Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Teatro

Scene da un matrimonio, allo Stabile la versione di Bergman

Al Teatro Mercadante arriva Scene da un matrimonio, in scena fino al 14 aprile Dopo l’allestimento della shakespeariana Bisbetica domata (2013-2014), Andrei Konchalovsky firma la sua seconda regia italiana per lo Stabile di Napoli, affrontando uno dei lavori più noti di Ingmar Bergman, Scene da un matrimonio. Il Teatro Stabile, forte della sua biforcazione in Teatro Mercadante e Teatro San Ferdinando, si conferma così sempre di più come un punto di riferimento per la scena culturale napoletana e non solo. Questa volta è il turno, in una fitta e stimolante stagione teatrale come quella di quest’anno, di un capolavoro cinematografico trasposto in una brillante versione teatrale. Inizialmente girato in sei episodi per la televisione della durata complessiva di 300 minuti, Scene da un matrimonio (1972), capolavoro del cineasta svedese Ingmar Bergman, fu  proposto anche per il cinema in una versione di 167 minuti. Il capolavoro di Ingrid Bergman nella versione teatrale di Andrei Konchalovsky Andrei Konchalovsky l’artefice di questa brillante operazione di comunicazione tra differenti campi visivi ed artistici. Nato a Mosca nel 1937, il russo è tra i più noti autori cinematografici e teatrali del nostro tempo. Sceneggiatore di  Andrej Rublëv e L’infanzia di Ivan del connazionale Tarkovskij, il regista è alla sua seconda esperienza teatrale italiana.  Dopo il debutto la scorsa estate al Napoli Teatro Festival, Scene da un matrimonio calcherà il palco del Teatro Mercante fino al 14 aprile. Julia Vysotskaya e Federico Vanni vestono i panni, rispettivamente, di Marianne e Johan, una coppia solo apparentemente felice. La vicenda viene trasposta dal freddo della Scandinavia di Bergman alla più familiare Roma. Quartieri Parioli, anni sessanta. Marianne e Johan non sono che una delle tante coppie borghesi segnate dal boom economico. Il non detto dei due finisce con l’esplodere con violenza in seguito alla decisione di lui di abbandonare moglie e figlie per una studentessa. Johan si rivela però come una persona estremamente fragile, vittima delle proprie pulsioni e di un perbenismo fino a quel momento autoimposto. Chi in definitiva riesce ad avere una tenuta più a lungo termine (nonostante l’ansia, le suppliche e gli incubi) finisce con l’essere Marianne, nei confronti della quale l’ormai ex marito vorrebbe continuare a mantenere una forma assurda di possesso non concedendole il divorzio ed essendo geloso dei rapporti con altri uomini da lei a sua volta instaurati. Il matrimonio come fonte di inganni reciproci Marianne e Johan vedono insomma rompersi, poco alla volta, il meccanismo così fragile del matrimonio. Il castello di bugie sul quale si costruisce l’unione fra i due viene analizzata da Konchalovsky con perfezione certosina e sensibilità fuori dal comune. Nell’angoscia esistenziale e straziante della coppia emerge la critica a un istituto di fatto egemonizzato da logiche borghesi come quello del matrimonio. Le vicende introdotte da Bergman e qui trasposte da Konchalovsky sono infatti universali. Emblematica a riguardo è la scena finale, con Marianne e Johan abbracciati ancora una volta nello stesso letto ad augurarsi nuovamente la buonanotte. Anni dopo i tradimenti e i fallimenti di una vita coniugale di fatto fallita […]

... continua la lettura
Teatro

Lucio incontra Lucio, di Liberato Santarpino: all’Augusteo

Teatro Augusteo, sul palco lo spettacolo di Liberato Santarpino con la grande musica di Battisti e Dalla. All’Augusteo approda la grande musica, quella che ha segnato la storia del cantautorato italiano. Solo per il 25 e il 26 marzo sul palco del teatro, punto di riferimento per la scena culturale napoletana, è infatti approdato Lucio incontra Lucio. Storia, vita e canzoni di Battisti e Dalla, due tra gli artisti più celebrati della storia della canzone italiana. Scritto da Liberato Santarpino, lo spettacolo è stato arricchito dal racconto di Sebastiano Somma. Hanno figurato inoltre le voci e la musica di Elsa Baldini, Alfina Scorza, Paola Forleo, Francesco Curcio, con Sandro Deidda (sax), Guglielmo Guglielmi (pianoforte), Lorenzo Guastaferro (vibrafono), Aldo Vigorito (contrabbasso), Giuseppe La Pusata (batteria). Lo spettacolo è ispirato ad uno dei capitoli più belli della storia cantautorale italiana. Un’originale lettura della vita di due uomini, prima che artisti, accomunati dallo stesso talento e dalla stessa passione primordiale per la musica. Nati a distanza di poche ore – 4 marzo 1943 Lucio Dalla e 5 marzo 1943 Lucio Battisti – e che oggi rappresentano un’icona pop del Belpaese. Proprio questa curiosa nascita è lo spunto che da il via alla brillante scrittura dello sceneggiatore Liberato Santarpino. Storia, vita e canzoni di Dalla e Battisti: lo spettacolo di Liberato Santarpino Quest’ultimo è abile a mescolare tra di loro provenienze geografiche e stili musicali apparentemente diversi tra di loro, ma nelle quali è in realtà possibile riscontrare il grande racconto popolare tutto italiano. Al punto che Liberato Santarpino si permette di richiamare, non senza un guizzo estremamente fantasioso, all’inizio dello spettacolo la mitologia greca. Per un attimo sono infatti Zeus, Afrodite ed Apollo a prendere il proscenio. Per poi dare nuovamente spazio alla narrazione di Battisti e Dalla. Da Lucio incontra Lucio emerge così il ritratto di due artisti lontani, sempre vicini tra loro ma mai abbastanza, quasi che le loro carriere si svolgessero su fili paralleli. Dall’infanzia in luoghi lontani tra di loro fino al progetto di una tournèe e di un successivo disco insieme, nel corso degli anni ottanta. Battisti, ormai propenso a sparire dalle scene, rifiutò l’invito di Dalla, tutto preso dal periodo bianco e nichilista della collaborazione con Pasquale Panella. Lucio incontra Lucio prova a rievocare quell’incontro artistico mai avvenuto, raccontandolo attraverso le loro canzoni. Così le esistenze di Dalla e Battisti scorrono su binari paralleli, e l’Italia raccontata dalle loro canzoni sembra così vicina ma eppure così lontana allo stesso tempo. Ciò è normale, per due artisti che hanno fatto la storia del nostro paese, raccontandolo attraverso la musica in tutte le sue sfaccettature, dal boom economico agli anni di piombo. Sono tanti i successi cantati nel corso dello spettacolo. Da Come è profondo il mare a Con il nastro rosa, passando per Il mio canto libero a Piazza Grande. Ogni singolo non è mai casuale o fine a se stesso, ma inserito perfettamente all’interno di un contesto corale, dove rientrano le vite di due uomini che hanno segnato profondamente la storia musicale e non solo del […]

