondo dei giocattoli”, “Woody e Buzz alla riscossa” e “La grande fuga” hanno riscosso, nel corso di oltre vent’anni, un successo e un’acclamazione universale da parte della critica e del pubblico. Un successo che poche altre saghe possono vantare, e non solo a livello di animazione. Nell’ultimo capitolo avevamo lasciato  lo sceriffo Woody e Buzz Lightyear in preda ai deliri di onnipotenza di Lotso, l’orsacchiotto rosa del Sunnyside. Sfuggiti alle grinfie di quest’ultimo, l’allegra combriccola, capeggiata tra gli altri dagli immancabili Jessie, Rex e Slinky, era approdata da Bonnie, grazie alla gentile donazione di Andy, il proprietario dei primi tre film, ormai diciassettenne e in procinto di andare al college. La compagnia può così cominciare una nuova vita. L’ultimo capitolo della saga è un film di nuovi inizi, un episodio che vuole letteralmente cambiare pagina rispetto alle precedenti puntate. Fa riflettere in tal senso come gli eventi che hanno inciso sulla produzione, sia italiana che internazionale, riflettano in modo cristallino le vicende di Woody e compagni. Impossibile non citare l’abbandono in corso d’opera di John Lasseter, guru dell’universo Pixar e recentemente accusato di molestie sessuali. Per non parlare poi dello strazio che lo spettatore italiano prova nel non associare più la voce di Fabrizio Frizzi al volto del cowboy Woody, a causa della scomparsa di un anno fa. Un vero colpo al cuore, che comunque viene sostituito degnamente dal pur ottimo Angelo Maggi, storica voce di Tom Hanks. Verso l’infinito e oltre! Toy Story 4 è ancora una volta la storia di un viaggio. Grazie al formato dell’animazione, che permette di esplorare più generi sotto la farsa della fiaba, si spazia contemporaneamente, come nella miglior tradizione Disney, dal comico al drammatico, passando per le sequenze quasi horror (memorabile le scene del negozio di antiquariato della bambola Gabby-Gabby, con le inquietanti marionette a fare da guardiani). Lo stacco ancestrale dall’età dorata dell’Andy bambino alla nuova Bonnie è devastante per la compagnia di giocattoli, in particolare per lo sceriffo Woody. Ormai dimenticato e relegato all’ultimo posto tra i divertimenti preferiti dalla bambina. Il viaggio è perciò parallelo e duplice: uno è compiuto da Bonnie e la sua famiglia, in procinto di partire per le tanto agognate vacanze estive prima di cominciare l’asilo. L’altro è compiuto da Woody, voglioso di mettersi in mostra dinnanzi alla nuova padrona e accompagnato dalla forchetta Forky, convinta di essere semplice spazzatura e non il giocattolo preferito di Bonnie. Un vero e proprio cammino di redenzione che sorprenderà anche i più appassionati della saga. Rispetto ai primi capitoli Buzz Lightyear viene relegato ad un ruolo più marginale. L’eroe dello spazio, quello dell’infinito e oltre, in questo capitolo svolge un ruolo perlopiù comico, quasi a sdrammatizzare i frequenti momenti di pathos della pellicola. Buzz è infatti presente in quasi tutte le scene […]

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Musica

Western Stars, l’ultimo disco di Bruce Springsteen

Il ritorno di Bruce Springsteen con Western Stars C’è una linea immaginaria, eppure realissima, viva più che mai, che riecheggia nell’ultimo lavoro di Bruce Springsteen, Western Stars. È il mito della frontiera, un luogo di tutti e nessuno, quel segmento separa così nettamente il Nord dal Sud del mondo, l’Est dall’Ovest, popoli ed etnie diverse. La frontiera che viene varcata coraggiosamente da vagabondi senza età, perché quello è il loro scopo, sono nati per quello, per correre, per superare i limiti. L’immagine del West che viene rimarcata con fortezza sin dalla copertina, con quel cavallo selvaggio che impazza su una strada neanche battuta dall’asfalto, chissà dove. Western Stars è il diciannovesimo album in studio di Bruce Springsteen. Uscito il 14 giugno, il disco rappresenta il ritorno del cantautore americano alla produzione da solista, quattordici anni dopo le atmosfere altrettanto selvagge di Devils & Dust. Se i picchi di Nebraska, probabilmente il capolavoro del Boss versione menestrello tutto voce e chitarra, sono probabilmente irraggiungibili, Western Stars rappresenta comunque un momento estremamente importante nella carriera di Springsteen. Reduce da una tourneé di un anno con gli spettacoli portati in scena a Broadway, il cantautore si è cimentato in un disco dai richiami quasi cinematografici, con l’utilizzo frequente di archi e fiati. «It’s the same old cliché, a wanderer on his way, slippin’ from town to town» Springsteen aggiunge, con Western Stars,  nuovi miti a tutte quelle figure di sconfitti e vagabondi sulle quali ha scritto pezzi memorabili nuovi miti. Le tredici canzoni del disco toccano molte tematiche tipiche e profonde dell’immaginario d’oltreoceano. Ci sono le autostrade sconfinate, gli immensi deserti, l’alienazione, la comunità, l’importanza della casa, della famiglia e di quella ricerca della felicità che viene sancita fin dalla Costituzione. «I’m hitch hikin’ all day long»: con l’ascolto della traccia d’apertura si viene catapultati nel bel mezzo delle highways d’oltreoceano infinite, diretti chissà dove, probabilmente senza neanche una direzione. «Questo album è un ritorno alle mie registrazioni da solista, con canzoni ispirate ai personaggi e con travolgenti, cinematografici arrangiamenti orchestrali. È un gioiello di disco». Già dalla presentazione del lavoro Springsteen aveva d’altronde additato come fonte ispirazione il pop californiano datato anni sessanta e settanta. Non mancano nell’album, oltre alle sperimentazioni strumentali, tracce che potrebbero rientrare a pieno titolo nel repertorio più classico di Springsteen. “Tucson Train”, “Spleepy’s Joe Cafè” più che da un disco solista sembrano uscire da un’incisione della E Street Band, con la loro carica e il loro ritmo travolgente da stadio. Pezzi che sicuramente la faranno da padrone nei futuri concerti del Boss. Il momento forse più commovente del disco è in una delle ultime tracce, Moonlight Motel. Un ennesimo vertice creativo per un arista straordinario, che della nostalgia fatta canzone è probabilmente il maggior esponente della storia della musica. «I pulled a bottle of Jack out of a paper bag/Poured one for me and one for you as well/Then it was one more shot poured out onto the parking lot/To the Moonlight Motel». I personaggi dell’immaginario del Boss che sembrano […]