... continua la lettura
Teatro

Così non si va avanti in Sala Assoli per la stagione di Casa del Contemporaneo

Spiedo e Somma approdano in Sala Assoli Mercoledì 20 marzo, alle 20:30 in Sala Assoli, la rassegna “Fuori Controllo” ha portato in scena “Così non si va avanti” di Francesco Spiedo e Simone Somma. Casa del Contemporaneo si conferma un luogo dove i linguaggi teatrali si coniugano e si fondono. Un progetto di ampio respiro poetico che si attiva in tanti spazi tra cui a Napoli la Sala Assoli ed il Teatro dei Piccoli,  i luoghi dell’arte contemporanea ed a Salerno il Teatro Ghirelli. Lo spettacolo racconta la storia di Enrico, alle prese con il suo romanzo, quello che gli cambierà la vita: non più bistrattato e sfortunato scrittore di necrologi che, per sbarcare il lunario, serve panini al fast food, ma grande e riconosciuto scrittore. Ma come è che si diventa scrittori? Boris è la creazione di Enrico, un suo alter ego, la proiezione di quello che l’autore vorrebbe. Anna è la fidanzata di Enrico, ma i due sono sul punto di lasciarsi. Sullo sfondo, un musicista compone le sue canzoni, scrive e canta di questo gioco delle parti che è la vita. Così non si va avanti Tra citazioni cinematografiche – da Woody Allen su tutti – equivoci, sovrapposizioni delle realtà e colpi di scena, la vita di Enrico va in pezzi: la libertà delle proprie scelte richiede sempre un prezzo ed essere se stessi diventa l’unica alternativa, quando ci viene da pensare che così non si va avanti. L’abbiamo detto tutti, almeno una volta nella vita. Ed è così che la storia di Boris, Enrico e Anna, la storia di un autore e il suo personaggio, la storia di due amori impossibili diventano la storia di tutti noi. Così non si va avanti, o forse sì. I registi analizzano  a fondo quel complesso rapporto che instaura tra lo scrittore e le creature nate dalla sua fantasia. Tema centrale dell’opera è quel dialogo eterno che necessariamente coinvolge la realtà materiale e quella metafisica scaturita dalla mente dell’autore, nell’unione costituita dal foglio di carta. Evidente la passione degli autori, Spiedo e Somma, per Woody Allen. Dall’introduzione, che riprende la colonna sonora  di “Provaci ancora Sam”, ai nomi dei personaggi, Enrico ed Anna. Evidentemente un richiamo a ““Harry a pezzi” ed “Io e Annie”, tra le pellicole più celebrate del cineasta americano. La rassegna “Fuori Controllo” proseguirà in Sala Assoli con cinque appuntamenti che arricchiscono la stagione di Casa del Contemporaneo con musica, poesia, parola, nuove promesse e grandi ritorni.   Fonte immagine: https://www.facebook.com/casadelcontemporaneo/photos/pcb.2212542258767245/2212542162100588/?type=3&theater

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

Un giorno all’improvviso di Ciro D’Emilio, il cast al cinema Pierrot

Al cinema Pierrot il cast de “Un giorno all’improvviso” Un giorno all’improvviso, l’acclamato film vincitore nella sezione Orizzonti al recente Festival di Venezia, è stato presentato al pubblico di Arci Movie. La proiezione, avvenuta ieri sera nel Cinema Pierrot, è avvenuta alla presenza del regista Ciro D’Emilio e degli attori Giampiero De Concilio, Giuseppe Cirillo e Lorenzo Sarcinelli. Il film, che racconta storia di Antonio e del suo sogno di diventare un calciatore per una squadra importante, si è aggiudicato i premi Nuovo Imaie Talent Award (Giampiero De Concilio) e il Premio di Critica Sociale “Sorriso Diverso Venezia”. Anna Foglietta, altra grande protagonista della pellicola, per la sua prova è stata invece candidata come miglior protagonista ai David di Donatello 2019. Antonio ha diciassette anni e un sogno: essere un calciatore in una grande squadra. Vive in una piccola cittadina di una provincia campana. Con lui vive Miriam, una madre dolce ma fortemente problematica che ama più di ogni altra persona al mondo. Carlo, il padre di Antonio, li ha abbandonati quando lui era molto piccolo e Miriam è ossessionata dall’idea di ricostruire la sua famiglia. All’improvviso la vita sembra regalare ad Antonio e Miriam una vera occasione: un talent scout, Michele Astarita, sta cercando delle giovani promesse da portare nella Primavera del Parma e sta puntando sul ragazzo. Un giorno all’improvviso, di Ciro D’Emilio: continua il Cineforum dell’ArciMovie La storia, apparentemente semplice, si inserisce perfettamente in un momento storico particolare per il cinema italiano. Riaffiorano infatti a più riprese gli elementi tipici del neorealismo, un genere che ha dato grandi risultati e soddisfazioni al nostro panorama cinematografico. Sempre più registi, attori e sceneggiatori scelgono infatti di occuparsi di storie di vita quotidiana, in particolare di occuparsi dell’infanzia o, in questo caso dell’adolescenza. Di racconti di formazione è pieno il cinema internazionale ed italiano. Basti pensare al recente La Paranza dei Bambini, solo per rimanere nel panorama regionale nostrano.  Un genere ormai consolidato e spesso indigesto per retorica e luoghi comuni. Perché i Bildungsroman, specialmente di quella fase così delicata che è l’adolescenza, non bisogna darli per scontati, ma saperli condurre. Il regista Ciro D’Emilio applica alla perfezione queste regole apparentemente elementari. Viene fuori a mano a mano il racconto della crescita del giovane Antonio, posto di fronte ad un percorso e ad una serie di scelte importanti, al punto da sfidare il volere della figura più importante della sua esistenza, la mamma Miriam. Un giorno all’improvviso è uno splendido film, perché capace di intrattenere e far riflettere nella sua superficiale semplicità. Giampiero De Concilio, il protagonista all’esordio cinematografico, è eccezionale nella sua prova attoriale. Va dato atto del merito anche al regista Ciro D’Emilio, altro esordiente, alla sua prima opera personale. – Foto tratta da: MyMovies

... continua la lettura
Eventi/Mostre/Convegni

WhyNot e Poseidone, De Magistris al Modernissimo

WhyNot e Poseidone, 10 anni dopo Si è svolta nella mattina di sabato 9 marzo l’incontro pubblico al Cinema Modernissimo con Luigi De Magistris, Marco Lillo e Marco Travaglio. Il dibattito tra tre personalità estremamente influenti nel campo amministrativo e giornalistico che ha avuto come tema centrale le inchieste “WhyNot” e “Poseidone”. La discussione, moderata dalla giornalista Fabiola Conson, è stato moderato da numerose video e testimonianze dirette. Luigi De Magistris racconta così il suo passato professionale, forte anche dei recenti sviluppi giudiziari relativi alla vicenda. L’inchiesta, come dimostrato dalla Corte d’Appello di Salerno, fu infatti illegittimamente revocata all’allora PM della Procura di Catanzaro. Oggi attuale sindaco di Napoli. Alla base dell’indagine vi fu l’ipotetica esistenza di un gruppo di potere trasversale tenuto insieme da una loggia massonica coperta, giornalisticamente nota come “La Loggia di San Marino”. La vicenda, particolarmente controversa, viene raccontata nei minimi particolari nel corso della mattinata. Emerge così una storia incrinata fatta di rapporti tra stato e criminalità organizzata. Una vicenda, che nonostante gli interessanti sviluppi giudiziari, ha vissuto numerosi arresti. Come quando il 21 gennaio 2012 il GUP di Roma Barbara Callari rinviò a giudizio Luigi De Magistris e Gioacchino Genchi con l’accusa di aver acquisito nel 2009 e in modo illegittimo, i tabulati telefonici di alcuni parlamentari.  Inoltre, nel 2014 lo stesso De Magistris, già sindaco di Napoli,  fu condannato, insieme a Gioacchino Genchi, dal Tribunale di Roma a un anno e tre mesi per abuso d’ufficio non patrimoniale. “WhyNot e Poseidone” e De Magistris. Storia di una toga strappata Marco Lillo e Marco Travaglio incalzano poi la questione sull’inchiesta Poseidone. La vicenda riguarda un’indagine iniziata presso la procura di Catanzaro nel maggio 2005 e avente come oggetto un presunto uso illecito di 200 milioni di euro di denaro pubblico. Soldi allora provenienti da aiuti comunitari destinati al finanziamento di opere di depurazione. L’iniziativa viene frequentemente moderata dagli interventi dei giornalisti de Il Fatto Quotidiano. L’esperienza di Lillo e Travaglio permette di scavare a fondo nel passato professionale dell’attuale sindaco di Napoli. Le inchieste “WhyNot” e “Poseidone” non sono vicende relative ad episodi singolari. Esse permettono di comprendere quel complesso rapporto tra Stato e criminalità che spesso riempe i vuoti di potere nel nostro paese. Il dibattito viene integrato inoltre dalle letture delle sentenze delle attrici Rosaria De Cicco e Pina Turco. Parole profondo che ricostruiscono le vicende di quei giorni. Numerosi anche i contributi video, in particolare di Sandro Ruotolo, giornalista da sempre in prima linea sul fronte criminalità organizzata.

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

Springsteen on Broadway, la voce del Boss

Springsteen on Broadway, storie per voce, pianoforte e chitarra Da pochi giorni è disponibile su Netflix un documentario imperdibile per tutti gli appassionati del rock’n’roll e non solo. Springsteen on Broadway, ovvero lo spettacolo che The Boss ha portato in scena al Walter Kerr Theatre di New York dal 12 ottobre 2017 fino allo scorso 15 dicembre. Un one man show estremamente intimo e riflessivo di uno dei cantautori e musicisti più apprezzati e amati del panorama musicale internazionale. “Sono qui per dimostrarvi che siamo ancora vivi”. Si apre così lo spettacolo di Bruce Springsteen, accompagnato sul palco, per le due ore e trenta di visione, solo da una chitarra e un pianoforte. Un uomo al centro del proscenio, le sue canzoni e i suoi ricordi, con quello spirito agrodolce che caratterizza da sempre la produzione del cantautore  di Freehold. Springsteen racconta così la sua infanzia così sofferta, in un paesino del New Jersey, desideroso di scappare sin dalla più tenera età. Proprio lui che, nato per correre, per citare una delle sue canzoni più famose, ora vive a dieci minuti dalla sua città natale. Emerge così lentamente il suo rapporto controverso con la famiglia, in particolare con un padre burbero e alcolista. Perché vedere Springsteen on Broadway Lo spettacolo concede poco alla spontaneità delle esibizioni. C’è infatti un vero e proprio copione, esaltando così le doti di intrattenitore e di comico di Springsteen. Il testo è basato sull’autobiografia del cantautore, uscita nel 2016 con il titolo Born to Run. Il filone è sempre dolceamaro, carico di una certa malinconia, ma non mancano gli aneddoti dotati di una forte autoironia. La prima chitarra comprata all’età di sette anni, i primi contratti discografici fino al successo planetario. Musicalmente Sprinsteen on Broadway è uno spettacolo fatto da voce, chitarra e pianoforte. Più che la spettacolarizzazione o la potenza sonora, viene così ricercata l’intensità emozionale. Springsteen commuove sulle note dei suoi più grandi successi, da Thunder Road a The Promised Land. Un pezzo da stadio come Born in the U.S.A viene così scavato fino all’osso, e ricondotto alle sue fattezze originarie, diverse da quelle di un successo radiofonico. Ovvero lo straziante racconto di un reduce del Vietnam che non riesce a trovare il suo posto, anche se è nato negli U.S.A. Come on with me, tramps like us Baby we were born to run Non mancano riferimenti all’attualità. Nell’introduzione a The Ghoast of Tom Joad, Springsteen, ricordando il dramma delle famiglie separate dalle famiglie razziste, cita Martin Luther King. ”L’arco dell’universo morale è lungo, ma inclina verso la giustizia”. Quasi a sottolineare l’amministrazione Trump non è altro che l’ennesimo capitolo per ricompattare l’anima di una nazione. Sono tanti i passaggi che emozionano e colpiscono di questo straordinario spettacolo, tra i migliori prodotti visibili su Netflix in assoluto. Il ricordo commovente di Clarence Clemons, il sassofonista della E Street Band scomparso nel 2011, a cui Springsteen dedica Tenth Avenue Freeze Out. La breve apparizione di Patty Scialfa, moglie del Boss. “Una delle voci più belle che […]

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

Roma di Alfonso Cuaròn: il film del regista messicano approda all’Astra

Roma di Alfonso Cuaròn all’Astra: è stato proiettato per tre giorni il capolavoro del regista messicano premiato con il Leone d’Oro Un film sulla memoria, sul valore personale e relativo che ognuno di noi attribuisce al tempo, un affresco del Messico degli anni settanta. Anni cruciali per il paese centroamericano. Roma è tutto questo e molto di più. Alfonso Cuaròn torna cinque anni dopo Gravity con quello che è il suo lavoro più intimo e riflessivo. Il regista messicano ha sapientemente sfruttato la forza contrattuale derivatagli dai due Oscar per realizzare un film peculiare nel panorama cinematografico odierno. Unico per il formato (uno splendido bianco e nero girato in 65 mm) ma soprattutto per la sua distribuzione, prevalentemente casalinga. Prima del suo approdo su Netflix, il 14 dicembre, Roma di Alfonso Cuaròn è stato proiettato, dal 3 al 5 Dicembre, al Cinema Astra e in una cinquantina di sale italiane, distribuito dalla Cineteca di Bologna in lingua originale. Un’occasione imperdibile per vedere nel suo habitat naturale uno dei migliori film dell’anno, premiato con il Leone d’Oro al recente Festival di Venezia. Siamo nel 1970-1971, un biennio di fuoco per Città del Messico, segnata dalle numerose rivolte studentesche represse nel sangue. Roma è il nome di un quartiere borghese dove risiede la famiglia di Cleo (Yalitza Aparicio), la giovane tata al centro della vicenda. Il contesto prende vita poco alla volta, e proprio questa studiata lentezza, costruita in ogni piccolo particolare, è uno degli elementi maggiormente singolari dell’opera. In un’epoca il cui il linguaggio cinematografico perde sempre più autorità per lasciare spazio alla serialità, rea di raccontare meglio i nostri giorni. Esce fuori il ritratto di un paese rigidamente strutturato in caste sociali. Dove, come la storia insegna, le classi dominanti lasciano a quelle meno abbienti il lavoro sporco. Le vicende di Cleo e della sua collaboratrice Adela (Nancy García García), ambedue di discendenza mixteca, segnano così il passo della vicenda. Centrale è l’intreccio tra Cleo e e Sofia (Marina de Tavira), madre di quattro bambini, amati da Cleo come se fossero propri. Donne provenienti da condizioni economiche e sociali praticamente opposte, ma entrambe segnate da una forte delusione. Un amante spaventato da una futura gravidanza e un marito stanco della vita familiare, in viaggio verso la vacanziera Acapulco. Roma di Alfonso Cuaròn, l’equilibrio personale ed intimo di una famiglia in preda a conflitti interni Parzialmente autobiografico, Roma è un mosaico di corpi, storie ed emozioni che può aiutare a superare i pregiudizi sulle nuove piattaforme digitali. Il film colpisce oltre che per l’intensità e il pathos della vicenda anche per la sapiente arte cinematografica di Cuaròn. Il regista messicano esalta le numerose scene di vita quotidiana con l’utilizzo del bianco e nero. Nel film è addirittura  presente una citazione alle sue opere precedenti, non autoreferenziale o fine a sé stessa, ma perfettamente coerente con lo sviluppo dell’intreccio. Roma diviene così argomento di dibattito, oltre che per la sua innegabile bellezza, per la la sua discussa diffusione esclusivamente casalinga. Come succede ormai ai […]