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Cinema e Serie tv

Rolling Thunder Revue, Scorsese racconta Dylan

Rolling Thunder Revue: a Bob Dylan story by Martin Scorsese “Life is about creating yourself, and creating things” A un certo punto di Rolling Thunder Revue, il documentario di Martin Scorsese (Casino, Taxi Driver, Goodfellas) sull’omonimo tour degli anni settanta, Bob Dylan pronuncia questa frase che più dilanyana non potrebbe essere. Ma chi è in realtà Robert Allen Zimmerman? Uno, nessuno e centomila, come il personaggio di pirandelliana memoria. Il menestrello di Duluth, bardo delle utopie sessantine, cantore elevato al rango di poeta, emblema degli eccessi di una generazione, premio Nobel per la letteratura. Nessuna di queste maschere corrisponde minimamente al genio di Dylan. Appena lo si prova a catalogare in una definizione, ecco che è lì pronto ad inventarsi una nuova trovata, pronto ad ingannarci tutti, dall’alto dei suoi quasi ottanta anni e del suo patto con il diavolo per l’eterna giovinezza. Su Netflix è appena uscito un documentario del premio Oscar Martin Scorsese che prova a raccontare uno dei momenti salienti della carriera di Dylan: il Rolling Thunder Revue, il lungo tour itinerante gli States durato quasi un anno, a cavallo tra gli anni 1975-1976. Il regista italo-americano non è nuovo a cimentarsi nel racconto di personalità che hanno fatto la storia della musica: i Rolling Stones di Shine a Light e il George Harrison del bellissimo Living a Material World sono un esempio calzante. Già nel 2005 Scorsese aveva girato un documentario su Dylan, No Direction Home, incentrandosi sul primissimo Zimmerman, il ragazzo che nel 1961 giunse a New York direttamente dal Minnesota. Quello di Rolling Thunder Revue è un però un artista completamente diverso. Ha già pubblicato alcuni tra i più dischi più belli della storia della musica (Blonde on Blonde e Highway 61 Revisisted su tutti), ha cambiato per sempre la musica americana e non solo suonando la chitarra elettrica al Festival di Newport. Bob Dylan on the road Dylan sceglie così, in quel momento della sua carriera, di girare in lungo e largo gli Stati Uniti, in un itinerario on the road alla Jack Kerouac (citato a più riprese nel corso del documentario) durato un anno, con 57 date, suddivise in una fase autunnale e in una fase primaverile. Con l’intermezzo del gennaio del 1976, quando fu pubblicato Desire, tra le gemme della carriera del cantautore di Duluth. Il tour parte da Plymouth, una scelta dai connotati fortemente simbolici e che tanto sarebbe piaciuta al vate Kerouac, di cui peraltro Dylan omaggia la tomba in uno degli intermezzi più commoventi del documentario. La città del Massachusetts è il luogo dove nel 1620 sbarcarono i padri pellegrini, il posto dove partì quel grande romanzo americano di cui Bob Dylan è stato e sarà ancora tra i più grandi narratori. Perché l’America è un po’ di tutti, e non solo degli americani, che l’hanno solo presa in affitto, come direbbe qualcuno. Parte così più che un tour una carovana in stile circense, un circo burlesque di musicisti, poeti e addetti ai lavori. Ci sono Joan Baez, di […]