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

Michael Moore all’AstraDoc, ecco Fahrenheit 11/9

AstraDoc prosegue con Fahrenheit 11/9 Un affresco ironico e provocatorio sull’America dei nostri giorni. Michael Moore, Palma d’Oro al Festival di Cannes nel 2004, torna con Fahrenheit 11/9. La proiezione è avvenuta al Cinema Astra di Via Mezzocannone, nell’ambito della rassegna AstraDoc. Manifestazione che permette al pubblico napoletano di visionare i migliori documentari realizzati nell’ultimo periodo. Dopo l’apertura con I villani di Daniele De Michele, AstraDoc prosegue il suo programma con Last Men in Aleppo e La strada dei Samouni. Un’occasione per prendere atto di realtà sconosciute, che grazie al mezzo espressivo del documentario diventano estremamente fruibili e godibili. L’elezione di Donald Trump è il tema centrale di Fahrenheit 11/9. Il presidente americano più discusso e controverso della storia. Moore, dopo l’11 settembre di Fahrenheit 9/11, sposta l’ attenzione su un’altra significativa data, il 9 novembre 2016. Il giorno in cui Donald Trump è stato eletto 45esimo Presidente degli Stati Uniti. Il documentario non prende di mira solo l’attuale inquilino della Casa Bianca, ma anche le politiche dei Democratici e dei Repubblicani che hanno portato all’attuale situazione politica. Moore riconduce scherzosamente la situazione d’oltreoceano a pochi eventi, estremamente grotteschi. In particolare, la crisi idrica della cittadina del Michigan, Flint, ed il compenso maggiore di Gwen Stefani rispetto a Trump nel programma The Apprentice. Il regista americano sa bene che questi sono solo stratagemmi per incanalare la rabbia dello spettatore. In realtà la crisi attuale è rinvenuta in una serie di episodi succedutesi nel tempo, a partire dagli anni novanta con la “liberalizzazione” dei democratici. In tale contesto, Moore non risparmia critiche né attacchi a nessuno, da Clinton a Obama, rei di avere spostato troppo a destra le politiche del proprio partito. Il ritorno di Michael Moore Il regista, nonostante il quadro così oscuro, non si perde d’animo concentrandosi sui segnali di speranza emersi recentemente negli Stati Uniti. Situazioni ancora poco conosciute per certi versi in Europa, ma che hanno ottenuto una cassa di risonanza notevole oltreoceano. L’elezione di numerose donne nelle recenti elezioni di mid-term in primis, che hanno permesso un parziale svecchiamento del Partito Democratico. Ma anche le rivolte studentesche, con file di giovani in rivolta contro le politiche repubblicane e le lobby delle armi. Non potendo esprimere un giudizio completo su Trump, a metà esatta del suo mandato, il tycoon diviene così il pretesto per un viaggio nell’America profonda. La forza e la debolezza di Moore, al tempo stesso, è quella di aver realizzato un lavoro perfettamente coerente con quelli precedenti. Lo stile di Moore, specie se raffrontato al panorama informatico attuale, appare infatti a tratti anacronistico. Quando Moore si reca fuori la villa del governatore del Michigan per innaffiare il suo giardino, sembra di essere tornati in un qualche programma demenziale degli anni novanta che credevamo di avere dimenticato. Lo stesso raffronto tra l’Americana odierna con la Germania hitleriana appare troppo semplicistico, non supportato da adeguate tesi, scadendo dunque nel già sentito. Fahrenheit 9/11 di Michael Moore è però un documentario da vedere e di cui discutere. […]

... continua la lettura
Teatro

Le Rane di Aristofane in scena al Teatro San Ferdinando

Le Rane di Aristofane, Ficarra e Picone al Teatro Stabile Al Teatro Stabile è di scena il grande teatro classico. Dopo Salomè di Oscar Wilde, visibile al Mercadante fino a domenica, è la volta di un altro testo immortale: Le Rane di Aristofane, commedia vincitrice delle Lenee del 405 a.C. È stato un grande rischio quello del regista Giorgio Barberio Corsetti, portare in scena un testo vecchio di 2500 anni, rendendolo moderno e divertente. Il regista ha potuto però contare sull’apporto di un formidabile duo comico, Ficarra e Picone. La commedia approda così finalmente a Napoli, nel cuore di una tournée che girerà i maggiori teatri nazionali. Corsetti ha dovuto fare i conti, oltre che con i problemi dovuti alla fama e all’impostazione classica del testo, con i nuovi spazi teatrali. La pièce infatti quest’estate è stata messa in scena al Teatro greco di Siracusa. Un successo straordinario, culminato nella diretta nazionale su Rai 1, cui hanno assistito oltre due milioni di spettatori. Le Rane si arricchiscono così di nuove sfumature e significati. La trama, arcinota, prende forma e vita sul palco del Teatro San Ferdinando. Dioniso, il dio del teatro, si reca nell’oltretomba per riportare alla vita Euripide. Quest’ultimo è però assorto in un furioso litigio con Eschilo per stabilire chi dei due sia il più grande poeta tragico. Al via la stagione del Teatro San Ferdinando Dioniso si fa giudice e, scegliendo di anteporre il senso della giustizia e il bene dei cittadini alle proprie preferenze personali, finisce per dare la palma della vittoria ad Eschilo, che dovrà salvare Atene dalla situazione disastrosa in cui si trova. Eschilo accetta infine di tornare tra i vivi lasciando a Sofocle il trono alla destra di Plutone, a patto che non lo ceda mai a Euripide. L’autorevole regia di Giorgio Barberio Corsetti abbatte definitivamente il discutibile confine che separa lo spettacolo “alto” dallo spettacolo “basso”. Le Rane, sfrondato dagli anacronismi, dimostra che per il genere comico può esistere una manifattura a lunga conservazione, che consenta di ridere anche oggi, consapevolmente, di un testo classico. Tutto il corpo teatrale è perfettamente a proprio agio in questa discesa agli Inferi. Il compito è senz’altro facilitato dalla sapiente regia di Corsetti e dal talento umoristico di Ficarra e Picone. La scommessa di Giorgio Barberio Corsetti risulta così vinta in pieno. Le Rane di Aristofane, nonostante la veneranda età, viene forgiata di una veste completamente nuova riuscendo a rivivere di vita propria. Numerosi gli intermezzi canori che spezzano il ritmo serrato della vicenda. La colonna sonora dei SeiOttavi è perfettamente coerente con il ritmo scanzonato e leggero dell’intera faccenda. Fino allo scioglimento finale, quando con la fatidica decisione di Dioniso emerge tutto il pathos del testo.  