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Attualità

Evolve, intervista ai fondatori del comitato

EvolveU2019, It’s your turn La Generazione Z, Erasmus o Ryanair, quella dei post-millennials, dei nati dal 1995 in avanti è un’annata che troppo spesso viene bollata con dispregiativi o giudicata negativamente. Tanti sono infatti i luoghi comuni che accompagnano questa generazione, da un’assenza di valori comuni ad un eccessivo attaccamento per la tecnologia e i social network. Evolve è un comitato studentesco, un “libero gruppo di studenti e studentesse” come dice il sito, nato nel febbraio del 2018 a Pomigliano d’Arco. Un gruppo di amici, prima che di studenti e colleghi, accomunati da una forte passione per la politica e per il mondo dell’informazione, che si oppone in maniera forte al clima generalmente nichilista che pervade i nostri tempi, non soltanto tra i più giovani. Un vero e proprio punto di riferimento per un ambiente difficile come la provincia napoletana, con forti ambizioni di espansione a livello regionale e nazionale, con tanti progetti in cantiere e che in un anno e mezzo ha già tenuto numerose iniziative, arrivando sino ad un convegno alla Camera dei Deputati, tenutosi la settimana scorsa. Colpisce, aprendo il sito web di Evolve, la lista di obiettivi così decisa e pragmatica. Tenere informati i cittadini, verificare la corrispondenza dei fatti alla realtà, organizzare eventi e convegni sono solo alcuni tra i punti salienti. Quella dei vent’anni è un’età difficile, è l’età delle scelte e in cui si tende maggiormente all’idealismo, ma questi ragazzi hanno le idee chiare e sanno come realizzarle. Valeria Rea e Alessandro Fusco sono tra i fondatori del progetto. Rispettivamente 19 e 21 anni, studenti di Giurisprudenza e Scienze politiche a Napoli e Bologna, hanno raccontato della loro esperienza e delle loro ambizioni e progetti futuri. Come nasce l’idea di Evolve? Evolve nasce ufficialmente nel febbraio del 2018, in pieno clima elettorale dato dalle allora imminenti elezioni politiche. Forti delle nostre esperienze di rappresentanza, a livello sia locale che provinciale, ci rendemmo conto all’epoca che tra i ragazzi della nostra età c’era una disinformazione generale, una vera e propria disaffezione generale nei confronti di quel dovere civico che poi è il voto. Grazie anche all’aiuto di Vito Fiacco, Michele Guadagni e Domenico De Maria, gli altri ragazzi fondatori del comitato, uniti anche da una forte amicizia, nacquero in quel periodo le prime iniziative di Evolve, specie nell’ambito dei nostri licei (l’Imbriani e il Cantone di Pomigliano d’Arco). Dopo un anno e mezzo, fatti i primi bilanci, ci ritroviamo ancora uniti dalla stessa passione e spirito di iniziativa, per di più con l’aiuto di tutte le persone incontrate in questo percorso che è ancora agli inizi. Senza di queste tanti dei traguardi conseguiti da Evolve non sarebbero stati possibili, dai convegni organizzati alla cura del sito web. L’obiettivo è stato sin dall’inizio quello di un’informazione completamente neutrale, di arrivare il più possibile nei luoghi dei nostri coetanei. Siamo consapevoli di vivere in un’epoca fortemente dinamica e di forti cambiamenti sociali e culturali che influiscono sempre di più sulle nostre coscienze. Siete molto giovani, fate parte di […]

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Teatro

Scene da un matrimonio, allo Stabile la versione di Bergman

Al Teatro Mercadante arriva Scene da un matrimonio, in scena fino al 14 aprile Dopo l’allestimento della shakespeariana Bisbetica domata (2013-2014), Andrei Konchalovsky firma la sua seconda regia italiana per lo Stabile di Napoli, affrontando uno dei lavori più noti di Ingmar Bergman, Scene da un matrimonio. Il Teatro Stabile, forte della sua biforcazione in Teatro Mercadante e Teatro San Ferdinando, si conferma così sempre di più come un punto di riferimento per la scena culturale napoletana e non solo. Questa volta è il turno, in una fitta e stimolante stagione teatrale come quella di quest’anno, di un capolavoro cinematografico trasposto in una brillante versione teatrale. Inizialmente girato in sei episodi per la televisione della durata complessiva di 300 minuti, Scene da un matrimonio (1972), capolavoro del cineasta svedese Ingmar Bergman, fu  proposto anche per il cinema in una versione di 167 minuti. Il capolavoro di Ingrid Bergman nella versione teatrale di Andrei Konchalovsky Andrei Konchalovsky l’artefice di questa brillante operazione di comunicazione tra differenti campi visivi ed artistici. Nato a Mosca nel 1937, il russo è tra i più noti autori cinematografici e teatrali del nostro tempo. Sceneggiatore di  Andrej Rublëv e L’infanzia di Ivan del connazionale Tarkovskij, il regista è alla sua seconda esperienza teatrale italiana.  Dopo il debutto la scorsa estate al Napoli Teatro Festival, Scene da un matrimonio calcherà il palco del Teatro Mercante fino al 14 aprile. Julia Vysotskaya e Federico Vanni vestono i panni, rispettivamente, di Marianne e Johan, una coppia solo apparentemente felice. La vicenda viene trasposta dal freddo della Scandinavia di Bergman alla più familiare Roma. Quartieri Parioli, anni sessanta. Marianne e Johan non sono che una delle tante coppie borghesi segnate dal boom economico. Il non detto dei due finisce con l’esplodere con violenza in seguito alla decisione di lui di abbandonare moglie e figlie per una studentessa. Johan si rivela però come una persona estremamente fragile, vittima delle proprie pulsioni e di un perbenismo fino a quel momento autoimposto. Chi in definitiva riesce ad avere una tenuta più a lungo termine (nonostante l’ansia, le suppliche e gli incubi) finisce con l’essere Marianne, nei confronti della quale l’ormai ex marito vorrebbe continuare a mantenere una forma assurda di possesso non concedendole il divorzio ed essendo geloso dei rapporti con altri uomini da lei a sua volta instaurati. Il matrimonio come fonte di inganni reciproci Marianne e Johan vedono insomma rompersi, poco alla volta, il meccanismo così fragile del matrimonio. Il castello di bugie sul quale si costruisce l’unione fra i due viene analizzata da Konchalovsky con perfezione certosina e sensibilità fuori dal comune. Nell’angoscia esistenziale e straziante della coppia emerge la critica a un istituto di fatto egemonizzato da logiche borghesi come quello del matrimonio. Le vicende introdotte da Bergman e qui trasposte da Konchalovsky sono infatti universali. Emblematica a riguardo è la scena finale, con Marianne e Johan abbracciati ancora una volta nello stesso letto ad augurarsi nuovamente la buonanotte. Anni dopo i tradimenti e i fallimenti di una vita coniugale di fatto fallita […]

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Teatro

Lucio incontra Lucio, di Liberato Santarpino: all’Augusteo

Teatro Augusteo, sul palco lo spettacolo di Liberato Santarpino con la grande musica di Battisti e Dalla. All’Augusteo approda la grande musica, quella che ha segnato la storia del cantautorato italiano. Solo per il 25 e il 26 marzo sul palco del teatro, punto di riferimento per la scena culturale napoletana, è infatti approdato Lucio incontra Lucio. Storia, vita e canzoni di Battisti e Dalla, due tra gli artisti più celebrati della storia della canzone italiana. Scritto da Liberato Santarpino, lo spettacolo è stato arricchito dal racconto di Sebastiano Somma. Hanno figurato inoltre le voci e la musica di Elsa Baldini, Alfina Scorza, Paola Forleo, Francesco Curcio, con Sandro Deidda (sax), Guglielmo Guglielmi (pianoforte), Lorenzo Guastaferro (vibrafono), Aldo Vigorito (contrabbasso), Giuseppe La Pusata (batteria). Lo spettacolo è ispirato ad uno dei capitoli più belli della storia cantautorale italiana. Un’originale lettura della vita di due uomini, prima che artisti, accomunati dallo stesso talento e dalla stessa passione primordiale per la musica. Nati a distanza di poche ore – 4 marzo 1943 Lucio Dalla e 5 marzo 1943 Lucio Battisti – e che oggi rappresentano un’icona pop del Belpaese. Proprio questa curiosa nascita è lo spunto che da il via alla brillante scrittura dello sceneggiatore Liberato Santarpino. Storia, vita e canzoni di Dalla e Battisti: lo spettacolo di Liberato Santarpino Quest’ultimo è abile a mescolare tra di loro provenienze geografiche e stili musicali apparentemente diversi tra di loro, ma nelle quali è in realtà possibile riscontrare il grande racconto popolare tutto italiano. Al punto che Liberato Santarpino si permette di richiamare, non senza un guizzo estremamente fantasioso, all’inizio dello spettacolo la mitologia greca. Per un attimo sono infatti Zeus, Afrodite ed Apollo a prendere il proscenio. Per poi dare nuovamente spazio alla narrazione di Battisti e Dalla. Da Lucio incontra Lucio emerge così il ritratto di due artisti lontani, sempre vicini tra loro ma mai abbastanza, quasi che le loro carriere si svolgessero su fili paralleli. Dall’infanzia in luoghi lontani tra di loro fino al progetto di una tournèe e di un successivo disco insieme, nel corso degli anni ottanta. Battisti, ormai propenso a sparire dalle scene, rifiutò l’invito di Dalla, tutto preso dal periodo bianco e nichilista della collaborazione con Pasquale Panella. Lucio incontra Lucio prova a rievocare quell’incontro artistico mai avvenuto, raccontandolo attraverso le loro canzoni. Così le esistenze di Dalla e Battisti scorrono su binari paralleli, e l’Italia raccontata dalle loro canzoni sembra così vicina ma eppure così lontana allo stesso tempo. Ciò è normale, per due artisti che hanno fatto la storia del nostro paese, raccontandolo attraverso la musica in tutte le sue sfaccettature, dal boom economico agli anni di piombo. Sono tanti i successi cantati nel corso dello spettacolo. Da Come è profondo il mare a Con il nastro rosa, passando per Il mio canto libero a Piazza Grande. Ogni singolo non è mai casuale o fine a se stesso, ma inserito perfettamente all’interno di un contesto corale, dove rientrano le vite di due uomini che hanno segnato profondamente la storia musicale e non solo del […]

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Teatro

Così non si va avanti in Sala Assoli per la stagione di Casa del Contemporaneo

Spiedo e Somma approdano in Sala Assoli Mercoledì 20 marzo, alle 20:30 in Sala Assoli, la rassegna “Fuori Controllo” ha portato in scena “Così non si va avanti” di Francesco Spiedo e Simone Somma. Casa del Contemporaneo si conferma un luogo dove i linguaggi teatrali si coniugano e si fondono. Un progetto di ampio respiro poetico che si attiva in tanti spazi tra cui a Napoli la Sala Assoli ed il Teatro dei Piccoli,  i luoghi dell’arte contemporanea ed a Salerno il Teatro Ghirelli. Lo spettacolo racconta la storia di Enrico, alle prese con il suo romanzo, quello che gli cambierà la vita: non più bistrattato e sfortunato scrittore di necrologi che, per sbarcare il lunario, serve panini al fast food, ma grande e riconosciuto scrittore. Ma come è che si diventa scrittori? Boris è la creazione di Enrico, un suo alter ego, la proiezione di quello che l’autore vorrebbe. Anna è la fidanzata di Enrico, ma i due sono sul punto di lasciarsi. Sullo sfondo, un musicista compone le sue canzoni, scrive e canta di questo gioco delle parti che è la vita. Così non si va avanti Tra citazioni cinematografiche – da Woody Allen su tutti – equivoci, sovrapposizioni delle realtà e colpi di scena, la vita di Enrico va in pezzi: la libertà delle proprie scelte richiede sempre un prezzo ed essere se stessi diventa l’unica alternativa, quando ci viene da pensare che così non si va avanti. L’abbiamo detto tutti, almeno una volta nella vita. Ed è così che la storia di Boris, Enrico e Anna, la storia di un autore e il suo personaggio, la storia di due amori impossibili diventano la storia di tutti noi. Così non si va avanti, o forse sì. I registi analizzano  a fondo quel complesso rapporto che instaura tra lo scrittore e le creature nate dalla sua fantasia. Tema centrale dell’opera è quel dialogo eterno che necessariamente coinvolge la realtà materiale e quella metafisica scaturita dalla mente dell’autore, nell’unione costituita dal foglio di carta. Evidente la passione degli autori, Spiedo e Somma, per Woody Allen. Dall’introduzione, che riprende la colonna sonora  di “Provaci ancora Sam”, ai nomi dei personaggi, Enrico ed Anna. Evidentemente un richiamo a ““Harry a pezzi” ed “Io e Annie”, tra le pellicole più celebrate del cineasta americano. La rassegna “Fuori Controllo” proseguirà in Sala Assoli con cinque appuntamenti che arricchiscono la stagione di Casa del Contemporaneo con musica, poesia, parola, nuove promesse e grandi ritorni.   Fonte immagine: https://www.facebook.com/casadelcontemporaneo/photos/pcb.2212542258767245/2212542162100588/?type=3&theater