... continua la lettura
Eventi/Mostre/Convegni

The other side of the wind, l’ultimo film di Welles a Venezia a Napoli

A distanza di 40 anni The other side of the wind, l’incompiuto film girato da Orson Welles, è stato ultimato. Girato per gran parte degli anni’70, il film non è mai stato concluso ed è stato protagonista di una vicenda complessa che ha trovato la propria conclusione. L’idea del film “The other side of the wind” La sceneggiatura (ad opera di Oja Kadar e dello stesso Welles) ha al centro la storia di J.J. “Jake” Hannaford (John Huston), un regista prossimo alla fine della propria carriera che si ritrova a girare un film a basso costo (e intitolato proprio The other side of the wind) e che arriva ad innamorarsi dell’attore principale, John Dale (Bob Random). The other side of the wind si presenta come una pellicola diversa dal resto della filmografia wellesiana. Il regista di Citizen Kane e The Magnificent Ambersons affronta non solo la tematica dell’omosessualità, ma porta avanti anche una spietata critica contro le ferree logiche dello studio system hollywoodiano. La travagliata produzione di The other side of the wind Orson Welles girò il film tra il 1970 e il 1976, con diverse interruzioni a causa di mancanza di budget. Ciononostante, le riprese del film furono portate a termine. Prima di morire nel 1985, Welles riuscì a montare soltanto 45 minuti di The other side of the wind. Il testimone passò nelle mani dell’amico e regista Peter Bogdanovich, il quale tentò più volte di terminare la post-produzione del film (tentando addirittura di concluderla nel 2010 e di presentare il film al festival di Cannes di quell’anno). Ma le dispute legali per il possesso del materiale filmico tra Oja Kadar e Beatrice Welles, rispettivamente compagna e figlia del regista, hanno contribuito a ritardare la fine del progetto. Il team dietro il “ritorno” di Orson Welles Al completamento di The other side of the Wind sono stati chiamati i collaboratori più stretti di Welles. Il già citato Bogdanovich, ma anche il produttore Frank Marshall, collaboratore anche di Spielberg. Al progetto hanno collaborato anche il montatore Bob Murawski (collaboratore di Sam Raimi nella trilogia di Spiderman e di Kathryn Bigelow per The Hurt Locker) e Scott Millan per quanto riguarda il sound-mixing (premio oscar per Apollo 13, Il Gladiatore, Ray e The Bourne Ultimatum). Frank Marshall si è dimostrato entusiasta riguardo all’idea di terminare l’incompiuta pellicola di Welles: «Grazie a Netflix, siamo stati in grado di assemblare un team di post-produzione incredibilmente talentuoso per affrontare la sfida emozionante e sconvolgente di completare l’ultimo film di Orson Welles. È stata un’esperienza straordinaria lavorare con lui 40 anni fa e sarà un onore contribuire a far vedere la sua visione finalmente sullo schermo». The Other Side of the Wind è una satira del classico sistema degli studi cinematografici, ma anche del nuovo ordine che, all’epoca, stava rimpiazzando il precedente. L’ultimo film di Welles è un’affascinante macchina del tempo di un’epoca del cinema ormai lontana, ma al contempo il tanto atteso “nuovo” film di un guru della settima arte. Un film di apparizioni e un’apparizione in […]

... continua la lettura
Teatro

Stand-Up Comedy, Saverio Raimondo al Piccolo Bellini

Saverio Raimondo diverte con la sua irriverenza il pubblico del Piccolo Bellini La Stand-Up Comedy di Saverio Raimondo approda al Piccolo Bellini. Il genere, di derivazione anglosassone, ha conosciuto un’evoluzione importante in Italia negli ultimi anni. Moltissimi club e teatri riempiono i propri spazi con una forma peculiare di cabaret che appassiona sempre più persone. Il pubblico napoletano ha così conosciuto colui che probabilmente è il maestro della Stand Up nel nostro paese, Saverio Raimondo. “Il miglior satiro attualmente in Italia”, “l’unico stand up comedian italiano che sembra vero”, alcune delle definizioni che gli sono state date. Il one man show del comico, nato a Roma nel 1984, diverte e incanta il pubblico del Piccolo Bellini. Nel salottino posto al piano di sopra della più nota platea sottostante, il monologo di Saverio Raimondo intrattiene i presenti per un’ora e mezza. Lo spettacolo segue i canoni del genere. Assenza della quarta parete, scenografia praticamente assente. Sul palco c’è uno sgabello, un microfono e Raimondo che riempie il vuoto con i suoi racconti, le proprie ansie, senza mancare di qualche attacco satirico qua e là. Lo spettacolo fila via piacevolmente. Saverio Raimondo esibisce senza pudore tutte i propri difetti, le proprie angosce e paure. Lo spettatore può facilmente immedesimarsi in quei piccoli vizi che sono tipici di ogni essere umano. Non mancano attacchi personali, come all’attore Benedict Cumberbatch o ai politici del nostro tempo. Raimondo analizza vere e propri campi semantici, dalla democrazia alla sessualità, dalla tecnologia al denaro, mostrando il ridicolo che c’è in ogni manifestazione umana. One man show dello stand up comedian al Piccolo Bellini Lo stand up comedian alterna così battute folgoranti, riflessioni ironiche, aneddoti personali, il tutto in uno stile particolare. Difficilmente riconducibile alla comicità italiana, ma che anzi si rifà senz’altro a quella anglosassone, come vuole la stand up. Il rapporto con il pubblico, che pure non interviene direttamente, è così estremamente disinvolto, i tempi sono sincopati, il corpo del comico diviene parte integrante dello spettacolo. La faccia “di gomma” di Raimondo diverte il pubblico del Bellini a più riprese. Si passa così da una comicità demenziale a una riflessione amara, ma affrontata pur sempre con l’ironia tipica del genere. In particolare divertono gli aneddoti personali del comico, assurdi e quasi “fantozziani” verrebbe da dire.  Sul palco emergono così i suoi conflitti interiori, dalla paura del volo al proprio rapporto con l’ansia. Temi universali, grazie a cui lo stand up comedian crea un rapporto di totale intimità con il pubblico. Il satiro spezza a più riprese il ritmo con la propria comicità dissacrante, ma a più riprese sembra di assistere a una seduta collettiva di psicoterapia. Come da canone del genere satirico, Raimondo oltre a intrattenere meramente gli spettatori vuole fare così riflettere. La comicità così demolisce e scompone le ipocrisie e i tabù del nostro tempo. Saverio Raimondo è stato così il primo ospite di una vera e propria stagione di stand up comedy. Gli amanti del genere potranno infatti assistere nei prossimi mesi ad una vera e propria rassegna negli spazi intimi […]