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Cinema e Serie tv

Un giorno all’improvviso di Ciro D’Emilio, il cast al cinema Pierrot

Al cinema Pierrot il cast de “Un giorno all’improvviso” Un giorno all’improvviso, l’acclamato film vincitore nella sezione Orizzonti al recente Festival di Venezia, è stato presentato al pubblico di Arci Movie. La proiezione, avvenuta ieri sera nel Cinema Pierrot, è avvenuta alla presenza del regista Ciro D’Emilio e degli attori Giampiero De Concilio, Giuseppe Cirillo e Lorenzo Sarcinelli. Il film, che racconta storia di Antonio e del suo sogno di diventare un calciatore per una squadra importante, si è aggiudicato i premi Nuovo Imaie Talent Award (Giampiero De Concilio) e il Premio di Critica Sociale “Sorriso Diverso Venezia”. Anna Foglietta, altra grande protagonista della pellicola, per la sua prova è stata invece candidata come miglior protagonista ai David di Donatello 2019. Antonio ha diciassette anni e un sogno: essere un calciatore in una grande squadra. Vive in una piccola cittadina di una provincia campana. Con lui vive Miriam, una madre dolce ma fortemente problematica che ama più di ogni altra persona al mondo. Carlo, il padre di Antonio, li ha abbandonati quando lui era molto piccolo e Miriam è ossessionata dall’idea di ricostruire la sua famiglia. All’improvviso la vita sembra regalare ad Antonio e Miriam una vera occasione: un talent scout, Michele Astarita, sta cercando delle giovani promesse da portare nella Primavera del Parma e sta puntando sul ragazzo. Un giorno all’improvviso, di Ciro D’Emilio: continua il Cineforum dell’ArciMovie La storia, apparentemente semplice, si inserisce perfettamente in un momento storico particolare per il cinema italiano. Riaffiorano infatti a più riprese gli elementi tipici del neorealismo, un genere che ha dato grandi risultati e soddisfazioni al nostro panorama cinematografico. Sempre più registi, attori e sceneggiatori scelgono infatti di occuparsi di storie di vita quotidiana, in particolare di occuparsi dell’infanzia o, in questo caso dell’adolescenza. Di racconti di formazione è pieno il cinema internazionale ed italiano. Basti pensare al recente La Paranza dei Bambini, solo per rimanere nel panorama regionale nostrano.  Un genere ormai consolidato e spesso indigesto per retorica e luoghi comuni. Perché i Bildungsroman, specialmente di quella fase così delicata che è l’adolescenza, non bisogna darli per scontati, ma saperli condurre. Il regista Ciro D’Emilio applica alla perfezione queste regole apparentemente elementari. Viene fuori a mano a mano il racconto della crescita del giovane Antonio, posto di fronte ad un percorso e ad una serie di scelte importanti, al punto da sfidare il volere della figura più importante della sua esistenza, la mamma Miriam. Un giorno all’improvviso è uno splendido film, perché capace di intrattenere e far riflettere nella sua superficiale semplicità. Giampiero De Concilio, il protagonista all’esordio cinematografico, è eccezionale nella sua prova attoriale. Va dato atto del merito anche al regista Ciro D’Emilio, altro esordiente, alla sua prima opera personale. – Foto tratta da: MyMovies

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Eventi/Mostre/Convegni

WhyNot e Poseidone, De Magistris al Modernissimo

WhyNot e Poseidone, 10 anni dopo Si è svolta nella mattina di sabato 9 marzo l’incontro pubblico al Cinema Modernissimo con Luigi De Magistris, Marco Lillo e Marco Travaglio. Il dibattito tra tre personalità estremamente influenti nel campo amministrativo e giornalistico che ha avuto come tema centrale le inchieste “WhyNot” e “Poseidone”. La discussione, moderata dalla giornalista Fabiola Conson, è stato moderato da numerose video e testimonianze dirette. Luigi De Magistris racconta così il suo passato professionale, forte anche dei recenti sviluppi giudiziari relativi alla vicenda. L’inchiesta, come dimostrato dalla Corte d’Appello di Salerno, fu infatti illegittimamente revocata all’allora PM della Procura di Catanzaro. Oggi attuale sindaco di Napoli. Alla base dell’indagine vi fu l’ipotetica esistenza di un gruppo di potere trasversale tenuto insieme da una loggia massonica coperta, giornalisticamente nota come “La Loggia di San Marino”. La vicenda, particolarmente controversa, viene raccontata nei minimi particolari nel corso della mattinata. Emerge così una storia incrinata fatta di rapporti tra stato e criminalità organizzata. Una vicenda, che nonostante gli interessanti sviluppi giudiziari, ha vissuto numerosi arresti. Come quando il 21 gennaio 2012 il GUP di Roma Barbara Callari rinviò a giudizio Luigi De Magistris e Gioacchino Genchi con l’accusa di aver acquisito nel 2009 e in modo illegittimo, i tabulati telefonici di alcuni parlamentari.  Inoltre, nel 2014 lo stesso De Magistris, già sindaco di Napoli,  fu condannato, insieme a Gioacchino Genchi, dal Tribunale di Roma a un anno e tre mesi per abuso d’ufficio non patrimoniale. “WhyNot e Poseidone” e De Magistris. Storia di una toga strappata Marco Lillo e Marco Travaglio incalzano poi la questione sull’inchiesta Poseidone. La vicenda riguarda un’indagine iniziata presso la procura di Catanzaro nel maggio 2005 e avente come oggetto un presunto uso illecito di 200 milioni di euro di denaro pubblico. Soldi allora provenienti da aiuti comunitari destinati al finanziamento di opere di depurazione. L’iniziativa viene frequentemente moderata dagli interventi dei giornalisti de Il Fatto Quotidiano. L’esperienza di Lillo e Travaglio permette di scavare a fondo nel passato professionale dell’attuale sindaco di Napoli. Le inchieste “WhyNot” e “Poseidone” non sono vicende relative ad episodi singolari. Esse permettono di comprendere quel complesso rapporto tra Stato e criminalità che spesso riempe i vuoti di potere nel nostro paese. Il dibattito viene integrato inoltre dalle letture delle sentenze delle attrici Rosaria De Cicco e Pina Turco. Parole profondo che ricostruiscono le vicende di quei giorni. Numerosi anche i contributi video, in particolare di Sandro Ruotolo, giornalista da sempre in prima linea sul fronte criminalità organizzata.