... continua la lettura
Eventi/Mostre/Convegni

Timeline alla scoperta del Castello di Baia

I segreti del Castello Aragonese Debutto assoluto per Timeline Napoli al Castello di Baia. In collaborazione con il Parco Archeologico dei Campi Flegrei, l’associazione culturale sbarca infatti nel maniero aragonese per quattro appuntamenti imperdibili (20 e 27 luglio, 1 e 8 settembre). I visitatori avranno la possibilità di esplorare luoghi fino ad ora difficilmente raggiunti dal grande pubblico. Dalla cappella della Madonna di Pilar alle antiche prigioni, il giro permette così una visita totalmente inedita della fortezza, troppo spesso ignorata dal turismo locale nonostante la sua innegabile bellezza. Eretto durante il regno di Alfonso II d’Aragona (1490-1493), il Castello di Baia vanta una storia secolare. Esso fu più volte modificato,  soprattutto per volontà di Pedro de Toledo nel secolo successivo, a causa dell’eruzione da cui si formò il Monte Nuovo. Il Castello rimase praticamente inespugnato nel corso del tempo per via della sua posizione strategica, posto tra il mare e i profondi valloni dei Fondi di Baia. La difficoltà di conquista fece desistere anche le 150 navi di Khair ad-Din, detto il Barbarossa, nel 1544. L’importanza del Castello Aragonese rimase fondamentale fino all’Unità d’Italia. Spagnoli, austriaci e borbonici stabilirono le proprio funzioni militari in questo luogo. Successivamente il castello fu adibito alla custodia dei prigionieri durante la seconda Guerra Mondiale, venendo dotato anche di una batteria antiaerea. La passeggiata nella storia prosegue ininterrotta tra i panorami mozzafiato che il maniero offre sul golfo circostante. In particolare il culmine della visita viene raggiunto con la salita sulla sommità del castello. Qui è infatti possibile ammirare i luoghi segreti e fino ad ora nascosti, resi accessibili grazie all’impegno e alla passione dei ragazzi di Timeline. I resti della villa romana su cui fu originariamente costruito la fortezza, ad esempio, una testimonianza importantissima del rapporto viscerale che legava le ricche famiglie patrizie alla costa napoletana. Tradizionalmente la villa è stata ritenuta per lungo tempo di Giulio Cesare, ma successivamente fu inglobata nella residenza di Nerone. Timeline e la fortezza del tempo Circa la Chiesa del Castello, è impossibile non fare riferimento ai numerosi significati esoterici cui essa rimanda, narrati negli aneddoti delle guide di Timeline. Una contrapposizione con la semplicità stilistica che invece caratterizza il complesso. Splendidi sono gli affreschi di stampo caravaggesco, che permettono di datare la costruzione della cappella agli inizi del Seicento. Entrando dall’ingresso ad est, sulla destra è situata la tomba del Marchese Don Diego Quintano de Rosales, il quale è effigiato in uno stupendo busto marmoreo. Armato di torcia ed elmetto, il visitatore è guidato da Timeline nelle prigioni del Castello di Baia. Le prigioni erano in tre zone diverse: in prossimità dei Corpo di Guardia, all’ingresso del Castello e nei locali sottostanti alla “Prima Batteria S. Antonio”. Successivamente furono nuovamente utilizzate durante la Grande Guerra. Rimangono sulle mura le agghiaccianti testimonianze dei prigionieri, costretti a condizioni disumane per tutta la durata della loro reclusione. Timeline guida il visitatore alla scoperta di un luogo magico e che troppo spesso viene sottovalutato. Proprio questa è la forza dell’associazione culturale, che permette di […]

... continua la lettura
Teatro

Al Pacone, un avarissimo boss al TRAM

Al Pacone, una rilettura di Molière Massimo Maraviglia ritorna al Teatro TRAM fino al 22 aprile. Dopo lo Strafaust, il regista napoletano scrive e dirige a modo suo un’altra figura celeberrima dell’immaginario collettivo artistico e figurativo. Se nella precedente elaborazione era stata la volta di Faust e Mefistofele, stavolta è l’Avaro di Molière a subire una trasposizione. Il personaggio del vecchio avaro è una figura estremamente ricorrente nella storia del teatro classico. Fu Plauto a darne una prima elaborazione con Euclione nella sua Aulularia, ispirando proprio Molière secoli dopo. Un personaggio che, con i suoi vizi, offre lo spunto per numerose situazioni comiche, ma che spesso è stato il pretesto per analizzare tematiche più complesse. Quegli avari avevano però un rapporto molto infantile con il denaro. Euclione e Arpagone sono semplicemente ossessionati dal timore di essere derubati. Entrambi, compenetrati nella loro ossessione, non possono danneggiare nessuno. Al più fanno fanno sorridere, che è questo lo scopo semplicistico della commedia. Avarissimo boss Così si giunge alla rilettura di Massimo Maraviglia. Arpagone diventa Al Pacone, che non è solo una rima ma anche un’assonanza di Al Capone, celeberrimo gangster americano. Un simbolo, suo malgrado, della mafia newyorchese del primo dopoguerra. Idolatrato anche da personaggi che con la mafia non hanno mai avuto niente  a che fare, al punto da divenire il protagonista di film e romanzi. Proprio questo è il presupposto sul quale si basa l’intera vicenda. Il ruolo dell’avaro viene preso da un boss. Due figure che sembrano apparentemente simili ma che in realtà presentano numerose differenze. L’avaro ha un rapporto compulsivo ma egoistico con il denaro, pensa solo a come e quanto arricchirsi. L’avarizia dei boss prende invece il sopravvento su tutto quello che gira intorno. E così la sete di denaro di Al Pacone si scatena su tutta la sua famiglia e diviene il fulcro dello spettacolo. Al Pacone (Antonio Torino) è un personaggio che sente l’influenza dei classici avari del teatro ma che riesce a vivere di vita propria. Di Plauto si sente senz’altro l’influsso della commedia degli equivoci. Il malinteso tra il boss e il proprio figlio Geruzzo (Giovanni Scotti) sul matrimonio con Gloriosa Assunta (Alessandra Sass0) diverte e commuove allo stesso tempo. Come in Molière, quello dell’avarizia è solo un pretesto per approfondire altre tematiche. Molière e Plauto rivivono in Al Palcone Estremamente riuscita è infatti la scelta di trasporre la figura di Arpagone in un boss criminale. Al Pacone ridicolizza tutte quelle figure del crimine che al giorno d’oggi televisione e cinema mettono in risalto. Personaggi che, per definizione, dovrebbero essere anti-eroi e che invece vengono trattati all’esatto opposto. La parlata a tratti incomprensibile e il costume popolare completano poi la maschera più riuscita della messinscena, quella interpretata da Antonio Torino. Al Pacone è anche un antidoto contro tutta questa serietà e importanza che viene data a determinate figure. La compagnia Asylum Anteatro ai Vergini continua così una duplice e proficua collaborazione, non solo con Massimo Maraviglia, cui va dato atto di aver riletto in maniera estremamente originale […]