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Cinema e Serie tv

Springsteen on Broadway, la voce del Boss

Springsteen on Broadway, storie per voce, pianoforte e chitarra Da pochi giorni è disponibile su Netflix un documentario imperdibile per tutti gli appassionati del rock’n’roll e non solo. Springsteen on Broadway, ovvero lo spettacolo che The Boss ha portato in scena al Walter Kerr Theatre di New York dal 12 ottobre 2017 fino allo scorso 15 dicembre. Un one man show estremamente intimo e riflessivo di uno dei cantautori e musicisti più apprezzati e amati del panorama musicale internazionale. “Sono qui per dimostrarvi che siamo ancora vivi”. Si apre così lo spettacolo di Bruce Springsteen, accompagnato sul palco, per le due ore e trenta di visione, solo da una chitarra e un pianoforte. Un uomo al centro del proscenio, le sue canzoni e i suoi ricordi, con quello spirito agrodolce che caratterizza da sempre la produzione del cantautore  di Freehold. Springsteen racconta così la sua infanzia così sofferta, in un paesino del New Jersey, desideroso di scappare sin dalla più tenera età. Proprio lui che, nato per correre, per citare una delle sue canzoni più famose, ora vive a dieci minuti dalla sua città natale. Emerge così lentamente il suo rapporto controverso con la famiglia, in particolare con un padre burbero e alcolista. Perché vedere Springsteen on Broadway Lo spettacolo concede poco alla spontaneità delle esibizioni. C’è infatti un vero e proprio copione, esaltando così le doti di intrattenitore e di comico di Springsteen. Il testo è basato sull’autobiografia del cantautore, uscita nel 2016 con il titolo Born to Run. Il filone è sempre dolceamaro, carico di una certa malinconia, ma non mancano gli aneddoti dotati di una forte autoironia. La prima chitarra comprata all’età di sette anni, i primi contratti discografici fino al successo planetario. Musicalmente Sprinsteen on Broadway è uno spettacolo fatto da voce, chitarra e pianoforte. Più che la spettacolarizzazione o la potenza sonora, viene così ricercata l’intensità emozionale. Springsteen commuove sulle note dei suoi più grandi successi, da Thunder Road a The Promised Land. Un pezzo da stadio come Born in the U.S.A viene così scavato fino all’osso, e ricondotto alle sue fattezze originarie, diverse da quelle di un successo radiofonico. Ovvero lo straziante racconto di un reduce del Vietnam che non riesce a trovare il suo posto, anche se è nato negli U.S.A. Come on with me, tramps like us Baby we were born to run Non mancano riferimenti all’attualità. Nell’introduzione a The Ghoast of Tom Joad, Springsteen, ricordando il dramma delle famiglie separate dalle famiglie razziste, cita Martin Luther King. ”L’arco dell’universo morale è lungo, ma inclina verso la giustizia”. Quasi a sottolineare l’amministrazione Trump non è altro che l’ennesimo capitolo per ricompattare l’anima di una nazione. Sono tanti i passaggi che emozionano e colpiscono di questo straordinario spettacolo, tra i migliori prodotti visibili su Netflix in assoluto. Il ricordo commovente di Clarence Clemons, il sassofonista della E Street Band scomparso nel 2011, a cui Springsteen dedica Tenth Avenue Freeze Out. La breve apparizione di Patty Scialfa, moglie del Boss. “Una delle voci più belle che […]

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Roma di Alfonso Cuaròn: il film del regista messicano approda all’Astra