... continua la lettura
Recensioni

La paranza dei bambini al Teatro Trianon Viviani

« E ti pare che io mi metto paura di un bambino come te? Io per diventare bambino c’ho messo dieci anni, per spararti in faccia ci metto un secondo. » Saviano e Gelardi con La paranza dei bambini al Trianon Dopo la felice esperienza di Gomorra, Roberto Saviano e Mario Gelardi tornano con un nuovo progetto teatrale. La paranza dei bambini sarà in scena al Trianon fino al 9 aprile. Un ritorno attesissimo a Napoli dopo il brillante debutto al Nuovo Teatro Sanità degli scorsi mesi. Tra le menti partenopee più brillanti partorite negli ultimi anni, il duo continua così una proficua collaborazione. Lo scenario è ancora una volta la loro città natale, sempre ricca di contraddizioni e così adatta con i suoi luoghi a subire analisi e trasposizioni artistiche. La paranza dei bambini si ispira all’omonimo romanzo di Saviano, pubblicato nel 2016,prima opera completamente di finzione dell’autore partenopeo. Il progetto teatrale narra la controversa ascesa di un giovane gruppo criminale verso il potere. Un successo apparentemente inarrestabile, a metà tra la tragedia shakespeariana e il buio dei fumetti di Frank Miller. Saviano e Gelardi ci portano direttamente in medias res. Dei personaggi si sanno poche e frammentate informazioni. Il leader della paranza, Nicolas (Riccardo Ceccarelli), detto Maraja, è probabilmente un universitario, accecato dal potere e dai soldi facili del crimine. Anche degli altri componenti, nulla farebbe pensare a famiglie disagiate. Una scelta stilistica evidentemente in contrapposizione con il romanzo. La paranza viene dal mare Lollipop, Dentino, Drone, Dumbo. Quindicenni dai soprannomi innocui, con le scarpe firmate e il nome delle ragazze tatuato sulla pelle. La paranza non ha paura di niente, né del domani né della morte. Questi adolescenti sanno che bisogna giocare sul rischio, puntando tutto e subito. Guidati dal capo Nicolas Fiorillo, imparano a sparare con le pistole semiautomatiche e gli AK-47. Seminano il terrore per le vie del centro di Napoli. A poco a poco prendono il controllo dei quartieri. Stringono alleanze con i vecchi boss in declino e distruggono le paranze avversarie. Gestiscono piazze di spaccio che fatturano migliaia di euro. Una pesca a strascico che non tiene conto di niente e nessuno. Non a caso “paranza”, che in gergo camorristico indica un gruppo criminale, è un termine di origine marinaresca.  Le “Paranze” sono infatti le piccole imbarcazioni che con le reti pescano pesci per la frittura. Questi giovani sono corvi neri, senza scrupoli, violenti nelle parole ma soprattutto nei fatti. Saviano e Gelardi sono abili a fotografarli in un momento chiave, quello della crescita, il passaggio ancestrale dall’infanzia all’età adulta. Un’ascesa irrefrenabile, una sete di potere che finirà per inghiottire Nicolas in un accostamento ideale con Riccardo III. Il sangue bagna Napoli La paranza dei bambini è un dramma puro. Davvero sorprendente è  la resa teatrale del testo di Saviano. Un’opera che incredibilmente appare più profonda se vissuta a teatro. Assistere infatti alle interpretazioni degli attori in scena è godimento puro. Non si può non evidenziare la prova di Riccardo Ciccarelli, il giovane attore partenopeo merita una citazione […]

... continua la lettura
Teatro

Qualcuno volò sul nido del cuculo, il grande cinema al Teatro Bellini

“Almeno ci ho provato, vacca troia… Almeno ci ho provato”. Randle McMurphy Qualcuno volò sul nido del cuculo (One Flew Over the Cuckoo’s Nest) è uno dei film più celebri della storia della cinema. Diretto da Milos Forman, si avvale della straordinaria interpretazione di Jack Nicholson. Rientra nel ristretto novero, con Accadde una notte e Il silenzio degli innocenti, delle opere ad aver vinto i cinque Oscar principali. Nel 1976 fu premiato come miglior film, per il regista, gli attori e la sceneggiatura. Un en plein che lo proietta di diritto nella storia della cinema. Qualcuno volò sul nido del cuculo: la trasposizione teatrale al Bellini Al Bellini tocca così alla settima arte a subire una trasposizione teatrale. L’adattamento del pluripremiato film di Milos Forman è in scena da ieri sera fino al 25 marzo, in una stagione che ha visto il teatro di Via Conte di Ruvo mettere numerose opere letterarie in scena, con un occhio particolare per il lavoro di Dostoevksij grazie alle rappresentazioni di Delitto/Castigo e Il giocatore. Numerose sono le collaborazioni di prestigio che hanno preso parte a questa opera. Lo spettacolo è diretto da Alessandro Gassman, mentre l’adattamento è stato curato da Maurizio De Giovanni: due nomi di spessore che rappresentano l’architrave dell’intero spettacolo. Qualcuno volò sul nido del cuculo vede però la partecipazioni di attori ormai punto di riferimento per la scena teatrale italiana: Daniele Russo e Elisabetta Valgoi in primis, nei panni di Randle McMurphy e dell’infermiera Ratched, Giacomo Rosselli, Emanuele Maria Basso e Alfredo Angelici tra gli altri. Uno stormo di tre oche, una volò ad est, una volò ad ovest, una volò sul nido del cuculo Lo spettacolo dunque trova il proprio riferimento più diretto, nell’immaginario collettivo, nel pluripremiato film di Forman del 1975. Opera che però fu basata sul libro pubblicato da Ken Kesey nel 1962, seguita l’anno successivo dal primo adattamento teatrale di Kirk Douglas a Broadway. L’interpretazione di Jack Nicholson, l’amicizia con il grande capo Bromden, la rigidità della Ratched. Per la prima volta nella storia della cultura pop venivano trattati temi fino ad allora considerato tabù: la pazzia, gli ospedali psichiatrici, le malattie mentali. Qualcuno volò sul nido del cuculo subisce così una rielaborazione estremamente personale da parte di Gassman. Randle McMurphy diventa Dario Danise e la sua storia e quella dei suoi compagni si trasferiscono nel 1982, nell’Ospedale psichiatrico di Aversa. L’istrionico attore Daniele Russo conferma la sua crescita professionale e umana con una straordinaria interpretazione dalle molteplici sfaccettature. Dario Danise, così come Randle McMurphy, diviene simbolo di libertà, voglia di scappare da una vita preimpostata e dettata dalle rigide regole della quotidianità. È questo il presupposto sul quale si basa l’intera pièce. I compagni di Danise sono spaventati a tal punto dal momento che c’è fuori dall’accettare di essere sottoposti dal “regolamento” di Suor Luisa. La direttrice dell’OPG di Aversa (nel film miss Ratched, per alcuni metafora della ben più celebre Margaret Thatcher) è interpretata da una strepitosa Elisabetta Valgoi. Sul valore e la splendida riuscita delle interpretazioni […]

... continua la lettura
Eventi/Mostre/Convegni

Richard Galliano, al via il Festival MANN

Il jazz di Richard Galliano al Museo Archeologico Ricomincia il Festival MANN. La manifestazione, giunta alla seconda edizione, si svolgerà anche quest’anno negli spazi insoliti ma affascinanti del Museo Archeologico. Un luogo sicuramente inusuale per un evento del genere. Forse è proprio questa la forza del Festival. È infatti difficile trovare un altro posto dove poter dialogare con Daniel Pennac, o ammirare la musica di Michael Nyman all’ombra delle innumerevoli statue greche e romane. Per dire tra gli ospiti più attesi di questa edizione. L’idea di un museo moderno come spazio da vivere a tutto tondo, che non si limita alla semplice visita scolastica o pomeridiana. Richard Galliano è uno dei più grandi compositori viventi. Nato in Provenza nel 1950, virtuoso della fisarmonica, unico esponente di questo particolare strumento a registrare per la prestigiosa etichetta “Deusche Grammophon”. Considerato l’erede di Astor Piazzola, l’uomo che rivoluzionò per sempre il tango. Proprio l’incontro, nel 1980, con il musicista argentino ha cambiato la vita di Galliano. Il fisarmonicista da quel momento incentrò la ricerca sui propri generi e stili preferiti. Il tango, senza dubbio. Ma anche la tradizione mediterranea e la samba. Richard Galliano ha portato in scena questo insieme tra generi così apparentemente contraddittori sul palco della Sala della Meridiana. D’altronde, pochi luoghi come Napoli sono capaci di unire stili e culture differenti. Atmosfere francesi, tango angertino, ritmi brasiliani Lo stesso Galliano ha infatti elogiato Napoli sotto questo punto di vista. Il musicista francese non è nuovo ad esibirsi all’ombra del Vesuvio. Memorabile fu il suo concerto nel 2014 con Marco Zurzolo sul “Gran Cono” del vulcano più famoso del mondo. Napoli che entra di diritto nel cuore di Galliano, al pari di città multietniche e controverse, come Buenos Aires o Marsiglia. Richard Galliano è stato capace di ricordare quanto la forza della musica può valere più di mille parole. Le sue composizioni trasportano infatti l’ascoltatore nei luoghi d’ispirazione del jazzista. Per un attimo, più che sotto il soffitto settecentesco della Sala della Meridiana, sembra di potersi specchiare nelle acque del Vieux Port o passeggiare sull’Avenida 9 Julio. L’omaggio ad Astor Piazzola Il grande merito di Galliano sta nella sua originalità, nell’essere riuscito a mescolare tutte queste culture in una nuova musica, fatta di jazz e di tradizioni filtrate dalle proprie esperienze. Dalle ballads a echi di valzer, passando per il Tango Nuevo di Piazzola. Proprio il maestro argentino è stato omaggiato a più riprese durante il concerto. In particolare con un arrangiamento di una delle più celebri composizioni, Libertango. Il Festival MANN comincia insomma come meglio non potrebbe. Con una Sala della Meridiana gremita per omaggiare uno dei più grandi jazzisti viventi. La manifestazione avrà luogo fino al 28 marzo. Tanti gli ospiti attesi, oltre ai già citati Nyman e Pennac. Paolo Fresu, Carlo Verdone e Rick Wakeman tra gli altri. Per un’edizione che punta alla conferma e alla crescita di uno dei progetti più interessanti in città.

... continua la lettura
Teatro

TRAM, debutta Malagrazia di Phoebe Zeitgest

Malagrazia al TRAM Continua la stagione teatrale al TRAM. Il piccolo teatro, sito nel cuore del centro storico, è ormai un punto di riferimento culturale per la città di Napoli. Questa settimana sarà in scena, dal 15 al 18 marzo, Malagrazia. Uno spettacolo ideato da Phoebe Zeitgest, gruppo teatrale fondato nel 2008 a Milano dal regista Giuseppe Isgrò. Malagrazia nasce da un’idea di Michelangelo Zeno, scrittore e drammaturgo milanese. I temi principali della compagnia teatrale emergono tutti con forza nell’ora e venti di spettacolo. La lotta tra parola e corpo, la persistenza dell’immaginario, il potere e le sue ripercussioni nelle relazioni private. In un’isola non specificata, che potrebbe essere in ogni dove, si svolge la storia di Sebastiano e Carmelo: due fratelli assediati dal pensiero costante di ciò che è fuori, di ciò che è stato e ciò che sarà. Sebastiano e Carmelo sono orfani che riscrivono la propria vita familiare, sono superstiti all’alba di una nuova era. I loro dialoghi assurdi ed esistenzialisti spiazzano continuamente lo spettatore. L’amore tra due fratelli piano piano finisce con l’abbandonare le dimensioni del lecito e del comune. La grazia che viene dal male L’isola di Sebastiano e Carmelo non viene mai specificata nel corso dello spettacolo. Potrebbe essere pertanto qualunque luogo, qualsiasi città. Malagrazia è ispirata fortemente dall’opera del drammaturgo palermitano Franco Scaldati, autore che dedicò gran parte del proprio lavoro alla terra natale, la Sicilia. I due gemelli simulano nel corso dell’opera mondi passati e presenti. Sebastiano e Carmelo sono esemplari di una nuova specie, all’alba di un mondo tutto da scoprire. Ogni oggetto e ogni ricordo che rimangono sull’isola acquista un nuovo significato, un uso improprio o paradossale. Vengono sperimentati mondi nuovi, passati ed eterni, fino alla ricerca dell’origine dell’uomo. Malagrazia offre diversi spunti particolarmente interessanti. Diverse possono essere le chiavi di lettura, per uno spettacolo che non perde la leggerezza nonostante la gravità delle tematiche analizzate. La paura della morte, innanzitutto: un timore ancestrale, che accomuna tutti gli uomini di ogni generazione. Al quale Sebastiano e Carmelo trovano però un rimedio nei loro dialoghi. L’amore, con la sua forza prepotente, che sia passione per una persona o per una particolare attività. Nessuno vive per sé stesso Nota di merito per gli attori Edoardo Borbone e Daniele Fedeli. I due giovani interpreti meritano un plauso per il loro coraggio nel mettere in scena un’opera di certo non semplice. La scrittura di Michelangelo Zeno lascia continuamente di stucco chi assiste alla messinscena. Evidente è l’influenza del lavoro di Franco Scaldati, così come le opere di teatro dell’assurdo. Malagrazia è la storia di due gemelli , Sebastiano e Carmelo, emblemi della solitudine in attesa della maturazione dei nostri sogni. Nella storia dei due emerge tutto lo sconforto di un’umanità terribilmente dilaniata dalla paura di restare con sé stessa. La vertigine emotiva di Michelangelo Zeno arricchisce lo spettatore, lasciandolo sgomento nel tentativo di trovare interpretazioni personali. Malagrazia è la “grazia che viene dal male”, ovvero l’incredibile e controversa capacità umana di resistere alla catastrofe.

... continua la lettura