Roma di Alfonso Cuaròn all’Astra: è stato proiettato per tre giorni il capolavoro del regista messicano premiato con il Leone d’Oro Un film sulla memoria, sul valore personale e relativo che ognuno di noi attribuisce al tempo, un affresco del Messico degli anni settanta. Anni cruciali per il paese centroamericano. Roma è tutto questo e molto di più. Alfonso Cuaròn torna cinque anni dopo Gravity con quello che è il suo lavoro più intimo e riflessivo. Il regista messicano ha sapientemente sfruttato la forza contrattuale derivatagli dai due Oscar per realizzare un film peculiare nel panorama cinematografico odierno. Unico per il formato (uno splendido bianco e nero girato in 65 mm) ma soprattutto per la sua distribuzione, prevalentemente casalinga. Prima del suo approdo su Netflix, il 14 dicembre, Roma di Alfonso Cuaròn è stato proiettato, dal 3 al 5 Dicembre, al Cinema Astra e in una cinquantina di sale italiane, distribuito dalla Cineteca di Bologna in lingua originale. Un’occasione imperdibile per vedere nel suo habitat naturale uno dei migliori film dell’anno, premiato con il Leone d’Oro al recente Festival di Venezia. Siamo nel 1970-1971, un biennio di fuoco per Città del Messico, segnata dalle numerose rivolte studentesche represse nel sangue. Roma è il nome di un quartiere borghese dove risiede la famiglia di Cleo (Yalitza Aparicio), la giovane tata al centro della vicenda. Il contesto prende vita poco alla volta, e proprio questa studiata lentezza, costruita in ogni piccolo particolare, è uno degli elementi maggiormente singolari dell’opera. In un’epoca il cui il linguaggio cinematografico perde sempre più autorità per lasciare spazio alla serialità, rea di raccontare meglio i nostri giorni. Esce fuori il ritratto di un paese rigidamente strutturato in caste sociali. Dove, come la storia insegna, le classi dominanti lasciano a quelle meno abbienti il lavoro sporco. Le vicende di Cleo e della sua collaboratrice Adela (Nancy García García), ambedue di discendenza mixteca, segnano così il passo della vicenda. Centrale è l’intreccio tra Cleo e e Sofia (Marina de Tavira), madre di quattro bambini, amati da Cleo come se fossero propri. Donne provenienti da condizioni economiche e sociali praticamente opposte, ma entrambe segnate da una forte delusione. Un amante spaventato da una futura gravidanza e un marito stanco della vita familiare, in viaggio verso la vacanziera Acapulco. Roma di Alfonso Cuaròn, l’equilibrio personale ed intimo di una famiglia in preda a conflitti interni Parzialmente autobiografico, Roma è un mosaico di corpi, storie ed emozioni che può aiutare a superare i pregiudizi sulle nuove piattaforme digitali. Il film colpisce oltre che per l’intensità e il pathos della vicenda anche per la sapiente arte cinematografica di Cuaròn. Il regista messicano esalta le numerose scene di vita quotidiana con l’utilizzo del bianco e nero. Nel film è addirittura  presente una citazione alle sue opere precedenti, non autoreferenziale o fine a sé stessa, ma perfettamente coerente con lo sviluppo dell’intreccio. Roma diviene così argomento di dibattito, oltre che per la sua innegabile bellezza, per la la sua discussa diffusione esclusivamente casalinga. Come succede ormai ai […]

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Cinema e Serie tv

Michael Moore all’AstraDoc, ecco Fahrenheit 11/9

AstraDoc prosegue con Fahrenheit 11/9 Un affresco ironico e provocatorio sull’America dei nostri giorni. Michael Moore, Palma d’Oro al Festival di Cannes nel 2004, torna con Fahrenheit 11/9. La proiezione è avvenuta al Cinema Astra di Via Mezzocannone, nell’ambito della rassegna AstraDoc. Manifestazione che permette al pubblico napoletano di visionare i migliori documentari realizzati nell’ultimo periodo. Dopo l’apertura con I villani di Daniele De Michele, AstraDoc prosegue il suo programma con Last Men in Aleppo e La strada dei Samouni. Un’occasione per prendere atto di realtà sconosciute, che grazie al mezzo espressivo del documentario diventano estremamente fruibili e godibili. L’elezione di Donald Trump è il tema centrale di Fahrenheit 11/9. Il presidente americano più discusso e controverso della storia. Moore, dopo l’11 settembre di Fahrenheit 9/11, sposta l’ attenzione su un’altra significativa data, il 9 novembre 2016. Il giorno in cui Donald Trump è stato eletto 45esimo Presidente degli Stati Uniti. Il documentario non prende di mira solo l’attuale inquilino della Casa Bianca, ma anche le politiche dei Democratici e dei Repubblicani che hanno portato all’attuale situazione politica. Moore riconduce scherzosamente la situazione d’oltreoceano a pochi eventi, estremamente grotteschi. In particolare, la crisi idrica della cittadina del Michigan, Flint, ed il compenso maggiore di Gwen Stefani rispetto a Trump nel programma The Apprentice. Il regista americano sa bene che questi sono solo stratagemmi per incanalare la rabbia dello spettatore. In realtà la crisi attuale è rinvenuta in una serie di episodi succedutesi nel tempo, a partire dagli anni novanta con la “liberalizzazione” dei democratici. In tale contesto, Moore non risparmia critiche né attacchi a nessuno, da Clinton a Obama, rei di avere spostato troppo a destra le politiche del proprio partito. Il ritorno di Michael Moore Il regista, nonostante il quadro così oscuro, non si perde d’animo concentrandosi sui segnali di speranza emersi recentemente negli Stati Uniti. Situazioni ancora poco conosciute per certi versi in Europa, ma che hanno ottenuto una cassa di risonanza notevole oltreoceano. L’elezione di numerose donne nelle recenti elezioni di mid-term in primis, che hanno permesso un parziale svecchiamento del Partito Democratico. Ma anche le rivolte studentesche, con file di giovani in rivolta contro le politiche repubblicane e le lobby delle armi. Non potendo esprimere un giudizio completo su Trump, a metà esatta del suo mandato, il tycoon diviene così il pretesto per un viaggio nell’America profonda. La forza e la debolezza di Moore, al tempo stesso, è quella di aver realizzato un lavoro perfettamente coerente con quelli precedenti. Lo stile di Moore, specie se raffrontato al panorama informatico attuale, appare infatti a tratti anacronistico. Quando Moore si reca fuori la villa del governatore del Michigan per innaffiare il suo giardino, sembra di essere tornati in un qualche programma demenziale degli anni novanta che credevamo di avere dimenticato. Lo stesso raffronto tra l’Americana odierna con la Germania hitleriana appare troppo semplicistico, non supportato da adeguate tesi, scadendo dunque nel già sentito. Fahrenheit 9/11 di Michael Moore è però un documentario da vedere e di cui discutere. […]

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Teatro

Le Rane di Aristofane in scena al Teatro San Ferdinando

Le Rane di Aristofane, Ficarra e Picone al Teatro Stabile Al Teatro Stabile è di scena il grande teatro classico. Dopo Salomè di Oscar Wilde, visibile al Mercadante fino a domenica, è la volta di un altro testo immortale: Le Rane di Aristofane, commedia vincitrice delle Lenee del 405 a.C. È stato un grande rischio quello del regista Giorgio Barberio Corsetti, portare in scena un testo vecchio di 2500 anni, rendendolo moderno e divertente. Il regista ha potuto però contare sull’apporto di un formidabile duo comico, Ficarra e Picone. La commedia approda così finalmente a Napoli, nel cuore di una tournée che girerà i maggiori teatri nazionali. Corsetti ha dovuto fare i conti, oltre che con i problemi dovuti alla fama e all’impostazione classica del testo, con i nuovi spazi teatrali. La pièce infatti quest’estate è stata messa in scena al Teatro greco di Siracusa. Un successo straordinario, culminato nella diretta nazionale su Rai 1, cui hanno assistito oltre due milioni di spettatori. Le Rane si arricchiscono così di nuove sfumature e significati. La trama, arcinota, prende forma e vita sul palco del Teatro San Ferdinando. Dioniso, il dio del teatro, si reca nell’oltretomba per riportare alla vita Euripide. Quest’ultimo è però assorto in un furioso litigio con Eschilo per stabilire chi dei due sia il più grande poeta tragico. Al via la stagione del Teatro San Ferdinando Dioniso si fa giudice e, scegliendo di anteporre il senso della giustizia e il bene dei cittadini alle proprie preferenze personali, finisce per dare la palma della vittoria ad Eschilo, che dovrà salvare Atene dalla situazione disastrosa in cui si trova. Eschilo accetta infine di tornare tra i vivi lasciando a Sofocle il trono alla destra di Plutone, a patto che non lo ceda mai a Euripide. L’autorevole regia di Giorgio Barberio Corsetti abbatte definitivamente il discutibile confine che separa lo spettacolo “alto” dallo spettacolo “basso”. Le Rane, sfrondato dagli anacronismi, dimostra che per il genere comico può esistere una manifattura a lunga conservazione, che consenta di ridere anche oggi, consapevolmente, di un testo classico. Tutto il corpo teatrale è perfettamente a proprio agio in questa discesa agli Inferi. Il compito è senz’altro facilitato dalla sapiente regia di Corsetti e dal talento umoristico di Ficarra e Picone. La scommessa di Giorgio Barberio Corsetti risulta così vinta in pieno. Le Rane di Aristofane, nonostante la veneranda età, viene forgiata di una veste completamente nuova riuscendo a rivivere di vita propria. Numerosi gli intermezzi canori che spezzano il ritmo serrato della vicenda. La colonna sonora dei SeiOttavi è perfettamente coerente con il ritmo scanzonato e leggero dell’intera faccenda. Fino allo scioglimento finale, quando con la fatidica decisione di Dioniso emerge tutto il pathos del testo.  

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Eventi/Mostre/Convegni

The other side of the wind, l’ultimo film di Welles a Venezia a Napoli

A distanza di 40 anni The other side of the wind, l’incompiuto film girato da Orson Welles, è stato ultimato. Girato per gran parte degli anni’70, il film non è mai stato concluso ed è stato protagonista di una vicenda complessa che ha trovato la propria conclusione. L’idea del film “The other side of the wind” La sceneggiatura (ad opera di Oja Kadar e dello stesso Welles) ha al centro la storia di J.J. “Jake” Hannaford (John Huston), un regista prossimo alla fine della propria carriera che si ritrova a girare un film a basso costo (e intitolato proprio The other side of the wind) e che arriva ad innamorarsi dell’attore principale, John Dale (Bob Random). The other side of the wind si presenta come una pellicola diversa dal resto della filmografia wellesiana. Il regista di Citizen Kane e The Magnificent Ambersons affronta non solo la tematica dell’omosessualità, ma porta avanti anche una spietata critica contro le ferree logiche dello studio system hollywoodiano. La travagliata produzione di The other side of the wind Orson Welles girò il film tra il 1970 e il 1976, con diverse interruzioni a causa di mancanza di budget. Ciononostante, le riprese del film furono portate a termine. Prima di morire nel 1985, Welles riuscì a montare soltanto 45 minuti di The other side of the wind. Il testimone passò nelle mani dell’amico e regista Peter Bogdanovich, il quale tentò più volte di terminare la post-produzione del film (tentando addirittura di concluderla nel 2010 e di presentare il film al festival di Cannes di quell’anno). Ma le dispute legali per il possesso del materiale filmico tra Oja Kadar e Beatrice Welles, rispettivamente compagna e figlia del regista, hanno contribuito a ritardare la fine del progetto. Il team dietro il “ritorno” di Orson Welles Al completamento di The other side of the Wind sono stati chiamati i collaboratori più stretti di Welles. Il già citato Bogdanovich, ma anche il produttore Frank Marshall, collaboratore anche di Spielberg. Al progetto hanno collaborato anche il montatore Bob Murawski (collaboratore di Sam Raimi nella trilogia di Spiderman e di Kathryn Bigelow per The Hurt Locker) e Scott Millan per quanto riguarda il sound-mixing (premio oscar per Apollo 13, Il Gladiatore, Ray e The Bourne Ultimatum). Frank Marshall si è dimostrato entusiasta riguardo all’idea di terminare l’incompiuta pellicola di Welles: «Grazie a Netflix, siamo stati in grado di assemblare un team di post-produzione incredibilmente talentuoso per affrontare la sfida emozionante e sconvolgente di completare l’ultimo film di Orson Welles. È stata un’esperienza straordinaria lavorare con lui 40 anni fa e sarà un onore contribuire a far vedere la sua visione finalmente sullo schermo». The Other Side of the Wind è una satira del classico sistema degli studi cinematografici, ma anche del nuovo ordine che, all’epoca, stava rimpiazzando il precedente. L’ultimo film di Welles è un’affascinante macchina del tempo di un’epoca del cinema ormai lontana, ma al contempo il tanto atteso “nuovo” film di un guru della settima arte. Un film di apparizioni e un’apparizione in […]

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